martedì 25 agosto 1992

Paolo VI: una lettera non cambia la storia

Così la stampa cattolica
“Voce Repubblicana” del 25 agosto 1992
Di Lanfranco Palazzolo
(A destra Giovanni Montini nel 1944 con Vittorio De Sica)

Alcune settimane fa è apparso su uno dei più coraggiosi settimanali cattolici della Sicilia, “Prospettive”, un articolo nel quale si auspica la prossima beatificazione di Paolo VI. Il settimanale catanese sottolinea l'importanza del magistero di Papa Montini. Sugli sviluppi che il pontefice ha dato al Concilio Vaticano II° aperto da Giovanni XXIII°. Ecco come il giornale siciliano sostiene l'inizio della causa di beatificazione di Paolo VI “Introdurre la causa di beatificazione significa por mano ad un compito assai arduo: la valutazione delle virtù ‘in grado eroico’ e di un magistero che ha avuto la durata di quindici anni....”. Proprio il giorno dopo, un altro periodico della stampa cattolica ha evidenziato una notizia di tutt'altro tono. Il bisettimanale Adista ha infatti pubblicato una lettera di Paolo VI quando ancora non era stato eletto al Soglio Pontificio, riprendendola dal periodico francese “Golias”, che sta conducendo in Francia un'inchiesta sui rapporti tra il clero francese e il governo fantoccio di Vichy nato durante l’ultima guerra ad opera dei nazisti. La lettera è indirizzata a Mons. Giuseppe De Bernardi, vescovo di Pistoia e di Prato nel 1947. In questa breve epistola l’allora segretario di Stato Vaticano Montini, pregò il vescovo di “vigilare” su di un processo che si sarebbe tenuto, di li a pochi giorni, a Pistoia nei confronti di Carlo Scorza: figura di secondo piano del fascismo, fu tenace avversore durante il ventennio, dell'Azione cattolica e responsabile dell'aggressione contro il deputato Giovanni Amendola, che mori a causa di quelle percosse alcuni mesi dopo. La figura di Giovanni Amendola è stata invece una tra le più importanti del mondo laico che si affacciò dopo la Prima guerra mondiale verso la triste esperienza del fascismo. Amendola fu tenace assertore della partecipazione dei cattolici alla vita politica del paese, votò a favore dei Patti Gentiloni, prima della guerra, e fu ha coloro che tentarono di creare un fronte di “Unione Democratica” contro il fascismo. Scorza era dunque accusato di questa aggressione in qualità di responsabile ideale, poiché era stato lui ad assicurare Amendola che nessuno lo avrebbe disturbato in quei giorni. Il motivo della polemica nasce dal commento che l'agenzia di stampa “Adista”, pubblicando la lettera del segretario di Stato Vaticano Montini, accompagna alla pubblicazione della lettera. Stupisce soprattutto il giudizio che la rivista rivolge a Montini. Le accuse sono del tutto infondate e basta leggere il documento per capire che le intenzioni del futuro pontefice erano tutt'altro che rivolte a favorire l'imputato. L'opinione di “Adista” è invece questa: “Quel processo nonostante la ‘raccomandazione’ del braccio destro di Papa Pacelli non andò affatto “bene”: aperto il 24 marzo del '47, si concluse il 23 maggio dello stesso anno con la condanna a 30 anni di reclusione per 6 dei 18 squadristi imputati”. Due anni dopo ci fu l’amnistia firmata dal ministro della Giustizia Togliatti, e in ricorso Scorza riuscì a farla franca. Furono cancellate le aggravanti e poco dopo l'ex segretario del P.n.f. fu di nuovo libero. “Adista” insinua questo: “Carlo Scorza fu debitore dell'interessamento Vaticano? Facilmente non lo sapremo mai. Cosa scrisse di tanto e compromettente il Segretario di Stato Vaticano? Un passo della lettera chiarirà le idee a molti “La famiglia dello Scorza, che ritiene l'imputato estraneo al fatto delittuoso dell'aggressione dell'Amendola, crede di poterne crede di poterne documentare ampiamente nel processo l'innocenza, ma nutre in proposito delle preoccupazioni, temendo che ragioni di carattere politico possano contribuire a turbare la serena oggettività del dibattito”. Conoscendo meglio i risvolti negativi di quegli anni possiamo considerare più che,i giustificate le paure dei familiari di Carlo Scorza. E' abbastanza evidente come Montini non chieda di alterare il processo, ma di fare in modo che questo. si svolga Senza condizionamenti esterni. Proprio per questo motivo non si può affermare che questa sia una lettera di raccomandazione. L'unica “raccomandazione” che si intuisce è che giustizia sia fatta senza condizionamenti esterni. Risentito dalla pubblicazione di questa lettera, il settimanale della diocesi di Pistoia “La Vita” ha pubblicato un articolo di protesta nel quale viene accusato il bisettimanale “Adista” di strumentalizzazione. Il periodico toscano non contesta la pubblicazione della lettera che rappresenta pur sempre un documento interessante, ma non condivide l’interpretazione che l'agenzia di informazione cattolica fornisce del documento: “Fin qui i fatti ricordati da ‘Adista’. Ma è sull'interpretazione, lascia chiaramente trasparire dalla presentazione dello ‘scoop’ giornalistico che nascono dei dubbi motivati”. Il giornale toscano non accetta le accuse che sono state fatte al Vaticano, descritto come protettore dei nazifascisti: “Ora gli storici più seri, e non guidati da ideologie e per di più a senso unico, hanno già dimostrato come l’interessamento della chiesa per questi uomini fu dettato dalla carità che la spinse a soccorrere chi in quel momento era perseguitato, senza distinzione di colore politico”. Lo spirito della lettera scritta da Paolo VI è in queste parole. Di conseguenza è difficile trovarsi d'accordo con coloro che pretendono di poter accertare la verità partendo da posizioni pregiudiziali come forse ha fatto “Adista”. La pubblicazione di questa lettera non modificherà in alcun modo il giudizio storico emesso su Paolo VI e non influirà sul suo futuro processo di beatificazione. Ma quest'ultima considerazione non spetta certo a noi.

