mercoledì 1 febbraio 2012

Perchè l'ultima approvazione del bilancio della Margherita si è svolta segretamente?

Voglio tornare sul fattaccio della vicenda relativa a Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita che si sarebbe fregato circa 13 milioni dalle casse di quel partito. Il 20 giugno del 2011 si svolse un'assemblea segreta della Margherita per approvare il bilancio di quel partito. Quella riunione doveva essere particolarmente importante. Però, su quell'incontro restano molte perplessità. Perchè alcuni esponenti dell'ex Margherita non furono invitati?
Quella che vedete sotto è una lettera di protesta mandata dall'ex onorevole Nuccio. Leggiamola.

''Sono indignato ed arrabbiato perche' per l'ennesima volta, pur facendo parte dell'Assemblea, non sono stato convocato''. Cosi' Gaspare Nuccio, componente dell'Assemblea federale della Margherita ed ex parlamentare, commenta la mancata convocazione all'Assemblea che si e' tenuta ieri a Roma per l'approvazione del bilancio del partito. ''Immagino che il motivo  - spiega l'ex parlamentare - sia la volonta' di decidere come usare i soldi della Margherita nel segreto di qualche ufficio. Il senatore Rutelli dice bugie quando afferma che bisogna pagare il personale. Come e' noto, il personale e' passato quasi completamente, tranne forse poche unita', al Partito Democratico''. ''Non convocando componenti dell'Assemblea che fanno parte di altri partiti - prosegue Gaspare Nuccio - il Presidente Bianco commette una irregolarita', perche' nel frattempo decide di convocare Rutelli, Presidente di un nuovo partito, diverso e distinto dal PD, che fa parte del terzo polo. Per finire - conclude l'ex parlamentare -  condivido la proposta che i soldi non utilizzati vadano riconsegnati per intero, senza fare furbizie, nelle mani dei cittadini, anziche' essere utilizzati  per finanziare fondazioni o partiti di singoli esponenti politici''.

domenica 29 gennaio 2012

Uno sciopero sacronsanto contro il Governo Monti

Voce Repubblicana del 28 gennaio 2012
Intervista a Paolo Leonardi
di Lanfranco Palazzolo

L’antiberlusconismo ha fatto tanti danni in Italia. Cgil, Cisl e Uil hanno accettato, di fatto, tutti i provvedimenti del Governo Monti. Lo ha detto alla “Voce” Paolo Leonardi, componente dell'esecutivo dell'Unione sindacale di base.
Paolo Leonardi, il 27 avete proclamato uno sciopero generale dei trasporti pubblici e di altri settori. Quali sono le vostre perplessità su questo governo?
“Il Governo Monti risponde agli interessi del grande capitale e dell’Unione europea più che alle esigenze dei cittadini. I provvedimenti che sono stati assunti fino ad oggi da questo governo colpiscono in maniera indiscriminata il mondo del lavoro dipendente, del piccolo lavoro autonomo e non certamente i grandi profitti. Ci troviamo di fronte ad una scelta di classe. Questo governo non ha ricevuto la legittimità del voto popolare e quindi anche dai cittadini. Ecco perché questo governo risponde più alle esigenze dell’Europa e della crisi più che alle esigenze degli italiani. Ecco perché questo governo ha trovato il modo di far pagare questa crisi al mondo del lavoro dipendente. Siamo di fronte ad un calo di acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti e del piccolo lavoro autonomo. Lo abbiamo visto nelle iniziative degli autotrasportatori e dei pescatori. L’Eurispes ci dice che il 68 per cento degli italiani è convinto che la propria situazione economica nel 2011 sia peggiorata. Le nostre retribuzioni hanno avuto una crescita minima. Ecco perché bisogna scendere in piazza contro questo governo”.
Come vi siete organizzati?
“Quella di domani sarà una grande manifestazione a Roma. Centinaia di pullman arriveranno a Roma tra mille difficoltà, anche se scarseggia la benzina e le strade di accesso alla capitale non sono scorrevoli. Ma ne vale la pena. Gli italiani che scendono in piazza non vogliono fare la fine della Grecia e vogliono rilanciare il paese”.
Come si sono comportati i grandi sindacati di fronte ai provvedimenti del Governo Monti. Pensa che quella di Cgil, Cisl e Uil sia stata un’opposizione di pura facciata per guadagnare tempo e favorire il dopo Berlusconi?
“Penso che l’antiberlusconismo abbia fatto tanti danni in Italia. Una volta caduto Silvio Berlusconi ci sono tanti orfani dell’ex Presidente del Consiglio. Cgil, Cisl e Uil hanno accettato, di fatto,  questo governo. Il problema che stanno ponendo è quello del ripristino di relazioni sindacali normali. Ma, a quanto pare, Monti non è interessato a questi rapporti. Ecco perché – secondo noi – i grandi sindacati hanno fatto il loro tempo”.
Cosa pensa del dibattito sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
“Il dibattito sull’articolo 18 nasconde il tentativo di sospendere i diritti dei giovani lavoratori, per ridurli ad un periodo di prova interminabile. E per porli sotto ricatto”.

