venerdì 23 gennaio 2004

Walter demagogico contro Bossi

Veltroni e Roma ladrona, dietro la querela a Bossi
Il Velino del 23 gennaio 2004

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Ai vertici della demagogia. Il sindaco di Roma Walter Veltroni querela il ministro delle Riforme istituzionali Umberto Bossi attraverso gli avvocati del Campidoglio perché in tre occasioni diverse è tornato a parlare di “Roma ladrona”. Non è la prima volta che un esponente della Lega viene denunciato per queste parole. Lo stesso Umberto Bossi era stato querelato dal consigliere capitolino della Margherita Luca Nitiffi lo scorso 15 ottobre. In quella occasione Veltroni non aveva presentato alcuna querela e non lo aveva fatto nemmeno quando il leghista Speroni, commemorando Alberto Sordi il 25 febbraio del 2003, aveva ricordato che l’attore era stato “l’interprete di Roma ladrona”. Ma dietro la “rabbia” di Veltroni nei confronti del ministro Bossi c’è un grave problema per il sindaco: i soldi, i soldi e i soldi. La denuncia del primo cittadino di Roma è del 21 gennaio del 2004. Il giorno prima Veltroni aveva scritto una lettera strappalacrime al vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini in cui chiedeva di dare a Roma il ruolo che merita come “simbolo della storia unitaria e segno essenziale di identità del nostro paese”. Veltroni era stato ascoltato l’11 novembre dalla Commissione affari Costituzionali del Senato sulla riforma della seconda parte della Costituzione e aveva chiesto al senatore Francesco D’Onofrio, relatore di maggioranza, di cambiare l’articolo su “Roma capitale”. Una richiesta che il senatore D’Onofrio condivide come dimostrano le sue dichiarazioni di questi giorni. Ma i buoni propositi di Veltroni non convincono tutti. Il deputato di Forza Italia Francesco Giro accusa il sindaco di non fare il suo “lavoro” invitandolo ad “uscire dall’ambiguità e scegliere se fare il sindaco a tempo pieno o l’aspirante leader dell’Ulivo, altrimenti le sue richieste al Governo, più che legittime, rischiano di apparire strumentali ed ingannevoli verso i romani”. Infatti, il deputato degli azzurri ed altri non avevano gradito le dichiarazioni di Veltroni che, qualche giorno prima di inviare la lettera a Fini, aveva magnificato le qualità della capitale dopo che il Censis aveva pubblicato dei dati secondo i quali la capitale contribuisce in maniera maggiore alla produzione della ricchezza in Italia e che ponevano Roma davanti ad altre città come Milano. Secondo il sindaco che chiede che non siano ridotti i fondi per la città eterna, i dati del Censis non sono sorprendenti “perché la capitale non è più da tempo burocratica e sonnolenta. Roma non è più quella di un tempo. Ormai il 73% degli addetti non lavora nel settore pubblico e la crescita è tale che l’occupazione è cresciuta nel 2003 dell’1,8% contro l’1% della media nazionale”. Una bella sorpresa per la città che ha bisogno dei fondi pubblici. Ma come li utilizza questi soldi Veltroni? Le opposizioni in Campidoglio, che condividono le richieste di Veltroni, vorrebbero più concretezza e meno demagogia. Il 17 gennaio, ad esempio, Veltroni ha presentato “Romafrica”, la prima manifestazione per porre sotto i riflettori i problemi del continente africano e metterli “al primo posto dell’agenda politica mondiale”. La manifestazione sarà articolata in diverse iniziative, con l’immancabile concerto, con l’obiettivo portare almeno 100.000 persone nella capitale il prossimo 15 aprile. Il problema che si sono posti i consiglieri dell’opposizione è se spetta al comune di Roma, al sindaco del “Continente nero” o ai vicini della Fao affrontare questo tema. Con i soldi della comunità. (pal)

giovedì 22 gennaio 2004

Lenin pacifista immaginario

Per Liberazione, anche Lenin era pacifista
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino, 24 gennaio 2004