giovedì 6 agosto 1992

Dc incompatibile

Così la stampa cattolica
Di Lanfranco Palazzolo
“Voce Repubblicana” del 6 agosto 1992
(A sinistra il segretario della Dc Arnaldo Forlani)

LA COMPLESSA situazione politica che il nostro paese sta attraversando, lascia in molti sconcerto e dubbi sulla reale capacità dell'attuale classe politica al governo di affrontare le emergenze degli ultimi anni. Il momento è senza dubbio delicato, in questo scenario emergono due forze, due schieramenti che vogliono risolvere i problemi italiani in termini diversi. Anche la storia è costellata di dualismi, per risolvere i problemi ci sono sempre due strade. Maurice Duverger nel suo libro “I partiti politici” pubblicato negli anni Sessanta scriveva: “Attraverso la storia, tutte le grandi lotte di fazione furono dualiste: armagnacchi e borgognoni, guelfi e ghibellini, cattolici e protestanti girondini e giacobini. Ogni qualvolta l’opinione pubblica viene posta dinnanzi a grandi problemi, essa tende a catalizzarsi intorno a due poli opposti. Il movimento naturale della società è incline al bipartitismo”. Questa dicotomia sembra oggi riproporsi all’interno delle molte forze politiche presenti in Italia. I segnali più chiari in questo senso vengono dalla democrazia cristiana, vittima in questo ultimo periodo di forze contrapposte. All'indomani della formazione dell'ultimo governo sono stati in molti a salutare con la loro approvazione la proposta di incompatibilità voluta dai vertici del partito. I giornali e le riviste cattoliche hanno identificato questo gesto come un atto di buona volontà per il futuro che si prospetta sempre più difficile. E per la prima volta, dopo mesi, la Dc è riuscita a coagulare attorno a sé i consensi della maggioranza della stampa cattolica. Non si tratta di un approvazione incondizionata, quanto di un piccolo incoraggiamento per continuare su questa strada. Il settimanale cattolico “L'Ortobene” di Nuoro come molti altri periodici della stessa tendenza è favorevole alla piccola svolta “Il principio dell'incompatibilità sostenuto dalla Dc, quale che sia il giudizio sul piano strettamente giuridico, assume uno straordinario significato politico. Non solo i cittadini hanno approvato. Ma ora anche gli altri partiti ne riconoscono la validità. Noi speriamo che sia solo l'inizio di un profondo rinnovamento che investa l'intera Dc”. I giudizi sono cauti, anche perchè sono noti a tutti i Problemi di divisione che ci sono all'interno del partito. Ma il rinnovamento del paese e della classe politica si gioca anche su altri temi. Ecco cosa scrive su questo argomento l'on. Torchio sul “Nuouo Torrazzo” di Crema: “In un periodo di grandi sacrifici richiesti al paese è importante il segnale dell'incompatibilità tra mandato ed incarico ministeriale, senza però dimenticare l'incompatibilità con la dirigenza nei partiti. Ha un valore l'azzeramento dei tesseramenti dubbi ed inquinati, ma è soprattutto il riconoscimento della necessita di una rigenerazione sostanziale della vita politica italiana. Il parlamentare democristiano ha ragione quando afferma che è ora di fare chiarezza dentro i partiti. E’ indispensabile una nuova politica oltre ad un necessario chiarimento tra le forze politiche. Il rigetto della “vecchia guardia” resta uno dei punti fermi di questo rinnovamento. “L'Unione Monregalese su questo tema è molto chiara: “E dà il piacere dell'impossibile vedere il divo Giulio finalmente libero dopo 45 anni di impegni governativi; e sapere che non ci sarà più l'ineffabile Cirino pomicino, né Prandini, nè Tognoli...”