martedì 30 dicembre 2003

Il Comunismo si affida alla proprietà privata

Il Velino 30 dicembre 2003
di Lanfranco Palazzolo
La proprietà privata non è un furto, anzi è uno dei bastioni del comunismo in nome della “teoria delle Tre Rappresentanze”. Se dal prossimo marzo qualcuno in Cina assocerà, come hanno fatto intere generazioni di marxisti, la proprietà privata a un furto verrà guardato con sospetto. Nella Repubblica Popolare cinese, dove il comunismo rimane l’ideologia dominante, ci si appresta non solo a legalizzare la proprietà privata, ma anche a proteggerla per legge. Secondo una proposta presentata al comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo - il parlamento cinese - la Costituzione stabilirà che “la proprietà privata acquisita legalmente è inviolabile”. In sintesi l’emendamento alla carta fondamentale della Repubblica, approvata nel 1982, farà sì che non vi sia più alcuna differenza tra la proprietà pubblica, tanto di beni che di mezzi di produzione, e quella privata. La decisione di legalizzare e proteggere la proprietà privata era stata presa in realtà nell'ottobre scorso, durante l'ultimo congresso del Partito comunista cinese, ma non era stata annunciata ufficialmente. Nessuno ne aveva parlato in Europa. Solo qualche accenno cancellato dalla missione cinese nello spazio e dalla visita congiunta Berlusconi-Prodi a Pechino di fine ottobre. Dalle pagine del Sole 24 Ore si è continuato a leggere pareri positivi sulla Cina che “non è un pericolo”. Lo ha ricordato il 9 ottobre del 2003 sul giornale di Confindustria Domenico Barili, ex direttore generale della Parmalat. Lo stesso ha fatto Carlo De Benedetti il 3 ottobre scorso sulla Repubblica che ha definito la Cina come il “cuore di questa rivoluzione mondiale”, alludendo alle performance economiche di Pechino. E cosa dire di Romano Prodi che ha chiesto al Parlamento europeo di revocare l’embargo delle armi nei confronti di Pechino? In Cina, il dibattito sulla proprietà si è sviluppato tra il presidente del partito Hu Jintao e il primo ministro Wen Jiabao, i quali hanno affermato che intendono affrontare con “nuove idee” anche il problema dei crescenti squilibri sociali. Wu Guoguang, ex-direttore del giornale del partito comunista Quotidiano del Popolo e poi professore all'Università di Hong Kong, ha fatto sapere che Hu Jintao e Wen Jiabao si concentreranno su come portare almeno in parte il benessere delle città e delle regioni costiere nelle zone depresse del nordest, la cosiddetta rust belt, “cintura della ruggine”, dove migliaia di operai sono stati licenziati dalle “inefficienti” imprese statali. La questione della proprietà privata è stata dunque affrontata nella “teoria delle Tre rappresentanze”, elaborata dall'ex presidente Jiang Zemin: secondo la teoria, il partito comunista cinese dovrà rappresentare, oltre a contadini e operai, “i settori dinamici” della società, cioè i nuovi capitalisti. La teoria potrebbe essere integrata nella Costituzione da marzo. Questo dibattito è stato piuttosto acceso per gli standard cinesi: diverse voci si sono levate a difesa della prevalenza della proprietà pubblica, soprattutto di quella dei mezzi di produzione. L’eco della discussione ha risuonato nei saloni della Grande assemblea del popolo, che si affaccia sull'enorme distesa della piazza Tiananmen di Pechino. L'essenza del dibattito non è stata tuttavia ideologica, ma economica: diversi deputati hanno ammonito che la rivoluzione economica degli anni scorsi, che ha dato libero corso all'iniziativa imprenditoriale privata, ha già causato l'emergere del fenomeno povertà nelle zone industrializzate. E la povertà - la storia insegna - anche in Cina, prima o poi sfocia in rivolta. Ma il parlamento nazionale ha tra le sue poche funzioni di rilievo quella di animare la discussione politica e sociale perché le decisioni, quelle vere che decidono il futuro dell'Impero di mezzo, vengono prese dalle strutture dirigenziali del Partito comunista: il Comitato centrale, ossia il parlamento interno del partito, e il potentissimo Ufficio politico. E sulla proprietà privata il Partito ha già deciso. Quello di questi giorni viene visto come l'inizio di quel cammino - dopo le disastrose esperienze maoiste del “Grande balzo” in avanti, che negli anni Cinquanta significò la fame per milioni e milioni di cinesi, e della rivoluzione culturale, viene fatto risalire a un’altra frase celebre. La pronunciò Deng Xiaoping, padre della Cina post-maoista e artefice dell'espansione del paese a tappe forzate degli ultimi due decenni. “Non importa che il gatto sia bianco o nero, l'essenziale é che acchiappi i topi”, disse il vecchio Deng, lasciando intendere che alla sua ideologia la Cina moderna avrebbe aggiunto una forte dose di pragmatismo, che deve essere inteso non come scelta di campo a favore del liberalismo, che anzi nella Cina popolare era ed è sempre stato combattuto, ma come ricerca di sviluppo soprattutto economico imparando dagli errori commessi sia dall'Unione Sovietica che da Mao Zedong. “L'economia cinese continuerà a svilupparsi ai ritmi miracolosi cui ormai ci ha abituato”, spiega un diplomatico occidentale che da anni segue le vicende del gigante asiatico. “Ma l'introduzione della proprietà privata non significherà certo l'altrettanto automatica introduzione di quelle libertà politiche e sociali che, assieme alla proprietà privata, contraddistinguono gli ordinamenti dell'Occidente”. (pal)