Il liberismo sbarca a teatro

Voce Repubblicana, 27 gennaio 2012
Intervista a Massimiliano Finazzer Flory
di Lanfranco Palazzolo

In Italia esiste un grosso deficit di cultura liberale. Lo ha detto alla “Voce” Massimiliano Finazzer Flory, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano e autore teatrale, che ha messo in scena “The machinery of freedom: guide to a radical capitalism” di David Friedman.
Massimiliano Finazzer Flory, come è nata l'idea di rappresentare in teatro, con “Il Sole 24 Ore”, l'opera “Si sarebbe potuto fare”, tratta dal saggio di David Friedman “L'ingranaggio delle libertà”, pubblicato negli Usa nel 1973?
“La prima idea attiene al fatto che in Italia vi è un grosso deficit di cultura liberale intorno ai temi che presiedono i meccanismi del mercato. L'idea che il teatro potesse ospitare un testo di questa natura è un'idea inedita per quanto riguarda i principi liberali. Spesso, nel teatro, compaiono testi che sottolineano e pongono l'accento sull'economia di mercato come sterco del demonio. Qui, con tutt'altro punto di vista, si tenta di raccontare, attraverso la lettura scenica, quello che 40 anni fa è stato discusso, dibattuto e dialetticamente messo a punto negli Stati Uniti. Questo dibattito in Italia non c'è mai stato. E tutti i governi si sono ben guardati dal metterlo in agenda. In questa rappresentazione teatrale mi sono messo nei panni dell'attore interpretando David Friedman. Questo testo è stata una sorta di sfida per me. Con la rappresentazione messa in scena alla Sala Collina, sede del Gruppo 24 Ore, abbiamo creato una buona rappresentazione teatrale in grado di calamitare l'interesse del pubblico”.
L'idea è stata sua o del “Sole 24 ore”?
“L'idea è mia. La scorsa estate stato recitando a Macerata un'opera di Gustav Mahler dal titolo “Il tempo”. Un editore di quella città Aldo Canavari mi ha proposto di leggere a teatro un testo di economia. Allora gli ho proposto di portare a teatro un testo che parlasse di anarchia, che a teatro trova una sua casa felice e feconda. Ecco perché ho scelto questo testo di David Friedman, figlio di Milton Friedman”.
In questa opera viene esaltato il ruolo della libertà e del mercato. La crisi economica e finanziaria di questi ultimi anni ha esaltato il ruolo dello Stato che ha salvato il sistema economico mondiale dal crollo. Il testo di Friedman del 1973 è attuale?
“Credo, come Friedman, che non esistano funzioni proprie dello Stato. E' anche per questa ragione che possiamo definirci anarchici. In Italia, chi viene definito anarchico viene associato al caos, ma con Friedman si chiede più competizione in tutti i settori della società senza togliere allo Stato alcune funzioni fondamentali. Senza concorrenza lo Stato rischia di diventare un'agenzia di coercizione legittimata. Questo è il punto. Il principi dell'utilitarismo di Friedman sono importanti se associati ai valori del libertarismo”.

Autorizzazione a procedere contro Oscar Luigi Scalfaro (1951)

 

Le grandi schifezze dell'architettura contemporanea viste dal mio blog. L'abitare sostenibile di Casalbertone