Roma - Liberazione gioca un cattivo scherzo al compagno Vladimir Llich Ulianov Lenin. Basta leggere le sei pagine dedicate dal quotidiano ufficiale del partito della Rifondazione comunista il 21 gennaio 2004 al padre della Rivoluzione d’ottobre nell’80° anniversario della sua morte. Nell’articolo “Lenin giovane rivoluzionario”, la giornalista Rina Gagliardi ricorda la scomparsa di Lenin “nel pieno di una rivoluzione che muoveva ancora i primi passi”. L’articolo di Rina Gagliardi è la punta di diamante di queste sei pagine. Al termine di “Lenin giovane rivoluzionario”, la Gagliardi scrive: “Noi ci sentiamo di dire che la parte migliore della sua eredità oggi la vediamo vivere nei grandi movimenti che contestano la guerra e rivendicano l’urgenza di un ‘altro mondo possibile’. Anche senza più potenze statuali alle spalle, la grande scommessa continua”. Dunque l’eredità “migliore” che Lenin avrebbe lasciato ai posteri è quella della pace. In occasione di ogni anniversario è chiaro che si cerca sempre di utilizzare l’opera della persona da ricordare a fini di bassa politica. Ma forse non era il caso di rendere questo servizio a Lenin. Non basta andare lontano per capire che la Gagliardi ha espresso una tesi insostenibile. Leggendo “Lenin, Opere complete”, volume 24 a pagina 410 (Editori Riuniti), si scopre che nel politico sovietico la guerra acquistava un rilievo che non aveva mai avuto nei teorici marxisti. Egli dava una valutazione positiva del prussiano Karl Von Clausewitz la cui affermazione era che la guerra “è la continuazione della politica con altri mezzi”. Per Lenin questa massima era “patrimonio incontestabile di ogni uomo pensante”. Tutti sanno che Lenin nell’aprile del 1917 definì il conflitto in corso “terribile” e “criminale”, ma non giunse certo alle conclusioni di Papa Benedetto XV che parlava di “inutile strage”. Infatti, Lenin non chiedeva la pace, bensì la trasformazione della guerra in rivoluzione. Riprendendo uno slogan, anzi mutuandolo dalla terza rivoluzione francese del 1792, che portò alla fallimentare congiura degli uguali, Lenin chiedeva “pace alle capanne, guerra ai palazzi”. Questa teoria cosa avrebbe prodotto? A giudizio di Lenin, gli operai (pochi) e i contadini (molti) russi non sarebbero dovuti tornare nelle fabbriche e nei campi, ma avrebbero dovuto assolvere a una nuova funzione militare, quella che il politico comunista definiva “avanguardia dell’esercito mondiale di liberazione della classe operaia”. Quella concezione sarebbe stata la fine del tradizionale concetto pacifista espresso dall’ideologia socialista fino a quel momento. Nell’articolo intitolato “La guerra e la rivoluzione” dell’aprile del 1917, Lenin si impegna nella difficile acrobazia di imporre questa tesi sostenendo che “non siamo avversari incondizionati di ogni guerra”. (pal)

martedì 20 gennaio 2004

Martelli lascia ancora....

Il Velino del 20 gennaio 2004
Martelli lascia, è la terza volta. Sarà anche l'ultima?
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Nella politica l’indecisione e l’avversione al bipolarismo non paga. Questa massima può essere calzante per il caso di Claudio Martelli, che da qualche giorno ha annunciato il ritiro dalla scena politica. Sorprendentemente nessuno ha sentito il bisogno di spendere una parola per l’ex delfino di Bettino Craxi. Ritornato alla vita politica attiva con la candidatura alle europee del 199, l’ex reggente del Psi di Bettino Craxi non è riuscito a trovare una collocazione grazie anche ai suoi difficili rapporti con i Democratici di sinistra che gli hanno sbarrato la strada sia all’interno dello Sdi, sia nel gruppo parlamentare del Pse, dove era approdato dopo il voto del 1999. Le difficoltà si sono ripetute nel rapporto con Forza Italia per l’insofferenza di Martelli verso Gianfranco Fini. Al momento del suo annuncio della candidature per le europee del 1999, Martelli aveva detto chiaramente che “i Ds fanno i socialdemocratici all’estero, non certo in Italia, dove governano a colpi di tasse” (Il Giorno del 7 maggio 1999). In quel momento, l’obiettivo dell'esponente socialista è quello di “condizionare questa maggioranza” (nel 1999 era in carica il Governo D’Alema), ma non appena eletto cambia strategia a favore del centrodestra, concedendo un’apertura di credito a Silvio Berlusconi. Il 12 giugno del 1999 dichiara a Paolo Guzzanti, in un’intervista a Il Giornale che “il berlusconismo significa modernità, ceti emergenti, voglia di fare ed è lì che scatta la potenzialità”. Da quel momento Martelli mette ogni sforzo al servizio di una ipotetica alleanza tra lo Sdi e Berlusconi. Al quotidiano La Stampa del 2 febbraio del 2000 dichiara come “a Forza Italia ci avvicina la difesa del proporzionale. E l’insofferenza verso un centrosinistra egemonizzato da post-comunisti alleati con i comunisti di Cossutta e di Bertinotti”. Nei giorni successivi queste parole saranno oggetto di un duro scontro tra Martelli e il segretario del partito Enrico Boselli. Giancarlo Perna intervista Martelli per Il Giornale e l’eurodeputato descrive il leader del partito in cui è stato eletto come “uno che ha paura del mare aperto, con una mentalità burocratica che non lo porterà lontano”. Un anno dopo le europee arriva la “svolta”, la prima di tante altre, in cui Martelli ricorda a Il Giornale del 24 giugno del 2000 che “lo spazio socialista va da Amato a Berlusconi, entrambi legati, guarda caso, all’esperienza di Bettino Craxi”. A Il Tempo del 15 luglio successivo spiega: “puntiamo a Forza Italia e ai laici” accusando il centrosinistra di “aver ridotto l’Italia a cenerentola d’Europa”. Di ritorno dalle vacanze, i “compagni” del Pse gli fanno trovare una lettera di espulsione, datata 31 agosto 2000, in cui il capogruppo Enrique Baron Crespo gli fa sapere che non può essere incluso nel gruppo del Pse un deputato senza un partito. Un colpo dal quale Martelli non si riprenderà più. Sono stati i diessini a “processare” Martelli e a cacciarlo e l’ex delfino di Craxi risponde per le rime: “E che venga processato per carenza di socialismo proprio dall’ex Pci é un po’ troppo. Io sono socialista da sempre, loro no” (Corriere della Sera, 1 settembre 2000). L’approdo con la Casa delle libertà sembra cosa fatta alla vigilia delle elezioni politiche e Martelli annuncia al Giorno del 18 novembre del 2000 che starà con i nuovi alleati “alzando la voce tutte le volte che sarà necessario”. Ma all’inizio di dicembre di quell’anno accade l’incredibile. Martelli cerca di entrare nel gruppo dei liberali europei con un escamotage tecnico, affiliandosi all’Italia dei Valori. Martelli precisa che chiederà l’adesione al gruppo a titolo individuale. A chi gli chiede se non lo imbarazzerà la vicinanza con Di Pietro nel gruppo liberale, Martelli risponde: “Ero imbarazzato a stare nello stesso gruppo con fior di comunisti” (Il Giornale 10 dicembre 2001). Questo passaggio riporta Martelli nell’oblio, ma quando viene assolto con formula piena nel processo sul "conto protezione", Martelli annuncia un secondo ritorno sulla scena politica con l’obiettivo, dice a Barbara Palombelli che lo intervista per il Corriere del 4 marzo 2003, di voler “costruire e promuovere un forza che dia voce al bisogno di libertà di questo paese”. In questa fase, segnata dall’abbandono definitivo di avvicinarsi a Forza Italia, Martelli cerca di trovare una collocazione all’interno dei liberali europei, ma si schiera contro la sinistra accusando Cofferati, Epifani e Bertinotti di “regalare la vittoria a Saddam”. Troppo scomodo per riprenderlo. A quel punto è arrivato il terzo abbandono dalle scene politiche. Sarà l’ultimo? (pal)