. Quel grande uomo di Stato che fu Vittorio Bachelet, parlando dei problemi italiani sostenne che l'impegno per la ripresa doveva essere duro e non casuale, fondato davvero su di un severo impegno: “I cristiani sanno bene che non c'è azione politica feconda se non è sostenuta da un disegno e da una continua elaborazione culturale e da un radicamento nella realtà”. Oggi ci rendiamo conto che sia l'elaborazione culturale che il radicamento nella realtà mancano completamente. Sono assenti quando ai cittadini è impedito di partecipare alla vita politica di un partito. Un altro parlamentare Dc, l'on. Vito Scalia, ha scritto recentemente una lettera aperta al settimanale cattolico di Catania “Prospettive”, indicando i problemi della Dc etnea. In questa interessante lettera sono criticati i criteri di gestione del tesseramento controllato negli ultimi mesi da un commissario inviato da Roma, l'on. Nicola Sanese: “Fin dalla sua nomina, il commissario si è distinto per la pervicacia con la quale ha tentato di proporre ed imporre la più grave delle vulnerazioni possibili: quella della libera e personale, volontaria adesione di qualsiasi libero cittadino della Repubblica italiana”. A queste gravi critiche segue un interessante prospetto nel quale sono elencate le quote azionarie delle varie correnti locali per il prossimo congresso della Dc. Cosa significa tutto questo? E' presto detto, dove i partiti voltano le spalle alla società civile, di cui dovrebbero far parte, il rinnovamento rimane sempre circoscritto nei limiti dell'utopia. Le dimissioni dell'on. Scotti dalla carica di ministro degli Esteri per non sottostare alla regola dell'incompatibilità, hanno gettato altre ombre sulla reale capacità del primo partito politico italiano di rigenerarsi. Anche il ritiro delle dimissioni di Forlani è stato oggetto di grosse preoccupazioni in seno alla stampa cattolica. Ecco come la direzione de “Il Nuovo Torrazzo” di Crema: “Ciò che temevo è successo Forlani ha ritirato le dimissioni. Lasciamo perdere le nobili motivazioni che lo hanno spinto prima al gesto di abbandono e poi a rimangiarsi la parola. Ciò che conta è il senso politico della decisione... Pare che le correnti democristiane non riescano a mettersi d'accordo su un nome nuovo”. Molto Più duro è stato il commento di “Avvenire” sulle dimissioni di Scotti: “Ha poco senso domandarsi quale futuro politico attende l'on. Scotti...In un paese responsabile, in un partito serio, su personaggi siffatti è giusto e auspicabile che cali la tela”. Forse sarebbe meglio calarla su una Parte del partito che dimostra ancora la vitalità necessaria ad imbrigliare il Processo di rinnovamento.

mercoledì 22 luglio 1992

Assistenzialismo da superare, ma la Chiesa?