 
Un intervento di un lettore del mio blog su una costruzione di Torino, mi ha ricordato che in passato mi sono occupato delle vicende relative alla nostra architettura. E visto che io vivo gran parte della settimana a Casalbertone, ridente quartiere della periferia est di Roma, posso dire che l'abitare sostenibile di Palazzo Redais è definibile in mille modi, ma non certo come "sostenibile". La prima volta che ho visto questa costruzione completa ho pensato ad un bunker strategico per impedire l'ingresso delle truppe nemiche nella capitale. Purtroppo, mi sono reso ben presto conto che non era così. I miei dubbi sono sorti immediatamente visto il contesto in cui questo edificio è stato costruito. Casalbertone è un quartiere tradizionale della capitale, non adatto alla costruzione di simili edifici. Lo stesso supermercato Auchan, che sorge a pochi metri, ha rispettato questo vincolo di costruzione. Altrettanto non si può dire di questo palazzone. Badate bene, nessuno mette in dubbio la funzionalità di questo palazzo, ma si tratta di un autentico pugno nell'occhio. Vi consiglio di guardarlo al tramonto da via Casalbertone, all'altezza della Piazza. L'impressione è che ci sia appena stato un bombardamento sul quartiere. Un'emozione che vi consiglio di non perdere. Detto questo, voglio specificare che la foto in alto è una ricostruzione sul computer. A pochi metri dal palazzo c'è una linea ferroviaria, che certo non renderà più sostenibili i sonni dei proprietari degli appartamenti. Per capire meglio dove si trova l'abitare sostenibile. Dal blog di Piero Tucci ho preso questa simpatica foto che appare molto più realista rispetto allo scenario berlusconiano fatto vedere in questa ricostruzione computeristica.

mercoledì 25 gennaio 2012

Quel monito al Parlamento era impossibile

Voce Repubblicana, 26 gennaio 2012
Intervista a Stefano Ceccanti
di Lanfranco Palazzolo

La Consulta non poteva rivolgere un monito al Parlamento in sede di ammissibilità dei referendum elettorali. Sarebbe stato troppo invasivo. Lo ha detto alla “Voce” Stefano Ceccanti, senatore del Pd.
Senatore Ceccanti, cosa pensa delle motivazioni della sentenza che ha ritenuto inammissibili i due referendum abrogativi della legge elettorale attualmente in vigore? Secondo lei la Consulta doveva rivolgere un monito al Parlamento per cambiare il porcellum?
“Noi sappiamo che in varie occasioni la Corte costituzionale ha fatto dei moniti al Parlamento per cambiare delle leggi che ha ritenuto incostituzionali. E’ anche vero che la Corte costituzionale si è anche ben guardata dal rivolgere questi moniti in sede di ammissibilità di quesiti referendari”.
Non avrebbe potuto farlo in questo caso perché la legge elettorale attuale non è mai stata giudicata incostituzionale. Altrimenti non si sarebbe votato mai con questa legge.
“Nella giurisprudenza della Corte costituzionale troviamo anche dei moniti per abbattere delle leggi che vengono considerate incostituzionali per farne delle nuove. Ad esempio, la riforma sulla Rai, che sottraeva questa azienda dal controllo del Governo per darla al Parlamento derivò da una sorta di monito della Corte che non dichiarò quella legge incostituzionale, ma fece una dichiarazione di incostituzionalità a tempo per dare modo di cambiare la legge. E’ un modo – giusto o sbagliato che sia – per indurre il Parlamento a fare delle leggi corrette. E poi ci sono dei precedenti in questo senso. Del resto, anche la stampa ha riportato che questa ipotesi – rimettere a se stessa la costituzionalità della legge – è stata adottata in passato. Farlo in questa circostanza forse sarebbe stato troppo invasivo”.
Oltre a questo aspetto del pronunciamento della Consulta quali sono le sue valutazioni su questa sentenza di inammissibilità dei referendum elettorali?
“La tesi della cosiddetta reviviscenza è stata molto discussa in dottrina. La Corte costituzionale ha fatto la scelta che ha ritenuto possibile, quella di non ammettere il ritorno in vita della precedente legge elettorale. Avrebbe potuto scegliere in un altro modo. Ma, alla fine, la decisione è stata quella di non rendere ammissibili questi referendum”.
I giuristi democratici proponendo l’ammissibilità dei referendum avevano suggerito, in caso di voto favorevole del corpo elettorale ai due referendum, di lasciare in vigore questa legge in attesa di una nuova legge.
“Non è possibile. La giurisprudenza stessa della Corte costituzionale ha sempre escluso un’ipotesi del genere. Ad un certo punto ci fu l’ipotesi di fare una legge, la cosiddetta legge Rebuffa, che anche una legge abrogata, in attesa di una nuova legge continua a produrre i suoi effetti. Ma quella legge fu respinta”.

Perchè gli economisti mentono sull'articolo 18?

