martedì 30 dicembre 2003

Il Comunismo si affida alla proprietà privata

Il Velino 30 dicembre 2003
di Lanfranco Palazzolo
La proprietà privata non è un furto, anzi è uno dei bastioni del comunismo in nome della “teoria delle Tre Rappresentanze”. Se dal prossimo marzo qualcuno in Cina assocerà, come hanno fatto intere generazioni di marxisti, la proprietà privata a un furto verrà guardato con sospetto. Nella Repubblica Popolare cinese, dove il comunismo rimane l’ideologia dominante, ci si appresta non solo a legalizzare la proprietà privata, ma anche a proteggerla per legge. Secondo una proposta presentata al comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo - il parlamento cinese - la Costituzione stabilirà che “la proprietà privata acquisita legalmente è inviolabile”. In sintesi l’emendamento alla carta fondamentale della Repubblica, approvata nel 1982, farà sì che non vi sia più alcuna differenza tra la proprietà pubblica, tanto di beni che di mezzi di produzione, e quella privata. La decisione di legalizzare e proteggere la proprietà privata era stata presa in realtà nell'ottobre scorso, durante l'ultimo congresso del Partito comunista cinese, ma non era stata annunciata ufficialmente. Nessuno ne aveva parlato in Europa. Solo qualche accenno cancellato dalla missione cinese nello spazio e dalla visita congiunta Berlusconi-Prodi a Pechino di fine ottobre. Dalle pagine del Sole 24 Ore si è continuato a leggere pareri positivi sulla Cina che “non è un pericolo”. Lo ha ricordato il 9 ottobre del 2003 sul giornale di Confindustria Domenico Barili, ex direttore generale della Parmalat. Lo stesso ha fatto Carlo De Benedetti il 3 ottobre scorso sulla Repubblica che ha definito la Cina come il “cuore di questa rivoluzione mondiale”, alludendo alle performance economiche di Pechino. E cosa dire di Romano Prodi che ha chiesto al Parlamento europeo di revocare l’embargo delle armi nei confronti di Pechino? In Cina, il dibattito sulla proprietà si è sviluppato tra il presidente del partito Hu Jintao e il primo ministro Wen Jiabao, i quali hanno affermato che intendono affrontare con “nuove idee” anche il problema dei crescenti squilibri sociali. Wu Guoguang, ex-direttore del giornale del partito comunista Quotidiano del Popolo e poi professore all'Università di Hong Kong, ha fatto sapere che Hu Jintao e Wen Jiabao si concentreranno su come portare almeno in parte il benessere delle città e delle regioni costiere nelle zone depresse del nordest, la cosiddetta rust belt, “cintura della ruggine”, dove migliaia di operai sono stati licenziati dalle “inefficienti” imprese statali. La questione della proprietà privata è stata dunque affrontata nella “teoria delle Tre rappresentanze”, elaborata dall'ex presidente Jiang Zemin: secondo la teoria, il partito comunista cinese dovrà rappresentare, oltre a contadini e operai, “i settori dinamici” della società, cioè i nuovi capitalisti. La teoria potrebbe essere integrata nella Costituzione da marzo. Questo dibattito è stato piuttosto acceso per gli standard cinesi: diverse voci si sono levate a difesa della prevalenza della proprietà pubblica, soprattutto di quella dei mezzi di produzione. L’eco della discussione ha risuonato nei saloni della Grande assemblea del popolo, che si affaccia sull'enorme distesa della piazza Tiananmen di Pechino. L'essenza del dibattito non è stata tuttavia ideologica, ma economica: diversi deputati hanno ammonito che la rivoluzione economica degli anni scorsi, che ha dato libero corso all'iniziativa imprenditoriale privata, ha già causato l'emergere del fenomeno povertà nelle zone industrializzate. E la povertà - la storia insegna - anche in Cina, prima o poi sfocia in rivolta. Ma il parlamento nazionale ha tra le sue poche funzioni di rilievo quella di animare la discussione politica e sociale perché le decisioni, quelle vere che decidono il futuro dell'Impero di mezzo, vengono prese dalle strutture dirigenziali del Partito comunista: il Comitato centrale, ossia il parlamento interno del partito, e il potentissimo Ufficio politico. E sulla proprietà privata il Partito ha già deciso. Quello di questi giorni viene visto come l'inizio di quel cammino - dopo le disastrose esperienze maoiste del “Grande balzo” in avanti, che negli anni Cinquanta significò la fame per milioni e milioni di cinesi, e della rivoluzione culturale, viene fatto risalire a un’altra frase celebre. La pronunciò Deng Xiaoping, padre della Cina post-maoista e artefice dell'espansione del paese a tappe forzate degli ultimi due decenni. “Non importa che il gatto sia bianco o nero, l'essenziale é che acchiappi i topi”, disse il vecchio Deng, lasciando intendere che alla sua ideologia la Cina moderna avrebbe aggiunto una forte dose di pragmatismo, che deve essere inteso non come scelta di campo a favore del liberalismo, che anzi nella Cina popolare era ed è sempre stato combattuto, ma come ricerca di sviluppo soprattutto economico imparando dagli errori commessi sia dall'Unione Sovietica che da Mao Zedong. “L'economia cinese continuerà a svilupparsi ai ritmi miracolosi cui ormai ci ha abituato”, spiega un diplomatico occidentale che da anni segue le vicende del gigante asiatico. “Ma l'introduzione della proprietà privata non significherà certo l'altrettanto automatica introduzione di quelle libertà politiche e sociali che, assieme alla proprietà privata, contraddistinguono gli ordinamenti dell'Occidente”. (pal)