Così la stampa cattolica
Voce Repubblicana del 22 luglio 1992
Di Lanfranco Palazzolo

QUANDO LO scorso anno fu pubblicata l’enciclica papale “Centesimus annus” i commenti sul documento vaticano furono molto entusiasti. Dietro quella scia di emozione vi fu chi parlò, forse frettolosamente, di una rapida convergenza tra religione ed economia. Questo binomio, secondo la dottrina, avrebbe dovuto fondersi intorno al duemila. La fine del comunismo è stata il punto di partenza per avviare un nuovo discorso della Chiesa sull'impegno sociale, inizialmente c'è stato il ritorno delle “Settimane sociali” nelle quali la Chiesa ha inteso dare fondamento alla propria azione tramite l'approfondimento degli argomenti più importanti del momento. Questo nuovo atteggiamento ha fatto nascere nuovi dibattiti per il futuro dell'Europa sociale dopo la fine dei regimi dell'Est. La stessa ansia è condivisa dal professor Ralf Dahrendorf il quale ha manifestato le sue perplessità di fronte all'abbandono delle politiche sociali dopo gli eventi dell'89. La Chiesa, di fronte a questi fatti, si è posta non come la vincitrice del comunismo, che del resto si è sconfitto da solo, ma come se gli impegni per costruire una nuova società dovessero moltiplicarsi per aprire la strada ad un nuovo capitolo della realtà sociale. Il viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia dopo la nascita della democrazia, ne è un esempio. Il Papa non si è presentato come il trionfatore, ma ha rivolto appelli affinché il futuro che si presenta pieno di incognite riservi ai polacchi e agli europei un domani migliore. La stampa cattolica e la Chiesa sono molto attenti a queste problematiche. Alla fine di giugno le Acli hanno tenuto a Brescia un convegno sulla situazione dello stato sociale in Italia, in vista della futura integrazione europea. “La Voce del popolo” di Brescia ha riportato un resoconto su questo incontro delle Acli lombarde. Ebbene secondo il vice presidente dell'organizzazione causa della pessima situazione sociale in cui versa il nostro paese è da ricercarsi solo nella corsa sfrenata al profitto “Non si può continuamente colpevolizzare lo stato sociale additandolo quale principale responsabile del disavanzo del bilancio dello Stato, nonché delle inefficienze generali del nostro paese, né si può presentare la privatizzazione come il rimedio a tutti gli sprechi”. Nelle parole di Domenico Lucà vi sono delle imprecisioni quando analizza lo stato delle cose; in Italia non esiste uno stato sociale, esso è stato sostituito da un assistenzialismo del quale le Acli dovrebbero ricordare le origini. Il bisogno di rinforzare questo tipo di garanzie non è sfuggito alla Conferenza episcopale italiana (Cei) che ha pubblicato il 30 grugno un breve ma esauriente documento sulla situazione italiana. In prima fila il problema sociale che rappresenta il nodo centrale del documento “Siamo consapevoli che l'Italia sta attraversando un periodo particolarmente critico e travagliato, per le numerose e profonde crisi da cui è investita. L'unità sociale del paese è minacciata da una progressiva forza di disgregazione e di conflittualità, che divide e contrappone, le istituzioni, i partiti politici al loro interno e tra loro, genera individualismi esasperati e chiusure particolaristiche...La moralità e la legalità sono messe a durissima prova e spesso vengono calpestate per il degrado dei valori umani e sociali”. Il professor Giorgio Campanini, uno dei più importanti intellettuali cattolici del nostro tempo, rivolge alla Chiesa una critica molto dura “A mio avviso questa è una Chiesa che non pensa abbastanza. Mi spiego: non pensa abbastanza, e mi è consentito come sana critica interna, come episcopato che forse è troppo preso da problemi concretissimi e urgenti, non accompagna l'azione pastorale con una riflessione attenta che richiede anche il contributo di uomini di scienza e di intellettuali. Una Chiesa, specialmente la Cei, che non elabora cultura...”. Questa dichiarazione uscita su “La Vita Trentina” alcuni giorni prima della pubblicazione del documento episcopale è tuttora valida. Alcuni giorni fa il cardinale della diocesi di Napoli, monsignor Giordano, si è recato in visita ai cantieri dell'Ansaldo per esprimere il suo rammarico per la crisi del lavoro in Campania. Ecco come il settimanale “La Nuova stagione” riporta le dichiarazioni del cardinale dopo la visita all'Ansaldo: “Rivolgo un forte appello alle partecipazioni statali, affinché incrementino la propria presenza nel capoluogo campano”. Proprio queste parole di impegno ma di scarsa aderenza alla realtà (cosa possono garantire oggi le partecipazioni statali?) so no il sintomo che la Chiesa potrebbe fare di più per comprendere alcuni aspetti della realtà. Un altro esempio: i vescovi piemontesi si sono riuniti lo scorso mese, oggetto della discussione era “la crisi del lavoro” nella regione. Le conclusioni sono state queste: “I vescovi seguono attentamente lo svolgersi della situazione, invitando la comunità a farsi carico, nella preghiera e nella solidarietà dei gravi problemi occupazionali che investono il territorio e si impegnano, quanto prima, a ritornare con un documento, a riflettere su questi problemi che intaccano la stabilità sociale paese. Gli obiettivi da raggiungere vanno perseguiti tra laici e cattolici. Quando i vescovi annunciano che non si può restare inerti è necessario che l'appello sia raccolto e rivolto a tutti e che contempli anche la soluzione, la carità non può essere solo patrimonio della comunità cristiana, come sostiene mons. Tettamanzi su “La Voce Isontina”, ma patrimonio di tutti, anche dei laici.

