lunedì 20 dicembre 2004

Sciascia, un guastafeste a Montecitorio

I discorsi parlamentari dello scrittore siciliano, deputato radicale dal 1979 al 1983. Recensione del "Corriere della Sera" su "Leonardo Sciascia deputato radicale 1979-1983".

In genere, i discorsi parlamentari, anche dei grandi uomini di Stato e dei migliori oratori, sono noiosi, prolissi, curati e limati nella forma come nella sostanza al punto da apparire asessuati. Raccoglierli, sistemarli e, soprattutto, proporli alla lettura è, per questa ragione, operazione di pochi e per pochi. Saranno magari pagine utilissime e illuminantissime, ma chi le legge? I discorsi e gli interventi parlamentari di Leonardo Sciascia, invece, che fu deputato radicale al Parlamento italiano dal 1979 al 1983, sono l' esatto contrario. Brevi, densi, agili, efficaci, mai contorti, neppure quando devono far ricorso a digressioni e analogie. Ma soprattutto, sono discorsi e interventi di un' attualità incredibile, nonostante siano trascorsi più di vent' anni da quando Sciascia lasciò Montecitorio. Averli raccolti e corredati di note e richiami cronologici pertinenti, indispensabili ed altrettanto efficaci, come ha fatto Lanfranco Palazzolo (per le edizioni Kaos), oltre a rendere onore e merito al grande scrittore di Racalmuto, offre a chiunque la possibilità di comprendere un po' meglio e «in diretta» com' era l' Italia di quegli anni e com' è che sia cambiata così poco, spesso addirittura in peggio, nei suoi connotati «strutturali». Nonostante in questi vent' anni sia accaduto di tutto e, ripetiamo a noi stessi, sia cambiato il mondo. Prendiamo per esempio uno dei temi più inflazionati del dibattito politico italiano dell' ultimo quarto di secolo, la (in)governabilità del Paese. E sentiamo Sciascia. «In realtà - egli dice - questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell' efficienza; intendo soprattutto nel senso di un' idea del governare, di una vita morale del governare». Era il 5 agosto del 1979. Per la prima volta, Leonardo Sciascia prendeva la parola in Parlamento e lo faceva durante il dibattito sulla fiducia al nuovo governo guidato dall' ex ministro dell' Interno, Francesco Cossiga, un anno dopo il sequestro e l' assassinio di Aldo Moro (a cui ha dedicato uno dei suoi lavori più lucidi, l' Affaire Moro). In quell' intervento del deputato Sciascia c' era tutto il suo programma politico, da cui, nei quattro anni di mandato parlamentare, anche come membro della commissione d' inchiesta sul caso Moro, non si discostò mai. Del resto, Sciascia era stato molto chiaro prima di essere eletto. Due settimane prima delle votazioni, in un' intervista a Paolo Guzzanti, aveva detto che lui in Parlamento ci andava «per guastare i giochi e per far crescere una coscienza d' opposizione». Perché, insisteva Sciascia, «questo Paese è affamato d' opposizione. Comunisti e democristiani non sono semplici alleati: sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri... così da trent' anni». Non v' è argomento, in questa raccolta di discorsi di Sciascia, che non appassioni e non stimoli riflessioni profonde, tutto il contrario della banalizzazione «televisiva» e del finto contraddittorio all' interno dell' unico recinto di pensiero. Dalla mafia al terrorismo, dalla giustizia alle leggi di polizia, Sciascia incalza tutti con la propria libertà di pensiero, «a costo di apparire - ha detto una volta a Elvira Sellerio - che fai un favore a coloro con i quali non condividi nulla». Ecco perché Sciascia era sempre in guardia nei confronti di «una democrazia che marcia verso il regime» e temeva «questa richiesta continua di unanimismo, che serve solo a isolare e poi trattare da criminali quelli che non vogliono omologarsi». Ed ecco perché i suoi discorsi dal seggio di Montecitorio sono come i suoi racconti. Belli e utili, oggi ancor più di ieri.

Carlo Vulpio Il libro: «Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983», a cura di Lanfranco Palazzolo, Kaos edizioni, pagine 264, euro 15
Vulpio Carlo

Pagina 29 (20 dicembre 2004) - Corriere della Sera

lunedì 6 dicembre 2004

Quanto costano i mercenari di SG?

