lunedì 20 dicembre 2004

Sciascia, un guastafeste a Montecitorio

I discorsi parlamentari dello scrittore siciliano, deputato radicale dal 1979 al 1983. Recensione del "Corriere della Sera" su "Leonardo Sciascia deputato radicale 1979-1983".

In genere, i discorsi parlamentari, anche dei grandi uomini di Stato e dei migliori oratori, sono noiosi, prolissi, curati e limati nella forma come nella sostanza al punto da apparire asessuati. Raccoglierli, sistemarli e, soprattutto, proporli alla lettura è, per questa ragione, operazione di pochi e per pochi. Saranno magari pagine utilissime e illuminantissime, ma chi le legge? I discorsi e gli interventi parlamentari di Leonardo Sciascia, invece, che fu deputato radicale al Parlamento italiano dal 1979 al 1983, sono l' esatto contrario. Brevi, densi, agili, efficaci, mai contorti, neppure quando devono far ricorso a digressioni e analogie. Ma soprattutto, sono discorsi e interventi di un' attualità incredibile, nonostante siano trascorsi più di vent' anni da quando Sciascia lasciò Montecitorio. Averli raccolti e corredati di note e richiami cronologici pertinenti, indispensabili ed altrettanto efficaci, come ha fatto Lanfranco Palazzolo (per le edizioni Kaos), oltre a rendere onore e merito al grande scrittore di Racalmuto, offre a chiunque la possibilità di comprendere un po' meglio e «in diretta» com' era l' Italia di quegli anni e com' è che sia cambiata così poco, spesso addirittura in peggio, nei suoi connotati «strutturali». Nonostante in questi vent' anni sia accaduto di tutto e, ripetiamo a noi stessi, sia cambiato il mondo. Prendiamo per esempio uno dei temi più inflazionati del dibattito politico italiano dell' ultimo quarto di secolo, la (in)governabilità del Paese. E sentiamo Sciascia. «In realtà - egli dice - questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell' efficienza; intendo soprattutto nel senso di un' idea del governare, di una vita morale del governare». Era il 5 agosto del 1979. Per la prima volta, Leonardo Sciascia prendeva la parola in Parlamento e lo faceva durante il dibattito sulla fiducia al nuovo governo guidato dall' ex ministro dell' Interno, Francesco Cossiga, un anno dopo il sequestro e l' assassinio di Aldo Moro (a cui ha dedicato uno dei suoi lavori più lucidi, l' Affaire Moro). In quell' intervento del deputato Sciascia c' era tutto il suo programma politico, da cui, nei quattro anni di mandato parlamentare, anche come membro della commissione d' inchiesta sul caso Moro, non si discostò mai. Del resto, Sciascia era stato molto chiaro prima di essere eletto. Due settimane prima delle votazioni, in un' intervista a Paolo Guzzanti, aveva detto che lui in Parlamento ci andava «per guastare i giochi e per far crescere una coscienza d' opposizione». Perché, insisteva Sciascia, «questo Paese è affamato d' opposizione. Comunisti e democristiani non sono semplici alleati: sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri... così da trent' anni». Non v' è argomento, in questa raccolta di discorsi di Sciascia, che non appassioni e non stimoli riflessioni profonde, tutto il contrario della banalizzazione «televisiva» e del finto contraddittorio all' interno dell' unico recinto di pensiero. Dalla mafia al terrorismo, dalla giustizia alle leggi di polizia, Sciascia incalza tutti con la propria libertà di pensiero, «a costo di apparire - ha detto una volta a Elvira Sellerio - che fai un favore a coloro con i quali non condividi nulla». Ecco perché Sciascia era sempre in guardia nei confronti di «una democrazia che marcia verso il regime» e temeva «questa richiesta continua di unanimismo, che serve solo a isolare e poi trattare da criminali quelli che non vogliono omologarsi». Ed ecco perché i suoi discorsi dal seggio di Montecitorio sono come i suoi racconti. Belli e utili, oggi ancor più di ieri.

Carlo Vulpio Il libro: «Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983», a cura di Lanfranco Palazzolo, Kaos edizioni, pagine 264, euro 15
Vulpio Carlo

Pagina 29 (20 dicembre 2004) - Corriere della Sera

lunedì 6 dicembre 2004

Quanto costano i mercenari di SG?

I “mercenari” della Sinistra giovanile
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino del 6 dicembre 2004

Roma - Anche i componenti degli organi della Sinistra giovanile sono pagati. Romano Prodi parla di “mercenari” riferendosi ai giovani di Forza Italia, ma tra i partiti che formano la Federazione riformista il fenomeno della retribuzione non è sconosciuto. Abbiamo provato a chiedere presso le sedi nazionali dei partiti della Fed alcune informazioni sui loro dipendenti. Gli unici che si sono preoccupati di rispondere sono i Democratici di sinistra: allo Sdi non abbiamo trovato alcun responsabile, mentre l’ufficio organizzativo della Margherita non ci ha risposto, invitandoci a girare la richiesta all’ufficio stampa (che non ci ha dato alcuna informazione). Il responsabile del personale dei Ds, Fabio Fazzi, spiega: “Attualmente abbiamo almeno 107 persone come dipendenti in forze. Poi ci sono dei dipendenti che sono in aspettativa per cariche elettive”. Tra questi 107 dipendenti, la questione della retribuzione è affidata a regolamenti interni: “I partiti politici non hanno un contratto di riferimento”. Quanto alle persone che hanno un incarico nella segreteria del partito, “se sono dei parlamentari non hanno alcuna retribuzione e vivono dell’indennità parlamentare. Se non sono parlamentari, sono considerati come dipendenti della direzione del partito”, chiarisce Fazzi. Nella Sinistra giovanile, prosegue il responsabile del personale dei Ds, “c’è un gruppo dirigente che percepisce uno stipendio. Ma sono collaborazioni. Si tratta di contratti di collaborazione in base all’incarico che ricevono e che è temporaneo. Non ci sono dipendenti nella Sinistra giovanile”. Quando l’esecutivo nazionale della Sinistra giovanile elegge il gruppo dirigente, “ognuno ha un incarico rispetto ad un tema. In base a quello - aggiunge il responsabile del personale della Quercia - si instaura un rapporto di collaborazione”. Oltre ai 107 dipendenti, ci sono circa 55 collaboratori che hanno funzioni di tipo politico, “nel senso che collaborano a singole tematiche o sono di supporto al personale politico”. Sono previsti cinque livelli di inquadramento: “I primi tre riguardano il personale tecnico-amministrativo. Gli ultimi due riguardano il personale politico”. Ma quanto prendono coloro che sono inquadrati nel quinto livello? “Il regolamento - risponde Fazzi - è stato varato nel 1998. In vecchie lire si tratterebbe di 4.300.000 lorde. A queste va aggiunta l’indennità di funzione. Se uno è membro della segreteria politica sono circa 4 milioni. In questo caso parliamo di una segreteria composta di 13 persone. I dipendenti in forza sono solo 2. Gli altri sono parlamentari e quindi non percepiscono nulla”. (pal)

giovedì 2 dicembre 2004

Perchè Armando non ricorda?


Armando Cossutta e quelle date sbagliate
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 2 dicembre 2004

Roma - L’uscita di Una storia comunista per i tipi di Rizzoli, ha aperto numerosi dibattiti sui costi della politica. Nel libro scritto con Gianni Montesano, il presidente dei Comunisti italiani racconta la sua vita. Cossutta spiega che, in qualità di amministratore del Pci, negli anni Settanta, “avevo ben presente il problema complessivo del costo della politica e sapevo come i miei corrispettivi negli altri partiti, che il sistema italiano si alimentava da fonti illecite”. Ma nel libro ci sono dei conti che non quadrano se confrontati con un altro libro scritto da Cossutta che tocca il tema dei soldi ai partiti. Stiamo parlando de Il finanziamento pubblico dei partiti pubblicato da Editori riuniti. Un volume che uscì in due edizioni: la prima nel 1974, all’indomani della votazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti; la seconda nel 1978, alla vigilia del referendum promosso dai radicali per abolire la stessa legge. Questo libro è interessantissimo se confrontato con Una storia comunista. Infatti, nel libro edito da Rizzoli c’è un refuso clamoroso che Cossutta non avrebbe commesso se avesse letto il suo libro del 1974. Nel libro scritto con Montesano, Cossutta afferma: “La legge sul finanziamento pubblico dei partiti iniziò così il suo cammino parlamentare, che seguii personalmente nelle aule del Parlamento in accordo con Amintore Fanfani e Flaminio Piccoli. Il 9 aprile fu approvata dall’Assemblea”. Peccato che i ricordi di Cossutta siano labili e che in Rizzoli nessuno si sia preoccupato di controllare l’esattezza delle parole del deputato comunista. Nell’introduzione de Il finanziamento pubblico dei partiti, Cossutta scrive: “La raccolta di documenti, di articoli, di interventi che questo volume presenta vuole essere un contributo il più possibile puntuale ed obiettivo al dibattito in atto sulla legge per il finanziamento pubblico dei partiti approvata il 17 aprile del 1974”. Dunque, Cossutta ha sbagliato data nel recente libro? No, ha sbagliato tutte e due le volte. Dopo il voto del 17 aprile al Senato la legge è tornata alla Camera per una piccola modifica per diventare legge il 2 maggio del 1974 come ricorda Valerio Riva nel suo libro Oro da Mosca edito da Mondadori. Ma perché teniamo tanto a questo particolare? Ciò che è accaduto in quei giorni del 1974 deve essere confrontato con quanto avviene contemporaneamente a Mosca. Nel libro del 1974, il parlamentare del Pci spiega come “i comunisti abbiano sempre finanziato le attività del proprio partito con i mezzi più limpidi e politicamente più significativi”. Quello che non sanno i militanti comunisti e ciò che sta accadendo nella patria del comunismo. Negli stessi giorni in cui Cossutta è impegnano in Italia nell’approvazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, sta conducendo una trattativa parallela con il Pcus per avere altri fondi. Il Partito di Mosca promette “solo” 5,5 milioni di dollari per il 1974. “Pochi” rispetto ai sei milioni del 1973. L’8 aprile del 1974 Cossutta scrive al Comitato centrale del Pcus: “Cari compagni, vi ringrazio di avermi consentito di discutere ampiamente con voi su molte questioni relative a diversi aspetti particolari dell’attività del nostro partito. Vi rinnovo la richiesta di volerci dare tutto il vostro contributo per la loro soluzione”. Di quali problemi parla Cossutta? Non lo sapremo mai. È accertato che il giorno dopo il suo intervento al Senato a favore della legge sul finanziamento pubblico dei partiti del 17 aprile 1974, il Pcus delibera di dare al Pci un finanziamento di un milione di dollari. Ma la richiesta avanzata dai compagni italiani il 13 aprile è di due milioni di dollari “per opporsi al neofascismo” e al referendum per abrogare la legge Fortuna. La missione riesce solo al cinquanta per cento e cinque giorni dopo il Comitato centrale del Pcus delibera di “incaricare la direzione della Gosbank dell’Urss di rilasciare al Comitato per la sicurezza di Stato presso il Consiglio dei ministri dell’Urss un di dollari per scopi speciali”. Missione compiuta. (pal)

