venerdì 28 ottobre 1994

Per Buttiglione qualche problema di strategia

La Voce Repubblicana del 28 ottobre del 1994
"Così la stampa cattolica" - Rocco in mezzo al guado
di Lanfranco Palazzolo

Il Partito Popolare incontra alcune difficoltà. Il dissenso nei confronti della
segreteria di Rocco Bottiglione cresce. Dopo giorni di polemiche abbandonano il partito due vecchie glorie della Democrazia cristiana, Alberto Monticone e Guido Bodrato, che non condividono il dialogo con la destra. Oltre a queste partenze non sono da escludere altri addii. Le polemiche nell'ultimo Consiglio nazionale del Ppi avevano dato alla pubblica opinione l'immagine di una forza politica divisa ed incapace di affrontare il futuro con serenità. Questi stati d'animo sono comprensibili in un partito, erede della Democrazia cristiana, che in passato è stato abituato a fare scelte politiche quasi obbligate e che tuttavia non ha ancora trovato un metro per confrontarsi con le opzioni politiche del nuovo sistema. Per ora restano le ambizioni del segretario nazionale, il filosofo Rocco Buttiglione, che sogna di rendersi protagonista della rinascita del centro. La ricetta che il noto filosofo auspica è data dalla emarginazione degli opposti estremismi e dalla nuova aggregazione, verso il PPi, di quelle forze (Lega, Forza ltalia, Pds) che non possono definirsi come estreme nello schieramento politico italiano. Una soluzione affascinante e degna di un grande filosofo cattolico. Quello che suscita reazioni critiche, nella formulazione di questa stratega, è il modo in cui il nuovo leader del Ppi si è rivolto a interlocutori politici eterogenei aumentando le perplessità di alcuni esponenti popolari con alcune sue dichiarazioni pubbliche. Affidare la ricostruzione di un partito di cattolici ad un un uomo esterno alla politica è stata certamente una scelta audace. Peraltro Buttiglione si è preoccupato subito di non perdere pezzi per strada ed ha cercato, all’interno del suo partito, soluzioni di compromesso con tutti. La presidenza affidata a Giovanni Bianchi è solo una delle tante conferme. Anche l'operazione di Brescia, che ha visto la candidatura di Mino Martinazzoli alla poltrona di sindaco, ne è un'altra. Certo, questa segretaria deve fare fronte a due richieste urgenti: la prima consiste nella possibilità di riaffermare l'esistenza dei popolari attraverso accordi politici che siano la base per una prossima intesa sul sistema elettorale (vedi gli incontri sotto l'ombrellone con D'Alema); la seconda opzione consiste nell'affermazione del Ppi come forza di governo accanto a Berlusconi sulla base di una rinnovata alleanza. Questa è stata la richiesta del primo Congresso dei popolari e Bottiglione si è messo al lavoro per realizzarla. Ma gli interrogativi sulla forza elettorale del Ppi e l'incertezza delle nuove alleanze hanno finito per danneggiare l'immagine di Buttiglione. Chi credeva in un facile approdo dello Scudo crociato nella maggioranza aveva sbagliato di grosso. La stampa cattolica ha seguito con attenzione questa fase politica ed ha manifestato più di una preoccupazione e molte perplessità. Il settimanale cattolico di Torino e Milano, “Il Nostro Tempo”, ha sempre difeso Buttiglione affermando che il filosofo “ha posto a base della sua strategia un recupero degli elettori, e quindi anche dei responsabili, di Forza Italia”. Per realizzare questo scopo il nuovo segretario dei popolari non sembra però avere un potere contrattuale sufficiente rispetto all'attrazione esercitata da Alleanza nazionale. Un'altra considerazione va fatta sull'assetto organizzativo del Partito popolare. Troppe volte, in questa nuova fase politica si è avuto modo di riscontrare un regresso nel rinnovamento del Ppi. La stampa cattolica non si è fatta scrupolo di evidenziare questo fatto. Sulla prima pagina del quotidiano della curia di Napoli, “Nuova Stagione”, un consigliere comunale del Ppi napoletano, Pasquale Salvio, si è scagliato contro i “nuovi” quadri del partito e ha proclamato la sua delusione. Il consigliere del Ppi napoletano ha riscontrato nel suo partito: “incoerenze verso i valori, incarnati, della dottrina sociale della Chiesa, incapacità di radicarsi nel territorio tra la gente e per la gente, vecchi giochi di corridoio per accaparrarsi le rappresentanze congressuali (il congresso campano del Ppi è stata la negativa rappresentazione di tutto ciò), ricomparsa del “vecchio” a volte inquisito, assenza di un efficace e meditato dibattito interno: questi alcuni ulteriori pericolosissimi segnali che ho registrato e che dovrebbero far riflettere chi si avvia al congresso provinciale del Ppi. L'immagine che esce da questo sfogo è quella di un partito che aspetta il momento giusto per uscire allo scoperto. Ma questa politica ha i suoi limiti, come evidenzia il settimanale cattolico di Terni, “La Voce”, che ha criticato apertamente Buttiglione. “Il possibilismo eccessivo finora dimostrato dai vertici del Ppi - ha sostenuto il giornale cattolico - offre il fianco alla critica di essere utilitaristico e trasformistico e non accontenta nessuno”. Le nuove regole della nuova Repubblica hanno consentito un cambiamento ma non il cambiamento del sistema politico. La nuova e la vecchia dirigenza del Ppi hanno perseverato nel difendere il centro. Anche se con Bottiglione si è fatto un passo avanti nel dialogo, la difesa del terzo polo come forza aggregante rischia di non reggere di fronte alla forte dinamica bipolare che si è messa in moto. E anche nei sondaggi questa logica di contrapposizione frontale tra schieramenti ha continuato a danneggiare i popolari, benché gli effetti negativi del muro contro muro siano sotto gli occhi di tutti.