venerdì 10 luglio 1992

Tra guerre di religione e pacifismo

Così la stampa cattolica
Voce Repubblicana del 6 luglio 1992
Di Lanfranco Palazzolo

NON AVREMMO immaginato poco più di un anno fa, dopo la guerra del golfo, di assistere quasi impotenti ad un conflitto combattuto ai nostri confini e di accettare la realtà di questo orrore tra le notizie di tutti i giorni. “Questa non è una guerra civile e ancor meno di religione, ma di conquista: per il petrolio della Slavonia e per il mare della Croazia. Sono le parole di monsignor Oblak arcivescovo di Zara una delle città colpite dagli orrori di questa strage. Perchè, ci chiediamo oggi, tanta indifferenza davanti a questa carneficina, davvero nessuno si muove per la ex Yugoslavia? In Italia sono molti ad impegnarsi affinché la guerra cessi al più presto, le iniziative sono tante ed a saperlo sono davvero pochi intimi. Il movimento pacifista è dato per morto e la confusione su questo argomento è grande come dimostrano le polemiche di questi giorni sui quotidiani nostrani. Da una parte vi sono coloro che ritengono il pacifismo legato solo alla sinistra, chi lo rimpiange e chi lo dà per scomparso definitivamente. La polemica è iniziata con Walter Veltroni, è proseguita con Enzo Bettiza ed è terminata con Miriam Mafai. Il più duro di tutti è stato Bettiza, che ha individuato molti dei mali che affliggono il pacifismo più diffuso, ma si è dimostrato ingeneroso nei confronti delle associazioni cattoliche della Caritas, che, nelle diocesi hanno dato prova di grande impegno e di umana solidarietà. “Non è certo la prima volta – afferma Bettiza - che il pacifismo selettivo di tanti intellettuali laici e cattolici manchi di far sentire la sua voce pronta ad alzarsi in nome delle cause più spurie”. E', come avete potuto leggere, un'accusa molto dura che ha ricevuto una pronta risposta pur tra tante polemiche. Il vescovo di Molfetta Tonino Bello ha replicato a queste accuse sulle pagine di “Avvenire”. I toni sono simili a quelli di Bettiza: La scorrettezza intellettuale di chi riconduce questo epocale travaglio dell'umanità a patacche come l'antiamericanismo, è, nell'ipotesi migliore, uno degli indicatori più vistosi della enorme debolezza della nostra cultura rispetto alle inquietudini del nostro tempo. Nell'ipotesi peggiore è l'espressione di un costume degenere, che spara sul mucchio delle minoranze politiche per non guardare gli scheletri che stanno nei propri armadi di lusso”. Il lavoro e l'impegno dei cattolici italiani è molto importante in questo campo. Ogni diocesi ha sensibilizzato la pubblica opinione ad inviare doni e mezzi per i profughi che ne hanno bisogno. A Pavia, nonostante la crisi politica e gli scandali di cui si vocifera è stato organizzato un gemellaggio con una città vicino a Sebenico, dove sono stati consegnati aiuti e viveri. Dunque chi si impegna a favore della gente che soffre e per la pace c'è, non li troviamo più sulle piazze, nei cortei perchè si tratta di una forma di impegno basata su valori più concreti. Il settimanale diocesano “La Luce” di Varese analizza le cause di questo fenomeno che ha fatto svuotare le piazze: “Scontiamo qui la nostra ignoranza, un clamoroso difetto di strumenti di analisi per decifrare il nuovo problema che ci si squaderna davanti dopo la fine del vecchio mondo sanzionato a Yalta”. Questa volta molti si sono trovati spiazzati davanti ad una crisi imprevedibile della quale non hanno compreso le cause e si sono semplicemente rifiutati, in molti casi, di analizzare. Il nunzio apostolico a Zagabria si rifiuta di criminalizzare chiunque, per lui, come dichiara su “La Voce Isontina” in una intervista: “L'impegno per gli aiuti. c'è stato e deve continuare, gli aiuti vanno ai croati, ai serbi, ai musulmani. Questo non ha impedito comunque alla stampa cattolica di prendere posizione in molte circostanze. Il settimanale “La Luce” in un suo articolo “Arroganza serba al capolinea?” esclude che tutti i serbi siano i colpevoli di questa guerra e accusa i generali e la gerarchia di Milosevic della carneficina in atto nel paese. Anche tra molti dei cattolici più attivi sono rimasti dei dubbi sulla presenza effettiva dei pacifisti in questa “battaglia”. Padre Costa dichiara a “La Voce del Popolo” di Torino che il pacifismo ha dei grossi limiti “... Ora questi limiti credo stiano venendo alla luce, e dimostrano che la maturità per molti pacifisti è ancora molto lontana. La questione non deve esaurirsi soltanto alla parte esteriore del pacifismo ma convergere su altri temi. Il direttore del giornale “Il Foglio” E. Peyretti ha risposto che non è il caso di accanirsi contro i pacifisti: “Esiste un nucleo ristretto che opera a livelli più profondi e in modo più proficuo di un tempo. Il problema rimane sempre quello della pubblicità delle iniziative, nessuno se ne interessa. Sempre Peyretti ritorna su questo argomento ammonendo “in sostanza iniziative più serie e sostanziali di quelle di Marco Pannella, le uniche reclamizzate dalla grossa informazione, sono anche a conoscenza di chi critica il pacifismo”. Il dramma di questo paese così vicino e per molto tempo dimenticato è proprio in queste polemiche sapere tutto e lasciare che le cose seguano il loro corso consapevoli che stavolta non è necessario impegnarsi solo a parole ma anche con i fatti, perchè il dramma è di fronte ai nostri occhi. E non dobbiamo sfuggire alle nostre responsabilità.