mercoledì 1 dicembre 2004

L'ex segretario del PLI nella Margherita

Zanone, un nuovo petalo della Margherita bipolare
Il Velino del 1 dicembre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Arriva anche Valerio Zanone e nella Margherita si riaccende lo scontro tra laici e cattolici. L’ex leader del Partito liberale italiano entra nel partito guidato da Francesco Rutelli affiancandosi al petalo di Enrico Manca. Zanone è stato l’unico segretario del vecchio pentapartito risparmiato dalla scure dei giudici di “mani pulite” e in dieci anni ha conseguito un record invidiabile: quello dei ritorni alla politica. Era ritornato nel 1996 in occasione delle elezioni politiche e lo avevano candidato come capolista in rappresentanza della federazione liberale nell'Unione democratica di Antonio Maccanico e dei Popolari di Gerardo Bianco: “Se fossi andato in un collegio uninominale avrei dovuto chiedere i voti a Rifondazione comunista. Il che mi imbarazzava” (Il Giornale, 21 novembre 1998). Non viene eletto. Zanone era “ritornato” anche per le europee del 1999 spiegando che “la disaffezione nei confronti della politica si sente andando in giro in questi giorni per l’Italia ed è forte” (Corriere della Sera 9 giugno 1999). Non viene eletto. Nel 2002 appoggia il centrosinistra a Genova e spiega: “L’Italia ha ancora bisogno dei liberali perché niente va dimenticato in questo paese giovane che è stato paralizzato per un’intera generazione dal fascismo” (Il Secolo XIX, 5 marzo 2002). Ma il liberalismo di centrosinistra non sfonda e i vecchi protagonisti del Pli restano ai margini della vita politica dell’Ulivo. Del resto, La neonata “Associazione per la democrazia liberale” si è presentata nella Margherita di Rutelli in questo modo: “Non vogliamo essere un nuovo partito, né una corrente di partito”. Questa “nuova cosa” all’interno della Margherita oggi è autorizzata a chiamarsi “petalo”. E nel partito sono in molti a storcere il muso, ma pochi a dirlo apertamente. Se non altro perché questo ingresso alimenta le polemiche tra laici e cattolici nella Margherita e indebolisce la corrente popolare. Non va dimenticato che Zanone è stato “tra i pochissimi che non hanno votato il concordato di Craxi” (L’Opinione, 31 agosto 2004) e si è dichiarato a favore del referendum sulla procreazione assistita. Infatti, il vicepresidente dei deputati della Margherita Franco Monaco ha spiegato che quella inaugurata da Rutelli è “l’idea di un’articolazione Margherita in componenti organizzate riconducibili alle tradizionali culture politiche”. Per il parlamentare, questa situazione conduce “all’estremo di distinguerci tra laici e cattolici”. Una versione singolare del bipolarismo. (pal)

martedì 30 novembre 2004

Le monde impazzito

"Le Monde", Edwy Plenel e il mare in burrasca
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 30 novembre 2008
(A sinistra una caricatura di Plenel)

Roma - Cosa fa un capitano coraggioso quando la nave sta affondando? Resta al suo posto fino all’ultimo. Questa considerazione non è valida per Edwy Plenel, direttore delle redazioni del quotidiano parigino del pomeriggio, Le Monde, che si è dimesso dalla sua carica lunedì sera. Una decisione che ha gettato nello sconforto il direttore responsabile del quotidiano Jean Marie Colombani: “È un momento sconvolgente, perché è la fine di un periodo lungo dieci anni in cui io e Plenel siamo stati inseparabili compagni di lavoro”. Questa è la vita. Nessuna unione è indissolubile. Avevano visto bene coloro che pensavano ad un imminente divorzio in seno al quotidiano francese. L’ex trotskista Plenel, non era molto conosciuto in Italia. Aveva fatto parlare di se lo scorso marzo quando il Corriere della Sera aveva pubblicato un suo intervento a favore del ricercato Cesare Battisti. Il quotidiano di via Solferino aveva titolato quella difesa così: “Sbagliato accanirsi su un mondo di vinti”. Plenel aveva sostenuto questa tesi: “Ciò che sorprende è l’accanimento di questo mondo di vinti improvvisamente trasformato nel governo Berlusconi in spauracchio terrorista. È il rifiuto di voltare pagina” (6 marzo 2004). Con queste parole era stato lo stesso Plenel a dimostrare la sua incapacità a non voltare pagina. Chi ha voluto muovere il dito per spostare la pagina degli anni di piombo lo ha fatto spontaneamente anni fa, mentre Cesare Battisti con la sua fuga ha dimostrato di non voler far parte di quel mondo dei vinti dove Plenel aveva collocato il terrorista italiano. Quello che ci dicono queste dimissioni e la realtà di quella che è La face cachée du Monde, di Pierre Pean e di Philippe Cohen. La citazione non è un caso. Questo è il titolo di un libro pubblicato nel 2003 dall’editore francese Mille et une nuits. In questo volume veniva denunciata la connivenza che negli anni Ottanta unì Bernard Deleplace, segretario generale della Fasp, il più importante sindacato di polizia francese e Edwy Plenel, all’epoca cronista e anche “simbolo” del giornalismo francese. Deleplace avrebbe offerto a Plenel la possibilità di sviluppare la propria personale rete di informatori all’interno delle forze dell’ordine al più alto livello, facendo così i primi “scoop” che permisero al giovane cronista di fare carriera nella redazione di Le Monde; Plenel in cambio, non solo avrebbe scritto articoli elogiativi a sostegno di Deleplace e del suo sindacato, ma si sarebbe occupato in prima persona e in modo riservato, del giornale della Fasp. Il connubio durò fino a quando Deleplace venne costretto alle dimissioni per aver trafficato con i soldi del sindacato. Plenel in un articolo sul giornale parigino difese Deleplace, affermando come nessuna irregolarità contabile fosse stata constatata. Questa non è certo l’unica scorrettezza segnalata sul quotidiano francese. Tutti ricordano la vicenda che ha visto come protagonistra Alain Minc, ex braccio destro di Carlo De Benedetti e poi presidente del Consiglio di sorveglianza e della società dei lettori di Le Monde. Il 16 ottobre del 2001 il Tribunal de grande istance ha “Condamne in solidum Alain Minc et la société Editions Gallimard à payer à Patrick Rodel la somme de 100.000 francs (15.244,90 euro) à titre de dommages et intérêts en réparation de son préjudice moral” (estratto della sentenza). Minc aveva pubblicato nell’ottobre del 1999 un libro dal titolo Spinoza, un roman juif per le Editions Gallimard. Questo libro si era rivelato un plagio del libro di Patrick Rodel Spinoza, le masque de la sagesse, pubblicato nel marzo del 1997 con le edizioni Climats. Enrico Rufi, autore de Le sfumature di Camus, aveva riconosciuto in quella circostanza: “Che ci siano quantomeno delle ombre sulla gestione e nella deontologia di Le Monde lo riconoscono in parecchi fra gli addetti ai lavori che stanno intervenendo sulla polemica (il libro di Pean e Cohen, ndr.)”. Nei giorni scorsi si era parlato di un interessamento da parte di Rizzoli nell’entrare, quale socio, nel capitale dell’indebitatissimo Le Monde. Visto che siamo in periodo di acquisti natalizi, se la casa editrice italiana è interessata al prodotto, questo è quello che passa la “deontologia professionale” del quotidiano francese. (pal)

lunedì 29 novembre 2004

Scende in campo il partito delle taglie

Il "gioco" delle taglie
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 29 novembre 2004

Roma - Proviamo a fare un gioco e a proporre la nascita del partito delle taglie. Se si andasse a spulciare nelle proposte per combattere la criminalità organizzata e quella comune si troverebbero molte sorprese. A cominciare dalla procura di Palermo che aveva proposto di istituzionalizzare la taglia per favorire la cattura dei capi di “Cosa Nostra” ancora ricercati. “I latitanti sono troppi, i mezzi pochi e le spese tante”. Parola del procuratore aggiunto di Palermo, Sergio Lari che, in una relazione presentata il 27 marzo alla commissione parlamentare Antimafia e firmata con il capo della procura, Pietro Grasso, ha suggerito la nuova formula della taglia sui latitanti. Si tratterebbe di uno stimolo, secondo il magistrato, che potrebbe dare un notevole contributo alla cattura di pericolosi criminali. “In America fanno così”, dice Lari, ipotizzando l'importazione del sistema Usa, come avvenne anni fa con i pentiti. Il procuratore aggiunto spiega: “Otteniamo delle vittorie giudiziarie soltanto ‘virtuali’ perché i latitanti sono ancora liberi. Affrontiamo troppe spese per ricercarli. Invece il sistema delle taglie, come negli Stati Uniti, può sembrare anacronistico ma è valido”. Il leader di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, parla di “utile provocazione”. Ma il partito delle taglie avrebbe anche in Francesco Rutelli il suo degno leader. Basta andare a leggere le proposte dell’allora sindaco di Roma all’indomani dell’incendio della pineta di Ostia. Infatti, il 5 luglio del 2000 il sindaco di Roma trova l’accordo con il prefetto Enzo Mosino per istituire una taglia contro chi provoca gli incendi nei boschi e deliberarla in consiglio comunale. Per Rutelli, gli incendi rappresentano “un danno ambientale spaventoso”, e “la città deve collaborare con le forze dell’ordine per individuare i responsabili che non possono restare senza punizione penale e di risarcimento del danno”. Il sindaco, che ha ringraziato il prefetto “per l’immediato impegno nell’emergenza incendi” ha assicurato che “la pineta distrutta sarà ricostruita”. Gli fa eco il ministro dell’Ambiente Willer Bordon: “Ha ragione Rutelli a mettere la taglia. L’idea in se mi fa pensare al far West ma, in questo caso, è giusta, perché i cittadini avevano bisogno di una risposta immediata e rassicurante”. Quando il quotidiano Libero annuncia che l’industriale triveneto Giorgio Panto vuole mettere una taglia su Unabomber, il criminale che terrorizza il Nord-Est con gli ordigni esplosivi, la procura di Pordenone risponde di non essere disturbata dell’iniziativa. Il procuratore capo Domenico Labozzetta afferma: “Assolutamente no. A noi interessa il risultato finale, vale a dire la cattura di quel criminale. E anche quelli che deriveranno da dall’iniziativa di Libero, potranno rappresentare elementi molto utili. Senza contare che di fronte ai soldi potrebbe finalmente rompersi la barriera del silenzio che circonda quell’individuo” (Libero, 5 settembre 2002). Al coro dei sostenitori della taglia si unisce anche Pier Luigi Visci, il quale contesta, sul quotidiano Il Resto del Carlino del 27 luglio del 2004, le scritte a difesa di Luciano Liboni scrivendo: “Occorrerà trovare uno strumento di incentivazione per chi, magari, ha qualche informazione migliore, determinante. In America dai tempi del far West, la chiamano taglia. Per chi lo farà prendere. Vivo naturalmente”. (pal)

giovedì 25 novembre 2004

Quanto promettono i nostri politici?