Nella foto quella furbacchiona del ministro Elsa Fornero.
Intervista a Luigi Mariucci
Voce Repubblicana del 25 gennaio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Il licenziamento per motivi economici esiste già in Italia. Lo ha detto alla “Voce” il professor Luigi Mariucci, docente di diritto del Lavoro all'università di Venezia Cà Foscari.
Professor Mariucci, cosa pensa delle proposte presentate in questi giorni per cancellare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
“Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha parlato di Tabù sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Trovo che su questo argomento ci sia molta ignoranza. Sono rimasto molto sorpreso nel leggere sul 'Corriere della Sera' un fondo scritto da due autorevoli economisti, i quali hanno affermato, con incredibile tranquillità, che secondo questo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ci sarebbe, in Italia, l'illicenziabilità per motivi economici. Io, che sono un giurista, non accetto questo linguaggio. Negli anni scorsi molti economisti hanno commesso degli errori gravissimo, come è accaduto sulla questione dei cosiddetti derivati. Quando parlano di materie giuridiche normative e giuridiche, alcuni economisti dovrebbero almeno conoscere l'oggetto di cui parlano”.
In Italia esiste quella che alcuni economisti chiamano “l'illicenziabilità”?
“In Italia, il licenziamento per motivi economici esiste. Il licenziamento è libero purché sia giustificato. Deve esistere un motivo economico reale per poter licenziare un lavoratore. La legge italiana lo consente. Il licenziamento non deve essere utilizzato come arma strumentale per liberarsi di lavoratori 'scomodi'”.
Quale legge stabilisce questo importante principio, che sfugge a tanti autorevoli economisti?
“Lo stabilisce una legge del 1966. Quella legge fu il primo prodotto del diritto del lavoro del centrosinistra di Aldo Moro. In quel periodo si parlava già molto di uno statuto dei lavoratori. Allora non si riuscì ad approvare una legge organica come avverrà con la legge del 1970. Allora si fece una legge sui licenziamenti individuali, che modificava le vecchie norme del codice civile del 1942, scritte durante il fascismo”.
Che tipo di licenziamento vigeva durante il regime fascista e nei primi decenni della democrazia?
“Il cosiddetto licenziamento ad nutum, definito come il licenziamento con un cenno. Il datore di lavoro non era tenuto a dare spiegazioni sul licenziamento del lavoratore. Bastavano solo gli otto giorni di preavviso.  A volere il contratto a tempo indeterminato furono proprio le imprese che volevano anche la libera licenziabilità del lavoratore. Nel 1966 si stabilì che il licenziamento era libero solo se legittimo, cioè se ha una giustificazione. Può essere una giusta causa (licenziamento in tronco), oppure un giustificato motivo  (inadempienza del lavoratore) o oggettivo (motivi economici). Ecco perché è difficile comprendere questa animosità sull'articolo 18”.   

La politica si riprenda il suo senso civile

Intervista a Elio Veltri
Voce Repubblicana del 24 gennaio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Con il nostro libro, io e Francesco Paola abbiamo voluto fare delle proposte per restituire alla politica il suo più alto senso civile. Lo ha detto alla “Voce” Elio Veltri, autore, con Francesco Paola, de “I soldi ai partiti. Tutta la verità sul finanziamento alla politica in Italia” (Marsilio).
Onorevole Veltri, nel 1974 il Parlamento ha introdotto la prima legge sul finanziamento ai partiti politici. Cosa ha rappresentato questa lunga stagione di finanziamento alla politica?
“Nel retro della copertina la casa editrice, in accordo con gli autori, ha scritto che questo è 'un manuale di resistenza civile. Per capire le ragioni del degrado dei partiti. Per restituire alla politica il suo più alto senso civile'. Il libro vuole dire proprio questo. Nel 1974, l'introduzione del finanziamento pubblico ai partiti venne motivata dai grandi scandali dell'inizio degli anni '70: gli scandali dei petroli, dei tabacchi, delle banane e poi, subito dopo, ci fu lo scandalo Lockheed. Con questi scandali, dissero allora i tesorieri dei partiti, le forze politiche avevano ottenuto miliardi di tangenti. Dopo un dibattito politico molto lungo, i partiti avevano pensato di trovare la medicina agli scandali di quegli anni. Invece non fu così.   Anche io ero favorevole alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Ma io stesso mi sono ricreduto”.
Chi si oppose alla nascita del finanziamento pubblico?
“Ho letto tutti i dibattiti che precedettero l'introduzione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. L'unico gruppo parlamentare che si oppose fu quello del Partito liberale italiano. Il Pli non si oppose solo perché – come dissero – 60 miliardi all'anno erano una spesa assurda per la crisi che viveva lo Stato italiano. Inoltre, il Pli aveva previsto – e aveva ragione – che i partiti si sarebbero trasformati in una sorta di appendice parassitaria dello Stato, sarebbe diminuita la militanza nei partiti politici, l'apporto economico dei cittadini alla politica, la trasparenza dei bilanci dei partiti politici, che si sarebbero trasformati in oligarchie. Le cose sono andate così”.
Quali sono le proposte del vostro libro?
“Abbiamo constatato che nell'ultimo anno sono stati scritti circa 1300 articoli sui costi della politica. Tuttavia, l'argomento è stato affrontato male ed in maniera folkloristica. I giornalisti si sono occupati di quanto costa la sogliola al ristorante del Senato, il merluzzo in quello della Camera. Invece, il nucleo fondamentale dei costi della politica -  che vanno separati dai costi della democrazia, che sono sacrosanti – è che questi sono determinati  dal finanziamento pubblico ai partiti. Le cifre spese per finanziare i partiti politici non sono servite a migliorare la nostra democrazia e a rendere più trasparente la politica”.