venerdì 16 gennaio 2004

Fausto contro le quattro opposizioni

Il Velino, 16 gennaio 2009
Operazione Berlino:
Bertinotti contro la banda dei quattro
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Tempi difficili a sinistra. Il segretario ds, Piero Fassino, e i colleghi del “triciclo” hanno parecchie gatte da pelare, ma neanche il leader di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, può rilassarsi troppo. La decisione - presa da Bertinotti - di creare a Berlino un partito della sinistra europea non piace ai leninisti del partito e a Marco Ferrando. In vista della riunione della direzione nazionale di Rifondazione, prevista per il prossimo 28 gennaio, è annunciato uno scontro tra la maggioranza e la cosiddetta “area dell’Ernesto”. I leninisti non gradiscono che la scelta di dare vita ad un nuovo soggetto politico sia stata messa in atto senza che vi fosse stata una riunione degli organi statutari del partito. Il leader di questa corrente, Claudio Grassi, parla di scelta sbagliata e spiega che c’è “un problema di merito e di metodo”. A Grassi non è piaciuto il titolo dell’edizione nazionale di Liberazione del 13 gennaio scorso. Quando Grassi ha letto il titolo del quotidiano e ha visto che il giornale del suo partito aveva messo in secondo piano “la rabbia dei tranvieri”, non ci ha visto più. Dopo qualche giorno di riflessione ha preso carta e penna e ha chiesto chiarezza al partito. I leninisti del partito hanno inoltre gradito poco che il quotidiano diretto da Sandro Curzi abbia pubblicato, sempre martedì scorso, una lettera di Marco Ferrando, Franco Grisolia, Matteo Malerba e Francesco Ricci. In questo articolo, che appare a pagina 2, la “banda dei quattro” spiega di essere venuta a conoscenza della decisione di Bertinotti dal quotidiano la Repubblica. Una bella prova di trasparenza democratica da parte di Bertinotti. Ferrando e i suoi ci vanno giù duro e ricordano al subcomandante Fausto che l’alleanza sancita a Berlino è comprensiva “di forze partecipi dei bombardamenti sulla Jugoslavia (Pcf), aperturiste verso l’esercito europeo (Izquerda unida), subalterne alla socialdemocrazia liberale e indirizzate al governo comune con questa (Pds tedesca e Sinaspismos greco)”. Bertinotti non si è scomodato a dare una risposta ai suoi avversari interni; si è limitato a mobilitare Alfonso Gianni e Paolo Ferrero. I due hanno risposto a Claudio Grassi che la scelta di un partito della sinistra europea era stata assunta nel quinto congresso del partito con la tesi 35 (quella sostenuta dalla maggioranza del partito), che enunciava: “Lo spazio europeo è quello più consono, come già le prime esperienze dimostrano, per portare ad unità le diverse figure sociali, tradizionali e nuove, che costituiscono l'insieme delle persone sottoposte a sfruttamento e alienazione, quindi è il terreno migliore per la costruzione di un nuovo movimento operaio”. Ma dietro le istanze ideali si nasconde un altro grande problema: i soldi. Il nuovo statuto dei partiti politici europei, votato dall’europarlamento il 19 giugno del 2003 (Relazione Leinen, Pse) impone alleanze tra forze politiche di diversi paesi per beneficiare dei fondi che spettano ai partiti che saranno rappresentati al parlamento europeo. Tutti si stanno adeguando a questa nuova normativa; anche Rifondazione comunista lo ha fatto. I leninisti e Ferrando avranno capito? (pal)