Da "Promesso!" il libro sui "pinocchi politici" di Lamberti
Il Velino del 25 novembre del 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 25 nov (Velino) - Arriva in libreria l’esperienza di Promesso!, il sito internet che verifica il grado di attendibilità dei personaggi politici e degli esponenti del mondo dello spettacolo. Alberto Lamberti ha pubblicato con la casa editrice “Nutrimenti” il libro dal titolo Promesso! nel quale sono conservate tutte le bugie dei personaggi pubblici italiani e stranieri. Il libro parte da un presupposto poco confortante: “L’italica attitudine alla dichiarazione di impegni vive oggi un’epoca di rinascimento”. Il volume non è solo un piccolo vademecum sul grado di attendibilità dei personaggi politici, ma un modo per capire le tecniche della conquista del consenso e le strategia della politica. Quella di pubblicare questo libro è un idea elementare, ma efficace. L’autore annota che tra coloro che promettono “c’è pure il disubbidiente”. Basta sfogliare le pagine di questo libro per scoprire che uno dei personaggi meno sinceri in materia di promesse sia Luca Casarini, che ha mantenuto solo il 38 per cento di quanto aveva promesso.
Il libro non risparmia nessuno: né esponenti del centrodestra né del centrosinistra. Ad esempio, il leader della Margherita Francesco Rutelli che aveva risposto, tramite il gruppo parlamentare della Margherita, ai dati che erano stati rilevati lo scorso settembre sul sito “promesso.it” e pubblicati da Il Velino, che lo vedevano ultimo dei leader del centrosinistra con il 13 per cento delle promesse mantenute. Anche il segretario dei Democratici di sinistra Piero Fassino non scherza con le promesse non onorate, e non solo per la quantità: 50 per cento. Come quando promette che “alle donne va riservato il 40 per cento dei posti nel partito” (2 settembre 2001). Lamberti rileva impietoso che “il numero delle compagne ‘circuite’ del partito non è noto. La realtà consolidata però testimonia che nel nuovo direttivo del partito figurano undici donne su 47 membri, pari al 23 per cento del totale. Sedotte e abbandonate”.
Cosa dire della promessa del presidente dei Ds Massimo D’Alema, peraltro più attendibile di Fassino del 25 per cento, che nel luglio del 2003 annunciava baldanzoso: “Entro ottobre facciamo l’annunciata convenzione dell’Ulivo, avviamo un confronto programmatico-politico, aperto alla società civile, ai movimenti e a Rifondazione comunista, perché non possono essere quattro colonnelli a decidere di un progetto del genere” (AdnKronos, 24 luglio 2003). La conferenza dell’ottobre del 2003 non si fa e l’8 luglio del 2004, quasi un anno dopo, D’Alema spiega: “Bisogna preoccuparsi di costruire rapidamente una nuova prospettiva per l’Italia”.
Una delle parti più interessanti del libro riguarda il G8 di Genova del 2001. Basta leggere le promesse di conquista della zona rossa della città da parte di Vittorio Agnoletto (stessa percentuale di promesse mantenute, 50 per cento, di Fassino) e di don Vitaliano rilasciate rispettivamente alla Cnn del 12 luglio 2001 e a La Repubblica del 19 luglio successivo. Alla luce di quanto accadde, andrebbero soprattutto letti i messaggi concilianti di Luca Casarini (40 per cento), il dieci per cento in meno di Agnoletto, che assicura come dallo stadio Carlini non partirà nessun violento: “Facciamo un patto con la città, non toccheremo nessuna vetrina, non toccheremo nulla di questa città se non le reti portate nel cuore dell’impero a violentare questa città. Città che è dalla nostra parte. Non lanceremo nulla, nessun oggetto, avremo le mani libere” (AdnKronos, 20 luglio 2001).
Una promessa simile viene fatta da Daniele Farina (0 per cento di promesse mantenute), portavoce storico del centro Leoncavallo di Milano: “La piazza oggi dimostrerà che abbiamo superato le forme di lotta dei nostri padri: praticheremo la disobbedienza civile, vale a dire il rispetto altrui, dei genovesi e anche degli uomini in divisa” (Adn-Kronos, 20 luglio 2001). Dai disobbedienti al sindacato, le promesse fioccano ovunque. Nel libro è catalogata anche la storica promessa disattesa dell’attuale sindaco di Bologna Sergio Cofferati sulla fine della sua esperienza alla guida della Cgil: “Credo che i cambiamenti siano necessari. Ma giudico anche sbagliato passare da un’esperienza di rappresentanza sociale a una politica. Io non voglio buttarmi in politica, non so perché la gente non ci creda” (Il Nuovo, 1 aprile 2002).
(pal) 25 nov 2004 17:06

lunedì 22 novembre 2004

JFK: il gioco che avalla le tesi della Commissione Warren

Un videogioco per l'anniversario della morte di "Jfk".
Il Velino del 22 novembre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 22 nov (Velino) - L’assassinio del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy diventa un videogame. “Jfk Reloaded” esce proprio nel giorno del 41esimo anniversario della morte del presidente, avvenuta a Dallas il 22 novembre del 1963. Un’agenzia di stampa italiana ha scritto che il gioco “dimostra come qualunque uomo armato sia in grado di uccidere il presidente degli Stati Uniti”. La realtà del videogame è diversa e favorisce la tesi sostenuta dalla “Commissione Warren” di un singolo colpevole. Lo scopo è quello di dimostrare che la persona che spara tre colpi dal deposito di libri del Texas è la stessa, smentendo la tesi del complotto.
Kirk Ewing, direttore dell’azienda scozzese che produce il videogioco, la “Traffic games”, ha precisato che la simulazione di uno dei più discussi assassini della storia americana non è un modo per mancare di rispetto alla memoria di Kennedy: “L’unica cosa che abbiamo sfruttato sono le nuove tecnologie”, ha sottolineato Ewing all’agenzia di stampa Reuters. Il direttore dell’azienda ha inviato una lettera al senatore Edward Kennedy per informarlo dell’uscita del videogame. “Siamo davvero convinti che non ci sia stata nessuna cospirazione” dietro la morte del presidente, ha aggiunto il direttore. David Smith, portavoce del fratello dell’ex presidente, ha definito la trovata “deplorevole”, senza rilasciare ulteriori dichiarazioni. Secondo un’altra fonte, invece sarebbe stato il portavoce del senatore David Smith, che avrebbe dichiarato: “È una cosa detestabile”.
Secondo quanto è possibile trovare nel sito gamemastertv.co.uk, nel gioco è possibile “far saltare” la testa del presidente degli Stati Uniti e guadagnare centomila dollari. Chi ha collaudato il videogame, vincendo, si vanta di aver sparato i tre colpi senza aver fatto saltare la testa della consorte del presidente, Jacqueline Kennedy. Nella foto diffusa dalle agenzie di stampa internazionali si intravede la sagoma di Lee Harvey Oswald, l’assassino ufficiale di Kennedy, che si appresta a fare fuoco sul corteo che scorta il presidente americano. L’immagine del videogioco non è molto credibile perché mostra il corteo presidenziale che attraversa la Capitale del Texas mentre ai bordi della strada non c’è nessun passante e accanto alla macchina del corteo ci sono altre macchine che attraversano la città come se nulla fosse. Invece, per quanto riguarda l’utilizzo dei proiettili e il punteggio, chi ha progettato il gioco non ha lasciato nulla al caso.
Il punto base su cui sono partiti i progettisti di questo gioco è il rapporto della “Commissione Warren” (1964). Chi colpirà gli “obiettivi” in modo corretto, secondo quanto ha accertato la commissione parlamentare, guadagnerà dei punti. La velocità delle pallottole tiene conto dell’aria e dell’angolo di traiettoria con cui vengono colpite le ossa delle vittime sull’auto presidenziale. I progettisti devono aver fatto i salti mortali per giustificare la traiettoria di alcune pallottole sparate con la credibilità del gioco. Infatti, molti esperti balistici avevano giudicato incredibili le traiettorie di alcuni proiettili come è stato ben documentato nel film di Oliver Stone “Jfk”. Nel sito che presenta il gioco, Jfkreloaded.com, viene pubblicata integralmente la relazione finale della Commissione Warren con tanto di indice e tutti i link che documentano le ricerche e le indagini sull’assassinio del presidente americano.

(pal) 22 nov 2004 16:35

sabato 23 ottobre 2004

"Relazioni pericolose" tutte da indagare


Di Lanfranco Palazzolo, pubblicato su "Il Velino" del 23 ottobre del 2004 e ripublicato su L'Avanti del 26/10/2004.
(Nella foto a sinistra il direttore di "Le Monde" Jean Marie Colombani).

Le relazioni sopravvalutate. Da circa un mese è stato pubblicato in Italia un libro conversazione “scritto” dalle voci dei direttori di Le Monde, Jean Marie Colombani, e dell’International Herald Tribune, Walter Wells. Il titolo è eloquente: “Relazioni pericolose – La sfida tra Francia e Stati Uniti” (Rizzoli). Il libro è uscito in Francia dove ha suscitato un grande interesse, mentre in Italia è stato accolto molto più freddamente. Il volume è un dialogo fra un giornalista francese e uno americano nel quale vengono ripercorsi i rapporti tra le due nazioni. Colombani e Wells si soffermano sulle convinzioni radicate nei rispettivi Paesi: “Per i francesi l’America è una superpotenza imperialista che conosce solo il linguaggio della forza; per gli americani la Francia è un alleato ‘indocile, arrogante e imprevedibile’”. I due si misurano su questo copione. Purtroppo, “Relazioni pericolose” è destinato a restare un’analisi parziale. Cosa si chiede a due grandi giornalisti come Wells e Colombani? Innanzitutto l’impegno non superficiale di spiegare in un saggio la propria analisi. Il confronto che invece viene pubblicato, sotto forma di dibattito tra i due illustri direttori, rischia di essere deludente perché appare ai nostri occhi orfano di uno studio approfondito. Così, il sasso lanciato nello stagno da parte del columnist del New York Times Thomas Friedman (Francia e Stati Uniti saranno “i due nemici del prossimo decennio”), rischia di restare senza un’analisi saggistica adeguata. Quello che sorprende nel libro pubblicato da Rizzoli è il modo con il quale, soprattutto il direttore di Le Monde, si misura con la politica internazionale, inserendosi nelle vicende francesi con uno spirito poco obiettivo. Questo limite era già apparso con grande evidenza nella polemica estiva che Colombani aveva innestato la scorsa estate, quando aveva accusato di razzismo le forze dell’ordine italiane che avevano perquisito suo figlio all’aeroporto di Venezia. Scrive Colombani: “No. Non si può mescolare antiamericanismo e antisemitismo. E se è vero che esiste un disagio diffuso nella comunità ebraica di Francia, giustificato dal recente aumento di atti antisemiti, è anche vero che questi ultimi non hanno mai raggiunto il livello che raggiungono in America”. Dicendo questo sa perfettamente di mentire a se stesso sapendo che nell’opinione pubblica francese della Quarta e della Quinta Repubblica l’antisemitismo è sempre stato presente e non è mai stato denunciato pubblicamente come ebbero il coraggio di farlo gli americani in “Barriera invisibile” (Elia Kazan, 1947). E il direttore dell’International Herald Tribune non risparmia luoghi comuni quando esclama: “Da ventiquattro anni a questa parte, quando dico a un americano che vivo in Francia, la domanda è sempre la stessa: ‘Ma come riesce a sopportare la loro villania’”. Ma le parole che urtano di più in questa conversazione tra i due sono gli aggettivi riservati al presidente del Consiglio italiano. A pagina 29 del libro, il direttore di Le Monde annota: “Così è la realtà francese: il nostro Presidente parla come il vostro (Bush, ndr)! Quanto ad arroganza, Bush non è da meno, e questo è particolarmente vero riguardo all’Europa. L’Europa ideale, per Bush, è la relazione che intrattiene con Silvio Berlusconi, quella di un uomo di clan con un alleato sottomesso”. A pagina 43 c’è un altro interessante riferimento all’Italia. Colombani sottolinea che “La Francia non è il solo paese ad avere una visione del mondo diversa da quella dell’amministrazione Bush. In tutte le città italiane i balconi erano ricoperti da una bandiera multicolore con la scritta “pace” con un rifiuto profondo per la maniera in cui la guerra è stata decretata”. Ma sull’atteggiamento del governo italiano (“alleato sottomesso”) che decide di non partecipare alle operazioni militari in Iraq, Colombani non dice nulla. La malafede dell’autorevole giornalista arriva fino al 1941 quando denuncia che “gli Stati Uniti di Roosevelt mantennero relazioni quasi normali con la Germania nazista e i rappresentanti del Presidente americano cooperarono molto con Vichy”. Se Colombani arriva a dire questo lo fa perché dall’altra parte della barricata trova Walter Wells che non sa ricordargli cosa fece il potente Partito comunista francese del frontismo popolare: “Nella Francia umiliata occupata dai nazisti, i comunisti hanno per prima cosa iniziato a trattare con le autorità tedesche per far uscire i loro giornali e organizzare le loro masse contro Vichy e la borghesia con la tolleranza degli occupanti” (Francois Furet, Il passato di un’illusione, pagg. 376-377). Un altro aspetto che salta agli occhi in merito all’edizione italiana, la cui prefazione è curata da Sergio Romano, onnipresente nelle pubblicazioni della saggistica internazionale, è la casa editrice che ha curato la pubblicazione italiana di France États-Unis, déliaisons dangereuses. Il direttore editoriale di Rizzoli Paolo Mieli, infatti, è sempre stato molto freddo sulla possibilità che le relazioni bilaterali tra Francia e Stati Uniti potessero essere oggetto di studi specifici. Per l’autorevole studioso, il problema riguarda più ampiamente i rapporti tra Europa e Usa. Per capirlo meglio basta leggere la risposta di Mieli a un lettore sul Corriere della Sera del 13 febbraio del 2003: “A me sembra evidente che, se accantoniamo anche invettive e ritorsioni polemiche aventi come oggetto gli interessi petroliferi che sia gli Stati Uniti, sia la Francia hanno nella Regione (l’Iraq, ndr), si intravede sullo sfondo la questione ben più fondamentale della divaricazione tra America ed Europa, un’autentica bomba a tempo di cui Chirac è solo il detonatore”. E allora “Relazioni pericolose” è ed è destinato a restare un’analisi parziale, uno studio sul cosiddetto “detonatore”. Queste sono alcune delle ragioni che depongono a sfavore di questo tentativo di Colombani e di Wells. Quanto a Rizzoli, l’augurio è che al più presto venga realizzata un’opera che approfondisca, come del resto auspicava il direttore editoriale Mieli, le “deliaisons dangereuses” tra Europa e Stati Uniti. Per ora ci siamo fermati al “detonatore”.

