sabato 3 gennaio 2004

La Nordcorea vista da Geri Morellini

Morellini racconta i segreti della Corea del Nord
Il Velino cultura del 3 gennaio 2004

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Che cosa conosciamo della Corea del Nord? Poco o nulla. Tutti sanno che la squadra di calcio di quel paese ha eliminato l’Italia nel campionato mondiale in Inghilterra nel 1966 e che tra la Corea e gli Stati Uniti è in corso un durissimo braccio di ferro sulla ricerca nucleare. E poi? Nient’altro riesce a passare oltre il 38° parallelo in quello che a ragione può essere definito il paese più chiuso di tutto il mondo. A colmare questa lacuna ci ha pensato Geri Morellini, giovanissimo autore e regista di documentari della Rai, che ha scritto per la casa editrice Cooper Castelvecchi Dossier Corea. Viaggio nel regime più isolato del mondo. L’idea del libro nasce dall’invito del dipartimento internazionale del partito democratico coreano inoltrato al ministero degli Esteri italiano e rivolto a Forza Italia. L’autore del libro riesce a partecipare a questa missione, grazie all’onorevole Dario Rivolta, e a entrare in Nordcorea, dove per gli abitanti del luogo non è possibile avere dei contatti con gli stranieri. In questo paese la Sunshine Policy, la politica di apertura verso l’esterno, è un atto unicamente formale, che, a giudizio dell’autore “ha consentito al regime di violare ogni legge del diritto internazionale dagli accordi di non proliferazione nucleare ai diritti umani e di trattare gli Stati Uniti senza alcuna subordinazione”. E proprio le cifre sulle vittime del regime sono agghiaccianti. I primi dati sui campi di concentramento della Nordcorea si sono avuti solo dal 1998. L’autore ricorda che “secondo la Cia, almeno 200 mila prigionieri sono attualmente rinchiusi in sei giganteschi campi, dove sono rinchiusi, torturati e fatti morire di fame”. Il pericolo della fame è determinato dalla collocazione sociale stabilita dal regime. Kim II Sung, leader storico del paese e del partito democratico, “stilò ben 51 categorie divise tra le tre classi principali dei ‘puri’, dei ‘tiepidi’ e degli ‘ostili’. Ci sono cerchi concentrici che partono dalla famiglia del grande leader e arrivano via via a rendere l’intera popolazione. Ogni cittadino è classificato e schedato perfettamente e la gerarchia in cui è inserito determina non solo l’accesso nel partito o nell’esercito o in qualche carica importante, ma anche la possibilità di avere beni materiali e di accedere agli aiuti internazionali”. La presenza degli stranieri in Nordcorea è proprio legata agli aiuti internazionali. In Nordcorea non ci sono industrie e le delegazioni dei paesi occidentali si occupano degli aiuti umanitari. Morellini spiega che “le rappresentanze sono lì, ognuna con il suo stemma e con la sua bandiera come presenza poco più che simbolica perché non c’è dialogo, non c’è grande attività se non quella di coordinare la macchina degli aiuti umanitari”. Anche se sei milioni di abitanti vivono, anzi sopravvivono grazie agli aiuti umanitari, il regime ha costruito opere che non hanno nulla da invidiare a quelle del ricco Occidente, “investendo” i soldi degli aiuti umanitari. Un caso emblematico è quello dello stadio del Primo maggio, il più grande impianto sportivo di calcio del mondo, dove possono trovare posto ben 150 mila spettatori, e al cui interno ci sono palestre, piscine e attrezzi per ogni sport. Questa megalomania del regime però non ha portato risultati concreti. Gli atleti che eliminarono l’Italia nel lontano 1966 furono tutti rinchiusi nei gulag per aver festeggiato la vittoria secondo gli standard tipici del capitalismo, con donne ed alcol, e la successiva sconfitta contro il Portogallo di Eusebio ne fu la logica conseguenza. Il dittatore Kim Jong II, dopo la sconfitta della squadra di calcio ai mondiali del 1994 negli Stati Uniti, non volle più che fossero mandate all’estero “squadre abbastanza non competenti per vincere le partite”. L’autore spiega che “ora si giocano le olimpiadi dei paesi ‘non allineati’, che non esistono più, ma che la propaganda ha reinventato per celare l’isolamento del paese e far credere che esiste ancora un solido blocco di alleanze”. Già, perché gli abitanti della Corea del Nord non sanno nulla di ciò che accade fuori dai loro confini. Anche se nessuno sa che cosa è successo l’11 settembre del 2001, i cittadini immaginano che al di fuori del paese vi siano guerre sconvolgenti e che la Nordcorea sia il paradiso in terra. Benché il paese sia sigillato, il leader del Partito Kim Jong II è stato ministro della propaganda del partito e anche grande appassionato del cinema occidentale, desiderando che il cinema diventasse l’arma più forte del regime. Proprio come diceva Mussolini. Una volta salito al potere, il dittatore ha desiderato che fosse realizzato un film che trasformasse “la gente del popolo in veri comunisti”. Ma nel paese non c’erano registi. Alla fine, il dittatore ne ha fatto rapire uno in Corea del Sud. Si tratta di Shin Sang-ok. Il cineasta è stato costretto a girare un film dopo quattro anni di prigionia ed essere stato “rieducato” secondo i principi del comunismo. Nonostante quanto accaduto, Shin Sang-ok ha confessato che i film girati in Nordcorea “sono stati tra i più belli che ho realizzato”. Basta vedere la trama di Pulgasari, il capolavoro di Shin. Film nel quale si narra la storia di un piccolo grano di riso, che cresce e si sviluppa in maniera incredibile, fino a trasformarsi in un gigantesco mostro, che lotta al fianco dei contadini oppressi e li aiuta nella raccolta del grano. È il “Godzilla comunista”, hanno dichiarato i critici. (pal)