martedì 25 ottobre 1994

Gli errori di Martino


Italia e Slovenia dopo la dichiarazione di Aquileia
"Voce Repubblicana" del 25 ottobre del 1994
di Lanfranco Palazzolo





All’indomani della rottura delle trattative tra Italia e Slovenia circa l'associazione del governo di Lubiana nell'Unione europea, molti osservatori politici avevano formulato alcune ipotesi sulla denuncia degli accordi di Aquileia (10 ottobre). La Slovenia è certamente interessata ad entrare a pieno titolo, come associata, all'Ue, ma non ci tiene a farlo subito ed in modo frettoloso. L'entrata precipitosa della Slovenia, come associata in Europa, farebbe comodo a molti paesi dell'Unione. In primo luogo alla Germania, che potrebbe trarre numerosi vantaggi dall'abbattimento delle barriere economiche e dall'adeguamento della legislazione slovena agli standard europei. Gli sloveni, che certo non hanno dimenticato il loro spirito liberista, comprendono di essere al centro delle legittime rivendicazioni degli esuli istriani e delle mire tedesche, ma non hanno alcun interesse a cedere subito. L'economia del piccolo paese europeo non è ancora in grado di far fronte alla concorrenza internazionale e all'apertura delle frontiere. Il costo di un ettaro di terreno in Slovenia è irrisorio. Se Lubiana liberalizzasse completamente la sua economia, in due settimane diverrebbe uno Stato dipendente dell'economia tedesca. Già, perché l'Italia non sarebbe affatto in grado di reggere la competizione con gli altri paesi. Lo ha dimostrato nel caso della raffinazione della benzina slovena e continua a farlo oggi di fronte alla crisi economica di Trieste. Per questo motivo non ci sorprende che il ministro degli Esteri Antonio Martino si sia dimostrato incapace nel gestire i rapporti con la Slovenia dopo il vertice con il collega Peterle ad Aquileia. Il ministro degli Esteri non ha riflettuto su due considerazioni: non ha pensato che ad Aquileia ha incontrato un ministro che aveva rassegnato, da pochi giorni, le dimissioni dal suo incarico di governo e che non godeva più della totale fiducia dell'esecutivo; non ha avuto la premura, tanto era preoccupato delle vicende di Bankitalia, di consultarsi con l'alleato di governo Fini prima dell'incauto comizio di Trieste, tenuto dal coordinatore di An. Fatte queste premesse, non stupisce che, in una intervista rilasciata dal primo ministro di Lubiana, Janez Drnovsek, al settimanale “Delo”, il premier abbia chiesto il coinvolgimento internazionale nel problema italo-sloveno. Guarda caso,la Germania ha fatto sapere di essere “dispiaciuta” per la situazione tra Italia e Slovenia e, come presidente di turno del Consiglio dell'Ue, si è offerta di dare un aiuto agli italiani “come si fa con i vecchi amici”. In realtà la Germania appare preoccupata per la piega che potrebbero prendere gli accordi tra Italia e Slovenia e preme per una soluzione favorevole a Lubiana. Anche i tedeschi hanno vissuto un dramma analogo a quello degli esuli istriani. Ancora oggi i tedeschi dei Sudeti e della Slesia chiedono un equo trattamento e un ritorno alle loro terre. Risvegliare questi sentimenti con un successo diplomatico degli italiani sarebbe un bel pasticcio per la fragile coalizione tedesca che dovrebbe prendere le redini del paese all'indomani delle elezioni politiche. Allora, qualche domanda è lecita sulla fine dei vantaggiosi accordi di Aquileia. Perché Bankitalia ha recentemente commissariato la banca della minoranza slovena di Gorizia, rendendo più difficili le relazioni tra i due paesi? Chi è stato a fare le rivelazioni sull'azienda di credito degli sloveni? Perché proprio i tedeschi dovrebbero interessarsi ed essere tempestivamente informati delle trattative tra Roma e Lubiana? La Germania discuterà i rapporti tra Italia e Slovenia e dell'associazione di quest'ultima all'Ue approfittando della presidenza di turno del Consiglio Ue. Martino sembra aver fallito nel suo compito e deve rassegnarsi ad affrontare questo problema insieme ai tedeschi che, non per nulla, si preoccuperanno di affidare, nel Consiglio convocato per il prossimo 31 ottobre, un “mandato” alla Commissione esecutiva favorevole alle tesi di Lubiana e contro un'equa risoluzione relativa ai beni degli italiani . L'unica speranza per il ministro degli Esteri resta, ancora una volta, il rinvio della discussione in sede europea. Ma questo è un gioco che non può durare in eterno.