lunedì 14 novembre 1994

Leopoldo Elia è l'uomo giusto

Ostruzionismo sospetto
Voce Repubblicana del 11 novembre 1994
di Lanfranco Palazzolo

ALLEANZA Nazionale e Forza Italia non vogliono far luce sulle malefatte legate alla cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Ieri mattina, per la quarta volta durante questo mese, i parlamentari dei due partiti di governo hanno fatto mancare il numero legale nella Commissione bicamerale d'inchiesta sulla cooperazione nei Pvs, con lo scopo di bloccare la nomina del presidente. La legge finanziaria e le polemiche di questi giorni all'interno della maggioranza hanno posto in secondo piano il problema. Il Polo del buon governo vorrebbe, come presidente della Commissione il cristiano democratico Carmine Mensorio, mentre le opposizioni sostengono il popolare Leopoldo Elia. Già nella prima votazione del 4 novembre scorso, il parlamentare del Ppi era stato votato, ma, a causa dell'ostruzionismo di Forza Italia ed An, era venuto a mancare il numero legale. L'obiettivo di queste due forze politiche non è solo di assicurarsi la presidenza della Commissione, ma di ritardarne i lavori allo scopo di bloccare la rinascita della cooperazione italiana allo sviluppo. Già all'indomani delle elezioni politiche del 27 marzo questa Commissione d'inchiesta, istituita nella precedente legislatura (legge4 6 del 1994) aavrebbe dovuto entrare in funzione. La mancanza di una politica di solidarietà verso i Pvs e il disinteresse del governo Berlusconi nel far luce sulla cooperazione italiana hanno fatto il resto. Questa assenza di strategia è stata colmata da An, che vorrebbe lasciare una traccia concreta nella riconversione della politica agli aiuti al Terzo Mondo, cancellando definitivamente questo capitolo dall'impegno italiano di solidarietà. In realtà, questo governo non avrebbe fatto nulla per istituire la Commissione d'inchiesta. Ma le pressioni dei partiti di opposizione e l'intervento della presidente della Camera, Irene Pivetti, hanno almeno raggiunto questo obiettivo. Tra i documenti che la Commissione dovrebbe elaborare e presentare ai due rami del Parlamento, al termine dei dieci mesi di attività stabiliti dalla legge, vi è la proposta di riforma della legge sulla cooperazione. Detto questo, si comprende l'interesse l'ostruzionismo del Polo del buon governo sulla presidenza. Tuttavia, questi ritardi sembrano destinati a terminare con l'intervento dei presidenti delle Camere, che potrebbero attivare i loro poteri sostitutivi e nominare chi guiderà la Commissione. La scelta dei due presidenti potrebbe cadere sul candidato della maggioranza, ma è ancora tutto da vedere. Se dovesse affermarsi la scelta voluta da An e Forza Italia, vincerebbe l'impostazione di chi ha voluto ritardare a tutti i costi i lavori della Commissione bicamerale e di chi non ha intenzione di rilanciare la solidarietà italiana allo sviluppo. La nomina di Leopoldo Elia garantirebbe almeno una maggiore trasparenza, e un chiaro equilibrio all'interno della Commissione bicamerale d'inchiesta.

giovedì 10 novembre 1994

Ma la mafia non è un fenomeno oscuro e camuffato

Così la stampa cattolica
"Voce Repubblicana", 10 novembre del 1994
Di Lanfranco Palazzolo

