domenica 1 novembre 1998

Craxi: "Di speranze ne ho sempre tante".

Craxi, intervista a Radio radicale, "Non sono disposto a mettermi nella mani della giustizia italiana". Radio Radicale, 1 novembre 1998.
di Lanfranco Palazzolo

(Bettino Craxi 1934-2000)

(Nota dell'autore dell'intervista). Ci tenevo a pubblicare questa intervista di Bettino Craxi per Radio radicale pochi giorni dopo la caduta del Governo Prodi e la nascita del Governo D’Alema I. L’intervista fu trasmessa il pomeriggio di domenica 1° novembre 1998. Nei giorni successivi fu pubblicata sul sito Internet della Radio, nato pochi mesi prima. Poche ore dopo, l’intervista raggiunse il massimo degli accessi. Le argomentazioni dello statista scomparso suscitano ancora oggi un vivo interesse alla luce anche delle polemiche che ancora circondano gli anni di Tangentopoli.
La vicenda di questa intervista ha un risvolto comico. Il giorno dell'intervista stavo passando per caso a Radio Radicale e il Caporedattore Paolo Martini mi chiese se avevo tempo per fare questa intervista telefonica l'Ex Presidente del Consiglio in collegamento da Hammamet (Tunisia). Non seppi dirgli "No" anche perchè non capitava tutti i giorni di intervistare Bettino Craxi. E fu una bella intervista. La ricordo come una delle cose più interessanti, tra le tante, fatte per la Radio. Nel 2005 decisi di sbobinarla in occasione del quinto anniversario della morte dello Statista. Fu pubblicata da "Il Velino" e da "L'Avanti".