lunedì 22 dicembre 2003

Un "Cardinale" per la Margherita

Il Velino, 22 dicembre 2003
di Lanfranco Palazzolo

Margherita spaccata nel festival degli ex in Sicilia. Salvatore Cardinale, già ministro delle Comunicazioni, é stato eletto ieri segretario regionale della Margherita, dai 356 delegati riuniti nel primo congresso siciliano, mentre gli ex sindaci Leoluca Orlando ed Enzo Bianco piangono. Ad affrontarsi - si fa per dire, perché l’esito del congresso era scontato fin dalla vigilia - sotto gli occhi della presidenza di Sergio Mattarella, le varie anime della Margherita: gli ex popolari che fanno capo a Marini e che nel gruppo dei coordinatori uscenti é rappresentato da Genovese, quello dei rutelliani, che in Sicilia é sostenuto da Rino Piscitello, Leoluca Orlando, Franco Piro, e ancora, gli ex democratici con in testa Enzo Bianco. L’assise siciliana della Margherita è stata caratterizzata da numerose polemiche. Sabato c’è stato lo “strappo” di Leoluca Orlando che non ha partecipato al congresso perché “il partito in Sicilia non va nella direzione del progetto di Romano Prodi, cioè di un grande partito democratico”. Anche domenica vi é stata una nota polemica da parte di un’altra “primadonna” del partito, Enzo Bianco. L'ex ministro dell'Interno, che non é stato eletto presidente del partito anche perché non esiste questa carica nello statuto, ha detto: “Faccio un passo indietro a livello regionale mentre continuerò a lavorare a livello nazionale per la Margherita”. L’aspetto più curioso della polemica di Bianco é che mentre si svolgeva il congresso, prima che scoppiasse la polemica sulla sua collocazione, l’ex ministro dell’Interno si è rivolto a Leoluca Orlando che, a suo giudizio, “sbaglia a non essere nel processo della Margherita, ma se le sue idee sono quelle dette oggi, allora fa bene, perché di tutto abbiamo bisogno in Sicilia tranne che di confusione”. Bianco ha aggiunto: “chiedo di fare prevalere il sentimento rispetto agli istinti e agli umori. Lo invito a ragionare: le porte per lui sono sempre aperte, ma se preferisce Di Pietro a Prodi, allora fa bene a stare da un'altra parte”. Il congresso ha eletto anche i due vice coordinatori regionali, Franco Antonio Genovese (Corrente Ppi-Marini) e Franco Piro (rutelliano), l'esecutivo proposto dal neo segretario ed un terzo dell'assemblea regionale (una sorta di parlamento del partito composto da 170 persone), cui partecipano tra gli altri i deputati eletti in Sicilia e 90 delegati degli organismi provinciali. Insomma, un organismo snello. L’ex ministro Cardinale, non appena eletto, si dovrà occupare delle polemiche interne: “Lavorerò per risanare le ferite che si sono aperte. La disponibilità manifestata da Enzo Bianco nel suo discorso mi fa sperare che in tempi brevi possa recuperare la sua energia per la Margherita regionale. Sono soddisfatto per la mia elezione - ha aggiunto - é un obiettivo importante e questa responsabilità mi spinge ad un impegno forte per il partito in Sicilia”. Sulla polemica aperta da un altro esponente, Leoluca Orlando, che non ha partecipato al congresso, il segretario regionale della Margherita ha detto: “Lui vorrebbe subito il partito dei riformisti. Noi siamo convinti che ci arriveremo. Ma oggi la Margherita gioca un ruolo importante nel centrosinistra. Rappresentiamo i liberaldemocratici, i cattolici riformisti, i cattolici liberali e vogliamo convincere anche i cattolici e moderati che hanno votato il centrodestra credendo alle promesse di Cuffaro e Berlusconi”. (pal)

venerdì 19 dicembre 2003

Prodi, diamo le armi alla Cina

Armi alla Cina, comunisti e Prodi isolati a Strasburgo
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 19 dicembre del 2003

Roma, 19 dic (Velino) - Rifondazione comunista, i comunisti italiani e Romano Prodi vogliono togliere l’embargo delle armi alla Cina, ma l’Europarlamento dice “no”. Questo è quanto risulta dai tabulati del Parlamento europeo che riguardano il voto della plenaria di ieri sulla risoluzione comune sulle vendite di armi votata dall’assemblea di Bruxelles. In concomitanza con il voto dell’aula è stato reso noto che “il presidente Prodi é a favore di una revoca dell’embargo” sulla vendita di armi alla Cina. Lo ha fatto sapere il portavoce del presidente della Commissione Ue, Reijo Kemppinen, rispondendo ad una domanda sull’opinione di Prodi sulle conclusioni del recente Consiglio Ue. La scorsa settimana, su proposta della Francia, i Quindici avevano chiesto di “rivedere” l’embargo sulla vendita delle armi alla Cina. Ma l’europarlamento ha detto di no. L’esito della votazione dell’aula è stato schiacciante con 373 no, 32 sì e 29 astenuti.
Il gruppo parlamentare che si è schierato in massa contro il mantenimento dell’embargo è stato quello della Sinistra unita europea, che raccoglie tutte le forze di matrice comunista, compresi i “pacifisti” di casa nostra. Nel tabulato della votazione sull’intera risoluzione delle ore 12:30:45 risulta che Rifondazione comunista ha votato a favore con l’onorevole Luigi Vinci e l’onorevole Giuseppe Di Lello. Lo stesso ha fatto il Comunista italiano Lucio Manisco. Tra i favorevoli troviamo anche il deputato della Margherita Luigi Cocilovo, iscritto al Partito popolare europeo.
Il Parlamento europeo, nella risoluzione finale, si dice “fermamente convinto che la Cina debba dimostrare di aver compiuto progressi significativi nel campo dei diritti umani prima che l’Unione possa prendere in considerazione una revoca del divieto”. L’Assemblea, inoltre, “ritiene che, tenuto conto delle minacce cinesi nei confronti di Taiwan, non sia questo il momento di aprire la strada a una revoca dell’embargo”. Secondo il Parlamento europeo, “la situazione dei diritti dell’uomo nella Repubblica popolare cinese, seppur migliorata negli anni, resta insoddisfacente, in quanto le violazioni delle libertà fondamentali continuano, così come continuano le torture, i maltrattamenti (anche nei confronti dei malati di Hiv-Aids) e le detenzioni arbitrarie, cui si aggiungono, nota l’Assemblea, l’elevato numero di sentenze capitali registrato ogni anno e la mancanza di rispetto e di tutela dei diritti delle Minoranze”.