mercoledì 13 ottobre 2004

Il ritorno dei liberal "vincitori"

Robert B. Reich paladino della sinistra italiana?
Il Velino del 13 ottobre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 13 ott (Velino) - In questi giorni Fazi editore ha fatto uscire in Italia un libro dal titolo “Perché i liberal vinceranno ancora”. L’autore è Robert Reich, ex ministro del Lavoro del presidente Bill Clinton tra il 1992 e il 1997 ed oggi docente universitario di economia. Molte delle sue interviste sono state pubblicate dai giornali italiani in chiave interna. Lo ha fatto soprattutto il giornale dei Democratici di sinistra l’Unità che ha assimilato le teorie di Reich a quelle di un esponente del “Correntone” diessino. Non è un caso infatti che il sindaco di Roma Walter Veltroni abbia sfruttato l’uscita del libro per scrivere la prefazione al manifesto dei liberal in vista del voto per le presidenziali Usa. Il primo cittadino della capitale si lascia andare ai luoghi comuni sui Radcon americani per elogiare lo spirito liberal “sulla difensiva davanti all’ascesa dei conservatori”.
Nella prefazione, Veltroni si sofferma su uno degli aspetti marginali della strategia reichiana: “Sono davvero molto efficaci i passaggi in cui Reich sottolinea come i liberal e in generale i democratici non debbano aver timore di prendere in mano la bandiera del patriottismo, che è alla base dello spirito americano e che deve essere rivendicato contro la distorsione che ne fanno i Radcon”. Veltroni dovrebbe sapere che l’analisi di Reich sui mali degli Stati Uniti è deterministica e slegata da questi valori. Ed è singolare sentire queste parole di incoraggiamento da parte di chi negli anni ’80 era un sano fustigatore del partito democratico, come quando al Comitato centrale del Pci spiegava ai compagni comunisti: “Vedo il rischio che la sinistra italiana compia lo stesso errore di Mondale e dei democratici americani: l’idea di un blocco sociale tradizionale, di un partito locomotiva al quale agganciare tutti i vagoni delle minoranze, senza sintesi, in pura giustapposizione” (Vedi l’Unità del 25 maggio 1985).
Eppure, Veltroni oggi fa sua questa analisi di Reich, il quale è allarmato della situazione del partito democratico. Il titolo del libro dell’economista non deve ingannare. Già, perché Reich fino allo scorso mese di maggio sosteneva che il partito democratico era allo sbando. E a descrivere le macerie del partito democratico attraverso la penna di Bob Reich era stato proprio il quotidiano Il Riformista che riprendeva un articolo su Prospect: “I democratici non hanno costruito un movimento analogo (ai Radcon, ndr). Invece, ogni quattro anni, i fedeli del partito si gettano a sostenere un candidato presidenziale che li libererà dalla montante marea conservatrice” (4 maggio 2004). Ma la requisitoria di Reich non si ferma qui: “Si sentono ben poche affermazioni democratiche ripetute con una qualche regolarità. Inoltre non c’è un ideologia democratica coerente”.
Ma Reich sembra dubitare della possibilità che i liberal possano vincere ancora e influire sul capitale. Sul New York Times del 5 gennaio del 1999 Reich dava un duro giudizio sul centrosinistra in pieno clintonismo: “Gli uomini politici di centrosinistra governano i principali paesi Occidentali, ivi compresa l’Europa. E allora? Il vero potere sta passando alle grandi imprese che si vanno fondando a ritmo di record e alle banche centrali che rafforzano rapidamente la loro la loro autorità. E l’Euro non fa altro che accelerare queste tendenze”. Poco più di un anno dopo, Reich avrebbe fatto questo bilancio degli otto anni di Bill Clinton: “In America è rimasto poco dello Stato assistenziale. C’è più welfare per le aziende che per i cittadini. Gli Stati della nostra unione lottano tra di loro per attrarre le imprese: offrono sempre più esenzioni fiscali e sussidi. E’ una specie di asta che intacca il gettito fiscale, e infatti i servizi pubblici diminuiscono e peggiorano” (Corriere della Sera, 25 aprile 2000). E dov’è lo spirito liberal nelle parole di Reich, quando dopo la fine della seconda guerra del Golfo loda quello che definisce “Keynesismo militare, cioè l’incremento delle spese per la difesa, che è pur sempre uno stimolo per l’economia” (Il Tempo, 10 giugno 2002). Se il compagno Veltroni avesse letto bene questi concetti avrebbe scritto lo stesso la prefazione di “Perché i liberal vinceranno ancora”?

(pal) 13 ott 2004 16:27

sabato 11 settembre 2004

Lo storico Oulmont mi risponde. La mia replica.

Francia e Val d'Aosta: la replica di Oulmont
di Philippe Oulmont, Fondazione Charles De Gaulle
Il Velino 11 settembre 2004


L'articolo che avevo pubblicato il 1 settembre precedente sul Velino non era piaciuto alla Fondazione De Gaulle che ha replicato con un articolo dello storico Phillippe Oulmont. Ecco cosa mi ha scritto l'autorevole storico. Di seguito c'è la mia controreplica. Buona lettura.

Parigi, 11 set (Velino/Cultura) - L’articolo scritto dal signor Palazzolo sui problemi franco-italiani alla fine dell’ultima guerra, pubblicato sul Velino del primo settembre, richiama fatti autentici ma lo fa in maniera un po’ semplificata, traducendoli con una sfumatura passionale che non tiene conto né del contesto molto particolare in cui si svolsero, né delle interpretazioni dei fatti successivamente accettati dai nostri due Paesi. Ammesso che ci fosse il bisogno di cedere alla febbre commemorativa e alla tentazione di rievocare questi avvenimenti, io non credo che si possa parlare di un “anniversario scomodo”. Quando il signor Palazzolo ricorda che il generale De Gaulle “voleva annettere la Valle d’Aosta”, dice una cosa vera e falsa allo stesso tempo: bisogna infatti tenere conto del contesto storico e non confondere, l’ipotesi di lavoro emersa nel 1943-44, con la decisione effettivamente presa dal governo francese l’anno seguente. Allo stesso modo, quando viene evocato “il comportamento ambiguo della Francia” nel corso dell’ultima guerra mondiale con i suoi propositi di occupazione dell’Italia settentrionale, mi vedo costretto a richiamare i dati precisi che motivarono le decisioni francesi sul piano politico e militare.
Dal punto di vista militare - siamo alla fine del 1944 - la Francia come l’Italia non è ancora stata totalmente liberata; il nemico conserva saldamente le sue postazioni nelle “sacche” dell’Atlantico e sulle Alpi. Di fronte alle agguerrite truppe tedesche, ben trincerate nelle loro posizioni, è ancora necessario sostenere combattimenti molto aspri, sia per liberare il suolo nazionale sia, in un certo senso, per cancellare il ricordo della sconfitta patita nel 1940. Sul piano politico, il generale De Gaulle, a capo del governo provvisorio della Repubblica francese (Gpfr), volle ristabilire il “rango” della Francia e difendere i suoi diritti. Per questo l’esercito francese si dispose a recuperare tutto il territorio nazionale, senza attendere che gli occupanti si arrendessero dopo una capitolazione firmata a Berlino. In seguito agli episodi bellici incontestabili della prima divisione “francese libera” sulle Alpi marittime, la discesa in Italia è stata vissuta come una sorta di ricompensa, ma mai pensata, né presentata, come una scelta di invasione o di conquista. Un dettaglio che le “Memorie di guerra” del generale riassumono in termini lapidari (libro 3, pag. 163): “Viene così stabilito che i combattimenti sulle Alpi, cominciati nel 1940, proseguiti durante la resistenza e infine ripresi dall’esercito ricostituito, sono terminati con la nostra vittoria. Questa discesa può aver riportato alla mente di qualche italiano quelle infelici del XVI e XVIII secolo, ma è un errore ricostruire questa storia basandosi su una fonte così datata come il libro di C.R. Harris (1957), soprattutto perché altri lavori scientifici franco-italiani, in particolare il colloquio “De Gaulle e l’Italia” (Roma, 1990), hanno chiarito la questione".

Dal momento che, come ha giustamente ricordato Palazzolo, la France combattante, non è stata invitata alla firma dell’armistizio con l’Italia nel 1943, De Gaulle non ha riconosciuto il principio di cobelligeranza dell’Italia al fianco degli Alleati; di conseguenza si è rifiutato di rendere conto agli anglosassoni del comportamento da tenere con l’Italia dalla quale invece si aspettava una riparazione dopo il 10 giugno del 1940. De Gaulle non ammetteva che i suoi alleati potessero disporre delle forze militari francesi e ha quindi negato loro il diritto di vegliare sulla propria sicurezza. Che il nuovo regime italiano fosse diventato democratico e combattesse al fianco degli Alleati, non cambiava la visione di De Gaulle, che non dimenticava né l’amicizia per il popolo italiano ingannato dai fascisti e vittima dei nazisti, né le affinità culturali e gli indiscussi legami di solidarietà (nel contesto della nascente tensione con l’Est). Ma prima della riconciliazione definitiva De Gaulle voleva stipulare un accordo bilaterale che fosse durevole, che contenesse forme di risarcimento adeguate alle tradizionali rivendicazioni dell’unità nazionale francese e della sua sicurezza (frontiera alpina leggermente riveduta e demilitarizzata). Per arrivare a questa soluzione politica, il generale ritenne legittimo, nel 1944 e fino all’inizio dell’estate del 1945, prendere un pegno militare occupando temporaneamente alcuni territori italiani.