Onorevole Craxi, come guarda al mondo politico che l’ha accusata fino ad oggi?
“Questi sono personaggi che io chiamo extraterrestri. Persone che si aggirano con un’aria stralunata e vogliono far credere di aver vissuto gli ultimi 20 anni della loro vita politica sulla luna e quindi non avevano niente a che vedere con il sistema politico precedente e con il suo sistema di finanziamento che era illegale. E’ una storia tipicamente italiana che si ripete”.
In uno dei suoi ultimi interventi alla Camera dei deputati nel 1993, lei parlò di finanziamento illecito ai partiti rivolgendosi a tutte le forze politiche. Lei ribadisce che quei soldi arrivavano a tutti?
“Quello fu uno dei rari momenti di verità su quella vicenda. Mi rivolsi a tutta l’assemblea che era riunita. Parlai del finanziamento di cui tutti avevano beneficiato e a cui avevano partecipato. A questo aggiunsi che se qualcuno pensa che io non dica la verità si alzi e lo giuri. Le mie parole furono seguite da un silenzio di tomba. Nessuno si alzò a giurare, nessuno poteva farlo perché i fatti potevano contraddirlo o io stesso lo avrei contraddetto”.
Cosa ricorda in particolare di quella giornata dai banchi del Pds?
“Non mi interessa la reazione particolare del Pds, ma quella di tutti gli altri: il discorso fu accolto da un silenzio di tomba. Di fronte ad una persona che dice che tutti hanno preso il finanziamento illegale nessuno si è alzato. Nemmeno un tapino. Tutti se ne sono stati al loro posto silenziosi, sapendo che la verità la stavo dicendo io in quel momento. Poi abbiamo visto sulla scena una quantità enorme di extraterrestri e molti di questi si sono messi a fare i moralizzatori. La cosa più odiosa di questo capitolo della storia italiana è che tutta la classe politica che ritiene di rappresentare una inesistente Seconda Repubblica portava le medesime responsabilità di quella parte della classe politica di allora in quella materia. La giustizia su questo è stata politica ed ha utilizzato due pesi e due misure”.
Come giudica quello che sta accadendo in Italia rispetto a quello che accaduto in questi mesi con il ricambio ai vertici del Governo italiano dopo la caduta di Prodi e l’arrivo del postcomunista D’Alema? Cosa c’è di diverso rispetto alla sua esperienza a Palazzo Chigi?
“Questo è un governo (D’Alema I, ndr) un po’ raffazzonato perché nasce da un lato da una scissione di Rifondazione comunista e dall’altro da una nuova alleanza scaturita da un gruppo democristiano. Quindi è una coalizione che nasce in un modo un po’ raffazzonato e in un contesto polemico. Questo Governo si trova alle prese con una situazione politica ed economica grave. Non grave come quella che dovetti affrontare io. Bastano pochi dati per capirlo. Io affrontai una situazione che vedeva l’inflazione al 16 per cento. In cui lo sviluppo era a zero. Adesso è poco più di zero. E’ una situazione difficile da affrontare. Io riuscii ad affrontare tutto in un contesto internazionale molto più favorevole. Devo dire che i ministri del mio governo furono bravissimi a cominciare da Bruno Visentini che riuscì a mantenere la pressione fiscale al 36 per cento per tre anni se lei pensa che oggi siamo al 44 per cento. Oggi, loro si trovano di fronte a una situazione economica difficile. Per poter dire come saranno capaci di affrontarla e di giudicarla rimettendola sui binari dello sviluppo bisogna attendere un po’ di tempo. Il governo deve essere giudicato nel corso del suo mandato”.
Come avrà saputo, D’Alema ha ricordato anche Aldo Moro senza ricordare gli errori della politica della fermezza. Cosa si sente di dire oggi su questo? “Innanzitutto povero e grande Aldo Moro, grande personaggio di rilievo della vita politica italiana, persona molto gentile e di grande intelligenza. A questo uomo è capitato di peggio. Nel suo paese, a Maglie, in Puglia, hanno eretto un monumento alla sua memoria e gli hanno messo in tasca l’Unità. Si può immaginare a quale limite di manipolazione e di mistificazione si può arrivare. Moro leggeva, come facevo io, tutte le mattine l’Unità. Ma quello non era certo il suo giornale preferito come non era il mio. Il fatto che mettano a un morto l’Unità in tasca è il segno dei tempi, il segno che si vuole scrivere la storia a modo proprio. Alla Camera dei deputati, citando Moro, bisognava ricordare le pagine tragiche e dolorose della sua fine e ricordare se fu seguita una linea giusta o se si seguì una linea sbagliata. La verità è che si seguì una linea profondamente sbagliata perché la linea della fermezza fu la linea della condanna a morte. Furono in pochi a tentare di impedirlo senza riuscirci”.
Condivide le parole di D’Alema che il suo Governo è l’approdo del disegno politico di Aldo Moro?
“Non mi pare proprio. Questa è un’altra mistificazione storica. La verità è che la posizione di Moro fu un’apertura al dialogo di cui l’intuizione concreta fu l’unità nazionale. Quella situazione derivava dall’indisponibilità socialista ad una collaborazione autonoma con la Democrazia Cristiana. Quando cambiò la posizione del Psi, la Dc fece il centrosinistra. Questo non significa che tra i due grandi partiti non c’era un dialogo aperto e pubblico diretto. Quando non c’era questo, c’erano occasioni di dialoghi sotterranei. Dc e Pci si tenevano per mano in molte cose. Nei governi di centrosinistra che io ho presieduto il mio Governo è finito in minoranza 150 volte a causa dei franchi tiratori. Essendoci il voto segreto una parte della Democrazia cristiana sistematicamente mi votava contro e votavano insieme ai comunisti. Questa cifra la dice lunga su com’era il doppio gioco che avveniva tra i grandi partiti”.