I fondi destinati dal ministero dell'Interno alle associazione combattentistiche

A partire dal 1996, gli stanziamenti destinati ai contributi da erogarsi agli enti combattentistici sottoposti alla vigilanza del Ministero dell’interno, ai sensi del D.P.R. 27 febbraio 1990, sono confluiti in un apposito capitolo (2309) dello stato di previsione del Ministero. Ciò è avvenuto per effetto delle disposizioni di cui ai commi da 40 a 44 dell’art. 1 della L. 549/1995 (collegata alla manovra di finanza pubblica per il 1996), che hanno disposto l’iscrizione in un unico capitolo degli importi dei contributi dello Stato in favore di enti ed istituti vari (elencati in apposita tabella) e la quantificazione annuale della dotazione dei predetti capitoli nella tabella C della legge finanziaria.
Il comma 40 ha inoltre previsto che il riparto dei contributi tra gli enti sia annualmente effettuato, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di bilancio, con decreto di ciascun ministro, di concerto con il ministro del tesoro, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti.
Alle Commissioni sono inviati i rendiconti annuali dell’attività svolta dai suddetti enti, prevedendosi altresì che gli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria, che non hanno fatto pervenire alla data del 15 luglio di ciascun anno il conto consuntivo dell’anno precedente da allegare allo stato di previsione dei singoli ministeri interessati, sono esclusi dal finanziamento per l’anno cui si riferisce lo stato di previsione stesso. Queste ultime previsioni non sono state riprodotte nell’art. 32 della L. 448/2001 (legge finanziaria 2002) che ha riproposto, per il resto, il meccanismo della L. 549/1995, senza peraltro abrogarne le disposizioni.  Il citato art. 32 ha stabilito che gli importi dei contributi previsti da leggi dello Stato in favore di enti, istituti, associazioni, fondazioni ed altri organismi, elencati nella tabella 1 allegata alla medesima legge (incluse, tra questi, le associazioni combattentistiche sottoposte alla vigilanza del Ministero dell’interno) siano iscritti in un’unica unità previsionale di base (U.P.B.) nello stato di previsione di ciascun Ministero interessato.
Il riparto tra gli enti destinatari delle risorse stanziate su ciascuna di tali U.P.B. è effettuato ogni anno dal ministro competente, con proprio decreto, di concerto con il ministro dell’economia, “intendendosi corrispondentemente rideterminate le relative autorizzazioni di spesa”. Sullo schema del decreto di ripartizione è prevista l’espressione del parere delle competenti Commissioni parlamentari.
Il successivo co. 3 ha stabilito che la dotazione di ciascuna delle U.P.B. sia quantificata annualmente dalla legge finanziaria (in tabella C).