(pal) 19 dic 2003 17:30

venerdì 12 dicembre 2003

Lista Unica, scende in campo Occhetto

Il Velino del 12 dicembre 2003
di Lanfranco Palazzolo

Achille Occhetto ha dunque ripreso il piglio dei protagonista e ha deciso di rimescolare le carte nel centrosinistra. Il suo ultimatum sulla lista unica - 'se non ci sarà Di Pietro ne faremo una alternativa" - sta mettendo a durissima prova lo stato maggiore dei Ds. Al punto che qualcuno, anche tra i più ortodossi, comincia a chiedersi se sia possibile insistere nel no, come confermano le dichiarazioni di oggi di Vannino Chiti. Per Occhetto si tratta di una "questione morale". Sarà. L'impressione è che la ragione vera della (ri)discesa in campo del leader della "gioiosa macchina da guerra" che fu sconfitta nel 1994, sia un'altra e che abbia un nome e un cognome: Massimo D'Alema. Qualche passo indietro aiuta a capire. Basta guardare l’intervista rilasciata da Occhetto il 25 luglio del 2003 al Corriere della Sera. In questa occasione, l’ultimo leader del Pci plaude alla lista unitaria invocata dal presidente della Commissione europea: “Ma quella proposta da Prodi è un'operazione storica che può anche farsi per gradi, l’importante e che Ds e Margherita vadano avanti”. In quella circostanza l’ex leader del Pds chiede di “andare avanti senza discriminare gli altri che sono e saranno nostri alleati”. Rileggere queste parole oggi invita a riflettere. Perché Occhetto ha cambiato linea e ha sposato le richieste di Di Pietro? L’ex pm chiede da più di un anno di entrare organicamente nel centrosinistra, ma Occhetto ha deciso solo oggi di farsi portavoce dfei suoi appelli. Il motivo è verosimilmente legato al ruolo di primissimo piano che, rispetto alla prospettiva della lista unitaria, è tornato a giocare D’Alema. Il sentimento di ostilità che divide Occhetto e D'Alema è profondo e insanabile. Occhetto, del resto, decide di giocare un ruolo nella partita della lista unica soltanto quando è evidente che D’Alema ne è diventato il king maker, non soltanto perchè è dispiaciuto per l’esclusione dell'ex pm. Il Giornale del 4 ottobre 2003 riporta impietosamente queste parole dell’ex segretario Pds all’assemblea di minoranza della Quercia: “Lo dirò chiaro, che Prodi ha fatto un grande errore a cercare l’intesa con D’Alema sulla lista unitaria, rimettendolo in sella. Il bello è che dopo il ribaltone del ’98 Romano mi disse: ‘Non mi fiderò mai più di Massimo’, e invece ci è ricascato”. E quando Occhetto ci si mette non lo ferma nessuno. Su Sette del 23 ottobre scorso, Paolo Franchi ricordava una proverbiale battuta del parlamentare diessino quando si pensava che lo sfidante di Berlusconi nel 2001 fosse Giuliano Amato: “Sono contento perché finalmente un craxiano perderà”. Il 25 ottobre, Occhetto fa un passo avanti contro la lista unitaria: “Questo soggetto nuovo si deve farlo vivere tra la gente e si deve capire che l’unica placenta è l’Ulivo. Inaridire anzitempo l’Ulivo, spaccarlo, porta a costruire solo dei soggetti fatti a tavolino e che rischiano non solo di dividere la sinistra, ma anche di torvare poco seguito”. Rileggendo queste parole, si può notare come l’interpretazione sul ruolo di forza propulsiva del soggetto unico sia cambiato. Mentre il 25 luglio questo ruolo era attribuito da Occhetto ai Ds e alla Margherita affinché “vadano avanti”, la parola torna alla piazza e ai movimenti. La svolta dell’asse Occhetto-Di Pietro si materializza il 5 novembre dopo l’intervento di Nanni Moretti sulla Repubblica, che senza peli sulla lingua ricorda (male) quello che aveva detto il presidente della Commissione europea a luglio proponendo la lista unica: “Tre partiti dentro e quattro fuori. Non mi sembra che l’appello di Prodi andasse in questa direzione”. Per poi ribadire: “Non è questo il messaggio positivo che c’era nella proposta di Prodi. O forse avevo capito male?”. Aveva capito decisamente male. Nell’intervista del 19 luglio del 2003 al Corriere Prodi ripete, citando solo due partiti del centrosinistra: “Quando vedo la parte dominante della Margherita e dei Ds vedo la stessa idea di Europa”. Come si legge, l’invito di Prodi non era rivolto neanche a tutta la Margherita, ponendo una discriminante chiara ad un settore del partito. Possibile che nessuno lo abbia capito subito?! Pare proprio di no. Ma questa non è la peggiore interpretazione di quello che sta accadendo nel centrosinistra. Il più ingenuo di tutti è stato Federico Orlando su Europa del 7 novembre scorso, il quale con la tranquillità degna di un grande profeta affermava, ripondendo a una lettrice: “Cara professoressa, forse la sorprenderà, ma io non vedo una contrapposizione di fondo tra il progetto di lista unica Ds-Margherita-Sdi alle elezioni europee e l’idea di Occhetto, Moretti e firmatari del loro manifesto di fare una confederazione di tutti i partiti del centrosinistra”. Per l’inconsapevole Orlando, “entrambi i progetti vanno al superamento di egoismi e idiosincrasie, baronie che tormentano i partiti e che si sono riprodotti pari pari nei movimenti”. (pal)

