giovedì 22 gennaio 2004

Lenin pacifista immaginario

Per Liberazione, anche Lenin era pacifista
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino, 24 gennaio 2004

Roma - Liberazione gioca un cattivo scherzo al compagno Vladimir Llich Ulianov Lenin. Basta leggere le sei pagine dedicate dal quotidiano ufficiale del partito della Rifondazione comunista il 21 gennaio 2004 al padre della Rivoluzione d’ottobre nell’80° anniversario della sua morte. Nell’articolo “Lenin giovane rivoluzionario”, la giornalista Rina Gagliardi ricorda la scomparsa di Lenin “nel pieno di una rivoluzione che muoveva ancora i primi passi”. L’articolo di Rina Gagliardi è la punta di diamante di queste sei pagine. Al termine di “Lenin giovane rivoluzionario”, la Gagliardi scrive: “Noi ci sentiamo di dire che la parte migliore della sua eredità oggi la vediamo vivere nei grandi movimenti che contestano la guerra e rivendicano l’urgenza di un ‘altro mondo possibile’. Anche senza più potenze statuali alle spalle, la grande scommessa continua”. Dunque l’eredità “migliore” che Lenin avrebbe lasciato ai posteri è quella della pace. In occasione di ogni anniversario è chiaro che si cerca sempre di utilizzare l’opera della persona da ricordare a fini di bassa politica. Ma forse non era il caso di rendere questo servizio a Lenin. Non basta andare lontano per capire che la Gagliardi ha espresso una tesi insostenibile. Leggendo “Lenin, Opere complete”, volume 24 a pagina 410 (Editori Riuniti), si scopre che nel politico sovietico la guerra acquistava un rilievo che non aveva mai avuto nei teorici marxisti. Egli dava una valutazione positiva del prussiano Karl Von Clausewitz la cui affermazione era che la guerra “è la continuazione della politica con altri mezzi”. Per Lenin questa massima era “patrimonio incontestabile di ogni uomo pensante”. Tutti sanno che Lenin nell’aprile del 1917 definì il conflitto in corso “terribile” e “criminale”, ma non giunse certo alle conclusioni di Papa Benedetto XV che parlava di “inutile strage”. Infatti, Lenin non chiedeva la pace, bensì la trasformazione della guerra in rivoluzione. Riprendendo uno slogan, anzi mutuandolo dalla terza rivoluzione francese del 1792, che portò alla fallimentare congiura degli uguali, Lenin chiedeva “pace alle capanne, guerra ai palazzi”. Questa teoria cosa avrebbe prodotto? A giudizio di Lenin, gli operai (pochi) e i contadini (molti) russi non sarebbero dovuti tornare nelle fabbriche e nei campi, ma avrebbero dovuto assolvere a una nuova funzione militare, quella che il politico comunista definiva “avanguardia dell’esercito mondiale di liberazione della classe operaia”. Quella concezione sarebbe stata la fine del tradizionale concetto pacifista espresso dall’ideologia socialista fino a quel momento. Nell’articolo intitolato “La guerra e la rivoluzione” dell’aprile del 1917, Lenin si impegna nella difficile acrobazia di imporre questa tesi sostenendo che “non siamo avversari incondizionati di ogni guerra”. (pal)