sabato 7 febbraio 2004

Piano Solo, fu vero golpe?

Psicosi golpista e terrorismo: una parentela controversa
Il Velino del 7 febbraio del 2004
Di Nicolas D. Leone e Lanfranco Palazzolo
(Nella foto a sinistra il Presidente della Repubblica Antonio Segni)

Roma, 7 feb (Velino) - A distanza di quasi 40 anni, non è ancora chiaro se si trattò di una prova tecnica di golpe o di una “fregnaccia per tenere buono l’ansioso presidente della Repubblica Antonio Segni” (come un altro ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, ha sostenuto in un convegno tenutosi nel giugno scorso). In ogni caso, le conseguenze del “piano Solo” - il presunto tentativo di colpo di Stato preparato dal comandante generale dei carabinieri, Giovanni De Lorenzo - non possono essere sottovalutate, perché “la psicosi golpista che ebbe origine dalle ‘rivelazioni’ sul luglio del ’64 non fu indolore per il nostro sistema politico”. È la tesi sostenuta da Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 29 gennaio. L’interesse di Mieli per “piano Solo” non è durato solo un giorno: l’editorialista ha dedicato all’argomento numerose puntate della sua rubrica quotidiana, elaborando con crescente precisione una ricostruzione storica secondo cui “quella psicosi legittimò per un decennio abbondante (molto abbondante) la nascita del terrorismo, ma soprattutto una diffusa indulgenza nei confronti delle frange movimentiste che si davano alla lotta armata”. Citando un saggio (Il golpe in agguato e il doppio Stato) dello storico Giovanni Sabbatucci, Mieli ha sottolineato che, a seguito della campagna giornalistica sull’affaire De Lorenzo, “una parte dell’opinione pubblica italiana cominciò a familiarizzarsi con l’idea del golpe, vero o simulato”. E le conseguenze di questa “familiarizzazione”, ha aggiunto l’editorialista, “le abbiamo pagate care”.
Secondo Andreotti, “in Italia un golpe è sempre stato impossibile”. Il senatore a vita ribadisce lo scetticismo già espresso in passato riguardo all’idea che nell’estate del 1964 in Italia si sia realmente sfiorato il colpo di Stato: “Qualcuno sostiene che il piano messo a punto da De Lorenzo sia stato l’effetto o la causa del tentativo di giustificare la collaborazione del leader socialista Pietro Nenni al governo di centrosinistra. Certo, accaddero cose stranissime, come la riunione (cui parteciparono De Lorenzo e Aldo Moro) convocata a casa dell’esponente democristiano Tommaso Morlino, all’insaputa del ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, e del ministro della Difesa”, cioè di Andreotti stesso. “De Lorenzo - prosegue Andreotti - godeva di una stranissima protezione. Tuttavia, la sua promozione a capo di Stato maggiore - avvenuta nel dicembre 1945 - fu decisa contro il mio parere, come Nenni ebbe modo di riconoscere”. Al di là dell’ampio sostegno su cui De Lorenzo poteva fare affidamento, il piano Solo rimane, secondo il senatore a vita, “un fatto di nessunissima importanza sostanziale, su cui si sono create tante leggende”. Andreotti non crede neppure alla tesi - avanzata da Mieli - secondo cui la sindrome del colpo di Stato, alimentata artificiosamente sulla base del piano Solo, abbia condizionato in modo pesante la vita italiana nel corso degli anni Settanta, avvicinando le nuove generazioni al terrorismo - inteso come risposta armata a istituzioni “golpiste”. “Mi pare che ancora una volta si sopravvaluti l’importanza del progetto attribuito a De Lorenzo”, conclude il senatore a vita.
Grazie agli interventi di Mieli, le polemiche sul “piano Solo” stanno conoscendo una seconda giovinezza: negli ultimi giorni fiumi di inchiostro sono stati dedicati al presunto golpe e ai suoi riflessi sulla storia italiana. Eugenio Scalfari e Lino Iannuzzi, autori del controverso scoop giornalistico che nel maggio 1967 trasformò le indecifrabili manovre di tre anni prima in un argomento da prima pagina, non hanno tardato a esprimere il proprio risentimento, negando che il piano elaborato da De Lorenzo possa essere derubricato - come invece sostiene Mieli - a mero avvertimento nei confronti dei socialisti (membri riottosi dell’esecutivo di centrosinistra guidato dal democristiano Aldo Moro) e di quanti puntavano a una ripetizione dei moti di piazza che avevano travolto, nel luglio 1960, il governo Tambroni. In attesa che nuove carte (come quelle annunciate da Mario Segni, il cui padre, Antonio, fu da inquilino del Quirinale protagonista degli incontri dai quali sarebbe scaturito il “piano Solo”) apportino nuova luce, abbiamo chiesto ad autorevoli storici e politici una valutazione sul presunto colpo di Stato del 1964 e sulle conseguenze della “psicosi golpista” che avrebbe generato.
