domenica 21 gennaio 1996

Torna in campo l'ala del Torino

Gigi Meroni, una “farfalla scomoda” sui campi di calcio
“La Voce Repubblicana” del 21 gennaio del 1996
Di Lanfranco Palazzolo


Gigi Meroni non è stato solo un grande calciatore ma è stato anche un uomo del suo tempo, capace di affrontare le sfide del conformismo italiano degli anni Sessanta. Il nostro calcio ha conosciuto tante figure simili a quella dell'ala granata, ma nessuno lo aveva preceduto nel suo genio calcistico e nel suo modo di vivere il discusso Meroni è stato il primo a dimostrare al mondo del calcio che il successo poteva essere gestito senza inquietudini, conducendo una vita equilibrata e semplice. Senza nessuna ipocrisia. Nonostante questo, oggi la figura di Meroni sembra essere stata rimossa, in qualche modo cancellata dal tempo e dai ricordi dell'Italia borghese e bacchettona del boom economico. A riaprire il cassetto dei ricordi ci ha pensato Nando Dalla Chiesa nel suo ultimo libro: “La farfalla granata, dove vengono ripercorse le tappe più significative della vita calcistica e privata dell'ala torinista scomparsa a Torino in un incidente il l5 ottobre del 1967. Dagli inizi nel Como al passaggio nel Genoa fino all'approdo nel Torino, l'autore del libro ci consegna il ritratto di un calciatore eclettico che non si era mai accontentato di giocare al calcio, ma aveva fatto in modo di imporre il suo gioco, quell’“altra cosa” fatta di arte e fantasia Fantasia e non di passaggi spicci e fortunosi. E poi non si era accontentato solo di quèsto, ma aveva voluto fare anche l'artista vero, il pittore. Aveva rotto le convenzioni sportive, estetiche e sociali andando a vivere con una donna già sposata che amava. Questo scatenò le critiche del mondo calcistico in un paese nel quale il divorzio non era ancora legge e la convivenza era considerata inconcepibile. E allora perché se Meroni fu tutto questo, oggi la sua figura non è riuscita a restare nel ricordo delle giovani generazioni così come è rimasta quella di Tenco o del Che Guevara? Durante la sua breve esistenza Meroni pagò colpe che non erano sue: per i capelli lunghi, per la sua storia d'amore e per la semplicità con la quale aveva scelto di vivere l’“altra cosa”: il calcio. Eppure Meroni fu uno dei giocatori più valutati del suo tempo. Per lui I'avvocato Agnelli giunse a fare follie per aggiudicarlo alla Juventus. E dietro gli altri club della serie A. Ma forse proprio per questo non restò nell'immaginario collettivo dell'Italia degli anni '60. Non far parte di un grande club vincitore fu per Meroni un ostacolo. Le vicissitudini dell'ala torinista in Nazionale restano l'esempio di una carriera difficile e controcorrente. Il commissario tecnico di allora Edmondo Fabbri, nonostante le grandi doti del calciatore torinista, non aveva il coraggio di scegliere Meroni. Questo voleva dire andare consapevolmente a ficcarsi in arroventate polemiche. Ma come si poteva scegliere un giocatore beat, con i capelli lunghi? Poteva essere questa l'immagine che l'Italia poteva esportare all'estero? No, non poteva andare. Quel ragazzo che si era permesso di rispondere scherzosamente ai complimenti della regina Paola di Liegi dopo una partita della nazionale B contro il Belgio avrebbe pagato per tutti dopo la sconfitta con la Corea (del Nord, nda). Ma lui quella partita non l'aveva giocata mai. Edmondo Fabbri non lo aveva voluto schierare. Ma il colpevole della débacle in Inghilterra fu solo lui per l'opinione pubblica. “Meroni ora basta!” titolava “La Gazzetta dello Sport”, che sotto la direzione di Gualtiero Zanettt attaccava, non da sola, la condotta privata del calciatore, che chiedeva solo di essere giudicato come giocatore di calcio. In realtà Meroni era una persona leale, più corretta di tanti altri personaggi che il calcio ha mostrato negli anni a seguire. Era “diverso” solo esteticamente. Il calcio viveva Meroni come “irregolare” assai più di quanto non abbia fatto e non farà nei confronti di tanti altri calciatori indisciplinati arroganti, con il curriculum zeppo di espulsioni, sleali nei confronti della propria società, violenti o scorretti nei confronti degli avversari, invischiati nelle scommesse clandestine. Per queste categorie di giocatori alla fine c'e sempre il perdono. La società vive questi personaggi come regolari. Il che vuol dire che essere regolari non dipende affatto dal grado di lealtà alle legge, ma dal conformismo mentale. Ma oggi a Meroni di tutto questo non importa niente. Ci ha lasciato alle nostre miserie quotidiane; alla nostra partita di calcio. Lui che veniva spesso messo alla berlina Perché era astemio, ma che in campo era capace di fare l'impossibile con il pallone. Come quel 12 marzo del 1967, quando mise a segno un gol indimenticabile all'Inter, sconfiggendola a San Siro e riscattando le amarezze che erano seguite alla eliminazione dai mondiali. Ma questo non sarebbe bastato a farlo tornare in Nazionale e a consegnarlo ai ricordi delle generazioni successive Né poteva farlo la contestazione di sinistra troppo conformista e chiusa per riconoscere valore alle storie personali: soprattutto ad un calciatore che non parlava di politica. Tutto è rimasto nella memoria dei tifosi. Qualche settimana dopo la morte di Meroni, il nome del calciatore del Torino tornò alle cronache, un folle aveva profanato la sua tomba convinto che contenesse un manichino. “Meroni – sosteneva il folle - non può essere morto, presto tornerà a guidare il Torino a grandi vittorie. Così la notte di Natale del 1967 aveva scoperchiato la bara e fotografato i resti di Meroni. Poi era corso in un giornale e aveva detto: “Io ho visto Luigi Meroni.

Nando Dalla Chiesa
La farfalla granata
Limina, Arezzo, 1995
25.000 lire