martedì 11 novembre 2003

Gli "appunti" di Giorgio Galli sulla New age

Giorgio Galli: new age e Andreotti
Il Velino dell'11 novembre del 2003
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 11 nov (Velino) - Può esistere un insieme di culture alternative alla religione e alla conoscenza scientifica? Questa è la strada su cui indaga il nuovo libro del politologo Giorgio Galli dal titolo Appunti sulla New Age (Kaos edizioni), in cui viene spiegato il modo in cui questo tipo di tendenza si sta diffondendo inconsapevolmente nella nostra società. Vengono considerati appartenenti alla New age l’astrologia, l’ufologia, la reincarnazione, l’occultismo e lo spiritismo, fenomeni definiti anche con il termine di culture alternative. Dall’opera di Galli emergono curiosi aneddoti che riguardano gli uomini politici alle prese con discipline alternative alla religione. È il caso di Giulio Andreotti. L’autore spiega che “la gerarchia vaticana si preoccupa dell’influenza, di derivazione della New age, sui politici cattolici, a partire dal più importante di loro, quel Giulio Andreotti che consultava l’astrologa Lisa Morpurgo; consultava anche Bernardino Del Boca, antropologo, fratello del noto storico Angelo”. Anche Fernando Tambroni, uomo politico democristiano aveva una passione particolare. La racconta Luciano Radi in un suo libro dal titolo Fernando Tambroni, trent’anni dopo (edito dalla casa editrice Il Mulino, 1990) in cui scrive: “La sua fede religiosa, la sua devozione per San Gabriele dell’Addolorata, non metteva in discussione la sua fiducia nell’astrologia per cui aveva eletto a interprete Maria Gardini”. L’astrologia è passata anche sulla strada di Amintore Fanfani, il successore di Fernando Tambroni. Infatti, la figlia dello statista contrarissimo all’introduzione del divorzio, Maria Lodei Fanfani, svolge l’attività di astrologa. E poi c’è il caso di Gerardo Bianco, che nei giorni in cui fu inviato l’avviso di garanzia ad Andreotti affermava ripetutamente: “È la maledizione di Moro…La maledizione di Moro quella frase: ‘il mio sangue ricadrà sulla Democrazia cristiana’. Non ci credo - prosegue Bianco - non si deve credere a queste cose. Ma quel punto di irrazionale che è in tutti noi mi ronza in testa”. Massimo Introvigne, storico delle religioni, non è d’accordo sul considerare l’astrologia parte della New age. Spiega al Velino: “Anche Napoleone consultava l’astrologa, potremmo far entrare Napoleone nella New age? Anche Giulio Cesare consultava l’astrologa. Li possiamo considerare adepti della New age o non diremmo piuttosto che molte persone apparentemente razionali sono dei Giano bifronte che appoggiano un piedino anche nel mondo delle spiritualità alternative? Dire che chiunque vada dall’astrologa sia New age mi sembra terminologicamente molto discutibile”. Lo studioso cattolico, autore di Storia della New age 1962-1992 ribatte ancora: “Potremmo evocare Giuseppe Garibaldi che presiedeva una società spiritica, Giuseppe Mazzini, che è stato uno dei primi a credere negli extraterrestri. Ma potremmo evocare anche dei cattolici come Massimo D’Azeglio che, pur andando a messa piamente tutte le domeniche, aveva delle credenze di tipo spiritico”. Il cristianesimo è legato a certe forme di credenza pagana, almeno fino al Concilio di Nicea del 325 dopo Cristo. Da allora la Chiesa ha attaccato con ogni forza credenze che sono state riconosciute alla fine degli anni Sessanta del Ventesimo secolo nella denominazione di New age. Il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica del novembre del 1992 ha condannato l’astrologia perché “in contraddizione con l’onore e il rispetto dovuti a Dio solo”. Lo stesso Giovanni Paolo II, in un viaggio compiuto il 19 maggio del 1999 a Maribor in Slovenia, ha ammonito i fedeli: “Non mancano purtroppo giovani e adulti i quali si abbandonano al fascino dell’occulto o cercano negli astri del firmamento i segni del proprio destino”. La condanna si è estesa al documento “Gesù Cristo, portatore di acqua viva” elaborato da due ministeri della Città del Vaticano i Pontifici Consigli per la cultura e il dialogo interreligioso, con gli interventi dei loro presidenti, rispettivamente il cardinale Poupard e l’arcivescovo Michael Fitzgerald. Il termine “portatore di acqua” vuol dire Acquario, l’era in cui la New age pensa che siamo, quella successiva all’età dei pesci definita come l’era del cristianesimo. La Chiesa cattolica, con questo titolo del documento, vuol dire che Gesù cristo è “l’unico” portatore di acqua, l’Aquario del futuro. “La condanna cattolica dello spiritismo è più o meno antica quanto lo spiritismo, se non molto più antica”, dichiara Introvigne. “L’illiceità dello spiritismo non è un’invenzione del nuovo catechismo. La troviamo in quello ‘maggiore’ di San Pio X che è del 1905. La troviamo anche in tempi molto più antichi”. Basta leggere l’Antico Testamento nel Levitico 19,31: “Non vi rivolgete agli indovini e ai negromanti, non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono il Signore vostro Dio”; oppure nel Levitico 26: “Se un uomo si rivolge agli indovini e ai negromanti per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò quella faccia contro quella persona e lo eliminerò dal suo popolo”; Isaia 8,19: “Quando vi diranno interrogate gli spiriti e gli indovini che bisbigliano e mormorano formule, forse un popolo non deve consultare i suoi Dei, non lo fate, attenetevi alla Rivelazione e alla Testimonianza”.