mercoledì 14 gennaio 2004

Tutto Oscar minuto per minuto

Il Velino del 14 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

Oscar Luigi Scalfaro forse ha trovato una nuova casa. Il sito Internet della Margherita, anche se Scalfaro continua a sedere tra i banchi del gruppo misto del Senato, sta aggiornando tutti i suoi movimenti e le tappe della furiosa campagna antiberlusconiana del presidente emerito. La sottopagina sull'ex inquilino del Colle che pronunciò un indimenticabile "non ci sto" per impedire che la magistratura aprisse un'indagine sul suo conto mentre svolgeva la missione quirinalizia (un "lodo" ante-litteram), non è immediatamente visibile nella homepage del partito e per individuarla bisogna scendere giù con il cursore e andare in fondo alla pagina www.margheritaonline.it. A quel punto appare la foto di Scalfaro e l'elenco di tutti i suoi impegni. La pagina è aggiornatissima e con ogni probabilità è curata d'intesa con la segreteria del senatore a vita. La foto di Scalfaro è preceduta dal manifesto di Romano Prodi sull’Europa. (pal)

giovedì 8 gennaio 2004

Napolitano alla fondazione della camera

I retroscena di una scelta
Il Velino dell'8 gennaio 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Meglio la fondazione della Camera dei deputati che il centrosinistra. Giorgio Napolitano ha annunciato di non essere disponibile a ricandidarsi per l’europarlamento: una decisione grave, per una coalizione a corto di figure carismatiche. Per tutto il 2003, l’esponente dei Democratici di sinistra ha fatto sapere che non gradiva la linea dell’Ulivo. Napolitano avrebbe voluto una coalizione più organizzata, con un portavoce unico dell’Ulivo, con meno antiamericani e, soprattutto, con una politica estera chiara. L’assenza di una linea politica lineare da parte del centrosinistra ha indotto Napolitano a svolgere un ruolo meno politico e forse più istituzionale: la nomina a presidente della fondazione della Camera ha dato un’ulteriore spinta in questa direzione. L’annuncio di Napolitano arriva in ritardo rispetto alla nomina dell’europarlamentare ds alla guida della fondazione. La formalizzazione dell’incarico è avvenuta il 4 agosto scorso, ma curiosamente il Corriere della Sera l’ha resa pubblica solo il 23 dicembre. Al quotidiano l’Unità del 7 agosto del 2003, Napolitano aveva già dichiarato di non volersi ricandidare: “Chiaramente non potrò più esercitare i ruoli di direzione politica che ho esercitato nel passato. Ma sono lieto di dare continuità al filone istituzionale della mia presenza”. Alla domanda se questo significasse una rinuncia, Napolitano rispondeva: “Renderò pubblico, e motiverò questo mio orientamento, maturato nel corso della legislatura, prima che inizi il lavoro di preparazione delle liste per le europee”. Ma Napolitano non intende certo uscire dal gioco della politica. È lui il principale propugnatore di una modifica dell’attuale legge elettorale per le europee, che faciliterebbe la lista unica di Romano Prodi. Già il 5 settembre scorso il presidente della fondazione della Camera ha “rinunciato” al suo ruolo istituzionale, consigliando dalle pagine del Corriere della Sera al centrosinistra di darsi da fare: “Quello che lascia molto sorpresi ed incerti è che ancora i gruppi parlamentari dei Ds e dell’Ulivo non muovano un passo o non presentino una proposta per la modifica della legge elettorale per l’elezione del Parlamento europeo”. Questo immobilismo non ha fatto altro che aumentare le critiche nei confronti di alcuni esponenti del suo partito come Luciano Violante. Napolitano non aveva gradito il paragone tra mafia e governo fatto dal capogruppo del suo partito alla Camera, affermando: “Non mi riconosco in questo modo di fare opposizione”. Infatti ha scelto la fondazione. (pal)

mercoledì 7 gennaio 2004

Perchè il Ft attacca il professore?