I contributi in favore delle associazioni combattentistiche

Per garantire il sostegno alle attività di promozione sociale svolte dalle associazioni combattentistiche, sin dagli anni ‘80 sono stati approvati provvedimenti legislativi diretti ad erogare a tali associazioni i necessari contributi finanziari.
In particolare, la L. 93/1994 aveva autorizzato uno stanziamento di 6 miliardi di lire per ciascuno degli anni 1994, 1995 e 1996, per l’ erogazione di contributi alle associazioni combattentistiche elencate in tabella allegata e nella misura ivi indicata. Successivamente, per assicurare alle predette associazioni ulteriori finanziamenti, la L. 205/1998 ha autorizzato (art. 2) l’erogazione di contributi per complessivi 1.462 milioni di lire nel 1998 e 731 milioni annui nel 1999 e nel 2000.Il relativo riparto è effettuato con decreto ministeriale, secondo le già richiamate modalità di cui alla L. 549/1995;l’art. 2 della L. 61/2001 aveva, poi, disposto che il Ministro dell’interno, con proprio decreto da emanarsi con le modalità di cui alla citata L. 549/1995, ripartisse tra le associazioni combattentistiche sottoposte alla propria vigilanza – e indicate in allegato alla precedente L. 93/1994 – contributi per un importo complessivo di 731 milioni di lire (pari a 377.530 euro) per ciascuno degli anni 2001, 2002 e 2003, provvedendo in tal modo al “sostegno delle attività di promozione sociale e di tutela degli associati” svolte da tali associazioni. Il suddetto provvedimento è stato successivamente abrogato dall'art. 2268, comma 1, n. 992, D.Lgs. 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell'ordinamento militare).
Successivamente è intervenuta la L. 92/2006, il cui art. 2 (unico articolo non abrogato dal citato D.Lgs. 66/2010) ha autorizzato il finanziamento da parte del ministro dell’interno, per il triennio 2006-2008, delle attività di promozione sociale e di tutela degli associati svolte dalle associazioni combattentistiche di cui alla L. 93/1994 sottoposte alla propria vigilanza. Il finanziamento, pari a 400.000 euro, per ciascun anno del triennio, è corrisposto, con le modalità previste dalla L. 549/1995. Dall’anno 2009 la legge in argomento non è stata rifinanziata.
Un finanziamento specifico, che si somma a quello previsto dalle norme illustrate, è stato autorizzato per l’Associazione nazionale vittime civili di guerra, ricompresa tra i destinatari del contributo per le associazioni combattentistiche, e iscritto nello stato di previsione del Ministero dell’interno. Il co. 113 dell’art. 1 della legge finanziaria 2005 (L. 311/2004) ha disposto un contributo annuo di 250.000 euro a favore di tale associazione. Successivamente, l’art. 11-quaterdecies, co. 10, del D.L. 203/2005 (conv. dalla L. 248/2005) ha elevato il finanziamento, che è divenuto complessivamente pari a 400.000 euro, specificando che esso deve essere inteso come contributo statale annuo ordinario. Tale somma, appostata nel cap. 2961 dello stato di previsione del Ministero dell’interno, non è oggetto del decreto annuale di riparto in quanto destinata per legge esclusivamente all’Associazione nazionale vittime civili di guerra.