(pal) 11 nov 2003

venerdì 7 novembre 2003

Nella politica italiana c'è un Robin Hood?

Il Tempo del 7 novembre 2003
di Lanfranco Palazzolo
DOMANI arriva Robin Hood con «Il Tempo».

I politici italiani si identificano nell'eroe popolare inglese del Medioevo e si «armano» di arco e frecce. A giudicare da quello che è accaduto in passato, i politici nostrani non hanno perso occasione per tirare in ballo l'eroe di Alexandre Dumas: lo hanno fatto soprattutto gli economisti per dimostrare che i loro colleghi erano l'antitesi dell'eroe della foresta di Sherwood. Lo ha fatto Vincenzo Visco, bollando il ministro dell'economia Giulio Tremonti come un «Robin Hood all'incontrario» ("Famiglia Cristiana", 23 giugno 2002). Alla regola non si è sottratto nemmeno il «buonista» Walter Veltroni che ha apostrofato con lo stesso termine il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni perché sostenitore del buono scuola ("la Repubblica", 6 dicembre 2000). Il nome dell'eroe inglese era stato attaccato su misura la Presidente del Consiglio Giuliano Amato nel dicembre del 2000 quando varò una Finanziaria elettorale leggerissima, all'opposto di quella che aveva fatto approvare nel lontano 1992 di lacrime e sangue ("Il Messaggero", 30 settembre 2000). Ma cosa ci hanno risposto i parlamentari italiani su Robin Hood e, soprattutto, chi si identifica con il mitico arciere? Il filosofo Massimo Cacciari, ex parlamentare del Pci e poi deputato europeo dei Liberali non ne vuole proprio sapere di Robin Hood e ci risponde «non si chi sia questo Robin Hood, non so proprio cosa dirle». Natale D'Amico, economista, e senatore della Margherita si dimostra più disponibile e ci spiega che «Robin Hood era la risposta Medioevale al problema della ridistribuzione del reddito. Gli stati moderni, Gli Stati europei e gli Usa, hanno risolto questo problema attraverso il sistema del Welfare state. Quello di Robin Hood è un sistema di Welfare state autogestito. E non a caso, l'eroe è diventato un mito nella ridistribuzione precedendo il ruolo che poi avrebbe svolto lo stato risolvendo i problemi della distribuzione della ricchezza. La legge interviene per stabilire regole più eque». Il deputato spiega che «Robin Hood è interessante perché pone il problema della distribuzione del reddito in un epoca in cui questa avveniva attraverso l'espropriazione diretta. Meno male che c'è il Welfare». Alla domanda se Robin hood possa essere visto come un eroe della pianificazione comunista, D'Amico afferma «che in qualche modo gli espropri proletari che rislagono agli anni '70 si rifacevano a quella dimensione un po' infantile della ridistribuzione ed è stato visto dalla sinistra come un mito positivo. Ma gli strumenti dello stato moderno del Welfare oggi sono più efficaci di quelli che furono tentati negli anni '70 con gli espropri e di quelli di Robin Hood». Per Francesco Moro, capogruppo della Lega Nord al Senato, che ha conosciuto l'eroe attraverso la Tv, afferma che «Robin Hood aveva il senso della giustizia e voleva attenuare le sperequazioni. Da quello che ho visto in televisione, Robin Hood voleva che esistesse una società senza troppi squilibri economici. Quello che faceva aveva come obiettivo di abbattere queste ingiustizie. La strada che questo eroe ha scelto io la condivido». Alla domanda se Robin Hood sia un eroe adatto per le battaglie del suo partito, il senatore leghista dice: «una società più giusta è il sogno di tutti a patto che non sia concepita in una realtà pianificata economicamente. Ma non voglio nemmeno che qualcuno si faccia scudo della ricchezza e della forza per umiliare gli altri». Diversamente da quanto ha fatto il filosofo Massimo Cacciari, il senatore Ottaviano Del Turco ha letto l'opera di Dumas: «come tutte le persone normali - spiega - ho letto Robin Hood e ho visto almeno 10 film e non so quante serie televisive. Penso che sia stato insieme ai 'Tre moschettieri' il personaggio più amato dai giovani della mia generazione». L'ex sindacalista afferma che, oggi, «per capire se c'è bisogno di Robin Hood è necessario capire se esiste lo sceriffo di Nottingham. Se c'è allora c'è bisogno di Robin Hood». Il senatore ammette che «nella mia vita ne ho incontrati molti di personaggi simili allo sceriffo di Nottingham».
07/11/2003

martedì 4 novembre 2003

Esce "Le sfumature di Camus"

Radio Radicale pubblica un libro di Enrico Rufi
Gli intellettuali francesi non amano l'Italia di Berlusconi
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino del 4 novembre del 2003