Questa intransigenza si spiega inoltre considerando il contesto delle relazioni spesso molto difficili che esistevano tra gli Alleati occidentali nel 1944-1945. Il Gpfr non è stato riconosciuto ufficialmente dagli alleati se non nell’ottobre del 1944, tre mesi dopo la liberazione di Parigi e molte settimane dopo che gli stessi alleati avevano riconosciuto il governo italiano di Bonomi. Nel Levante francese e in particolare in Siria, tra il maggio e il giugno del 1945, si sono sfiorati scontri diretti tra truppe britanniche e francesi. In questo periodo, il confronto con l’amico Churchill è serrato e De Gaulle è convinto che i britannici facciano pressione su Truman per respingere le rivendicazioni francesi sulle frontiere italiane. Ragione in più per tenere duro, anche di fronte al potente alleato americano, fino a quando gli obiettivi minimi non fossero stati raggiunti. Palazzolo ha ricordato le maldestre minacce del generale Doyen (e non del generale Juin) fatte al responsabile dell’Amgot a Cuneo: si trattava di una questione essenzialmente politica che andava oltre il quadro dei rapporti franco-italiani, e che riguardava la definizione dei diritti della Francia, trattata da De Gaulle con tutta l’intransigenza pubblica di cui era capace dopo il 18 giugno del 1940. Se l’“onore nazionale” era stato leso dal telegramma con il quale il presidente Truman aveva ordinato nel luglio del 1945 il ritiro delle truppe francesi dall’Italia, è comunque vero che il presidente del Gprf aveva saputo gestire politicamente lo strumento militare per ottenere il risultato sperato: modeste correzioni delle frontiere ispirate al buon senso e senza interferenza in Valle d’Aosta, in Val di Susa e nella Bassa val Roya.

Si deve quindi concludere che l’intransigenza nazionale del generale De Gaulle, criticata dal suo stesso ministro degli Affari esteri, il democratico cristiano Georges Bidault, non era altro che una forma di cecità e di nazionalismo desueto? Il fatto è che dopo le dimissioni di De Gaulle dal governo, i negoziati per il trattato di pace con l’Italia condotte dallo stesso Bidault, approdarono nel 1947 alle stesse condizioni accettate dal generale nel 1945. Si trattava di pretese così ingiuste come voleva la stampa italiana? Lo storico italiano Romain Rainero ha scritto al riguardo: “In Italia (…) le ripercussioni della perdita delle regioni alpine furono molto modeste”. I 4.500 abitanti e le poche centinaia di chilometri quadrati ceduti rappresentavano un centesimo delle popolazioni perdute in Venezia Giulia. Inoltre, gli abitanti dei comuni di Tende e La Brigue, consultati democraticamente, scelsero massicciamente di diventare francesi. Sessanta anni più tardi, se proprio si ritiene necessario tornare su queste rettificazioni di frontiera, lo storico potrebbe dire che l’accordo tra i due Paesi cugini, anche se allora può essere sembrato poco generoso, si è raggiunto in seguito a un buon trattato di pace.

(p.o.) 11 set 2004 10:01

Francia e Val d'Aosta: la risposta di Palazzolo a Oulmont
Il Velino 11 settembre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 11 set (Velino/Cultura) - In merito all’articolo pubblicato nell’edizione del primo settembre del Velino sul tentativo di annessione della Valle D’Aosta da parte del governo provvisorio francese, intendo precisare di essermi documentato su fonti attendibili confermando quindi tutto quello che ho scritto. Oltre al citato libro di Sir Charles Reginald Harris (Crsh) dal titolo Allied administration of Italy, London, 1957 (Mai uscito in Italia, ma conservato alla biblioteca nazionale), vi sono numerosi altri testi che documentano il tentativo di annessione delle località citate nell’articolo. Il testo scritto da Harris, che è considerato la storia ufficiale britannica dell’amministrazione alleata in Italia (Amgot) nel secondo conflitto mondiale, contiene una cartina geografica in cui viene illustrato con dovizia di particolari l’entità dello sconfinamento delle truppe francesi in Italia. Il volume di Harris è una fonte neutrale che non ha interesse né a sposare la causa italiana, né quella francese. Va considerato che il libro è stato scritto nel 1957, quando la guerra era considerata dalla Gran Bretagna un evento recente.

In merito all’articolo pubblicato nell’edizione del primo settembre del Velino sul tentativo di annessione della Valle D’Aosta da parte del governo provvisorio francese, intendo precisare di essermi documentato su fonti attendibili confermando quindi tutto quello che ho scritto. Oltre al citato libro di Sir Charles Reginald Harris (Crsh) dal titolo Allied administration of Italy, London, 1957 (Mai uscito in Italia, ma conservato alla biblioteca nazionale), vi sono numerosi altri testi che documentano il tentativo di annessione delle località citate nell’articolo. Il testo scritto da Harris, che è considerato la storia ufficiale britannica dell’amministrazione alleata in Italia (Amgot) nel secondo conflitto mondiale, contiene una cartina geografica in cui viene illustrato con dovizia di particolari l’entità dello sconfinamento delle truppe francesi in Italia. Il volume di Harris è una fonte neutrale che non ha interesse né a sposare la causa italiana, né quella francese. Va considerato che il libro è stato scritto nel 1957, quando la guerra era considerata dalla Gran Bretagna un evento recente.

Il contenuto di questo paragrafo di Crsh è stato ripreso nel sesto volume su La Seconda guerra mondiale edito da Curcio e scritto da Arrigo Petacco. Nell’edizione del febbraio del 1979, viene dedicato all’argomento un paragrafo dal titolo eloquente: La Francia vuole la Val D’Aosta - Un energico intervento di Truman su De Gaulle pone fine al tentativo francese di ingrandirsi a spese dell’Italia. E’ da questo paragrafo che mi è stato possibile risalire al ruolo del generale Alphonse Juin (1888-1967). Il coraggioso generale, che è bene ricordare contribuì alla Campagna d’Italia nel Garigliano, rispondendo alla lettera inviata dal Comando supremo alleato del 7 maggio 1945, riteneva che la vicenda dello sconfinamento dei soldati francesi dovesse essere trattata solo tra Italia e Francia. Nel volume di Petacco è citata una lettera del generale Juin. Nella presentazione di questo paragrafo scritto da Petacco viene citato il libro di Harris spiegando che sulla vicenda “se ne cercherebbe traccia (invano, ndr) su altri resoconti, anche francesi”.

In realtà le cose stavano diversamente perché le fonti erano e sono molte, ma poco ricercate. Nel febbraio del 1991 l’autorevole periodico Relazioni Internazionali pubblica nella rubrica “Passepartout” un breve saggio firmato da Enrico Martial dal titolo “Quando rischiammo di perdere la Val D’Aosta” (Pagg.97-103). Su Relazioni Internazionali la vicenda viene riportata con chiarezza senza citare il volume di C.H.S. Harris. La coincidenza tra fonti diverse è impressionante. Attraverso questo saggio di ricostruzione ho avuto conferma dei passaggi della vicenda che portò la Francia a quel tentativo di annessione. Le vicende del partigiano Edi Consolo sono ricostruite con precisione in Glass e Cross attraverso le Alpi. Episodi di politica internazionale e finanziaria nella Resistenza, 1965, Torino, Teca (pp. 168-174, e pp. 264-279). Invece per quanto concerne l’atteggiamento dell’illustre storico Federico Chabod, la documentazione è tratta dal libro di Sergio Soave Federico Chabod politico, 1980, Bologna, Il Mulino (pp. 39-77). In questo testo è narrata la vicenda dell’internamento dei partigiani italiani da parte dei francesi in un campo di concentramento con i tedeschi e anche l’incresciosa vicenda del “sequestro” (Non citato nel mio articolo) di Chabod e di altri partigiani aostani a Parigi per trattenerli nella capitale allo scopo di dare un vantaggio al Distaccamento delle Alpi.

Ma il testo che inchioda la Francia e che prova il tentativo di annettere la Valle D’Aosta è il libro di Marc Lengereau dal titolo Le general De Gaulle, la Vallèe d’Aoste et la frontiere italienne des Alpes, 1980 Aosta, Musumeci. In questo volume viene spiegato in che modo i francesi intendevano preparare l’annessione dell’attuale regione a Statuto speciale. Ho letto con attenzione la lettera del Professor Oulmont e sono rimasto deluso perché pensavo che portasse dalla sua parte fonti più accertabili. Invece, l’autorevole storico cita un convegno del 1990 su cui le fonti non sono verificabili e la citazione di uno storico italiano. Del resto, lo stesso Oulmont ammette che le tesi esposte nel mio articolo sono “vere e false”.

In merito alle vicende che riguardano Briga e Tenda non ho mosso nessun rilievo. E’ vero che ci fu un referendum, ma quel referendum è nato perché i francesi non hanno rispettato la richiesta rivolta da Truman a De Gaulle di ritirare le truppe oltre il confine stabilito prima del 10 giugno del 1940. In ogni caso se vi fossero ulteriori dubbi credo che tutto questo materiale sia conservato nell’Istituto storico per la Resistenza della Valle D’Aosta dove è consultabile. Spero di aver chiarito le mie posizioni. Detto questo, gli italiani non possono e devono dimenticare che molti francesi sono morti per liberare il nostro paese dal fascismo e dal nazismo. Penso che su questo Oulmont sarà d’accordo con me. Spero di avere fugato ogni dubbio in nome del rispetto e della solida amicizia che lega i nostri due Paesi.

Il contenuto di questo paragrafo di Crsh è stato ripreso nel sesto volume su La Seconda guerra mondiale edito da Curcio e scritto da Arrigo Petacco. Nell’edizione del febbraio del 1979, viene dedicato all’argomento un paragrafo dal titolo eloquente: La Francia vuole la Val D’Aosta - Un energico intervento di Truman su De Gaulle pone fine al tentativo francese di ingrandirsi a spese dell’Italia. E’ da questo paragrafo che mi è stato possibile risalire al ruolo del generale Alphonse Juin (1888-1967). Il coraggioso generale, che è bene ricordare contribuì alla Campagna d’Italia nel Garigliano, rispondendo alla lettera inviata dal Comando supremo alleato del 7 maggio 1945, riteneva che la vicenda dello sconfinamento dei soldati francesi dovesse essere trattata solo tra Italia e Francia. Nel volume di Petacco è citata una lettera del generale Juin. Nella presentazione di questo paragrafo scritto da Petacco viene citato il libro di Harris spiegando che sulla vicenda “se ne cercherebbe traccia (invano, ndr) su altri resoconti, anche francesi”.

In realtà le cose stavano diversamente perché le fonti erano e sono molte, ma poco ricercate. Nel febbraio del 1991 l’autorevole periodico Relazioni Internazionali pubblica nella rubrica “Passepartout” un breve saggio firmato da Enrico Martial dal titolo “Quando rischiammo di perdere la Val D’Aosta” (Pagg.97-103). Su Relazioni Internazionali la vicenda viene riportata con chiarezza senza citare il volume di C.H.S. Harris. La coincidenza tra fonti diverse è impressionante. Attraverso questo saggio di ricostruzione ho avuto conferma dei passaggi della vicenda che portò la Francia a quel tentativo di annessione. Le vicende del partigiano Edi Consolo sono ricostruite con precisione in Glass e Cross attraverso le Alpi. Episodi di politica internazionale e finanziaria nella Resistenza, 1965, Torino, Teca (pp. 168-174, e pp. 264-279). Invece per quanto concerne l’atteggiamento dell’illustre storico Federico Chabod, la documentazione è tratta dal libro di Sergio Soave Federico Chabod politico, 1980, Bologna, Il Mulino (pp. 39-77). In questo testo è narrata la vicenda dell’internamento dei partigiani italiani da parte dei francesi in un campo di concentramento con i tedeschi e anche l’incresciosa vicenda del “sequestro” (Non citato nel mio articolo) di Chabod e di altri partigiani aostani a Parigi per trattenerli nella capitale allo scopo di dare un vantaggio al Distaccamento delle Alpi.