Financial Times e Prodi,
un odio nato con Eurostat
7 gennaio 2004
di Lanfranco Palazzolo

Perché tutti si ostinano a dire che Romano Prodi ha annullato il seminario sull’antisemitismo che aveva promesso di organizzare all’indomani delle polemiche che hanno riguardato il sondaggio sull’eurobarometro? Per cancellare un impegno è necessaria una condizione: che l’appuntamento sia stato fissato ed organizzato o che almeno la macchina di preparazione dell’incontro sia stata messa in moto. In realtà Romano Prodi e gli uffici della Commissione europea non si sono posti neanche il problema dell’organizzazione del seminario, stando alla dichiarazione di Cobi Benatoff diffusa ieri, in cui il principale esponente della comunità ebraica europea tiene a precisare alcune cose in merito al “seminario fantasma” sull’antisemitismo in Europa. Il presidente del Congresso ebraico europeo conferma che l’appuntamento è stato “più volte messo in programma e poi è slittato”. Benatoff prosegue che “da allora non abbiamo saputo più nulla e ad oggi (6 gennaio, ndr) non c’è ancora una data certa. Siamo all’inizio di gennaio e l’organizzazione sarebbe dovuta partire ora per arrivare in tempo in quella data”. Un altro retroscena che è stato svelato in queste ore riguarda anche la genesi dell’articolo sul Financial Times. I due esponenti del congresso ebraico europeo e mondiale, il secondo è Edgard Bronfman, avevano scritto l’articolo all’indomani del fallimento della Conferenza intergovernativa di Bruxelles e prima dell’attentato contro Romano Prodi. I due non erano d’accordo con la titolazione del quotidiano finanziario e hanno anche criticato il giornale per questo motivo. Su questo inasprimento è chiaro che nei confronti di Prodi il giornale della City non è mai stato troppo tenero. Il FT non ha mai gradito le minacce ricevute dal Presidente della Commissione europea durante il caso Eurostat. Infatti, il giornale londinese lo scorso settembre era stato minacciato di querela dal presidente dell’esecutivo dell’Unione per gli attacchi sullo scandalo dell’istituto di statistica. Per tutta risposta, il Financial Times aveva continuato ad occuparsi del gravissimo scandalo senza più citare Prodi. Ma alla fine, il presidente della Commissione ha fatto la sua ricomparsa sul giornale per altri demeriti. (pal)

lunedì 5 gennaio 2004

Parmalat, una lettera chiama in causa Spaventa

Perchè nessuno ha ascoltato quell'allarme?
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino 5 gennaio 2004