Roma, 4 nov (Velino) - “Le Monde” e gli intellettuali non amano l’Italia dal maggio 2001 e la storia se ne ricorda. Enrico Rufi è uno dei giornalisti di Radio Radicale più apprezzati per la profonda conoscenza della vita culturale e politica francese. Da più di un anno, Rufi conduce una rubrica su Radio radicale, nella quale si occupa dei fatti dell’attualità politica e culturale francese. Questa rubrica è diventato un libro dal titolo Le sfumature di Camus, quelques chose de gauche sulla Francia benpensante pubblicato in questi giorni in coproduzione tra la casa editrice Memini e l’emittente radicale, attraverso la quale sarà venduto. I fatti francesi tra il marzo 2002 e il maggio 2003 hanno fornito numerosi spunti di riflessione, dalla polemica degli “intellos” italiani contro Berlusconi, al ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, fino all’inaspettato successo di Jean-Marie Le Pen ex reperto della destra storica. Il libro cerca di colmare un vuoto di attenzione su ciò che accade oltre le alpi. Enrico Rufi, forte delle sue conoscenze e del suo dottorato di ricerca alla Sorbona, riporta all’attenzione di coloro che non si accontentano delle cronache dei corrispondenti da Parigi della Rai un’analisi di ciò che è passato sotto i ponti della Senna, a cominciare dalle polemiche scaturite dal salone del libro di Parigi dell’aprile del 2002. Nei capitoli che riguardano questa vicenda, Rufi spiega i retroscena della mobilitazione contro Berlusconi mossa da Antonio Tabucchi e dal quotidiano Le Monde e raccolta dal ministro della Cultura francese Madame Tasca, amica del lider Maximo Fidel Castro. Riprendendo l’interrogativo di Piero Citati su chi dice più stupidaggini tra gli intellettuali francesi e quelli italiani, l’autore del libro scrive, riportando la risposta di Citati e poi le sue considerazioni: “Probabilmente i primi - aveva risposto Citati - ma in realtà è difficile individuare con certezza i campioni di questa disciplina. Noi, ad esempio, non ci sentiamo di sbilanciarci più di tanto. Ci accontentiamo di notare che in questi ultimi tempi le stupidaggini vengono veicolate perché alle fesserie dei francesi se ne aggiungono molte di quelle degli italiani, che vengono fedelmente tradotte per la soddisfazione dei lettori d’Oltralpe”. Rufi ricorda un episodio già dimenticato dagli italiani: “In un colpo solo sono stati sorpresi in fragranza di stupidità ben 250 firmatari di un appello per boicottare le università israeliane pubblicato da Liberation”. Un altro clamoroso esempio riguarda Giuliano Ferrara, invitato da una radio francese a discutere di uno degli attacchi riservati dall’intellighenzia italiana “esiliata” a Parigi. “Qualche tempo fa, per discutere di un altro articolo di denuncia di un grande italiano antiberlusconiano, Dario Fo, la tv francese la Chaine Info aveva chiesto un commento a Giuliano Ferrara, in qualità di ex ministro di Berlusconi e di direttore di un giornale di cui è azionista la moglie di Berlusconi. Ferrara spiazzò l’intervistatore dicendo che Fo, da giovane, era stato repubblichino, mentre lui da giovane era stato gauchiste, e che suo padre era stato un deputato comunista che aveva fatto la Resistenza. Interdetto, il bravo giornalista farfugliò qualcosa del tipo: ‘Monsieur Ferrara si assume la responsabilità di quello che ha detto, e ci penserà qualcuno eventualmente a querelarlo’”. Gli schemi dell’intervistatore francese non prevedevano una realtà così complessa.

4 nov 2003 17:00

lunedì 13 ottobre 2003

Madre Teresa, nessun miracolo per i risparmiatori

Madre Teresa santa? Non dei rispamiatori…
Il Velino del 13 ottobre 2003
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Charles Keating con Madre Teresa)

Roma, 13 ott (Velino) - Volete beatificare Madre Teresa di Calcutta?! Nessuno lo impedisce, ma non fatela diventare la santa patrona dei risparmiatori. All’inizio degli anni ‘90, Charles Keating fu il protagonista di uno caso giudiziario che lo portò ad una condanna a 10 anni di reclusione per la parte avuta nello scandalo Lincoln Savings and Loan, indubbiamente una delle più grosse frodi della storia americana. Durante il primo mandato del repubblicano Ronald Reagan alla Casa Bianca, in pieno boom della deregulation, Keating e altri lanciarono il loro assalto ai depositi dei piccoli investitori americani. Il metodo per mettere le mani su questi soldi erano quelli del prospetto illustrativo falso e della corruzione politica (nel gergo politico parlamentare negli Usa si usa ancora il termine The Keating five per ricordare i cinque senatori che ricevettero fondi Charles Keating). Il signor Keating era anche un cattolico fondamentalista e aveva lavorato con Richard Nixon nella commissione parlamentare sugli effetti deleteri della pornografia. Al culmine del suo successo, Keating fece delle donazioni a Madre Teresa di Calcutta per un totale di 1.250.000 dollari, autorizzando la ormai prossima beata ad utilizzare il suo Jet. Purtroppo i soldi donati a Madre Teresa non erano i suoi. Nel 1992 Keating venne processato, comparendo davanti alla II° Corte d’appello di Los Angeles e fu giudicato dal giudice Lance Ito. Durante il processo, Madre Teresa scrisse una lettera al giudice Ito chiedendo clemenza per Keating: “Gesù ha detto - scrisse Madre Teresa rivolgendosi al Di Pietro Californiano -: ‘tutto quello che fate al più piccolo dei miei fratelli…..l’avete fatto a me’. Mr Keating ha fatto molto per aiutare i poveri ed è questo il motivo per cui intercedo per lui”. La lettera non piacque a Paul Turley, viceprocuratore distrettuale di Los Angeles, uno dei Pm al processo Keating. Turley prende carta e penna e scrive a Madre Teresa. Nella lettera, il pubblico ministero spiega alla religiosa le cifre della grande truffa. Si tratta di 900.000 mila dollari rubati a 17 individui, che rappresentano 17.000 cittadini ai quali Keating ha rubato 252.000.000 di dollari. Il giudice scrive che “le vittime della frode di Mr. Keating provengono da un ampio spettro della società. Alcune erano ricche ed istruite, ma la maggior parte era costituita da persone con pochi mezzi e che avevano poca dimestichezza con l’alta finanza. Uno era addirittura un povero falegname che non sapeva parlare l’inglese e che si ritrovò derubato dei risparmi di tutta la sua vita grazie alla truffa di Mr. Keating. Il motto biblico della sua organizzazione è: ‘ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto anche a me”; e proprio i più piccoli dei fratelli sono tra coloro che Mr. Keating ha spennato senza batter ciglio”. Il Pm rivolge un invito a Madre Teresa: “Non tenga quel denaro. Lo restituisca a quelle persone che lo hanno guadagnato con il loro lavoro! Se mi contatta la metterò direttamente in contatto con i legittimi proprietari dei beni in suo possesso”. Nonostante la condanna di Keating, Madre Teresa non ha mai risposto a quella lettera.

