mercoledì 5 maggio 1993

Bosnia, dopo il sì al piano Vance-Owen

Il Papa, i Balcani e le esitazioni europee
Così la stampa cattolica
La Voce Repubblicana del 5 maggio del 1993
Di Lanfranco Palazzolo

(Nella foto sotto Lord Owen e Cyrus Vance)

Cosa attende la ex Jugoslavia nelle prossime settimane, dopo che i paesi europei e la Nato sono riusciti ad ottenere ad Atene dai serbi della Bosnia il primo stentato sì al piano di pace Vance-Owen? Nonostante l'operazione “Cieli chiusi” e la nuova determinazione mostrata dal presidente americano Bill Clinton, sembra che l'Occidente sia ancora restio a prendere un'iniziativa capace di porre realmente fine alla tragedia che sta sconvolgendo il cuore dei Balcani. Il Papa ha dimostrato, ancora una volta, nel suo recente viaggio in Albania, di essere vicino ai problemi dei Balcani. I rappresentanti del governo di Tirana si sono detti molto preoccupati, durante l'incontro con Giovanni Paolo II, della situazione politica a Sud della Bosnia, nella ex provincia autonoma del Kosovo. L'appartenenza di questa piccola regione alla Jugoslavia ebbe origine nel 1912, quando i turchi si ritirarono da quella zona favorendo l'annessione del Kosovo da parte dei serbi. Gli albanesi della regione si ribellarono a questo dominio e furono immediatamente massacrati dai serbi. Lo stesso avvenne quando morì il maresciallo Tito e gli albanesi cedettero ad una probabile emancipazione dalla Jugoslavia. Nonostante questo quadro inquieto, a cui va aggiunta la delicata posizione della neonata Repubblica macedone, il ruolo dei paesi europei sembra ancora poco credibile nella guerra della ex Jugoslavia. Sono in molti a rilevarlo. La posizione della stampa cattolica nei confronti degli ultimi sviluppi della situazione in Bosnia è divisa tra le posizioni pacifiste e quelle che vorrebbero un intervento più deciso delle organizzazioni internazionali. La confusione sulle misure da prendere in merito alla situazione in Bosnia è molta. “Rombano in ritardo i motori?” si chiede il settimanale cattolico toscano Il “Corriere Apuano”, sottolineando il ritardo della missione “Cieli puliti” in Bosnia. “LaNato” - ha criticato il periodico cattolico - non ha fatto la deterrenza possibile, l'Onu ha troppo temporeggiato, Vance e Owen (i mediatori internazionali) hanno negoziato con criminali di gueria, in qualche modo legittimandoli. Sono state ignorate le esigenze umane dei civili. La strategia del negoziato non ha funzionato perché non c'è stata la concomitante volontà di fare pressione sui serbi, di usare adeguate ritorsioni. Le parole sono state senza forza; non si vuol certo sostenere che si sarebbe dovuto far guerra armata alla guerra, ma che è indispensabile sostenere le parole con gli argomenti più convincenti delle scorte armate alle missioni umanitarie Onu, con la creazione di corridoi armati per terra e in aria, coi cordoni protettivi intorno alle città”. Il settimanale toscano ha colto nel segno criticando l'assoluta mancanza di una volontà comune nel bloccare la guerra civile in Bosnia. Un altro settimanale cattolico del Triveneto, “Vita Trentina”, da sempre vicino alla tragedia nei Balcani con numerose iniziative, ha criticato la posizione della Grecia, paese appartenente alla Comunità europea, che in qualche modo ha preso parte ad alcune iniziative a favore dei serbi. Secondo il settimanale cattolico trentino “Non bisogna sottovalutare il fatto che anche altri paesi dell'area-i Balcani - sono coinvolti nella crisi. La Grecia - ha proseguito il periodico diocesano – tanto per citare i casi più gravi, è uno snodo per rifornimenti di materie prime e di materiali militari destinati alla Serbia: il petrolio cinese per Belgrado giunge nel porto di Salonicco, da dove viene avviato in Serbia per strada e per ferrovia, e sembra che armi e munizionamento provenienti dal Libano seguano la stessa via). E' uno dei tanti aspetti inquietanti che ruotano intorno a questa guerra tanto inutile quanto lunga. Altri settimanali cattolici hanno manifestato il loro dissenso per le iniziative della Nato. I motivi che hanno spinto verso questo giudizio sono diversi: da un lato vi è la preoccupazione che il conflitto coinvolga l'Italia; dall'altro l'iniziativa è considerata insufficiente in relazione alla reale portata della crisi. L' organizzazione pacifista cattolica “Beati i costruttori di pace”, protagonista lo scorso dicembre di una coraggiosa iniziativa in favore della pace a Sarajevo, ha riprovato l'iniziativa di pace, “rilevando la colpevole inerzia della classe governante europea ed internazionale”. A dare una risposta ai “Beati costruttori di Pace”, di don Albino Bizzotto, c'è però ora la minaccia di usare la forza da parte dell'amministrazione di Washington, cui non basta il solo inasprimento delle sanzioni economiche attuato dalle Nazioni Unite verso la Serbia. Il primo embargo, varato nel settembre del 199l, non ha dato del resto i frutti sperati. Secondo quanto segnalato da numerose associazioni cattoliche, nel conflitto è stata rilevata la presenza di armi automatiche argentine, ungheresi, tedesche: di mitragliatrici cecoslovacche rumene; la lista potrebbe continuare. Anche le violazioni degli aerei serbi nei cieli di Bosnia vengono soltanto segnalate. E l'atteggiamento dei paesi della Cee appare molto meno deciso di quello americano. Il motivo della paura europea è semplice: la guerra potrebbe allargarsi. La presidenza di turno della Cee, affidata alla Danimarca, ha fatto sapere attraverso il suo ministro degli Esteri che “un'azione militare è una strada che, una volta imboccata, non consente di tornare indietro”. Ma l'Europa non può continuare a tollerare una guerra, che per la sua efferatezza, non dovrebbe lasciare indifferente nessuno.