sabato 23 ottobre 2004

"Relazioni pericolose" tutte da indagare


Di Lanfranco Palazzolo, pubblicato su "Il Velino" del 23 ottobre del 2004 e ripublicato su L'Avanti del 26/10/2004.
(Nella foto a sinistra il direttore di "Le Monde" Jean Marie Colombani).

Le relazioni sopravvalutate. Da circa un mese è stato pubblicato in Italia un libro conversazione “scritto” dalle voci dei direttori di Le Monde, Jean Marie Colombani, e dell’International Herald Tribune, Walter Wells. Il titolo è eloquente: “Relazioni pericolose – La sfida tra Francia e Stati Uniti” (Rizzoli). Il libro è uscito in Francia dove ha suscitato un grande interesse, mentre in Italia è stato accolto molto più freddamente. Il volume è un dialogo fra un giornalista francese e uno americano nel quale vengono ripercorsi i rapporti tra le due nazioni. Colombani e Wells si soffermano sulle convinzioni radicate nei rispettivi Paesi: “Per i francesi l’America è una superpotenza imperialista che conosce solo il linguaggio della forza; per gli americani la Francia è un alleato ‘indocile, arrogante e imprevedibile’”. I due si misurano su questo copione. Purtroppo, “Relazioni pericolose” è destinato a restare un’analisi parziale. Cosa si chiede a due grandi giornalisti come Wells e Colombani? Innanzitutto l’impegno non superficiale di spiegare in un saggio la propria analisi. Il confronto che invece viene pubblicato, sotto forma di dibattito tra i due illustri direttori, rischia di essere deludente perché appare ai nostri occhi orfano di uno studio approfondito. Così, il sasso lanciato nello stagno da parte del columnist del New York Times Thomas Friedman (Francia e Stati Uniti saranno “i due nemici del prossimo decennio”), rischia di restare senza un’analisi saggistica adeguata. Quello che sorprende nel libro pubblicato da Rizzoli è il modo con il quale, soprattutto il direttore di Le Monde, si misura con la politica internazionale, inserendosi nelle vicende francesi con uno spirito poco obiettivo. Questo limite era già apparso con grande evidenza nella polemica estiva che Colombani aveva innestato la scorsa estate, quando aveva accusato di razzismo le forze dell’ordine italiane che avevano perquisito suo figlio all’aeroporto di Venezia. Scrive Colombani: “No. Non si può mescolare antiamericanismo e antisemitismo. E se è vero che esiste un disagio diffuso nella comunità ebraica di Francia, giustificato dal recente aumento di atti antisemiti, è anche vero che questi ultimi non hanno mai raggiunto il livello che raggiungono in America”. Dicendo questo sa perfettamente di mentire a se stesso sapendo che nell’opinione pubblica francese della Quarta e della Quinta Repubblica l’antisemitismo è sempre stato presente e non è mai stato denunciato pubblicamente come ebbero il coraggio di farlo gli americani in “Barriera invisibile” (Elia Kazan, 1947). E il direttore dell’International Herald Tribune non risparmia luoghi comuni quando esclama: “Da ventiquattro anni a questa parte, quando dico a un americano che vivo in Francia, la domanda è sempre la stessa: ‘Ma come riesce a sopportare la loro villania’”. Ma le parole che urtano di più in questa conversazione tra i due sono gli aggettivi riservati al presidente del Consiglio italiano. A pagina 29 del libro, il direttore di Le Monde annota: “Così è la realtà francese: il nostro Presidente parla come il vostro (Bush, ndr)! Quanto ad arroganza, Bush non è da meno, e questo è particolarmente vero riguardo all’Europa. L’Europa ideale, per Bush, è la relazione che intrattiene con Silvio Berlusconi, quella di un uomo di clan con un alleato sottomesso”. A pagina 43 c’è un altro interessante riferimento all’Italia. Colombani sottolinea che “La Francia non è il solo paese ad avere una visione del mondo diversa da quella dell’amministrazione Bush. In tutte le città italiane i balconi erano ricoperti da una bandiera multicolore con la scritta “pace” con un rifiuto profondo per la maniera in cui la guerra è stata decretata”. Ma sull’atteggiamento del governo italiano (“alleato sottomesso”) che decide di non partecipare alle operazioni militari in Iraq, Colombani non dice nulla. La malafede dell’autorevole giornalista arriva fino al 1941 quando denuncia che “gli Stati Uniti di Roosevelt mantennero relazioni quasi normali con la Germania nazista e i rappresentanti del Presidente americano cooperarono molto con Vichy”. Se Colombani arriva a dire questo lo fa perché dall’altra parte della barricata trova Walter Wells che non sa ricordargli cosa fece il potente Partito comunista francese del frontismo popolare: “Nella Francia umiliata occupata dai nazisti, i comunisti hanno per prima cosa iniziato a trattare con le autorità tedesche per far uscire i loro giornali e organizzare le loro masse contro Vichy e la borghesia con la tolleranza degli occupanti” (Francois Furet, Il passato di un’illusione, pagg. 376-377). Un altro aspetto che salta agli occhi in merito all’edizione italiana, la cui prefazione è curata da Sergio Romano, onnipresente nelle pubblicazioni della saggistica internazionale, è la casa editrice che ha curato la pubblicazione italiana di France États-Unis, déliaisons dangereuses. Il direttore editoriale di Rizzoli Paolo Mieli, infatti, è sempre stato molto freddo sulla possibilità che le relazioni bilaterali tra Francia e Stati Uniti potessero essere oggetto di studi specifici. Per l’autorevole studioso, il problema riguarda più ampiamente i rapporti tra Europa e Usa. Per capirlo meglio basta leggere la risposta di Mieli a un lettore sul Corriere della Sera del 13 febbraio del 2003: “A me sembra evidente che, se accantoniamo anche invettive e ritorsioni polemiche aventi come oggetto gli interessi petroliferi che sia gli Stati Uniti, sia la Francia hanno nella Regione (l’Iraq, ndr), si intravede sullo sfondo la questione ben più fondamentale della divaricazione tra America ed Europa, un’autentica bomba a tempo di cui Chirac è solo il detonatore”. E allora “Relazioni pericolose” è ed è destinato a restare un’analisi parziale, uno studio sul cosiddetto “detonatore”. Queste sono alcune delle ragioni che depongono a sfavore di questo tentativo di Colombani e di Wells. Quanto a Rizzoli, l’augurio è che al più presto venga realizzata un’opera che approfondisca, come del resto auspicava il direttore editoriale Mieli, le “deliaisons dangereuses” tra Europa e Stati Uniti. Per ora ci siamo fermati al “detonatore”.