Contenuto

Gli schemi di decreto ministeriale n. 432 e 433 riguardano l’erogazione di contributi, per l’anno 2011, in favore delle associazioni combattentistiche vigilate dal Ministero dell’interno, sulla base delle istanze avanzate dalle associazioni interessate, a valere sulle risorse iscritte nello stato di previsione della spesa del medesimo dicastero al cap. 2309 (Somma da erogare a enti, istituti, associazioni, fondazioni ed altri organismi) – piano gestionale 1 e al cap. 2309 – piano gestionale 2.
Destinatari della ripartizione dei contributi sono le seguenti associazioni: Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti; Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti; Associazione nazionale vittime civili di guerra.
Per l’anno 2011, tali associazioni, come evidenziato dalle relazioni allegate agli schemi in esame, hanno presentato la richiesta di contributi, che costituisce il presupposto per l’assegnazione degli stessi.
L'ANED (Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti) è una associazione senza fini di lucro, eretta ente morale con D.P.R. 5 novembre 1968. I suoi aderenti sono i sopravvissuti allo sterminio nazista e i familiari dei caduti nei lager.
La presidenza e la segreteria nazionale dell'associazione hanno sede a Milano; esistono sezioni in diverse città italiane.
Secondo lo statuto, gli scopi dell'ANED sono:
§ riunire in fraterna solidarietà i deportati italiani e i familiari dei caduti;
§ avviare a concreta realizzazione il testamento ideale dei caduti;
§ valorizzare in campo nazionale e internazionale il grande contributo dei deportati alla causa della resistenza e affermare gli ideali perenni di libertà, di giustizia e di pace.
L'associazione inoltre “considera suo dovere far conoscere la storia della deportazione soprattutto ai giovani, ai quali è affidata la difesa della libertà e della democrazia”.
L'associazione pubblica un giornale, Triangolo Rosso; cura la pubblicazione di studi e ricerche sulla deportazione e aggiorna periodicamente l'edizione di alcune mostre fotografiche. I soci, nel limite del possibile, sono disponibili per incontri e testimonianze nelle scuole e ovunque la loro presenza sia richiesta.
L'ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti) è un’organizzazione senza fini di lucro con sede in Roma, istituita con questo nome nel 1954. Nel 1975 viene riconosciuta come associazione con il D.P.R. 27 ottobre 1975, n. 987.
Gli scopi dell’associazione, come indicati nello statuto, sono quelli di riunire i perseguitati politici antifascisti italiani, di agire per la realizzazione delle loro rivendicazioni materiali e morali, di combattere forme di rinascente fascismo e di divulgare i valori della Costituzione repubblicana.
L'ANVCG (Associazione nazionale vittime civili di guerra), eretta in ente morale con D.C.P.S. 19 gennaio 1947, è stata confermata ente morale di diritto privato con D.P.R. 23 dicembre 1978 e sottoposta alla vigilanza del Ministero dell’interno ai sensi del D.P.R. 27 febbraio 1990.
L'ente ha il compito di rappresentare e tutelare gli invalidi civili per fatto di guerra e i congiunti dei caduti civili per causa bellica; è presente sull'intero territorio nazionale, con sezioni periferiche in ogni capoluogo di provincia ed una sede centrale a Roma.
Le funzioni istituzionali dell’Associazione si esplicano nei confronti di tutti gli appartenenti alle categorie rappresentate, a prescindere dalla loro formale iscrizione. Nel 2005 l'Associazione ha assunto la qualifica di ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale).
La funzione di tutela nei confronti delle categorie rappresentate si concretizza nei seguenti servizi:
§ assistenza per tutte le domande di pensione di guerra diretta e indiretta e di assegni accessori (istanze di prima concessione, di riversibilità, di aggravamento, di rivalutazione, richiesta della 13ª mensilità ecc.)
§ assistenza per i ricorsi in materia di pensioni di guerra al Ministero del Tesoro e alla Corte dei Conti;
§ assistenza e informazione sui diritti degli invalidi di guerra in campo sanitario;
§ informazione sul collocamento obbligatorio a favore delle categorie protette (invalidi di guerra, orfani e vedove di guerra, figli dei grandi invalidi);
§ assistenza e informazione sui benefici previdenziali a favore degli invalidi, vedove e orfani di guerra;
§ assistenza e informazione su tutti gli altri diritti che la legislazione riconosce agli appartenenti alle categorie rappresentate;
§ presenza con propri rappresentanti in commissioni od organismi di controllo (commissioni mediche per le pensioni di guerra, commissioni del collocamento obbligatorio ecc.);
§ promozione e proposizione attraverso gli organi istituzionali competenti di provvedimenti legislativi e amministrativi e di altre iniziative tesi ad elevare le condizioni morali, culturali e materiali delle vittime civili di guerra e dei loro congiunti;
§ pubblicazione di una rivista informativa, dal titolo "Solidarietà", che viene inviata gratuitamente a tutti gli associati.
Accanto questo compito primario, lo statuto dell'A.N.V.C.G. indica come altri scopi dell'ente la promozione della cultura della pace, la valorizzazione del ricordo dei Caduti e il rafforzamento della solidarietà nei confronti di tutti i civili colpiti dalle vicende belliche.
Nella relazione illustrativa del primo dei due schemi di decreto (432), relativo al Piano gestionale 1, si ricorda che lo stanziamento inizialmente previsto per l'anno 2011, pari ad euro 40.500,00, è stato oggetto di un taglio pari ad euro 5.245,00 ai sensi dell'art. 1, comma 13 della legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità 2011) e di euro 17,00 in applicazione del decreto legge n. 225/2010 (cosiddetto decreto milleproroghe), convertito dalla legge n. 10/2011. Pertanto, a fronte dei suesposti tagli, l'importo disponibile sul piano gestionale 1 del cap. 2309 ammonta ad euro 35.238,00, che nell'allegato schema di decreto di concerto tra il Ministro dell'Interno e il Ministro dell'Economia e delle Finanze viene ripartito tra le associazioni vigilate secondo i criteri applicati negli anni precedenti, sopra accennati, non essendosi sostanzialmente discostata neppure la proporzione del numero degli iscritti delle singole associazioni (nell'anno 2011 rispettivamente: 30.119 iscritti per l'Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra; 3.600 per l'Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti; 2.176 per l'Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti).
Il riparto proposto dallo schema di decreto in esame,a fronte delle riduzioni anzidette, è riassunto nella tabella che segue:
Destinatario
Contributo
2010
Contributo
2011
Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (ANED)
4.090,60
3.523,00
Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA)
4.908,72
4.229,00
Associazione nazionale vittime civili di guerra (ANVCG)
31.906,68
27.486,00
Totale
40.906
35.238,00
Il secondo dei due schemi di decreto in esame (433) fa riferimento al Piano gestionale 2, con l’annotazione, nell’ambito della relazione illustrativa, secondo la quale al cap. 2309, per l’anno 2011, è attribuita la somma di 1.994.835 euro destinata alle associazioni combattentistiche vigilate dal Ministero dell’interno.
Si ricorda, a tal proposito, che l’art. 2, co. 250, della L. n. 191/2009 (Finanziaria 2010), in merito alle risorse destinate a misure di particolare rilevanza sociale di cui all’ultima voce dell’elenco 1 allegato alla disposizione de qua,compresi dunque i contributi in favore delle associazioni combattentistiche, prevede la destinazione delle residue disponibilità del Fondo ivi richiamato attraverso una contestuale ripartizione tra i singoli Ministeri mediante decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri previo parere delle Commissioni parlamentari competenti. In attuazione di tale disposizione è stato emanato il DPCM 19 marzo 2010.
Per il corrente esercizio finanziario, sul capitolo 2309 piano gestionale 2, lo stanziamento inizialmente previsto, pari ad euro 2.291.594,00, è stato oggetto di un taglio pari ad euro 296.759,00 in seguito all'applicazione dell'art. 1,comma 13 della legge 13 dicembre2010, n. 220(legge di stabilità2011) a seguito del quale l'importo disponibile sul piano gestionale 2 del capitolo 2309 ammonta ad euro 1.994.835,00.
 Il riparto proposto dallo schema di decreto in esame, a seguito dei suddetti tagli, è riassunto nella tabella che segue:
Destinatario
Contributo
2010
Contributo
2010
Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (ANED)
254.621.50
199.483,50
Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA)
305,546
239.380,20
Associazione nazionale vittime civili di guerra (ANVCG)
1.986.048
1.555.971,30
Totale
2.546.216
1.994.835