Roma, 5 gen (Velino) - Perché c’è voluto tanto tempo per capire quello che stava accadendo all’interno di Parmalat? Le acrobazie finanziarie dell’azienda di Collecchio avrebbero dovuto essere scoperte da tempo. Basta rileggere, ad esempio, la lettera inviata da Assogestioni per conoscenza all’allora presidente della Consob Luigi Spaventa in data 6 marzo 2003, nella quale si lamenta “carenza di comunicazione” da parte dei vertici di Parmalat. A giudizio di Assogestioni la carenza di comunicazioni poteva “alimentare speculazioni circa l’effettiva situazione finanziaria del gruppo”. Il patron di Parmalat Calisto Tanzi risponde alla lettera garantendo un incontro con la comunità finanziaria dopo il successivo 28 marzo. In quel giorno è previsto il Cda dell’azienda, alla vigilia del quale arrivano inaspettate le dimissioni del direttore finanziario di Parmalat Fausto Tonna.
Perché c’è voluto tanto tempo per capire quello che stava accadendo all’interno di Parmalat? Le acrobazie finanziarie dell’azienda di Collecchio avrebbero dovuto essere scoperte da tempo. Basta rileggere, ad esempio, la lettera inviata da Assogestioni per conoscenza all’allora presidente della Consob Luigi Spaventa in data 6 marzo 2003, nella quale si lamenta “carenza di comunicazione” da parte dei vertici di Parmalat. A giudizio di Assogestioni la carenza di comunicazioni poteva “alimentare speculazioni circa l’effettiva situazione finanziaria del gruppo”. Il patron di Parmalat Calisto Tanzi risponde alla lettera garantendo un incontro con la comunità finanziaria dopo il successivo 28 marzo. In quel giorno è previsto il Cda dell’azienda, alla vigilia del quale arrivano inaspettate le dimissioni del direttore finanziario di Parmalat Fausto Tonna. Il 9 maggio del 2003, il quotidiano dei mercati finanziari della City, il Wall Street Journal Europe, sostiene che gli investitori sono “prudenti” nei riguardi di Parmalat, se non proprio “diffidenti” a causa della sua struttura finanziaria. L’accusa del Wsj rivolta a Parmalat è quella di apparire “più simile ad una finanziaria che ad un’industria del latte”. La domanda che concludeva questo articolo era la seguente: “Quanto è indebitata la società?”. Una domanda posta da un quotidiano autorevole come il Wsj avrebbe almeno dovuto sollevare qualche interrogativo. Ma non accade nulla. Non succede niente neanche dopo l’emissione obbligazionaria di Parmalat del 19 giugno scorso, annunciata da Calisto Tanzi pochi minuti prima della riunione del Cda della Banca di Roma di quel giorno. Questa emissione viene acquisita da Nextra, la società controllata da Banca intesa. Il giorno dopo tornano le perplessità del Wsj, che, in merito all’emissione obbligazionaria, scrive: “Parmalat continua a muoversi verso strade che alcuni investitori giudicano misteriose”, chiedendosi per quale motivo “Parmalat ha ancora bisogno di fondi”. Il 17 luglio arrivano i primi dubbi da parte di un quotidiano italiano. A sorpresa, il Riformista di quel giorno parla delle “relazioni pericolose del signor Parmalat”. Luca Iezzi ripercorre i mesi precedenti di Parmalat e sottolinea che l’azienda “dichiara 3,5 miliardi di liquidità attualmente in cassa e 5,9 miliardi di debiti. Facendo la somma algebrica la posizione finanziaria netta non è certo preoccupante, ma la sottrazione avviene solo nelle proiezioni degli analisti, i due vasi non comunicano se non in maniera inconsueta: 2,2 miliardi di euro in bond emessi da società del gruppo sono possedute da altre società del gruppo”. Incongruenze che lasciano del tutto indifferente il mondo politico e gli osservatori istituzionali. Un altro colpo per Parmalat arriva il 15 settembre successivo, quando l’agenzia Standard & Poors rivede al ribasso da positivo a stabile il rating del gruppo. La situazione di Parmalat non cambia. E il Wsj del 12 novembre torna sull’argomento scrivendo che “gli investitori saranno sorpresi di sapere che Parmalat ha 500 milioni investiti in Epicurum, un fondo oscuro delle isole Cayman”, aggiungendo che “gli azionisti del gruppo dovrebbero essere sempre più diffidenti delle promesse del gruppo”.
Il 9 maggio del 2003, il quotidiano dei mercati finanziari della City, il Wall Street Journal Europe, sostiene che gli investitori sono “prudenti” nei riguardi di Parmalat, se non proprio “diffidenti” a causa della sua struttura finanziaria. L’accusa del Wsj rivolta a Parmalat è quella di apparire “più simile ad una finanziaria che ad un’industria del latte”. La domanda che concludeva questo articolo era la seguente: “Quanto è indebitata la società?”. Una domanda posta da un quotidiano autorevole come il Wsj avrebbe almeno dovuto sollevare qualche interrogativo. Ma non accade nulla. Non succede niente neanche dopo l’emissione obbligazionaria di Parmalat del 19 giugno scorso, annunciata da Calisto Tanzi pochi minuti prima della riunione del Cda della Banca di Roma di quel giorno. Questa emissione viene acquisita da Nextra, la società controllata da Banca intesa. Il giorno dopo tornano le perplessità del Wsj, che, in merito all’emissione obbligazionaria, scrive: “Parmalat continua a muoversi verso strade che alcuni investitori giudicano misteriose”, chiedendosi per quale motivo “Parmalat ha ancora bisogno di fondi”.
Il 17 luglio arrivano i primi dubbi da parte di un quotidiano italiano. A sorpresa, il Riformista di quel giorno parla delle “relazioni pericolose del signor Parmalat”. Luca Iezzi ripercorre i mesi precedenti di Parmalat e sottolinea che l’azienda “dichiara 3,5 miliardi di liquidità attualmente in cassa e 5,9 miliardi di debiti. Facendo la somma algebrica la posizione finanziaria netta non è certo preoccupante, ma la sottrazione avviene solo nelle proiezioni degli analisti, i due vasi non comunicano se non in maniera inconsueta: 2,2 miliardi di euro in bond emessi da società del gruppo sono possedute da altre società del gruppo”. Incongruenze che lasciano del tutto indifferente il mondo politico e gli osservatori istituzionali. Un altro colpo per Parmalat arriva il 15 settembre successivo, quando l’agenzia Standard & Poors rivede al ribasso da positivo a stabile il rating del gruppo. La situazione di Parmalat non cambia. E il Wsj del 12 novembre torna sull’argomento scrivendo che “gli investitori saranno sorpresi di sapere che Parmalat ha 500 milioni investiti in Epicurum, un fondo oscuro delle isole Cayman”, aggiungendo che “gli azionisti del gruppo dovrebbero essere sempre più diffidenti delle promesse del gruppo”.

(pal) 5 gen 2004 17:09

A cosa sta pensando Veltroni?

