mercoledì 22 luglio 1992

Assistenzialismo da superare, ma la Chiesa?

Così la stampa cattolica
Voce Repubblicana del 22 luglio 1992
Di Lanfranco Palazzolo

QUANDO LO scorso anno fu pubblicata l’enciclica papale “Centesimus annus” i commenti sul documento vaticano furono molto entusiasti. Dietro quella scia di emozione vi fu chi parlò, forse frettolosamente, di una rapida convergenza tra religione ed economia. Questo binomio, secondo la dottrina, avrebbe dovuto fondersi intorno al duemila. La fine del comunismo è stata il punto di partenza per avviare un nuovo discorso della Chiesa sull'impegno sociale, inizialmente c'è stato il ritorno delle “Settimane sociali” nelle quali la Chiesa ha inteso dare fondamento alla propria azione tramite l'approfondimento degli argomenti più importanti del momento. Questo nuovo atteggiamento ha fatto nascere nuovi dibattiti per il futuro dell'Europa sociale dopo la fine dei regimi dell'Est. La stessa ansia è condivisa dal professor Ralf Dahrendorf il quale ha manifestato le sue perplessità di fronte all'abbandono delle politiche sociali dopo gli eventi dell'89. La Chiesa, di fronte a questi fatti, si è posta non come la vincitrice del comunismo, che del resto si è sconfitto da solo, ma come se gli impegni per costruire una nuova società dovessero moltiplicarsi per aprire la strada ad un nuovo capitolo della realtà sociale. Il viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia dopo la nascita della democrazia, ne è un esempio. Il Papa non si è presentato come il trionfatore, ma ha rivolto appelli affinché il futuro che si presenta pieno di incognite riservi ai polacchi e agli europei un domani migliore. La stampa cattolica e la Chiesa sono molto attenti a queste problematiche. Alla fine di giugno le Acli hanno tenuto a Brescia un convegno sulla situazione dello stato sociale in Italia, in vista della futura integrazione europea. “La Voce del popolo” di Brescia ha riportato un resoconto su questo incontro delle Acli lombarde. Ebbene secondo il vice presidente dell'organizzazione causa della pessima situazione sociale in cui versa il nostro paese è da ricercarsi solo nella corsa sfrenata al profitto “Non si può continuamente colpevolizzare lo stato sociale additandolo quale principale responsabile del disavanzo del bilancio dello Stato, nonché delle inefficienze generali del nostro paese, né si può presentare la privatizzazione come il rimedio a tutti gli sprechi”. Nelle parole di Domenico Lucà vi sono delle imprecisioni quando analizza lo stato delle cose; in Italia non esiste uno stato sociale, esso è stato sostituito da un assistenzialismo del quale le Acli dovrebbero ricordare le origini. Il bisogno di rinforzare questo tipo di garanzie non è sfuggito alla Conferenza episcopale italiana (Cei) che ha pubblicato il 30 grugno un breve ma esauriente documento sulla situazione italiana. In prima fila il problema sociale che rappresenta il nodo centrale del documento “Siamo consapevoli che l'Italia sta attraversando un periodo particolarmente critico e travagliato, per le numerose e profonde crisi da cui è investita. L'unità sociale del paese è minacciata da una progressiva forza di disgregazione e di conflittualità, che divide e contrappone, le istituzioni, i partiti politici al loro interno e tra loro, genera individualismi esasperati e chiusure particolaristiche...La moralità e la legalità sono messe a durissima prova e spesso vengono calpestate per il degrado dei valori umani e sociali”. Il professor Giorgio Campanini, uno dei più importanti intellettuali cattolici del nostro tempo, rivolge alla Chiesa una critica molto dura “A mio avviso questa è una Chiesa che non pensa abbastanza. Mi spiego: non pensa abbastanza, e mi è consentito come sana critica interna, come episcopato che forse è troppo preso da problemi concretissimi e urgenti, non accompagna l'azione pastorale con una riflessione attenta che richiede anche il contributo di uomini di scienza e di intellettuali. Una Chiesa, specialmente la Cei, che non elabora cultura...”. Questa dichiarazione uscita su “La Vita Trentina” alcuni giorni prima della pubblicazione del documento episcopale è tuttora valida. Alcuni giorni fa il cardinale della diocesi di Napoli, monsignor Giordano, si è recato in visita ai cantieri dell'Ansaldo per esprimere il suo rammarico per la crisi del lavoro in Campania. Ecco come il settimanale “La Nuova stagione” riporta le dichiarazioni del cardinale dopo la visita all'Ansaldo: “Rivolgo un forte appello alle partecipazioni statali, affinché incrementino la propria presenza nel capoluogo campano”. Proprio queste parole di impegno ma di scarsa aderenza alla realtà (cosa possono garantire oggi le partecipazioni statali?) so no il sintomo che la Chiesa potrebbe fare di più per comprendere alcuni aspetti della realtà. Un altro esempio: i vescovi piemontesi si sono riuniti lo scorso mese, oggetto della discussione era “la crisi del lavoro” nella regione. Le conclusioni sono state queste: “I vescovi seguono attentamente lo svolgersi della situazione, invitando la comunità a farsi carico, nella preghiera e nella solidarietà dei gravi problemi occupazionali che investono il territorio e si impegnano, quanto prima, a ritornare con un documento, a riflettere su questi problemi che intaccano la stabilità sociale paese. Gli obiettivi da raggiungere vanno perseguiti tra laici e cattolici. Quando i vescovi annunciano che non si può restare inerti è necessario che l'appello sia raccolto e rivolto a tutti e che contempli anche la soluzione, la carità non può essere solo patrimonio della comunità cristiana, come sostiene mons. Tettamanzi su “La Voce Isontina”, ma patrimonio di tutti, anche dei laici.