Ma il testo che inchioda la Francia e che prova il tentativo di annettere la Valle D’Aosta è il libro di Marc Lengereau dal titolo Le general De Gaulle, la Vallèe d’Aoste et la frontiere italienne des Alpes, 1980 Aosta, Musumeci. In questo volume viene spiegato in che modo i francesi intendevano preparare l’annessione dell’attuale regione a Statuto speciale. Ho letto con attenzione la lettera del Professor Oulmont e sono rimasto deluso perché pensavo che portasse dalla sua parte fonti più accertabili. Invece, l’autorevole storico cita un convegno del 1990 su cui le fonti non sono verificabili e la citazione di uno storico italiano. Del resto, lo stesso Oulmont ammette che le tesi esposte nel mio articolo sono “vere e false”.

In merito alle vicende che riguardano Briga e Tenda non ho mosso nessun rilievo. E’ vero che ci fu un referendum, ma quel referendum è nato perché i francesi non hanno rispettato la richiesta rivolta da Truman a De Gaulle di ritirare le truppe oltre il confine stabilito prima del 10 giugno del 1940. In ogni caso se vi fossero ulteriori dubbi credo che tutto questo materiale sia conservato nell’Istituto storico per la Resistenza della Valle D’Aosta dove è consultabile. Spero di aver chiarito le mie posizioni. Detto questo, gli italiani non possono e devono dimenticare che molti francesi sono morti per liberare il nostro paese dal fascismo e dal nazismo. Penso che su questo Oulmont sarà d’accordo con me. Spero di avere fugato ogni dubbio in nome del rispetto e della solida amicizia che lega i nostri due Paesi.

(Lanfranco Palazzolo) 11 set 2004 10:06

mercoledì 1 settembre 2004

Le Mani di CDG su Aosta

Quando De Gaulle voleva "annettersi" la Valle d'Aosta
Il Velino del 1 settembre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 1 set (Velino) - Anniversari scomodi. In questi giorni i giornali francesi hanno ricordato per filo e per segno l’anniversario dello sbarco in Provenza e la liberazione di Parigi. Ogni giorno, sulle emittenti nazionali francesi sono sfilate le immagini e i ricordi di sessanta anni fa. I prossimi mesi ci diranno se i francesi hanno voglia di ricordare solo la storia della Seconda guerra mondiale che mette in risalto lo spirito eroico del popolo francese o se hanno interesse a studiare il comportamento ambiguo della Francia nel corso dell’ultimo conflitto. Nell’estate del 1944, il governo provvisorio francese che stava riorganizzando il proprio futuro, non era interessato solo alla liberazione del proprio Paese, ma progettava anche l’occupazione di una parte dell’Italia e se non fosse stato per il presidente degli Stati Uniti Harry Truman che inviò un durissimo telegramma al generale Charles De Gaulle minacciando di lasciare le truppe francesi senza vettovagliamenti e munizioni, le relazioni tra i due paesi sarebbero state molto più difficili nel secondo dopoguerra.

La vicenda è descritta per filo e per segno in un volume mai tradotto in lingua italiana dal titolo Allied administration of Italy, scritto da Charles Reginald Harris e pubblicato nel 1957. In questo volume, conservato alla biblioteca nazionale di Roma, viene raccontata “l’invasione” francese in Italia, la “conquista” di Savona, Imperia, Cuneo e Aosta da parte dei soldati dell’Armeè capeggiati dal generale Doyen. Per questo scopo era stato costituito un distaccamento delle Alpi (dicembre 1944) seguito dal generale Juin, uno stretto collaboratore di De Gaulle. E’ clamoroso notare che mentre la Francia era impegnata nella liberazione di Parigi e si stava combattendo in Provenza, nella capitale francese si incominciava già a pensare all’Italia. Anche se il comando alleato aveva esplicitamente ordinato ai francesi di non superare il confine francese, i nostri cugini d’oltralpe finsero di non ascoltare quella direttiva. Ma andiamo con ordine. All’inizio del settembre del 1944 alcuni ufficiali francese convocano il capo partigiano Edi Consolo che aveva il compito di mantenere le relazioni con i partigiani oltre il confine italiano.

Da quell’incontro Consolo giunge alla conclusione che i francesi hanno intenzione di dilagare in gran parte del Piemonte con l’obiettivo di annettere almeno la Val D’Aosta. La politica di De Gaulle nei confronti di Roma in quei mesi era determinata dal rifiuto degli anglo-americani di includerlo nelle trattative per l’armistizio con l’Italia del settembre del 1943. A partire da quella data De Gaulle si riteneva libero da ogni scelta collegiale con gli alleati. Uno dei primi ad accorgersene fu lo storico Federico Chabod che tra l’agosto e il settembre del 1944 arriva ad organizzare un fronte anti-annessionistico per contrastare i francesi. L’opera dello storico in questi frangenti è importantissima. Chabod invia subito delle lettere ai principali uomini politici del Cln che conosce (Bonomi, La Malfa e Casati). Il Clnai risponde immediatamente con una dichiarazione del 6 ottobre del 1944 in cui si impegna per l’autonomia della Val’D’Aosta. Ma questo non basta. Tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945 cominciano ad ammassare truppe al confine tra i due paesi.

Gli americani hanno incaricato gli alleati francesi di rifornire la resistenza italiana sulle Alpi, ma i francesi interpretano questo ordine a modo loro internando i partigiani italiani nei campi di concentramento insieme ai prigionieri tedeschi e sconfinando. Il 9 febbraio del 1945 il ministro degli Esteri De Gasperi scrive al capo dell’amministrazione alleata in Italia Stone parlando di queste manovre al confine tra i due paesi. Gli americani chiedono esplicitamente ai francesi di non sconfinare, ma l’ordine viene disatteso. Così i francesi si presentano ad Ivrea, Cuneo, Rivoli, Savona ed Imperia e in gran parte della Val D’Aosta. Il 28 aprile successivo il generale Devers ordina ai francesi di ritirarsi. Per tutta risposta, i soldati del generale Doyen cominciano a distribuire i franchi in quella zona e le tessere annonarie e a distribuire i viveri che gli avevano dato gli americani. Solo a maggio il generale Juin si degna di rispondere a Devers spiegando che la questione riguarda le relazioni bilaterali tra Italia e Francia: “In attesa dello studio dei governi interessati, il distaccamento delle alpi continuerà a restare nella zona ora occupata”.

Gli americani e i francesi arrivano quasi allo scontro. Quando gli alleati arrivano a Cuneo non riescono a costituire un’autorità provvisoria per l’opposizione dei francesi. Il generale Juin parla chiaro agli americani: “Ho avuto l’ordine dal Governo provvisorio della Repubblica francese di occupare e di amministrare questo territorio. Essendo tale missione incompatibile con l’insediamento di qualsiasi agenzia amministrativa alleata in questa regione mi vedo costretto ad oppormi”. A questo punto il comando supremo alleato perde la pazienza e invia una nota al presidente degli Stati Uniti Truman. Il successore di Roosvelt era abituato a trattare con i suoi interlocutori con toni non proprio diplomatici. Da Washington, De Gaulle riceve il telegramma del presidente Usa che minaccia di sospendere i rifornimenti di armi e il vettovagliamento all’Armeè se i francesi non si ritireranno dal Piemonte, dalla Liguria e dalla Val D’Aosta. Il generale francese ha paura. Il ritiro avviene immediatamente, ma i francesi si dimenticano di due località: Briga e Tenda. Anche se l’onore dei francesi è infangato da quel telegramma, le due piccole località verranno annesse alla Francia.

(lap) 1 set 2004 15:52

lunedì 19 luglio 2004

Quando Siniscalco disse: "Alla larga da Colbert"

Siniscalco omologo di Tremonti? Li divide Colbert
Il Velino, 19 luglio 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 19 lug (Velino) - Il nuovo ministro dell’Economia ha sempre avuto buoni e stretti rapporti con Giuliano Amato, del quale è stato consigliere nell’ultima fase dei governi del centrosinistra della scorsa legislatura, ma anche con Giulio Tremonti con il quale ha condiviso le prime esperienze vicino a Franco Reviglio al ministero delle Finanze. A dividerli però è l’idea sul ministro delle Finanze di Luigi XIV, Jean Baptiste Colbert, il padre del dirigismo nell’età moderna. L’ex ministro dell’Economia infatti aveva pubblicato nel 2000, insieme al generale Carlo Jean, il libro dal titolo “Guerre stellari. Società ed economia nel ciberspazio” (Franco Angeli editore), un vero e proprio manifesto del neocolbertismo. “L’aumento della competitività del sistema paese - si legge nel volume - implica l’azione di un programma di colbertismo high tech, che investa i settori dell’educazione di base e della formazione permanente, dei servizi e delle infrastrutture, che solo lo Stato può garantire”.
Tesi opposta a quella elaborata da Domenico Siniscalco il 22 ottobre del 1999 sulla prima pagina de Il Sole 24 Ore in “Alla larga da Colbert”. In questo articolo, Siniscalco auspica la sconfitta del colbertismo scrivendo che “la ritirata del colbertismo e dello statalismo nelle forme tradizionali pare un fatto acquisito e positivo. Ma questa ritirata, di per sé, non è sufficiente per allargare la sfera del mercato e garantire sviluppo. Da un lato, occorre che nuovi mercati possano crescere, grazie a una maggiore protezione di consumatori e investitori nonché a un’effettiva caduta delle barriere d’entrata in molti settori. D’altro canto occorre che lo statalismo non si riproponga in forme più sottili, ma egualmente dannose”. E pensare che nella campagna elettorale del 2001, Giuliano Ferrara spiegò che Silvio Berlusconi avrebbe fatto una politica alla Re Sole e guidato un’economia alla Colbert. E lo stesso Giampiero Cantoni, mancato successore di Tremonti al ministero dell’Economia, era stato un assertore del colbertismo e lo aveva anche scritto in “Contromano”, la rubrica che cura su Panorama (20 marzo 2003, “Dazi: Colbert e Tremonti hanno ragione”) in cui aveva difeso le dichiarazioni di Tremonti a favore dei dazi con la Cina: “La preoccupazione di Tremonti nel difendere il Made in Italy è sacrosanta. E, ripeto, virtuosa”.
Allo stesso modo la pensa Giuliano Amato, il quale nel pamphlet dal titolo: “Tornare al futuro. La sinistra e il mondo che ci aspetta” (Laterza, 2002) si chiede se oggi possiamo essere all’altezza di Colbert e aggiunge: “Abbiamo risorse umane e culturali molto più diffuse. Capacità, qualità, infrastrutture molto più qualificate di quelle da cui disponeva lui (Colbert, ndr). Nessuna ombra di statalismo ma l’esigenza da parte della classe dirigente di un impegno a tutto campo”. Insomma, molto si può ipotizzare sulla presunta continuità tra Tremonti e Siniscalco, ma certo non si può dire che abbiano la stessa idea dell'attualità di Colbert.

