martedì 30 novembre 2004

Le monde impazzito

"Le Monde", Edwy Plenel e il mare in burrasca
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 30 novembre 2008
(A sinistra una caricatura di Plenel)

Roma - Cosa fa un capitano coraggioso quando la nave sta affondando? Resta al suo posto fino all’ultimo. Questa considerazione non è valida per Edwy Plenel, direttore delle redazioni del quotidiano parigino del pomeriggio, Le Monde, che si è dimesso dalla sua carica lunedì sera. Una decisione che ha gettato nello sconforto il direttore responsabile del quotidiano Jean Marie Colombani: “È un momento sconvolgente, perché è la fine di un periodo lungo dieci anni in cui io e Plenel siamo stati inseparabili compagni di lavoro”. Questa è la vita. Nessuna unione è indissolubile. Avevano visto bene coloro che pensavano ad un imminente divorzio in seno al quotidiano francese. L’ex trotskista Plenel, non era molto conosciuto in Italia. Aveva fatto parlare di se lo scorso marzo quando il Corriere della Sera aveva pubblicato un suo intervento a favore del ricercato Cesare Battisti. Il quotidiano di via Solferino aveva titolato quella difesa così: “Sbagliato accanirsi su un mondo di vinti”. Plenel aveva sostenuto questa tesi: “Ciò che sorprende è l’accanimento di questo mondo di vinti improvvisamente trasformato nel governo Berlusconi in spauracchio terrorista. È il rifiuto di voltare pagina” (6 marzo 2004). Con queste parole era stato lo stesso Plenel a dimostrare la sua incapacità a non voltare pagina. Chi ha voluto muovere il dito per spostare la pagina degli anni di piombo lo ha fatto spontaneamente anni fa, mentre Cesare Battisti con la sua fuga ha dimostrato di non voler far parte di quel mondo dei vinti dove Plenel aveva collocato il terrorista italiano. Quello che ci dicono queste dimissioni e la realtà di quella che è La face cachée du Monde, di Pierre Pean e di Philippe Cohen. La citazione non è un caso. Questo è il titolo di un libro pubblicato nel 2003 dall’editore francese Mille et une nuits. In questo volume veniva denunciata la connivenza che negli anni Ottanta unì Bernard Deleplace, segretario generale della Fasp, il più importante sindacato di polizia francese e Edwy Plenel, all’epoca cronista e anche “simbolo” del giornalismo francese. Deleplace avrebbe offerto a Plenel la possibilità di sviluppare la propria personale rete di informatori all’interno delle forze dell’ordine al più alto livello, facendo così i primi “scoop” che permisero al giovane cronista di fare carriera nella redazione di Le Monde; Plenel in cambio, non solo avrebbe scritto articoli elogiativi a sostegno di Deleplace e del suo sindacato, ma si sarebbe occupato in prima persona e in modo riservato, del giornale della Fasp. Il connubio durò fino a quando Deleplace venne costretto alle dimissioni per aver trafficato con i soldi del sindacato. Plenel in un articolo sul giornale parigino difese Deleplace, affermando come nessuna irregolarità contabile fosse stata constatata. Questa non è certo l’unica scorrettezza segnalata sul quotidiano francese. Tutti ricordano la vicenda che ha visto come protagonistra Alain Minc, ex braccio destro di Carlo De Benedetti e poi presidente del Consiglio di sorveglianza e della società dei lettori di Le Monde. Il 16 ottobre del 2001 il Tribunal de grande istance ha “Condamne in solidum Alain Minc et la société Editions Gallimard à payer à Patrick Rodel la somme de 100.000 francs (15.244,90 euro) à titre de dommages et intérêts en réparation de son préjudice moral” (estratto della sentenza). Minc aveva pubblicato nell’ottobre del 1999 un libro dal titolo Spinoza, un roman juif per le Editions Gallimard. Questo libro si era rivelato un plagio del libro di Patrick Rodel Spinoza, le masque de la sagesse, pubblicato nel marzo del 1997 con le edizioni Climats. Enrico Rufi, autore de Le sfumature di Camus, aveva riconosciuto in quella circostanza: “Che ci siano quantomeno delle ombre sulla gestione e nella deontologia di Le Monde lo riconoscono in parecchi fra gli addetti ai lavori che stanno intervenendo sulla polemica (il libro di Pean e Cohen, ndr.)”. Nei giorni scorsi si era parlato di un interessamento da parte di Rizzoli nell’entrare, quale socio, nel capitale dell’indebitatissimo Le Monde. Visto che siamo in periodo di acquisti natalizi, se la casa editrice italiana è interessata al prodotto, questo è quello che passa la “deontologia professionale” del quotidiano francese. (pal)

lunedì 29 novembre 2004

Scende in campo il partito delle taglie

Il "gioco" delle taglie
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 29 novembre 2004