giovedì 9 luglio 1992

Quel ruvido signore lombardo

Così la stampa cattolica
“Voce Repubblicana” del 9 luglio del 1992
di Lanfranco Palazzolo

PER ORA non sappiamo cosa avranno pensato in questi giorni i cittadini della Lombardia che durante le ultime elezioni politiche hanno deciso di abbandonare la Dc per affidare il loro voto alla Lega Lombarda. Siamo comunque certi che le polemiche sorte sulle parole del Papa, pronunziate nel discorso di Lodi, abbiano lasciato l'amaro in bocca a più di un leghista. E' opportuno innanzitutto ricordare quali sono state le parole del Papa che la Lega ha “incriminato” per comprendere se le accuse del professor Miglio e del senatore Bossi abbiano o meno un fondamento; ecco il passo del discorso che ha causato tante discussioni: “Il compito che vi attende, cari lodigiani, si prospetta esigente,m a in linea con il patrimonio morale e gli alti esempi sociali e civili che i vostri padri vi hanno lasciato in eredità. Evitate con cura gli scogli dei particolarismi territoriali, ideologici, di categoria ed affrontate uniti i problemi più ardui, ricercandone la soluzione in atteggiamento di reciproca fiducia e di leale collaborazione”. E'bastato questo passo del discorso di Giovanni Paolo II per scatenare l'ira degli uomini di punta del carroccio. II professor Miglio accusa apertamente il Papa di avere tenuto un discorso a favore della Dc e contro la creazione della provincia di Lodi, ma il peggio sarebbe venuto dopo con Ia proposta di uno sciopero fiscale e addirittura la minaccia di un nuovo scisma religioso, in linea con la politica medievale della Lega. I settimanali delle diocesi hanno seguito queste vicende dapprima con un certo stupore e successivamente con occhio molto critico nei confronti della politica leghista. Per il settimanale diocesano “La Voce” di Perugia si è trattato di una polemica fuori luogo, descrivendo Umberto Bossi come un "ruvido signore lombardo", sostenendo che la posizione di Giovanni Paolo II è in perfetta linea con i principi costituzionali italiani “Bossi non teme di rivolgersi in toni arroganti contro un uomo, il Papa, che sostiene e difende i principi della solidarietà sociale, che tra l'altro sono scritti e sanciti dalla Costituzione. Molto meno istintivo e più freddo è il commento su . “La Voce dei Berici” di Vicenza che ritiene giunto per la Lega il “momento della verità”. Il giornale veneto accusa la Lega di essere uscita allo scoperto e di avere nascosto le proprie intenzioni politiche: “L'adesione alla Lega appare facilitata anche dal fatto che non esigerebbe abbracciare una ideologia globale e pertanto impegnativa e compromettente come appare il consenso dato a partiti o movimenti di una sinistra o destra, datata... Ho però l'impressione che ai dirigenti leghisti questa immagine di ,.neutralità ideologica sui valori di fondo vada stretta. L'impressione è pienamente condivisibile ma il grado di maturità politica all'interno del partito è ancora molto basso perchè non ha ancora le idee chiare. A dimostrarlo sono state le polemiche del giorno dopo riportate fedelmente da “Il Cittadino” di Lodi, dove alcuni esponenti locali della Lega si sono scagliati molto ingenuamente contro la chiesa, “I preti debbono fare i preti e basta” ripeteva un consigliere del comune di Lodi invitando i sacerdoti ad occuparsi degli affari loro. E allora per quale motivo la Lega ha istituito, al suo interno, una consulta cattolica? Questa incoerenza e le minacce di sciopero fiscale chiariranno le idee a molti sulle future intenzioni della Lega. E' bene ricordare in questo contesto che alcuni giorni prima della visita papale in Lombardia si era svolta ad Entraque, in Piemonte, la festa provinciale della Lega dove si è affrontato il tema “I cattolici e la Lega”. Commentando questo dibattito, “L'Unione Monregalese” di Mondovì si è dimostrata molto scettica di fronte alle possibilità leghiste di aggregare attorno a sé consensi di valori cristiani: “Sulla piazza pulita da imporre al sistema partitocratico si può e forse si deve concordare con la Lega, ma sulle motivazioni dell'impegno sociale, sull'idealità di un servizio per gli altri...c'è da essere cristianamente e rispettosamente più originali; sulle identità culturali locali si può ragionare ma se diventano pretese per rifiutare una società multirazziale o una convivenza con chi è di altra estrazione si deve essere fermamente critici”. Qualcuno della Lega si è discostato dalle dichiarazioni di molti esponenti politici del carroccio dimostrando almeno buonsenso. L'onorevole Pivetti membro, tra l'altro, della consulta cattolica ha tenuto a precisare questo: “Le parole del Papa in Lombardia sono condivisibili e apprezzabili”. Le intenzioni del Papa, durante la visita in Lombardia, erano completamente diverse dalla descrizione che la Lega ne ha fatto. La Luce di Varese si è espresso molto chiaramente sulle reali intenzioni di Giovanni Paolo II: “Quando il Papa parla di particolarismi si riferisce anche ma non soltanto a quelli politici e locali: infatti il suo insegnamento si esprime chiaramente contro ogni forma di chiusura, sia quelle che vengono da pregiudizi ideologici, sia quelle che derivano da atteggiamenti corporativi di chi non mira al bene comune ma solo all'interesse proprio...”. Coloro che mirano ai propri interessi potrebbero essere benissimo i politici corrotti dalle tangenti. Per questo è bene ritenere che il messaggio del Papa abbia portata più vasta e universale di quanto la Lega ci ha voluto far credere. Il limite della nuova forza politica italiana è tutto qui, forse dovrebbero ricordare che i loro antenati avevano dalla loro parte il Papa, anche per merito suo vinsero a Legnano. E' bene ricordarlo oggi.

mercoledì 1 luglio 1992

Partito unico: cosa bolle in pentola

“Così la stampa cattolica”
La Voce Repubblicana, 1 luglio 1992
Di Lanfranco Palazzolo