Dalla parte di Mieli è Sabbatucci, lo storico citato dall’editorialista del Corriere della Sera per suffragare la propria ricostruzione: “La minaccia di golpe in sé non è stata indolore e ha pesato nella storia dei decenni successivi”, dice Sabbatucci al Velino. “A prescindere dalla gravità del ‘piano Solo’, su cui si può discutere, le commissioni parlamentari che se ne sono occupate hanno rivelato la realtà di un servizio segreto dedito a schedature illegali: un progetto che chiaramente usciva dai limiti della correttezza istituzionale, senza per questo configurare l’ipotesi del colpo di Stato nel senso stretto del termine”, prosegue Sabbatucci, che sottolinea anche le correlazioni tra lo “scoop” sul “piano Solo” realizzato nel 1967 dall’Espresso e il golpe verificatosi pochi giorni prima in Grecia. “Il colpo di Stato fu attuato dai colonnelli greci il 21 aprile; le rivelazioni dell’Espresso sono del 10 maggio. Dubito persino che Scalfari e Iannuzzi avrebbero usato il termine ‘golpe’, se non ci fosse stato il colpo di Stato in Grecia - che in Italia destò grande impressione”. Non per questo lo “scoop” del 1967 va, secondo Sabbatucci, ridimensionato: “Scalfari e Iannuzzi fecero un colpo giornalistico. Iannuzzi ebbe delle informazioni clamorose che fece benissimo a rivelare. Il problema è che altre persone, che pure avrebbero potuto, non rivelarono alcunché tra il 1964 e il 1967. Non ho niente da ridire sullo ‘scoop’, che forse fu presentato in modo enfatico”. A differenza di Cossiga, Sabbatucci non ritiene che De Lorenzo fosse un “generale di sinistra”: “Quella di Cossiga è una forzatura. De Lorenzo è un generale con fama di antifascista e con analogo curriculum - aveva infatti guidato formazioni partigiane in Emilia. Il suo caso è molto simile a quello di Edgardo Sogno. È chiaro che la sinistra lo aveva preferito a suo tempo ad altri per queste credenziali, ma rimane il fatto che De Lorenzo fosse un antifascista conservatore, che non esitava e non esitò ad approntare un piano abnorme di difesa dell’ordine pubblico”.
Il versante pro Mieli annovera anche lo storico Francesco Perfetti: “Le sue argomentazioni sono condivisibili. Quelli erano anni di grande tensione. Un certo giornalismo - accusa Perfetti - ha cavalcato la tigre. Ma non parlerei solo di giornalismo: si trattò anche di un’operazione politica che ha avuto un enorme peso, perché ha finito per produrre una vulgata storiografica sul colpo di Stato, contribuendo a creare la psicosi del golpe”. Che il “piano Solo” non fosse equiparabile a un colpo di Stato è, secondo Perfetti, “abbastanza acclarato. È anche evidente che la sinistra ha inserito il tema del golpe in un’interpretazione di tutta la storia d’Italia che era fondata sull’esistenza di una struttura sotterranea, parallela, sostanzialmente eversiva, al servizio della Cia. Indipendentemente dal lavoro delle singole commissioni parlamentari, credo che sia emerso che quel piano fosse nato in un’ottica diversa da quella del colpo di Stato”.
Su posizioni analoghe a quelle di Sabbatucci e Perfetti è Paolo Guzzanti, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sul dossier Mitrokhin: “Mi sono occupato del presunto golpe come giornalista e anche per essere stato al fianco di Scalfari, alla Repubblica, per molti anni”, ricorda Guzzanti al Velino. “Sfogliando le carte si comprende che le cose stanno come ha detto Mieli. Lavorando per il mio libro - pubblicato da Laterza - sui presidenti della Repubblica, nel 1992 mi accorsi che quando si verificarono i fatti del luglio del 1960, nel corso dell’insurrezione spontanea contro il congresso dell’Msi a Genova e durante il governo Tambroni, vennero utilizzate le strutture insurrezionali già pronte del Pci. Al partito comunista sfuggi la base. In quella circostanza gli alleati chiesero il rafforzamento delle difese interne in Italia: a quel punto - continua Guzzanti - fu organizzata una brigata di carabinieri pronta a essere utilizzata in gravi casi di turbamento dell’ordine pubblico. A evocare il ‘tintinnare di spade’ che si sarebbe udito nel luglio 1964 fu Pietro Nenni, il quale tuttavia smentì risolutamente la versione di Scalfari sul preteso golpe. Basta leggere le relazioni di maggioranza e di minoranza (presentate il 15 dicembre 1970) sul Sifar - il servizio segreto militare che era stato presieduto da De Lorenzo - per capire che nessuno aveva mai seriamente pensato al colpo di Stato; anche la storia della deportazione di giornalisti e di politici in Sardegna fu una sciocchezza, perché venne recuperato un vecchio ordine di polizia (elenchi redatti nel 1948, in cui sifacevano i nomi delle persone potenzialmente pericolose in caso di insurrezione). Non è mai esistita una lista di persone che dovevano essere arrestate, come invece strillò l’Espresso”.