mercoledì 13 ottobre 2004

Il ritorno dei liberal "vincitori"

Robert B. Reich paladino della sinistra italiana?
Il Velino del 13 ottobre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 13 ott (Velino) - In questi giorni Fazi editore ha fatto uscire in Italia un libro dal titolo “Perché i liberal vinceranno ancora”. L’autore è Robert Reich, ex ministro del Lavoro del presidente Bill Clinton tra il 1992 e il 1997 ed oggi docente universitario di economia. Molte delle sue interviste sono state pubblicate dai giornali italiani in chiave interna. Lo ha fatto soprattutto il giornale dei Democratici di sinistra l’Unità che ha assimilato le teorie di Reich a quelle di un esponente del “Correntone” diessino. Non è un caso infatti che il sindaco di Roma Walter Veltroni abbia sfruttato l’uscita del libro per scrivere la prefazione al manifesto dei liberal in vista del voto per le presidenziali Usa. Il primo cittadino della capitale si lascia andare ai luoghi comuni sui Radcon americani per elogiare lo spirito liberal “sulla difensiva davanti all’ascesa dei conservatori”.
Nella prefazione, Veltroni si sofferma su uno degli aspetti marginali della strategia reichiana: “Sono davvero molto efficaci i passaggi in cui Reich sottolinea come i liberal e in generale i democratici non debbano aver timore di prendere in mano la bandiera del patriottismo, che è alla base dello spirito americano e che deve essere rivendicato contro la distorsione che ne fanno i Radcon”. Veltroni dovrebbe sapere che l’analisi di Reich sui mali degli Stati Uniti è deterministica e slegata da questi valori. Ed è singolare sentire queste parole di incoraggiamento da parte di chi negli anni ’80 era un sano fustigatore del partito democratico, come quando al Comitato centrale del Pci spiegava ai compagni comunisti: “Vedo il rischio che la sinistra italiana compia lo stesso errore di Mondale e dei democratici americani: l’idea di un blocco sociale tradizionale, di un partito locomotiva al quale agganciare tutti i vagoni delle minoranze, senza sintesi, in pura giustapposizione” (Vedi l’Unità del 25 maggio 1985).
Eppure, Veltroni oggi fa sua questa analisi di Reich, il quale è allarmato della situazione del partito democratico. Il titolo del libro dell’economista non deve ingannare. Già, perché Reich fino allo scorso mese di maggio sosteneva che il partito democratico era allo sbando. E a descrivere le macerie del partito democratico attraverso la penna di Bob Reich era stato proprio il quotidiano Il Riformista che riprendeva un articolo su Prospect: “I democratici non hanno costruito un movimento analogo (ai Radcon, ndr). Invece, ogni quattro anni, i fedeli del partito si gettano a sostenere un candidato presidenziale che li libererà dalla montante marea conservatrice” (4 maggio 2004). Ma la requisitoria di Reich non si ferma qui: “Si sentono ben poche affermazioni democratiche ripetute con una qualche regolarità. Inoltre non c’è un ideologia democratica coerente”.
Ma Reich sembra dubitare della possibilità che i liberal possano vincere ancora e influire sul capitale. Sul New York Times del 5 gennaio del 1999 Reich dava un duro giudizio sul centrosinistra in pieno clintonismo: “Gli uomini politici di centrosinistra governano i principali paesi Occidentali, ivi compresa l’Europa. E allora? Il vero potere sta passando alle grandi imprese che si vanno fondando a ritmo di record e alle banche centrali che rafforzano rapidamente la loro la loro autorità. E l’Euro non fa altro che accelerare queste tendenze”. Poco più di un anno dopo, Reich avrebbe fatto questo bilancio degli otto anni di Bill Clinton: “In America è rimasto poco dello Stato assistenziale. C’è più welfare per le aziende che per i cittadini. Gli Stati della nostra unione lottano tra di loro per attrarre le imprese: offrono sempre più esenzioni fiscali e sussidi. E’ una specie di asta che intacca il gettito fiscale, e infatti i servizi pubblici diminuiscono e peggiorano” (Corriere della Sera, 25 aprile 2000). E dov’è lo spirito liberal nelle parole di Reich, quando dopo la fine della seconda guerra del Golfo loda quello che definisce “Keynesismo militare, cioè l’incremento delle spese per la difesa, che è pur sempre uno stimolo per l’economia” (Il Tempo, 10 giugno 2002). Se il compagno Veltroni avesse letto bene questi concetti avrebbe scritto lo stesso la prefazione di “Perché i liberal vinceranno ancora”?

(pal) 13 ott 2004 16:27