Roma - Proviamo a fare un gioco e a proporre la nascita del partito delle taglie. Se si andasse a spulciare nelle proposte per combattere la criminalità organizzata e quella comune si troverebbero molte sorprese. A cominciare dalla procura di Palermo che aveva proposto di istituzionalizzare la taglia per favorire la cattura dei capi di “Cosa Nostra” ancora ricercati. “I latitanti sono troppi, i mezzi pochi e le spese tante”. Parola del procuratore aggiunto di Palermo, Sergio Lari che, in una relazione presentata il 27 marzo alla commissione parlamentare Antimafia e firmata con il capo della procura, Pietro Grasso, ha suggerito la nuova formula della taglia sui latitanti. Si tratterebbe di uno stimolo, secondo il magistrato, che potrebbe dare un notevole contributo alla cattura di pericolosi criminali. “In America fanno così”, dice Lari, ipotizzando l'importazione del sistema Usa, come avvenne anni fa con i pentiti. Il procuratore aggiunto spiega: “Otteniamo delle vittorie giudiziarie soltanto ‘virtuali’ perché i latitanti sono ancora liberi. Affrontiamo troppe spese per ricercarli. Invece il sistema delle taglie, come negli Stati Uniti, può sembrare anacronistico ma è valido”. Il leader di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, parla di “utile provocazione”. Ma il partito delle taglie avrebbe anche in Francesco Rutelli il suo degno leader. Basta andare a leggere le proposte dell’allora sindaco di Roma all’indomani dell’incendio della pineta di Ostia. Infatti, il 5 luglio del 2000 il sindaco di Roma trova l’accordo con il prefetto Enzo Mosino per istituire una taglia contro chi provoca gli incendi nei boschi e deliberarla in consiglio comunale. Per Rutelli, gli incendi rappresentano “un danno ambientale spaventoso”, e “la città deve collaborare con le forze dell’ordine per individuare i responsabili che non possono restare senza punizione penale e di risarcimento del danno”. Il sindaco, che ha ringraziato il prefetto “per l’immediato impegno nell’emergenza incendi” ha assicurato che “la pineta distrutta sarà ricostruita”. Gli fa eco il ministro dell’Ambiente Willer Bordon: “Ha ragione Rutelli a mettere la taglia. L’idea in se mi fa pensare al far West ma, in questo caso, è giusta, perché i cittadini avevano bisogno di una risposta immediata e rassicurante”. Quando il quotidiano Libero annuncia che l’industriale triveneto Giorgio Panto vuole mettere una taglia su Unabomber, il criminale che terrorizza il Nord-Est con gli ordigni esplosivi, la procura di Pordenone risponde di non essere disturbata dell’iniziativa. Il procuratore capo Domenico Labozzetta afferma: “Assolutamente no. A noi interessa il risultato finale, vale a dire la cattura di quel criminale. E anche quelli che deriveranno da dall’iniziativa di Libero, potranno rappresentare elementi molto utili. Senza contare che di fronte ai soldi potrebbe finalmente rompersi la barriera del silenzio che circonda quell’individuo” (Libero, 5 settembre 2002). Al coro dei sostenitori della taglia si unisce anche Pier Luigi Visci, il quale contesta, sul quotidiano Il Resto del Carlino del 27 luglio del 2004, le scritte a difesa di Luciano Liboni scrivendo: “Occorrerà trovare uno strumento di incentivazione per chi, magari, ha qualche informazione migliore, determinante. In America dai tempi del far West, la chiamano taglia. Per chi lo farà prendere. Vivo naturalmente”. (pal)

giovedì 25 novembre 2004

Quanto promettono i nostri politici?