(pal) 13 ott 2003 18:24

martedì 7 ottobre 2003

Il Duce in diretta tv da Piazza Venezia

La radio e la tv di Mussolini
Il Velino del 7 ottobre del 2003
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 7 ott (Velino) - Quanto era bravo Vittorio Veltroni nelle radiocronache fasciste sull’arrivo di Hitler a Roma. La radio fu senza dubbio una delle armi più forti del regime, la “voce” del Duce. Ma la televisione avrebbe potuto essere il “grande fratello” del ventennio. Per quanto oggi ci possa sembrare strano, il regime fascista aveva una sua televisione di Stato, le cui trasmissioni finirono, nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia. La breve stagione che visse quella tv sperimentale fu legata quasi totalmente al periodo della non belligeranza (settembre 1939-maggio 1940). Mussolini non apparve mai sugli schermi dell’Eiar perché non ci fu il tempo di trasformare questa televisione in un’arma del regime. La guerra riconvertì gli schermi tv in schermi radar per scopi bellici. A ricordarci questa parte rimossa della nostra storia è Diego Verdegiglio, autore della Tv di Mussolini, Sperimentazioni televisive nel ventennio fascista (Edizioni Cooper Castelvecchi). Un libro che non fa discutere. Intorno alle ricostruzioni di Verdegiglio sulla tv fascista si è creata una sorta di timore reverenziale che l’autore ha potuto costatare nelle ultime settimane, durante le quali il libro è arrivato negli scaffali. Pochi ne hanno parlato e chi ha trattato l’argomento lo ha fatto evitando di citare le fonti. Non ha aperto nessuna discussione l’articolo di Luca Telese, pubblicato sul Giornale del 12 settembre, nel quale si sottolineava che Vittorio Veltroni era il padre dell’attuale sindaco di Roma). Non ha avuto echi neppure il settimanale della Rai TV7, che nella puntata del 3 ottobre ha dedicato al tema un servizio decisamente criptico, non citando il libro ma utilizzando parte del materiale pubblicato dall’autore. Chissà, forse la ragione va ricercata nel fatto che tra i protagonisti della televisione sperimentale del Ventennio troviamo Vittorio Veltroni, autorevole giornalista della Rai nel dopoguerra e padre del futuro segretario dei Democratici di sinistra. Alla domanda se Vittorio Veltroni avesse fatto la radiocronaca della visita di Hitler a Roma, l’autore, interpellato dal Velino, risponde: “Certo, c’erano Cremascoli, Ferretti e lui, che erano i radiocronisti di punta delle radiocronache politiche. Veltroni aveva un posto di rilievo. Come rileva Nicola Sinopoli (impiegato all’Eiar nel 1939, nda), nel 1939 Vittorio Veltroni era un giovanissimo funzionario dell’Eiar ed era stato inviato da Fulvio Palmieri al seguito del Duce, nel marzo del 1939 in Calabria, per le radiocronache della visita di Mussolini. Era uno dei grandi funzionari della Rai e dell’Eiar”. A EVOCARE IL RUOLO SVOLTO dal papà del sindaco di Roma era stato per primo Marcello Veneziani, che sul Giornale del 12 maggio 1999 lo aveva ricordato come cronista, nel 1938, della visita di Hitler a Roma: “Entusiastica radiocronaca, tutto il Fuhrer minuto per minuto”. L’autore del libro, dopo aver precisato che per svolgere quel ruolo bisognava essere iscritti al partito, spiega che “Veltroni ha lasciato un buon ricordo di sé, di una persona molto gentile, affabile, molto comprensiva. Non c’è nessuna testimonianza che indichi in lui una briciola di fanatismo fascista, anche se era allineato su certe direttive”. L’autore è sorpreso del silenzio che ha sempre accompagnato questa parte della vita professionale di Vittorio Veltroni, “che non ha fatto nulla di disdicevole e non aveva nulla da nascondere”. Il libro non si ferma solo a questo aspetto della storia della tv fascista. Gli aneddoti più interessanti riguardano il televisore portato nell’anticamera della sala del Mappamondo a Palazzo Venezia, le riprese di Mussolini (le uniche in Italia) a circuito chiuso, a Milano, nel lontanissimo 1932, durante una mostra a Torino sulla radiovisione, la foto di Pio XII davanti ad un apparecchio tv nel 1939, la paura a New York dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e la telecamera puntata dalla Cbs sul cielo per riprendere l’arrivo dei bombardieri tedeschi su Manhattan. L’autore rivela che a Via Asiago “si pensava già di trasmettere i discorsi di Mussolini”, ma la dichiarazione di guerra del 10 giugno del 1940 “non andrà mai in onda” perché gli impianti furono chiusi nel maggio dello stesso anno 1940. La guerra interruppe tutto.