I “mercenari” della Sinistra giovanile
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino del 6 dicembre 2004

Roma - Anche i componenti degli organi della Sinistra giovanile sono pagati. Romano Prodi parla di “mercenari” riferendosi ai giovani di Forza Italia, ma tra i partiti che formano la Federazione riformista il fenomeno della retribuzione non è sconosciuto. Abbiamo provato a chiedere presso le sedi nazionali dei partiti della Fed alcune informazioni sui loro dipendenti. Gli unici che si sono preoccupati di rispondere sono i Democratici di sinistra: allo Sdi non abbiamo trovato alcun responsabile, mentre l’ufficio organizzativo della Margherita non ci ha risposto, invitandoci a girare la richiesta all’ufficio stampa (che non ci ha dato alcuna informazione). Il responsabile del personale dei Ds, Fabio Fazzi, spiega: “Attualmente abbiamo almeno 107 persone come dipendenti in forze. Poi ci sono dei dipendenti che sono in aspettativa per cariche elettive”. Tra questi 107 dipendenti, la questione della retribuzione è affidata a regolamenti interni: “I partiti politici non hanno un contratto di riferimento”. Quanto alle persone che hanno un incarico nella segreteria del partito, “se sono dei parlamentari non hanno alcuna retribuzione e vivono dell’indennità parlamentare. Se non sono parlamentari, sono considerati come dipendenti della direzione del partito”, chiarisce Fazzi. Nella Sinistra giovanile, prosegue il responsabile del personale dei Ds, “c’è un gruppo dirigente che percepisce uno stipendio. Ma sono collaborazioni. Si tratta di contratti di collaborazione in base all’incarico che ricevono e che è temporaneo. Non ci sono dipendenti nella Sinistra giovanile”. Quando l’esecutivo nazionale della Sinistra giovanile elegge il gruppo dirigente, “ognuno ha un incarico rispetto ad un tema. In base a quello - aggiunge il responsabile del personale della Quercia - si instaura un rapporto di collaborazione”. Oltre ai 107 dipendenti, ci sono circa 55 collaboratori che hanno funzioni di tipo politico, “nel senso che collaborano a singole tematiche o sono di supporto al personale politico”. Sono previsti cinque livelli di inquadramento: “I primi tre riguardano il personale tecnico-amministrativo. Gli ultimi due riguardano il personale politico”. Ma quanto prendono coloro che sono inquadrati nel quinto livello? “Il regolamento - risponde Fazzi - è stato varato nel 1998. In vecchie lire si tratterebbe di 4.300.000 lorde. A queste va aggiunta l’indennità di funzione. Se uno è membro della segreteria politica sono circa 4 milioni. In questo caso parliamo di una segreteria composta di 13 persone. I dipendenti in forza sono solo 2. Gli altri sono parlamentari e quindi non percepiscono nulla”. (pal)

giovedì 2 dicembre 2004

Perchè Armando non ricorda?


Armando Cossutta e quelle date sbagliate
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 2 dicembre 2004

Roma - L’uscita di Una storia comunista per i tipi di Rizzoli, ha aperto numerosi dibattiti sui costi della politica. Nel libro scritto con Gianni Montesano, il presidente dei Comunisti italiani racconta la sua vita. Cossutta spiega che, in qualità di amministratore del Pci, negli anni Settanta, “avevo ben presente il problema complessivo del costo della politica e sapevo come i miei corrispettivi negli altri partiti, che il sistema italiano si alimentava da fonti illecite”. Ma nel libro ci sono dei conti che non quadrano se confrontati con un altro libro scritto da Cossutta che tocca il tema dei soldi ai partiti. Stiamo parlando de Il finanziamento pubblico dei partiti pubblicato da Editori riuniti. Un volume che uscì in due edizioni: la prima nel 1974, all’indomani della votazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti; la seconda nel 1978, alla vigilia del referendum promosso dai radicali per abolire la stessa legge. Questo libro è interessantissimo se confrontato con Una storia comunista. Infatti, nel libro edito da Rizzoli c’è un refuso clamoroso che Cossutta non avrebbe commesso se avesse letto il suo libro del 1974. Nel libro scritto con Montesano, Cossutta afferma: “La legge sul finanziamento pubblico dei partiti iniziò così il suo cammino parlamentare, che seguii personalmente nelle aule del Parlamento in accordo con Amintore Fanfani e Flaminio Piccoli. Il 9 aprile fu approvata dall’Assemblea”. Peccato che i ricordi di Cossutta siano labili e che in Rizzoli nessuno si sia preoccupato di controllare l’esattezza delle parole del deputato comunista. Nell’introduzione de Il finanziamento pubblico dei partiti, Cossutta scrive: “La raccolta di documenti, di articoli, di interventi che questo volume presenta vuole essere un contributo il più possibile puntuale ed obiettivo al dibattito in atto sulla legge per il finanziamento pubblico dei partiti approvata il 17 aprile del 1974”. Dunque, Cossutta ha sbagliato data nel recente libro? No, ha sbagliato tutte e due le volte. Dopo il voto del 17 aprile al Senato la legge è tornata alla Camera per una piccola modifica per diventare legge il 2 maggio del 1974 come ricorda Valerio Riva nel suo libro Oro da Mosca edito da Mondadori. Ma perché teniamo tanto a questo particolare? Ciò che è accaduto in quei giorni del 1974 deve essere confrontato con quanto avviene contemporaneamente a Mosca. Nel libro del 1974, il parlamentare del Pci spiega come “i comunisti abbiano sempre finanziato le attività del proprio partito con i mezzi più limpidi e politicamente più significativi”. Quello che non sanno i militanti comunisti e ciò che sta accadendo nella patria del comunismo. Negli stessi giorni in cui Cossutta è impegnano in Italia nell’approvazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, sta conducendo una trattativa parallela con il Pcus per avere altri fondi. Il Partito di Mosca promette “solo” 5,5 milioni di dollari per il 1974. “Pochi” rispetto ai sei milioni del 1973. L’8 aprile del 1974 Cossutta scrive al Comitato centrale del Pcus: “Cari compagni, vi ringrazio di avermi consentito di discutere ampiamente con voi su molte questioni relative a diversi aspetti particolari dell’attività del nostro partito. Vi rinnovo la richiesta di volerci dare tutto il vostro contributo per la loro soluzione”. Di quali problemi parla Cossutta? Non lo sapremo mai. È accertato che il giorno dopo il suo intervento al Senato a favore della legge sul finanziamento pubblico dei partiti del 17 aprile 1974, il Pcus delibera di dare al Pci un finanziamento di un milione di dollari. Ma la richiesta avanzata dai compagni italiani il 13 aprile è di due milioni di dollari “per opporsi al neofascismo” e al referendum per abrogare la legge Fortuna. La missione riesce solo al cinquanta per cento e cinque giorni dopo il Comitato centrale del Pcus delibera di “incaricare la direzione della Gosbank dell’Urss di rilasciare al Comitato per la sicurezza di Stato presso il Consiglio dei ministri dell’Urss un di dollari per scopi speciali”. Missione compiuta. (pal)