“Valzer” Veltroni cerca di rassicurare Prodi
5 gennaio 2004
di Lanfranco Palazzolo

Che ruolo avrà Walter Veltroni nelle prossime elezioni europee? L’intervista che il vicepresidente del Ppe Antonio Tajani ha rilasciato al Giornale il 3 gennaio ha sorpreso il sindaco di Roma che è corso ai ripari ed è stato subito intervistato dal quotidiano amico la Repubblica il giorno successivo. Cosa aveva detto di tanto scandaloso l’eurodeputato di Forza Italia? Nell’intervista, Tajani affermava che Prodi aveva concesso l’intervista alla Repubblica il 2 gennaio del 2004 con il duro attacco al premier per un motivo ben preciso: “La mia impressione é che tema l'incalzare di Veltroni e giochi d'anticipo”. Tajani aggiungeva che “quella del presidente Prodi é un'intervista dannosa per l'Italia e piena di falsità”. Cosa aveva indotto Tajani a sostenere che Prodi sarebbe preoccupato di Veltroni? Al presidente della Commissione europea non è evidentemente sfuggita la decisione del sindaco di Roma di partecipare all'incontro pubblico che si terrà a Roma sabato 10 e domenica 11 gennaio, al teatro Vittoria di Roma, indetto dall'assemblea nazionale dei girotondi e dei movimenti per discutere la proposta di una lista unitaria alle prossime consultazioni europee. Veltroni porterà il saluto in qualità di primo cittadino pro tempore della capitale, ma non si limiterà a parole di circostanza. Già, perché il sindaco di Roma, come è noto, si presenterà alle prossime elezioni europee, mentre non è detto che Prodi lo farà. Non si candiderà nemmeno Sergio Cofferati, salvo ripensamenti, e non si candideranno nemmeno altri leader storici del centrosinistra, che non aspettano altro che scaricare le colpe di un possibile fallimento della lista unica sui coraggiosi che si presenteranno al voto. Dunque, Veltroni ha sentito immediatamente la necessità di smentire un interessamento a posizioni di potere nell’Ulivo e ha tutte le giustificazioni del caso per farlo. La ricandidatura di Veltroni alle europee è sempre stata data per scontata. Nell’intervista alla Repubblica del 4 gennaio, Veltroni ha spiegato, cercando di rassicurare il presidente della commissione europea: “Sono convinto che solo Prodi oggi può battere ancora Berlusconi e divenire il premier della ricostruzione, della serenità e della speranza ritrovate, continuando il lavoro che cominciammo assieme nel ‘96”. Veltroni ha dunque evitato accuratamente di parlare del voto di giugno di quest'anno per il rinnovo del parlamento di Strasburgo, accennando all’impegno di Prodi per le elezioni politiche che ci saranno soltanto nel 2006. Ma il problema è: chi si presenterà come l’uomo più rappresentativo dell’Ulivo alle elezioni europee che si svolgeranno nel giugno di quest’anno? Rebus sic stantibus, Veltroni ha tutte le carte in regola per ricoprire questo ruolo e per guadagnare posizioni se ci sarà un successo della lista unica. E Prodi ne è cosciente. Se si leggono attentamente le sue parole, quando Veltroni parla del proprio lavoro di sindaco accenna al 2011 come alla data limite dell’impegno in Campidoglio, ma non fa più alcun riferimento al progetto di trasferirsi in Africa e oggi molti arrivano a pensare che ben presto, se le condizioni saranno favorevoli, la scadenza del 2011 potrebbe sparire dall’orizzonte politico del primo cittadino di Roma e rispuntare quella, molto più vicina, del 2006, quando centrodestra e centrosinistra si contenderanno la leadership del paese. Tutto naturalmente dipenderà dall’esito delle elezioni di giugno. In caso di insuccesso il 2011 resta la data della fine del secondo mandato di Veltroni a Roma, ma se la fortuna e la lista unica lo assistono lo scenario potrebbe cambiare. E Prodi sa meglio di chiunque altro che, in quel caso, Veltroni potrebbe non accontentarsi di un ruolo da comprimario. (pal)

sabato 3 gennaio 2004

La Nordcorea vista da Geri Morellini

Morellini racconta i segreti della Corea del Nord
Il Velino cultura del 3 gennaio 2004