(pal) 19 lug 2004 17:34

lunedì 7 giugno 2004

Dossier BNL Roma-Atlanta-Baghdad

Iraq, arriva in libreria il “Dossier Bnl”
Il velino 7 giugno 2004
autorecensione di Lanfranco Palazzolo
Questo articolo è una recensione di un mio libro scritta da me. Ovviamente non potevo perdere il tempo dietro ad uno che non sapeva nemmeno di cosa doveva scrivere. Tanto valeva che scrivessi io la mia recensione. Perdonatemi.

Roma, 7 giu (Velino) - Mentre tutte le forze politiche italiane continuano a fronteggiarsi sull’opportunità di proseguire nella missione di pace in Iraq, nelle librerie italiane arriva un volume che farà discutere “sottovoce”. Si tratta di Dossier Bnl. Roma-Atlanta-Baghdad (Kaos edizioni, 2004). Nel volume a cura di Lanfranco Palazzolo vengono proposte le relazioni finali delle commissioni d’inchiesta che si sono succedute nella X e nell’XI legislatura al Senato della Repubblica per indagare sui fondi concessi dalla filiale della Banca del Tesoro di Atlanta all’Iraq per finanziare il proprio apparato bellico. Il libro è stato accolto dal mondo politico con una certa freddezza e molti avrebbero fatto volentieri a meno di vedere arrivare sugli scaffali delle librerie questo materiale. Già, perché gli atti conclusivi di queste due Commissioni rappresentano la prova evidente di come la classe politica italiana degli anni ‘80, compreso il Pci, avesse assistito al finanziamento del regime di Saddam Hussein senza che in Parlamento nessuno alzasse la voce, tranne il Partito Radicale e il Movimento sociale.
Se si leggono gli atti parlamentari della Commissione inquirente nel corso degli anni ’80 relativi alla vendita di una squadra navale militare italiana all’Iraq da parte della Fincantieri, si incontrano solo e sempre radicali e missini in prima fila a chiedere dei chiarimenti al ministero del Commercio con l’Estero. Ed è questa vicenda a rappresentare la genesi degli strettissimi rapporti che caratterizzano l’interscambio tra i due paesi. Ma per comprendere meglio come la storia di queste Commissioni sia stata cancellata è necessario leggere il recente libro di Valerio Castronovo dal titolo Storia di una banca. La Banca Nazionale del Lavoro nell’economia italiana 1913-2003 (Einaudi – 2003), nel quale lo scrittore sente il bisogno di dedicare alle conclusioni delle Commissioni d’inchiesta del Senato poche righe per scrivere solo che “il Senato italiano ritenne di dover istituire, su iniziativa del rappresentante del Pds (Pci al momento della proposta di istituire la Commissione, ndr) Pecchioli e vari suoi colleghi. Esprimendo il parere del governo nei riguardi di tale decisione, approvata nella seduta del 19 febbraio, il ministro del Tesoro Carli tenne ad assicurare che la Bnl avrebbe collaborato con la Commissione, presieduta dal senatore democristiano Gianuario Carta, ponendo a sua disposizione tutti gli elementi conoscitivi di cui era in possesso (…)”. Castronovo scrive anche: “Dalla documentazione in possesso della Commissione d’inchiesta non erano emersi ‘elementi che (potessero) ricondurre in maniera comprovante a traffici di armi e di droga”.
In questi pochi passi citati da Castronovo ci sono diversi errori. Lo storico omette di ricordare che le Commissioni sulla Bnl di Atlanta furono tre: una d’indagine e due d’inchiesta (Castronovo cita solo quella d’inchiesta della X legislatura); che le relazioni di quelle due commissioni furono approvate all’unanimità e con un giudizio non proprio positivo nei confronti della dirigenza di allora della Bnl. Inoltre, la citazione di Castronovo sull’assenza di elementi comprovanti il traffico di armi non sono estratti dalle relazioni delle commissioni, ma dai ritagli di stampa del Corriere della Sera e della Repubblica. Infatti, se si legge la relazione della Commissione d’inchiesta del Senato nell’XI legislatura si capisce invece molto chiaramente “la sorpresa che molti manifestarono nell’apprendere che da una banca del mondo occidentale erano stati erogati all’Iraq ingenti finanziamenti, non era del tutto giustificata (…). Oggi, dopo che molti aspetti sono stati chiariti anche per merito di organismi di inchiesta parlamentare, è divenuto persino patetico qualsiasi tentativo di negare che i prestiti di Drogoul (il responsabile della filiale di Atlanta, ndr) siano stati il frutto di un’operazione di politica estera parallela”.
Quando il 3 agosto del 1989 Fbi e gli ispettori della Federal reserve fanno irruzione nella sede della Bnl di Atlanta in Georgia, le reazioni del mondo politico, ma soprattutto dell’opposizione, furono a dir poco sconcertanti. Per il Pci, lo scandalo della Bnl non era rappresentato dalla gravità dell’utilizzo dei finanziamenti concessi a tassi agevolati dalla Banca del Tesoro all’Iraq, ma dal fatto che la vicenda colpisse la dirigenza di una banca che si era opposta alla politica di privatizzazione del sistema bancario italiano. Basta leggere le critiche di Massimo D’Alema nel suo editoriale sull’Unità del 15 settembre del 1989 che non toccano il merito della vicenda, ma le conseguenze di politica interna. Nell’editoriale di quel giorno dal titolo “La formula magica ‘privatizzazione’”, l’esponente del Pci scrive che non è “accettabile la filosofia e la pratica dello smantellamento della presenza pubblica nell’economia e nel sistema finanziario e bancario. L’idea che la privatizzazione sia sinonimo di moralizzazione non ha fondamento”.
Per mesi il dibattito si concentrò su questo aspetto della vicenda. Anche se il libro è arrivato al cospetto dei direttori dei principali quotidiani di sinistra, nessuno ha speso una parola su questo materiale. Tutti hanno dimenticato che gli uffici della commissione d’inchiesta sui finanziamenti della filiale di Atlanta hanno ricevuto una visita notturna da parte di ignoti che hanno perquisito a dovere l’archivio senza sottrarre nulla. Anche il metodo di archiviazione di questi atti da parte della biblioteca di Palazzo San Macuto merita un discorso a parte. Il curatore del libro ha trovato casualmente una parte delle schede allegate (da pagina 85 fino a pagina 255) agli atti della relazione finale della X legislatura solo mentre era in corso la stesura degli indici. Per anni questo materiale non è stato consegnato a chi faceva richiesta delle relazioni finali delle Commissioni solo perché era stato archiviato in un’altra collocazione degli atti diversamente da quanto è stato fatto nella commissione d’inchiesta dell’XI legislatura.

(pal) 7 giu 2004 15:23

sabato 29 maggio 2004

Da Mao a Lenin, tutte le magie dell'Internazionale rossa

Il Velino del 29 maggio del 2004
Recensione de "Il comunismo magico"
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 29 mag (Velino/Cultura) - Lenin come Padre Pio? Parrebbe proprio di sì, leggendo Comunismo magico. Leggende, miti e visioni ultraterrene del socialismo reale di Francesco Dimitri, primo studio sistematico su leggende, miti e visioni ultraterrene del socialismo reale. Dimitri è un autore giovanissimo (nato nel 1981) e studia scienze delle comunicazioni all’università La Sapienza di Roma. Il volume, edito da Cooper Castelvecchi, è uno studio su un argomento poco esplorato dagli studiosi di dottrine politiche. Si conosce Hitler e il nazismo magico di Giorgio Galli, ma nulla o ben poco è stato scritto sul misticismo dei regimi totalitari del comunismo reale. Infatti, invece di reprimere ed espellere le tendenze irrazionali, questi regimi hanno realizzato un patto di non aggressione, quanto se non intrattenere rapporti proficui e duraturi. L’autore spiega che “molti immaginano il comunista come un uomo razionale, ateo, per natura avverso alle superstizioni. Ma la teoria è diversa dalla realtà”. L’autore del libro invita comunque a non equivocare: “L’idea di base è che i comunisti abbiano commerciato con la magia (e con la religione) proprio in quanto comunisti”.
Per questa ragione Dimitri ha preferito evitare di occuparsi delle persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose. Nel libro viene annotato con una certa ironia che lo “spettro laico e scientifico” del comunismo, “avrebbe dovuto esorcizzare una volta per tutte i vecchi fantasmi. Ma alla fine gli spettri trovano sempre il modo di mettersi d’accordo. Marx stesso, nel sognare una Rivoluzione che avrebbe mutato per sempre l’umanità, si rese (chissà quanto involontariamente) simile a un profeta o a un taumaturgo. Sulla sua scia i dirigenti dei partiti comunisti si sono spesso trasformati nei sacerdoti di una nuova religione: una religione laica”.
Ma allora la religione poteva essere considerata l’oppio dei popoli? L’autore smentisce questa tesi citando il testo di Karl Marx Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, nel quale scriveva: “La miseria religiosa è l’espressione della miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, e l’anima di una condizione senz’anima. Essa è l’oppio del popolo”. Dimitri sottolinea come “Marx si rendeva conto che la religione risponde alle esigenze a cui voleva rispondere la sua nuova ideologia. Il grave difetto della prima rispetto alla seconda è che dava una risposta illusoria rispetto ai problemi reali”. Tuttavia, Marx riconosceva che “questa era pur sempre, almeno in embrione, un commovente tentativo di fronteggiare le tante difficoltà della gente”. E infatti, nel saggio di Engels Per la storia del Cristianesimo primitivo troviamo che lo studioso seguace di Marx pensava come la “storia del Cristianesimo primitivo offre notevoli punti di contatto col movimento operaio moderno”. Lo sviluppo e la continuità di questo filone investe anche più a est la Russia. In Comunismo magico viene spiegato che “la cultura russa è una tra le più intrise di magia al Mondo, e non è quindi strano che si sia dimostrata molto ricettiva verso la rinascita del mondo occulto”.
Non è nemmeno un mistero per l’autore che “la rivoluzione russa fu annunciata dall’assassinio di un mago”. Il suo nome è Grigorij Efimovic Rasputin. Se si leggono i versi scritti da un lavoratore sovietico dedicati a Lenin il rapporto con il misticismo religioso viene alla luce con una certa evidenza: “Tu sei per la Russia un Firmamento! Tu sei la luce della verità! Tu sei il popolo stesso!”. Dimitri sostiene che per i comunisti “il rivoluzionario era un santo, il marxismo l’unica verità rivelata dall’ultimo profeta ebreo. Partendo da queste premesse non è poi tanto strano che il regime sovietico, alfiere dell’ateismo nel mondo, abbia assunto ben presto la forma di una teocrazia”. Già, e il senso di religiosità si è diffuso ovunque nell’impero comunista. Basta leggere la citazione di Geremie R. Barme e del suo Shades of Mao, uscito nel 1996 negli Stati Uniti: “Hai sentito della storia dell’incidente stradale nel Sud? C’è stata questa collisione tra un camion e un taxi, capisci, e nonostante il camionista si sia ferito, il tassista ne è uscito senza un graffio. Dicono che aveva un ritratto del Presidente Mao nella sua macchina ed è stato quello che l’ha protetto”.