(In basso l'arcivescovo di Catania mons. L. Bommarito)
Da più di un anno abbiamo notato nella Chiesa siciliana un impegno maggiore nella lotta alla mafia. In realtà lo sforzo di molti uomini impegnati attivamente nel mondo cattolico non è mai mancato. A combattere in prima linea il fenomeno mafioso sono soprattutto i sacerdoti che devono spesso affrontare una situazione sociale precaria. Ai vertici della Chiesa di Sicilia esiste una gerarchia ecclesiastica che spesso ha addirittura negato l'esistenza della mafia e delle sue leggi. Questa cecità era generata anche dal timore di un'affermazione politica dei comunisti. Giusto o sbagliato che fosse, in passato quella paura ha condizionato l'atteggiamento dell'episcopato siciliano. Certo, questa non può essere l'unica spiegazione legata alla crescita e allo sviluppo della criminalità organizzata, ma da sola lascia intendere quali siano le ansie che non hanno mai permesso alla Sicilia di adeguarsi al resto del paese. Durante l'ultimo anno, il Papa ha visitato per ben due volte la regione. Sono stati due viaggi importanti, che hanno lasciato un segno nella memoria storica dei siciliani. In queste occasioni, l'ultima alcuni giorni fa, Giovanni Paolo II ha fatto espliciti riferimenti alla mafia sono parole dure. Ma questo non è bastato. Chi è più attento al linguaggio dell'episcopato dell'isola. sa perfettamente che l'impegno della Chiesa siciliana si è spesso fermato a metà strada. La “primavera” di Palermo, l'assassinio di don Puglisi non sono serviti a risvegliare definitivamente la coscienza dell'episcopato siciliano. Forse qualcosa è cambiato nelle parole dei vescovi, ma si è trattato di un'esigenza di copione dovuta alle circostanze. Qualche settimana fa, il settimanale diocesano di Catania, “Prospettive”, a pubblicato in esclusiva una lettera dell'arcivescovo di Catania Bommarito, rivolta al Pontefice nell'imminenza della visita a Catania. Il periodico cattolico ha messo in evidenza questo titolo: “Santità, la mafia si camuffa”: Nel testo della lettera Bommarito afferma che “nel nostro tessuto sociale e, quindi, nelle nostre carni, resta, ritornante come un pungolo amaro, la piaga sempre aperta e dolorante e sanguinante della mafia, con la sua arroganza subdola, con i suoi tentacoli e le sue ricorrenti opere di morte”. L'arcivescovo spiega anche i metodi per combattere la mafia nelle sue collusioni talvolta camuffate di perbenismo (...), con la parola e con gesti profetici ma, soprattutto, con la silenziosa e costante formazione delle coscienze. Rispetto al linguaggio usato dall'arcivescovo due anni fa, questo è un importante progresso, ma definire la mafia come un fenomeno che si camuffa quando a tutti è noto che l'assemblea parlamentare siciliana conta più del 50% di inquisiti, forse è troppo. La visione di monsignor Bommarito risente della sua formazione religiosa. Definito come un avversore del Concilio Vaticano II, di ogni forma di modernismo e un tenace difensore del modello integrale di Societas Christiana, l'arcivescovo di Catania non si è mai occupato a fondo dei problemi della sua città. Per provare questo limite basterà ricordare la lettera aperta, firmata da Fabio Michele D'Urso, membro della “Convenzione dei movimenti e delle chiese catanesi contro la mafia”, rivolta a monsignor Bommarito. In questa epistola, scritta nel dicembre del 1992 e pubblicata dall'agenzia di stampa “Adista”, D'Urso, rivolgendosi al vescovo, chiede “come interpretare le sue amicizie e il suo frequentare uomini che hanno malgovernato Catania e le parole di stima verso questi? Che significato dare al suo silenzio dinnanzi alla mafia imprenditoriale, ai cavalieri del lavoro ed ai politici corrotti?”. In questa lettera, D'Urso ha invitato l'arcivescovo di Catania ad essere più chiaro nel rivolgersi alla mafia. “E' venuto il momento di affermare con chiarezza - ha chiesto D'Urso - quali siano i legami tra la mafia ed il governo, tra la mafia e la militarizzazione, tra la mafia e le banche…ed anche tra la mafia e una certa prassi di Chiesa, che si serve di politici corrotti e del voto di scambio promosso anche da vaste frange del partito cattolico”. Naturalmente non vi è stata risposta alle richieste di D'Urso. Rispetto al 1992 sono cambiate molte cose, anche il linguaggio dell'episcopato siciliano. I vertici della Chiesa locale hanno cambiato il tono verso la mafia, ma è stato solo un piccolo mutamento affinché tutto resti come prima. Il fatto che l'arcivescovo di Catania apostrofi la mafia come un fenomeno “oscuro” e “strisciante” lascia davvero sorpresi. Ma cosa avremmo dovuto attenderci da questo episcopato così ostile ad ogni forma di rinnovamento concreto e che spesso ha mirato solo a difendere l'esistente per paura dell'affermazione del secolarismo? Poco e nulla. Il peso della battaglia contro la mafia continua a restare sulle spalle dei sacerdoti. Ma non può bastare. Ci vuole qualcosa di più.