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Che cosa conosciamo della Corea del Nord? Poco o nulla. Tutti sanno che la squadra di calcio di quel paese ha eliminato l’Italia nel campionato mondiale in Inghilterra nel 1966 e che tra la Corea e gli Stati Uniti è in corso un durissimo braccio di ferro sulla ricerca nucleare. E poi? Nient’altro riesce a passare oltre il 38° parallelo in quello che a ragione può essere definito il paese più chiuso di tutto il mondo. A colmare questa lacuna ci ha pensato Geri Morellini, giovanissimo autore e regista di documentari della Rai, che ha scritto per la casa editrice Cooper Castelvecchi Dossier Corea. Viaggio nel regime più isolato del mondo. L’idea del libro nasce dall’invito del dipartimento internazionale del partito democratico coreano inoltrato al ministero degli Esteri italiano e rivolto a Forza Italia. L’autore del libro riesce a partecipare a questa missione, grazie all’onorevole Dario Rivolta, e a entrare in Nordcorea, dove per gli abitanti del luogo non è possibile avere dei contatti con gli stranieri. In questo paese la Sunshine Policy, la politica di apertura verso l’esterno, è un atto unicamente formale, che, a giudizio dell’autore “ha consentito al regime di violare ogni legge del diritto internazionale dagli accordi di non proliferazione nucleare ai diritti umani e di trattare gli Stati Uniti senza alcuna subordinazione”. E proprio le cifre sulle vittime del regime sono agghiaccianti. I primi dati sui campi di concentramento della Nordcorea si sono avuti solo dal 1998. L’autore ricorda che “secondo la Cia, almeno 200 mila prigionieri sono attualmente rinchiusi in sei giganteschi campi, dove sono rinchiusi, torturati e fatti morire di fame”. Il pericolo della fame è determinato dalla collocazione sociale stabilita dal regime. Kim II Sung, leader storico del paese e del partito democratico, “stilò ben 51 categorie divise tra le tre classi principali dei ‘puri’, dei ‘tiepidi’ e degli ‘ostili’. Ci sono cerchi concentrici che partono dalla famiglia del grande leader e arrivano via via a rendere l’intera popolazione. Ogni cittadino è classificato e schedato perfettamente e la gerarchia in cui è inserito determina non solo l’accesso nel partito o nell’esercito o in qualche carica importante, ma anche la possibilità di avere beni materiali e di accedere agli aiuti internazionali”. La presenza degli stranieri in Nordcorea è proprio legata agli aiuti internazionali. In Nordcorea non ci sono industrie e le delegazioni dei paesi occidentali si occupano degli aiuti umanitari. Morellini spiega che “le rappresentanze sono lì, ognuna con il suo stemma e con la sua bandiera come presenza poco più che simbolica perché non c’è dialogo, non c’è grande attività se non quella di coordinare la macchina degli aiuti umanitari”. Anche se sei milioni di abitanti vivono, anzi sopravvivono grazie agli aiuti umanitari, il regime ha costruito opere che non hanno nulla da invidiare a quelle del ricco Occidente, “investendo” i soldi degli aiuti umanitari. Un caso emblematico è quello dello stadio del Primo maggio, il più grande impianto sportivo di calcio del mondo, dove possono trovare posto ben 150 mila spettatori, e al cui interno ci sono palestre, piscine e attrezzi per ogni sport. Questa megalomania del regime però non ha portato risultati concreti. Gli atleti che eliminarono l’Italia nel lontano 1966 furono tutti rinchiusi nei gulag per aver festeggiato la vittoria secondo gli standard tipici del capitalismo, con donne ed alcol, e la successiva sconfitta contro il Portogallo di Eusebio ne fu la logica conseguenza. Il dittatore Kim Jong II, dopo la sconfitta della squadra di calcio ai mondiali del 1994 negli Stati Uniti, non volle più che fossero mandate all’estero “squadre abbastanza non competenti per vincere le partite”. L’autore spiega che “ora si giocano le olimpiadi dei paesi ‘non allineati’, che non esistono più, ma che la propaganda ha reinventato per celare l’isolamento del paese e far credere che esiste ancora un solido blocco di alleanze”. Già, perché gli abitanti della Corea del Nord non sanno nulla di ciò che accade fuori dai loro confini. Anche se nessuno sa che cosa è successo l’11 settembre del 2001, i cittadini immaginano che al di fuori del paese vi siano guerre sconvolgenti e che la Nordcorea sia il paradiso in terra. Benché il paese sia sigillato, il leader del Partito Kim Jong II è stato ministro della propaganda del partito e anche grande appassionato del cinema occidentale, desiderando che il cinema diventasse l’arma più forte del regime. Proprio come diceva Mussolini. Una volta salito al potere, il dittatore ha desiderato che fosse realizzato un film che trasformasse “la gente del popolo in veri comunisti”. Ma nel paese non c’erano registi. Alla fine, il dittatore ne ha fatto rapire uno in Corea del Sud. Si tratta di Shin Sang-ok. Il cineasta è stato costretto a girare un film dopo quattro anni di prigionia ed essere stato “rieducato” secondo i principi del comunismo. Nonostante quanto accaduto, Shin Sang-ok ha confessato che i film girati in Nordcorea “sono stati tra i più belli che ho realizzato”. Basta vedere la trama di Pulgasari, il capolavoro di Shin. Film nel quale si narra la storia di un piccolo grano di riso, che cresce e si sviluppa in maniera incredibile, fino a trasformarsi in un gigantesco mostro, che lotta al fianco dei contadini oppressi e li aiuta nella raccolta del grano. È il “Godzilla comunista”, hanno dichiarato i critici. (pal)