NON E' SEMPLICE riuscire a comprendere quali siano in quest'ultimo periodo i fermenti della realtà cattolica italiana. Si può essere certi del fatto che essi non vedono ancora i segni del cambiamento al quale aspiravano prima delle elezioni politiche. Vedremo nei prossimi giorni cosa si aspettano i cattolici dalla democrazia cristiana per il futuro prossimo. Le voci più recenti ed insistenti parlano di scissione del primo partito politico italiano ma si tratta di una voce esterna alla Dc. La proposta di divisione nasce dalla delusione di non essere riusciti a costruire il partito che per ora non c'è. I settimanali diocesani sono molto preoccupati per il paese. Essi hanno registrato in questi giorni i sentimenti, gli umori, e le ansie che agitano i cattolici italiani quali mostrano più di una perplessità di fronte all'immobilismo della Dc. La lotta per la segreteria ha fugato tutti i dubbi dei cattolici sul presunto rinnovamento dello scudocrociato dopo l'elezione di Scalfaro alla Presidenza della Repubblica. Il tentativo di affidare a Gava la segreteria della Dc dopo le recenti dimissioni dell'on. Forlani ha creato molti dubbi e perplessità da chi si attende va un rinnovamento più chiaro e netto. Il settimanale diocesano “La Voce del Popolo” di Treviso ha pensato di contattare la base del partito e delle associazioni cattoliche per verificare il consenso sul discusso uomo politico campano. Ebbene il rifiuto è stato unanime, hanno risposto tutti che Gava era la persona meno adatta che il partito potesse scegliere in questo momento; il vice presidente dell'Azione Cattolica diocesana ha minacciato di restituire la tessera; l’on. Mario Frasson ha detto che “Gava rappresenta il modo di fare la politica che la gente non vuole più e che sarebbe ora di cambiare”. Il sondaggio che “La Voce del Popolo” ha fatto rappresenta solo una parte delle critiche mosse ai democristiani per non avere risposto alle attese dei cattolici. Si accusa la Dc di non avere affrontato la scadenza di aprile con il necessario impegno e in linea con le esigenze che i cattolici hanno manifestato. “Il nostroTempo” settimanale diocesano di Torino formula alla Dc, proprio questa accusa “LaDc che non aveva preso molto sul serio l'avvertimento lanciato da alcuni esponenti (ricordiamo Bodrato circa la necessita di autodefinirsi dopo la fine del comunismo) ha pagato in termini di voti e d'immagine alcune colpe storiche di poco rinnovamento e di una linea politica non troppo chiara. Il settimanale di Cuneo “La Guida” non è stato meno tenero nei confronti dei capicorrente e del partito: “I capicorrente danno l'impressione di essere impegnati a mantenere la propria forza e quella della corrente che guidano. Non si rendono conto (o non vogliono) che, così facendo spingono la Dc verso la china”. Il quadro è quello di un partito in crisi non solo di consensi ma di capacità nel trovare nuove forze per rigenerarsi. A questo punto appare difficile conciliare l'unità dei cattolici con la crisi di idee di un partito politico che pretende di rappresentare ancora la forza dei cattolici, senza peraltro affrontare la crisi del paese con rinnovato impegno. C'è ancora chi la pensa diversamente come Francesco Bonini, il quale in un suo articolo pubblicato su molti settimanali diocesani ritorna sullo spinoso tema dell'unità dei cattolici: “Il rapporto tra Dc e mondo cattolico, nella necessaria distinzione di piani e di competenze non esaurisce il ruolo e l'identità della Dc ma li qualifica e pertanto non può essere insignificante per la vita del partito”. E' questo invece l'elemento di rottura tra i cattolici e la Dc. La Dc non è affatto qualificante per i cattolici. Se non ci sarà il rinnovamento, essi non si sentiranno più in obbligo nei confronti della Dc. Molto meno enigmatico e più chiaro sul futuro è l'ex presidente dell'Azione Cattolica italiana nonché ordinario presso la facoltà di Scienze Politiche di Roma in Storia Moderna Alberto Monticone, il quale ritiene non programmabile l'unità dei cattolici intorno alla Dc asserendo che la democrazia cristiana ha bisogno di essere rifondata subito, insieme al rapporto con la base ecclesiale. Il necessario supporto di questa politica è il riavvicinamento alla gente continua il prof. Monticone: “Intanto gran parte del ceto politico italiano dovrebbe lasciar spazio a persone meno note e più sensibili alle attese della gente”. Il cambiamento va interpretato soprattutto in questo punto, ridare spazio alla gente. La stessa esigenza emerge da una intervista su “Toscana Oggi” al consigliere regionale Francesco Bosi: “Garantire la più larga partecipazione dei cittadini all'elaborazione della proposta politica come sintesi dei bisogni e delle speranze della gente, con modalità che non liquidano ma allarghino e superino la troppo angusta base degli iscritti al partito”. Affinché questa proposta sia realizzabile sarà necessario attuare in pratica concreta le norme statutarie del partito. Con il rinnovamento delle intenzioni nei confronti degli iscritti si potrà dare maggiore spazio a coloro che vogliono battersi davvero per il rinnovamento del partito, ma soprattutto per quello del paese.