Quindi lei aveva tutti contro?
“Avvenivano dei sottobanco con la Democrazia cristiana su alcuni provvedimenti in determinate occasioni. Entrambi i partiti erano interessati ad accelerare la fine del governo socialista. Infatti, la Dc mi mandò a casa a un certo punto”. D. Lei non ha mai pensato a un’alternativa laica e socialista? R. “Avevamo un rapporto particolare con i radicali. Per un certo periodo accettammo la doppia tessera. C’era un rapporto fluttuante con i radicali. Il legame c’era. Ma eravamo tutti delle minoranze in questo paese. Pannella ha dato sempre un’impronta personale alla sua azione politica. Non c’era un’alternativa socialista liberale. C’era la possibilità di una convergenza”.
Non avete mai pensato a una riforma elettorale? Lei allora si fece promotore di un dibattito sulla riforma istituzionale. Oggi cosa pensa?
“La mia opinione in questi 20 anni non è cambiata. Una riforma elettorale che risponde alla realtà della società italiana potrebbe essere: un primo turno proporzionale corretto con uno sbarramento che impedisca e scoraggi la frantumazione dei partiti”.
Lo sbarramento deve essere del 5 per cento?
“Anche il 4 per cento. Quello che si vuole stabilire. Questo è il sistema più efficace per evitare la frantumazione dei partiti. Qualcuno mi dovrà spiegare come è mai possibile con questa legge maggioritaria noi vediamo un numero di partiti e di movimenti che continuano a nascere. Questi partiti sono molti di più di quelli esistenti nel sistema proporzionale. Il bipolarismo produce un bipolarismo plurimo. Questa frantumazione avverrebbe anche nel collegio unico perché la frantumazione avverrebbe all’interno delle scelte dei candidati dei collegi dove le piccole forze giocano un ruolo importante. Inoltre penso a un secondo turno in cui venga eletto il premier e il governo di coalizione con premio di maggioranza per evitare che si cambi governo ogni anno. In caso contrario si dovrebbe tornare al voto. Questa è la riforma migliore. L’ho sempre pensato”. Sul presidenzialismo?
“Quando cominciai a parlare del presidenzialismo mal me ne incolse. Forse da allora qualcuno incominciò, come l’ottimo Forattini, a dipingermi in stivaloni e camicia nera. Fu messo sotto accusa il presidenzialismo e considerato una forma di prepotenza. E quindi dovetti abbassare i toni. Non feci un passo in avanti. Mi trovai in uno stato di completo isolamento. Mentre vedo che questa ipotesi ha fatto strada successivamente tanto il presidenzialismo quanto un altro tema che noi avanzammo che è quello del federalismo che noi avanzammo in modo generico e che non esce da una sua genericità”.
Quest’anno c’è stata una conferenza molto importante che ha fatto nascere il tribunale penale internazionale. Cosa ne pensa di questa iniziativa?
“Il caso di Pinochet ha una sua singolarità. Anni fa fui invitato a parlare davanti al Congresso americano. E nel corso del discorso mi riferii alla difesa dei diritti umani. A quel punto il Congresso esplose in un applauso. Ma quando feci un esplicito riferimento al caso del Cile. A quel punto l’applauso si smorzò. Che cosa vuol dire?! Come è possibile che una dittatura come quella cilena abbia potuto governare indisturbata per anni con l’assoluta normalità internazionale? Credo che Pinochet, ha ottanta anni, sarà giudicato da Dio. Per quanto riguarda l’oggi non si può ignorare la sovranità cilena. Quanto ai tribunali internazionali che denunciano, dovrebbero guardare in tutte le direzioni. Di dittature che violano i diritti nel mondo ce ne sono molte. I tribunali internazionali che servono come sede di prova non possono avere una legittimità giudiziaria oltre ai tribunali che esistono. Quella del tribunale internazionale è un esperienza importante che serve a capire cosa accade vicino a noi”.
Lei condivide la campagna contro Milosevic?
“Io condivido le campagne contro chi si rende responsabile di violazioni di diritti umani. Milosevic si è reso responsabile di questi atti”.
Pensa che il suo ritorno in Italia sia possibile e si impegnerebbe nella politica attiva?
“Ho iniziato a fare politica quando era ragazzino. Ciò che potevo fare e sapevo fare, nel bene e nel male l’ho fatto. Non credo che sarebbe giusto. Ritornerei alla politica attiva cercando di aiutare le giovani generazioni a prendere le proprie responsabilità. Questo mi resterebbe da fare come è mio dovere. In ogni caso, essendo stato io processato in processi speciali. Nei miei confronti sono stati utilizzati trattamenti speciali ed ha agito una giustizia politica che era frutto di una rivoluzione falsa. Dove ha portato la falsa rivoluzione dopo cinque anni?! Qual è la condizione italiana?! Il paese è stato liberato dalle pastoie che me impedivano il progresso o è precipitato in pastoie che ne sostituiscono il benessere e il progresso?! La rivoluzione cosa ha fatto?! La rivoluzione è fallita e ha portato l’Italia alla depressione. L’Onu ci colloca come qualità della vita al ventitreesimo posto. I famigerati governi Craxi portarono l’Italia al vertice delle nazioni industrializzate del mondo. Detto questo, non sono assolutamente disposto a mettermi nelle mani della giustizia politica italiana. Spero che un giorno su questo si possa trovare una soluzione per la quale venga tolto da questa posizione infame di esiliato, di condannato all’ergastolo per finire i miei giorni in patria e non in esilio. Questa è la mia situazione. Di speranze ne ho sempre tante”.