Da "Promesso!" il libro sui "pinocchi politici" di Lamberti
Il Velino del 25 novembre del 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 25 nov (Velino) - Arriva in libreria l’esperienza di Promesso!, il sito internet che verifica il grado di attendibilità dei personaggi politici e degli esponenti del mondo dello spettacolo. Alberto Lamberti ha pubblicato con la casa editrice “Nutrimenti” il libro dal titolo Promesso! nel quale sono conservate tutte le bugie dei personaggi pubblici italiani e stranieri. Il libro parte da un presupposto poco confortante: “L’italica attitudine alla dichiarazione di impegni vive oggi un’epoca di rinascimento”. Il volume non è solo un piccolo vademecum sul grado di attendibilità dei personaggi politici, ma un modo per capire le tecniche della conquista del consenso e le strategia della politica. Quella di pubblicare questo libro è un idea elementare, ma efficace. L’autore annota che tra coloro che promettono “c’è pure il disubbidiente”. Basta sfogliare le pagine di questo libro per scoprire che uno dei personaggi meno sinceri in materia di promesse sia Luca Casarini, che ha mantenuto solo il 38 per cento di quanto aveva promesso.
Il libro non risparmia nessuno: né esponenti del centrodestra né del centrosinistra. Ad esempio, il leader della Margherita Francesco Rutelli che aveva risposto, tramite il gruppo parlamentare della Margherita, ai dati che erano stati rilevati lo scorso settembre sul sito “promesso.it” e pubblicati da Il Velino, che lo vedevano ultimo dei leader del centrosinistra con il 13 per cento delle promesse mantenute. Anche il segretario dei Democratici di sinistra Piero Fassino non scherza con le promesse non onorate, e non solo per la quantità: 50 per cento. Come quando promette che “alle donne va riservato il 40 per cento dei posti nel partito” (2 settembre 2001). Lamberti rileva impietoso che “il numero delle compagne ‘circuite’ del partito non è noto. La realtà consolidata però testimonia che nel nuovo direttivo del partito figurano undici donne su 47 membri, pari al 23 per cento del totale. Sedotte e abbandonate”.
Cosa dire della promessa del presidente dei Ds Massimo D’Alema, peraltro più attendibile di Fassino del 25 per cento, che nel luglio del 2003 annunciava baldanzoso: “Entro ottobre facciamo l’annunciata convenzione dell’Ulivo, avviamo un confronto programmatico-politico, aperto alla società civile, ai movimenti e a Rifondazione comunista, perché non possono essere quattro colonnelli a decidere di un progetto del genere” (AdnKronos, 24 luglio 2003). La conferenza dell’ottobre del 2003 non si fa e l’8 luglio del 2004, quasi un anno dopo, D’Alema spiega: “Bisogna preoccuparsi di costruire rapidamente una nuova prospettiva per l’Italia”.
Una delle parti più interessanti del libro riguarda il G8 di Genova del 2001. Basta leggere le promesse di conquista della zona rossa della città da parte di Vittorio Agnoletto (stessa percentuale di promesse mantenute, 50 per cento, di Fassino) e di don Vitaliano rilasciate rispettivamente alla Cnn del 12 luglio 2001 e a La Repubblica del 19 luglio successivo. Alla luce di quanto accadde, andrebbero soprattutto letti i messaggi concilianti di Luca Casarini (40 per cento), il dieci per cento in meno di Agnoletto, che assicura come dallo stadio Carlini non partirà nessun violento: “Facciamo un patto con la città, non toccheremo nessuna vetrina, non toccheremo nulla di questa città se non le reti portate nel cuore dell’impero a violentare questa città. Città che è dalla nostra parte. Non lanceremo nulla, nessun oggetto, avremo le mani libere” (AdnKronos, 20 luglio 2001).
Una promessa simile viene fatta da Daniele Farina (0 per cento di promesse mantenute), portavoce storico del centro Leoncavallo di Milano: “La piazza oggi dimostrerà che abbiamo superato le forme di lotta dei nostri padri: praticheremo la disobbedienza civile, vale a dire il rispetto altrui, dei genovesi e anche degli uomini in divisa” (Adn-Kronos, 20 luglio 2001). Dai disobbedienti al sindacato, le promesse fioccano ovunque. Nel libro è catalogata anche la storica promessa disattesa dell’attuale sindaco di Bologna Sergio Cofferati sulla fine della sua esperienza alla guida della Cgil: “Credo che i cambiamenti siano necessari. Ma giudico anche sbagliato passare da un’esperienza di rappresentanza sociale a una politica. Io non voglio buttarmi in politica, non so perché la gente non ci creda” (Il Nuovo, 1 aprile 2002).
(pal) 25 nov 2004 17:06