(Lanfranco Palazzolo) 7 ott 2003 11:17

venerdì 14 febbraio 2003

Il fascio, la svastica e la mezzaluna

Quella alleanza tra Iraq e nazisti
Il Velino cultura del 14 febbraio del 2003
Di Lanfranco Palazzolo

14 feb (Velino) - A invocare la pace e dubitare della giusta causa americana non sono solo il popolo della sinistra e quello del centro cattolico. Se in ambito parlamentare spiccano, all’interno della maggioranza, le perplessità di trenta deputati di An in merito a un’azione militare contro l’Iraq intrapresa a rimorchio degli Stati Uniti, le manifestazioni pacifiste di domani saranno caratterizzate da un allineamento ancora più curioso: in due città siciliane, Messina e Palermo, i militanti del gruppo neofascista Forza nuova scenderanno in piazza a urlare slogan contro gli yankee invasori - nonché “contro il sostegno militare italiano e l’utilizzo delle basi sul territorio nazionale”, come precisa il sito web dell’organizzazione. D’altra parte, le simpatie dell’estrema destra europea per la causa dei popoli arabi - e le relative antipatie nei confronti degli invasori angloamericani - non sono a senso unico, come si può notare se si svolge lo sguardo al passato. Hitler e Mussolini erano considerati dagli arabi come dei liberatori: se l’Asse avesse vinto la battaglia in Nord Africa, in Medio Oriente ci sarebbero state le stesse scene di giubilo che hanno accompagnato l’arrivo degli alleati in Francia e in Italia tra il 1943 ed il 1945. Ad acclamarli in Egitto avrebbero trovato Anwar al-Sadat e ’Abd al-Naser, che furono arrestati dagli inglesi con l’accusa di essere degli agenti fascisti. Hitler espresse sempre giudizi favorevoli nei confronti degli arabi e sulla dominazione di quest’ultimi in Spagna, affermando che il periodo aureo di quel paese coincise con la dominazione islamica. A RACCONTARE QUESTA STORIA, accennata solo da Renzo De Felice nella sua monumentale bibliografia su Benito Mussolini, è Stefano Fabei, autore del libro Il fascio, la svastica e la mezzaluna, pubblicato in questi giorni da Mursia. Nell’opera viene ricostruita la politica dell’Asse nei confronti degli arabi del Medio Oriente, desiderosi di emanciparsi dagli inglesi e dai francesi. Gli arabi cercarono di orientare l’alleanza con l’Asse verso il comune obiettivo di impedire la nascita del Focolare nazionale israeliano in Palestina. Nel libro non ci sono riferimenti circa complicità arabe nella Shoà. L’autore spiega che i principali leader nazionalisti arabi come il Gran Mufti “non sapevano nulla su quella che era la ‘Soluzione finale’”. Nel corso dell’ultima guerra mondiale, i paesi dell’Asse collezionarono errori nel loro approccio con la politica del Medio Oriente. L’Italia fascista era più vicina alle posizioni dei palestinesi, mentre la Germania nazista aveva maggiore cura dei rapporti con l’Iraq. Il Gran Mufti di Gerusalemme, Amjj Amin al-Husayni, che era la massima autorità spirituale palestinese, parente di Yasser Arafat, rimase politicamente legato a Mussolini fino alla sua caduta. “L’Italia fascista”, rivela l’autore, “fu il primo Stato europeo a sostenere economicamente e con le armi la resistenza palestinese contro l’insediamento degli ebrei e ai danni dell’Inghilterra che era la potenza mandataria nella regione”. Inoltre, l’Italia puntava ad includere nella sua sfera di influenza l’Iraq. “Ma poi i tedeschi”, spiega Fabei, “fecero in modo di non far rientrare questo paese nella sfera d’influenza fascista ed aggiungerlo come area d’influenza all’Iran e all’Afghanistan”. Infatti, la politica di penetrazione economica tedesca in quelle regioni aveva radici risalenti alla Germania guglielmina. MA L’ITALIA commise un grave errore sull’Iraq. A giudizio di Fabei, “Palazzo Chigi (allora sede del ministero degli Esteri, nda) indusse ad un atteggiamento di eccessivo ottimismo i nazionalisti iracheni, i quali confidando in un aiuto dell’Asse deposero il Governo in carica e portarono al potere il blocco politico denominato ‘aureo quadrato’ guidato da el-Gailani”, noto anche come Rashid ’Ali. A quel punto gli inglesi occuparono il Paese. “Se il contributo militare italiano e tedesco fosse stato più convinto”, ammette l’autore, “gli inglesi si sarebbero trovati in grave difficoltà in Medio Oriente”. Dopo quello scontro, ci furono l’occupazione anglo-sovietica in Iran e quella anglo-gollista in Siria. Ma altri errori sarebbero stati commessi dall’Asse. Per creare dei problemi agli italiani, i tedeschi riconobbero a El-Gailani il titolo di primo ministro dell’Iraq in esilio, contrariando il Duce. Questo conflitto sotterraneo si inasprì con la riluttanza dell’Asse a riconoscere con una dichiarazione ufficiale l’autodeterminazione dei popoli del Medio Oriente. I tedeschi non volevano urtare gli italiani, mentre questi ultimi erano titubanti perché non intendevano rinunciare alle mire territoriali in Medio Oriente. Nonostante queste ambiguità, gli egiziani nel 1942 attesero invano l’arrivo di Mussolini - ribattezzato Mussa-Nili, ovvero Mosè del Nilo - ad Alessandria. Dopo la sconfitta dell’Asse a El Alamein, al-Husayni proseguì la sua battaglia in Germania. “Gli uffici del Gran Mufti a Berlino”, spiega Fabei, “agirono in diversi settori, principalmente in quello informativo allo scopo di compiere atti di sabotaggio contro gli inglesi”. Gli alleati non catturarono al-Husayni, che nel dopoguerra riuscì a riorganizzare la resistenza palestinese contro gli israeliani. “Fino alla nascita dell’Olp giocò un ruolo importantissimo e l’atteggiamento di Arafat e della dirigenza dell’Organizzazione fu di grande rispetto nei suoi confronti, anche se non mancarono le occasioni in cui la scelta di allearsi con l’Asse gli fu rinfacciata”. (pal)