mercoledì 1 dicembre 2004

L'ex segretario del PLI nella Margherita

Zanone, un nuovo petalo della Margherita bipolare
Il Velino del 1 dicembre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Arriva anche Valerio Zanone e nella Margherita si riaccende lo scontro tra laici e cattolici. L’ex leader del Partito liberale italiano entra nel partito guidato da Francesco Rutelli affiancandosi al petalo di Enrico Manca. Zanone è stato l’unico segretario del vecchio pentapartito risparmiato dalla scure dei giudici di “mani pulite” e in dieci anni ha conseguito un record invidiabile: quello dei ritorni alla politica. Era ritornato nel 1996 in occasione delle elezioni politiche e lo avevano candidato come capolista in rappresentanza della federazione liberale nell'Unione democratica di Antonio Maccanico e dei Popolari di Gerardo Bianco: “Se fossi andato in un collegio uninominale avrei dovuto chiedere i voti a Rifondazione comunista. Il che mi imbarazzava” (Il Giornale, 21 novembre 1998). Non viene eletto. Zanone era “ritornato” anche per le europee del 1999 spiegando che “la disaffezione nei confronti della politica si sente andando in giro in questi giorni per l’Italia ed è forte” (Corriere della Sera 9 giugno 1999). Non viene eletto. Nel 2002 appoggia il centrosinistra a Genova e spiega: “L’Italia ha ancora bisogno dei liberali perché niente va dimenticato in questo paese giovane che è stato paralizzato per un’intera generazione dal fascismo” (Il Secolo XIX, 5 marzo 2002). Ma il liberalismo di centrosinistra non sfonda e i vecchi protagonisti del Pli restano ai margini della vita politica dell’Ulivo. Del resto, La neonata “Associazione per la democrazia liberale” si è presentata nella Margherita di Rutelli in questo modo: “Non vogliamo essere un nuovo partito, né una corrente di partito”. Questa “nuova cosa” all’interno della Margherita oggi è autorizzata a chiamarsi “petalo”. E nel partito sono in molti a storcere il muso, ma pochi a dirlo apertamente. Se non altro perché questo ingresso alimenta le polemiche tra laici e cattolici nella Margherita e indebolisce la corrente popolare. Non va dimenticato che Zanone è stato “tra i pochissimi che non hanno votato il concordato di Craxi” (L’Opinione, 31 agosto 2004) e si è dichiarato a favore del referendum sulla procreazione assistita. Infatti, il vicepresidente dei deputati della Margherita Franco Monaco ha spiegato che quella inaugurata da Rutelli è “l’idea di un’articolazione Margherita in componenti organizzate riconducibili alle tradizionali culture politiche”. Per il parlamentare, questa situazione conduce “all’estremo di distinguerci tra laici e cattolici”. Una versione singolare del bipolarismo. (pal)