lunedì 22 novembre 2004

JFK: il gioco che avalla le tesi della Commissione Warren

Un videogioco per l'anniversario della morte di "Jfk".
Il Velino del 22 novembre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 22 nov (Velino) - L’assassinio del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy diventa un videogame. “Jfk Reloaded” esce proprio nel giorno del 41esimo anniversario della morte del presidente, avvenuta a Dallas il 22 novembre del 1963. Un’agenzia di stampa italiana ha scritto che il gioco “dimostra come qualunque uomo armato sia in grado di uccidere il presidente degli Stati Uniti”. La realtà del videogame è diversa e favorisce la tesi sostenuta dalla “Commissione Warren” di un singolo colpevole. Lo scopo è quello di dimostrare che la persona che spara tre colpi dal deposito di libri del Texas è la stessa, smentendo la tesi del complotto.
Kirk Ewing, direttore dell’azienda scozzese che produce il videogioco, la “Traffic games”, ha precisato che la simulazione di uno dei più discussi assassini della storia americana non è un modo per mancare di rispetto alla memoria di Kennedy: “L’unica cosa che abbiamo sfruttato sono le nuove tecnologie”, ha sottolineato Ewing all’agenzia di stampa Reuters. Il direttore dell’azienda ha inviato una lettera al senatore Edward Kennedy per informarlo dell’uscita del videogame. “Siamo davvero convinti che non ci sia stata nessuna cospirazione” dietro la morte del presidente, ha aggiunto il direttore. David Smith, portavoce del fratello dell’ex presidente, ha definito la trovata “deplorevole”, senza rilasciare ulteriori dichiarazioni. Secondo un’altra fonte, invece sarebbe stato il portavoce del senatore David Smith, che avrebbe dichiarato: “È una cosa detestabile”.
Secondo quanto è possibile trovare nel sito gamemastertv.co.uk, nel gioco è possibile “far saltare” la testa del presidente degli Stati Uniti e guadagnare centomila dollari. Chi ha collaudato il videogame, vincendo, si vanta di aver sparato i tre colpi senza aver fatto saltare la testa della consorte del presidente, Jacqueline Kennedy. Nella foto diffusa dalle agenzie di stampa internazionali si intravede la sagoma di Lee Harvey Oswald, l’assassino ufficiale di Kennedy, che si appresta a fare fuoco sul corteo che scorta il presidente americano. L’immagine del videogioco non è molto credibile perché mostra il corteo presidenziale che attraversa la Capitale del Texas mentre ai bordi della strada non c’è nessun passante e accanto alla macchina del corteo ci sono altre macchine che attraversano la città come se nulla fosse. Invece, per quanto riguarda l’utilizzo dei proiettili e il punteggio, chi ha progettato il gioco non ha lasciato nulla al caso.
Il punto base su cui sono partiti i progettisti di questo gioco è il rapporto della “Commissione Warren” (1964). Chi colpirà gli “obiettivi” in modo corretto, secondo quanto ha accertato la commissione parlamentare, guadagnerà dei punti. La velocità delle pallottole tiene conto dell’aria e dell’angolo di traiettoria con cui vengono colpite le ossa delle vittime sull’auto presidenziale. I progettisti devono aver fatto i salti mortali per giustificare la traiettoria di alcune pallottole sparate con la credibilità del gioco. Infatti, molti esperti balistici avevano giudicato incredibili le traiettorie di alcuni proiettili come è stato ben documentato nel film di Oliver Stone “Jfk”. Nel sito che presenta il gioco, Jfkreloaded.com, viene pubblicata integralmente la relazione finale della Commissione Warren con tanto di indice e tutti i link che documentano le ricerche e le indagini sull’assassinio del presidente americano.

(pal) 22 nov 2004 16:35