(Lanfranco Palazzolo) 29 mag 2004 11:10

lunedì 10 maggio 2004

Rai poco educational su Moro

Il Velino 10 maggio 2004
Aldo Moro, l'anniversario e una Rai poco educational
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 10 mag (Velino) - Nel giorno dell’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro il canale satellitare Rai Educational 2 ha mandato in onda una pesante satira sullo statista dc. E’ accaduto nel corso della programma “Rewind”, domenica 9 maggio. Il programma in questione è realizzato con materiale d’archivio tratto dalle teche della Rai. Ma nessuno si è preoccupato di controllare se nella programmazione prevista per quel giorno, anniversario dell'uccisione di Aldo Moro, ci fosse qualcosa di assolutamente inopportuno. Oltre tutto, i contenuti di "Rewind" sono anche anticipati su un sito Internet (www.rewind.rai.it). Il metodo di trasmissione di "Rewind", come è scritto nel sito, è semplice: “Ogni sabato e domenica su Rai Edu2, canale satellitare in chiaro, palinsesti di 4-6 ore, replicati più volte nel corso della giornata, offriranno allo spettatore l'opportunità di riscoprire i momenti più significativi della storia del piccolo schermo, spaziando senza alcun vincolo di genere dai grandi sceneggiati al giornalismo d'inchiesta, dai reportages d'autore al varietà, dall'approfondimento culturale alla tv per ragazzi”.
Sabato scorso, mentre il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini deponeva una corona di fiori in via Caetani sottolineando che “la Repubblica ha un debito nei confronti di Aldo Moro”, la programmazione di "Rewind" riproponeva una puntata di “Formula due”, show televisivo registrato a colori nel lontano 1973 con Loretta Goggi e Alighiero Noschese. La trasmissione si apriva con l’imitazione di Aldo Moro, in cui la figura dello statista veniva dipinta come quella di un politico preoccupato di facilitare l’esportazione dei capitali italiani all’estero. Solo lunedì mattina “Formula due” è stata sostituita con una trasmissione dedicata alla carriera di Monica Guerritore.

(pal) 10 mag 2004 17:59


Lo stesso giorno "Rai educational" critica la mia ricostruzione dei fatti con questa nota.


Come Rai Educational ha ricordato Moro

Roma, 11 mag (Velino) - L’ufficio stampa di Rai Educational - in relazione all’articolo pubblicato ieri dal Velino dal titolo “Aldo Moro, l’anniversario e una Rai poco educational” - precisa che “la programmazione di Rewind ripropone i momenti che hanno fatto la storia del piccolo schermo ed è stabilita con largo anticipo rispetto alla messa in onda. Rai Educational ha ricordato Aldo Moro con Gap, Generazioni alla prova, nella puntata del 5 maggio, in onda su Rai Tre alle 00.40, intervistando la figlia dello statista, Maria Fida Moro, che ha presentato il suo libro ‘Nebulosa del caso Moro’. La puntata ha registrato un ascolto record dell’8.26 per cento di share, con punte del 12 per cento”.

In relazione a questa replica io non aevo messo affatto in dubbio che "Rai Educational" non si fosse occupata di Moro. Ma che avesse fatto una figuraccia mandando in onda la puntata di "Formula due" nel giorno dell'anniversario del suo assassinio. Quanto al fatto che la programmazione sia stata calendarizzata con largo anticipo questo lo so anche io. Ma visto che la prograammazione viene programmata in questi termini era logico pensare che qualcuno si occupasse di quello che era contenuto in quella puntata. Inoltre, l'anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro è sempre il 9 maggio. Ed è un aggravante che il curatore di Rewind non si sia preso la briga di guardare la scheda del programma. Tutto qui.
Lanfranco Palazzolo

martedì 4 maggio 2004

Quando il Milan unisce Silvio & Fausto

Il Velino del 4 maggio 2004
"Liberazione" e quel “pallonaro” di Berlusconi
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 4 mag (Velino) - L’organo ufficiale di Rifondazione comunista dedica due pagine alla vittoria del 17° scudetto della squadra del presidente del Consiglio, mentre è impegnata in prima pagina a dipingere il presidente del Consiglio con le parole d’ordine “Credere, obbedire, combattere”. D’accordo, anche il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti è tifoso del Milan, ma di qui a festeggiare la vittoria della squadra rossonera ce ne corre. Infatti, il giornale diretto da Sandro Curzi era stato uno dei più duri quando il presidente del Consiglio era intervenuto nel corso della Domenica sportiva lo scorso febbraio mentre si discuteva se il Milan avrebbe dovuto giocare con una punta o con due punte. Il dilemma si era risolto con un durissimo attacco del direttore Sandro Curzi a pagina 25 di Liberazione del 24 febbraio 2004 dal titolo “No, non è solo un pallonaro”, nel quale il responsabile della quotidiano, criticando l’intervento del premier nella popolare trasmissione sportiva, scriveva: “Nei suoi venti minuti di indebita e insolente scorribanda nella più popolare delle trasmissioni sportive nazionali, c’è tutto il Cavaliere di Porta a Porta, la sua concezione proprietaria delle istituzioni, la sua aggressione ai magistrati e alla giustizia, la sua politica (chiamiamola così) dell’informazione”.
All’indomani della conquista dello scudetto il quotidiano di Fausto Bertinotti decide di dare sfogo alla gioia per la vittoria dei ‘compagni rossoneri’ con un articolo di Darwin Pastorin in cui il prestigioso giornalista scrive del Milan che è “un mosaico perfetto”. Aggiungendo che la squadra di Ancelotti è “un collettivo multiforme, esaltato da singoli di assoluto valore. Il giovin brasiliano Kakà su tutti. Una rivelazione, un acquisto formidabile”. L’articolo è corredato anche da un intervista che campeggia su due pagine alla vecchia gloria rossonera Aldo Maldera, che non può fare a meno di dire, alla faccia delle polemiche sugli arbitraggi, come “il Milan abbia meritato lo scudetto, come la Roma il secondo posto. Rispetto ai giallorossi, il diavolo ha avuto un rendimento più continuo”. Perché questi elogi sorprendono? In questi giorni è uscito in Italia un Dvd dal titolo Citizen Berlusconi, il cui titolo originale è The prime minister and the press. Si tratta di un programma prodotto dalla rete televisiva Pbs e trasformato insolitamente (chissà perché!) in un Dvd. Il programma non ha avuto un grande successo all’estero visto che solo Australia, Svezia, Paesi Bassi e Finlandia lo hanno ritrasmesso. I primi minuti del Dvd tendono a dimostrare che la forza di Berlusconi si basa anche sui suoi successi calcistici mentre scorrono le immagini della vittoria nella finale della Champions League a Manchester nel 2003. Una tesi che evidentemente non ha fatto breccia nei giornalisti di Liberazione grazie all’intercessione del segretario rossonero Fausto Bertinotti. E poi dicono che il calcio divide!

(pal) 4 mag 2004 17:07

sabato 3 aprile 2004

Il Pci di fronte al golpe del 1964

Il governo Merzagora, il Pci e il golpe immaginario
Il Velino 3 aprile del 2004
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 3 apr (Velino/Cultura) - Dopo anni di silenzio si torna a parlare del governo istituzionale che il presidente del Senato Cesare Merzagora avrebbe potuto formare nell’estate del 1964 dopo la caduta del governo Moro, primo esperimento di centrosinistra cosiddetto organico nella storia repubblicana. A rivelare i retroscena di questa vicenda politico-parlamentare è stato il professore Paolo Varvaro, docente di storia contemporanea all’università Federico II° di Napoli. Anche se lo studioso tiene a precisare: “Non ho fatto rivelazioni clamorose e ho lavorato su documenti accertabili”. Varvaro ha consultato per la rivista Belfagor le carte dell’archivio del presidente del Senato, una fonte che era rimasta fino ad ora sconosciuta. Il docente universitario non si è comunque fermato all’archivio Merzagora e ha cercato delle conferme all’Istituto Gramsci per capire che cosa sia realmente accaduto nell’estate del 1964, e in particolare il 27 giugno, quando il presidente del Senato fu interpellato dal presidente della Repubblica, Antonio Segni, per la formazione di un governo istituzionale di cui avrebbero dovuto far parte numerosi esponenti del mondo della finanza, come il presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia, e l’ex governatore della Banca d’Italia, Domenico Menichella.
Una circostanza sulla quale il 21 settembre del 1967 aveva riferito Panorama, che aveva dedicato al presidente del Senato un ritratto intitolato: “Merzagora. Il Presidente scomodo”, nel quale si legge: “Nel giugno del 1964, durante la crisi del primo governo Moro, uscendo dallo studio di Antonio Segni al Quirinale, confidò ai microfoni della Rai di avere suggerito al presidente della Repubblica la costituzione di un governo d’emergenza, fatto esclusivamente di tecnici, in sostituzione di quello di centrosinistra. Su quella dichiarazione si appoggeranno poi molte ricostruzioni dell’estate del colpo di Stato”. Queste parole venivano scritte dopo che il Senato era stato impegnato in più di un dibattito sulle deviazioni del Sifar e senza che nessun esponente del Pci, né Merzagora, rivelassero i particolari della formazione di quel governo istituzionale. Lo studioso ricorda che “Merzagora fu uno dei politici più investigati dal Sifar: il generale De Lorenzo cercò in tutti i modi di screditarlo in quegli anni, e quest’ultimo non era un uomo di fiducia di Segni. Ho dei seri dubbi che Merzagora e il presidente della Repubblica potessero affidarsi a De Lorenzo”.
Lo schema del nuovo governo, che negli anni successivi fu bollato come un esecutivo golpista, in realtà prevedeva, spiega Varvaro, la presenza di tutti i partiti. Anche il Partito comunista e il Movimento sociale sarebbero stati invitati a far parte di questo governo. Lo studioso sostiene che “Merzagora non intervenne di sua iniziativa, ma suggerì al presidente della Repubblica, in qualità di presidente del Senato in carica dal 1953, la formazione di un governo di emergenza”. Come reagì il Pci a quella ipotesi? Varvaro spiega che “in quel governo - tecnico e di tregua, della durata ipotizzata di sei mesi - ogni partito presente in Parlamento sarebbe stato rappresentato da un proprio esponente”. Lo confermerebbe un riferimento esplicito a questa ipotesi riscontrabile nelle carte di Merzagora. Questo significa che il presidente del Senato aveva preso dei contatti diretti con i partiti? Lo storico ne è convinto. E precisa: “Ho trovato riscontri nell’archivio Gramsci, tratti dai resoconti delle direzioni del Partito comunista che si sono svolte di quei giorni. Merzagora aveva importanti collegamenti all’interno del Partito comunista italiano, in particolare con Umberto Terracini. Le notizie che sono riferite dall’esponente del Pci durante quelle direzioni sono molto più dettagliate di quanto si possa immaginare. Ho motivo di ritenere che tra Merzagora e Terracini vi fossero stati dei contatti diretti”. Varvaro sostiene ancora che “in una direzione comunista il segretario Palmiro Togliatti afferma esplicitamente che il comportamento del Pci non sarebbe stato di pregiudiziale opposizione ad un governo di ‘larghe intese’, ma che il partito si sarebbe riservato un giudizio sul programma e sulla composizione del governo”.
Insomma, se questa lettura risultasse fondata, anche alla luce di ulteriori verifiche e riscontri, andrebbe valutata sotto una nuova luce la linea tenuta dal Pci sul presunto tentato golpe del ’64. Va ricordato, a questo proposito, che Umberto Terracini è stato negli anni successivi membro della Commissione d’inchiesta che fu varata nel 1969 per indagare sulle deviazioni del Sifar e che la relazione di minoranza del Pci porta il suo nome come cofirmatario insieme ad altri esponenti della sinistra. Per anni, infatti, anche sulla base di quella relazione di minoranza, il nome di Merzagora è stato abbinato al presunto tentativo di golpe del 1964.

(Lanfranco Palazzolo) 3 apr 2004 13:45