Cosa succede all'ACI?

Ente
Carica di riferimento e
titolari
Controllo parlamentare
previsto
Data scadenza
Procedura di nomina
Automobile
Club d'Italia
ACI
Presidente:

Enrico Gelpi
Parere parlamentare ai sensi dell'art. 1 della L. n. 14/1978
21/02/2012

Eletto dall'Assemblea dell'ente e nominato con D.P.R. su proposta del Presidente del Consiglio d'intesa con il Ministro dello sviluppo economico


Il 21 febbraio 2012 verrà a scadenza il mandato di Enrico Gelpi a presidente dell'Automobile Club d'Italia ACI. Gelpi era stato eletto dall'assemblea dell'ACI il 5 dicembre 2007 a seguito delle dimissioni rassegnate dal suo predecessore Franco Lucchesi il 12 settembre 2007. La nomina di Gelpi era stata deliberata dal Consiglio dei ministri in data 14 febbraio 2008 e successivamente perfezionata con l'emanazione del D.P.R. del 21 febbraio 2008, adottato su proposta del Presidente del Consiglio d'intesa con il Ministro dello sviluppo economico.
Si osserva peraltro che il 1° dicembre 2011 l'Assemblea dell'ACI ha eletto Angelo Sticchi Damiani nuovo presidente dell'ACI, la cui nomina, alla scadenza del mandato di Gelpi, dovrà essere quindi formalizzata con D.P.R. su proposta del Presidente del Consiglio d'intesa con il Ministro dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti.
L'Automobile club d'Italia ACI, eretto in ente morale con R.D. 14 novembre 1926, n. 2481, è stato posto sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri dal D.P.R. 8 settembre 1950 n. 881, che ha approvato e reso esecutivo il nuovo Statuto dell'ente tutt'ora in vigore.
Ai sensi dell'articolo 1 dello Statuto, l'ACI è la Federazione associativa degli Automobile Club regolarmente costituiti. Qualificato come ente pubblico non economico senza scopo di lucro, tutela gli interessi generali dell’automobilismo italiano, del quale promuove e favorisce lo sviluppo, rappresentandolo presso la Fédération Internationale de l’Automobile - F.I.A e presso il CONI.
Per conto dello Stato l'ACI gestisce, attraverso i propri uffici provinciali, il pubblico registro automobilistico (PRA), mettendo a disposizione delle forze dell'ordine e delle amministrazioni pubbliche le informazioni ivi presenti per finalità fiscali, patrimoniali, ambientali, di studio e di ricerca. L'ACI altresì riscuote e controlla l'imposta provinciale di trascrizione e le tasse automobilistiche.
Sono organi dell’ACI l’assemblea, il consiglio generale, il comitato esecutivo, il presidente, la Commissione sportiva automobilistica italiana (CSAI) ed il collegio dei revisori dei conti.
Il presidente dell’ACI è eletto dall’Assemblea ed è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, d’intesa col Ministro dello sviluppo economico. Dura in carica quattro anni e può essere confermato. Presiede il comitato esecutivo ed il consiglio generale, organo di esecuzione delle deliberazioni dell’Assemblea, che durano in carica per il medesimo quadriennio di validità dell’incarico del Presidente.