Quanto alla genesi dello “scoop”, Guzzanti la fa risalire a “una serie di carteggi poco chiari dai quali si ricava che l’intelligence sovietica puntava a creare un grosso turbamento all’interno delle forze armate italiane e uno sconquasso nei nostri servizi segreti. Lo scandalo Sifar fu una devastazione della difesa italiana; inoltre, con le ‘rivelazioni’ sul colpo di Stato la Democrazia cristiana venne diffamata come un partito golpista: questa invenzione grava ancora, perché inoculò in una generazione il timore del golpe pronto a scattare in ogni momento”. Scalfari, direttore dell’Espresso ai tempi dello “scoop”, è per Guzzanti “eccellente maestro di un giornalismo che non si esprime attraverso la ricerca della verità, ma attraverso campagne (dal termine inglese campaign, fare campagna per qualcosa) puntate verso un obiettivo preciso. Ha sempre sostenuto che non era il caso perdere tanto tempo nelle minuzie dei fatti, che anzi sono piuttosto noiose. Non mi sento di definire Scalfari un cattivo maestro, come se fosse Toni Negri. Diciamo che ha posto la sua genialità di giornalista al di fuori del circuito dei giornali tradizionali - il suo è un circuito del tutto autonomo anche dalla verità dei fatti”.
Contrario alla tesi del nesso tra psicosi del golpe e nascita del terrorismo è invece lo storico Nicola Tranfaglia, in questi giorni sotto i riflettori per il suo annunciato distacco dai Ds. L’insorgere della lotta armata “è legato soprattutto alle stragi che hanno insanguinato l’Italia, a partire da quella di Piazza Fontana, avvenuta nel 1969”, afferma Tranfaglia. “Mi sembra che a influenzare i giovani estremisti non fu il progetto di golpe del 1964, ma il succedersi di stragi tra il 1969 e il 1975. In quegli anni si ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a un colpo di Stato effettivo”. Per quanto riguarda il “piano Solo”, più che di golpe si deve parlare, secondo Tranfaglia, “di un atto di intimidazione contro i socialisti e la sinistra per rendere meno incisivo il governo di centrosinistra e abbandonare alcune riforme in programma. I carabinieri e la polizia sostennero questa posizione, che non era del governo, ma del presidente della Repubblica, Antonio Segni. Questa intimidazione si è ripetuta in altre circostanze nella storia italiana”.
A proposito dello “scoop” compiuto dall’Espresso, l’opinione di Tranfaglia è molto distante da quella di Guzzanti: “Fu un esempio di giornalismo d’inchiesta di cui oggi non abbiamo più traccia. Invece ne avremmo bisogno”. Lo storico di sinistra è convinto che sul piano elaborato da De Lorenzo (“il quale era stato partigiano e si era avvicinato a delle forze di sinistra, rimanendo però su posizioni diverse - mi pare che non si possa dire che fosse di sinistra”), ci sarebbe ancora molto da scoprire: il lavoro delle commissioni parlamentari d’inchiesta che si sono occupate del “piano Solo” è stato utile, “ma alcuni documenti politico-militari non sono stati resi noti. Lo stesso vale per alcune carte della Cia. Adesso ho sentito che Mario Segni vuole pubblicare qualche appunto buttato preso dal padre in quelle circostanze, ma si tratta di riferimenti molto soggettivi”.
Scettici sul collegamento tra ossessione del colpo di Stato e terrorismo sono anche - ma per motivi diversi da quelli indicati da Tranfaglia - lo storico Giuseppe Galasso e il senatore Giulio Andreotti. Per Galasso, la teoria dell’ossessione golpista come aratura del terreno in cui sarebbe poi germogliata la lotta armata è “poco verosimile”, in quanto “il terrorismo degli anni Settanta nasceva da istanze che affondavano le radici in un campo molto più profondo di quello che poteva essere offerto dall’alibi golpista. Era - continua lo storico - una contestazione globale del sistema che prescindeva non solo da provocazioni golpiste, ma anche dagli eventuali atteggiamenti riformistici che il sistema avrebbe potuto assumere. In altri termini, il terrorismo degli anni Settanta era nettamente al di là di ogni possibile audacia riformistica e nettamente al di qua di ogni eventuale provocazione golpista”.

(Nicholas D. Leone e Lanfranco Palazzolo) 7 feb 2004