mercoledì 13 ottobre 2004

Il ritorno dei liberal "vincitori"

Robert B. Reich paladino della sinistra italiana?
Il Velino del 13 ottobre 2004
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 13 ott (Velino) - In questi giorni Fazi editore ha fatto uscire in Italia un libro dal titolo “Perché i liberal vinceranno ancora”. L’autore è Robert Reich, ex ministro del Lavoro del presidente Bill Clinton tra il 1992 e il 1997 ed oggi docente universitario di economia. Molte delle sue interviste sono state pubblicate dai giornali italiani in chiave interna. Lo ha fatto soprattutto il giornale dei Democratici di sinistra l’Unità che ha assimilato le teorie di Reich a quelle di un esponente del “Correntone” diessino. Non è un caso infatti che il sindaco di Roma Walter Veltroni abbia sfruttato l’uscita del libro per scrivere la prefazione al manifesto dei liberal in vista del voto per le presidenziali Usa. Il primo cittadino della capitale si lascia andare ai luoghi comuni sui Radcon americani per elogiare lo spirito liberal “sulla difensiva davanti all’ascesa dei conservatori”.
Nella prefazione, Veltroni si sofferma su uno degli aspetti marginali della strategia reichiana: “Sono davvero molto efficaci i passaggi in cui Reich sottolinea come i liberal e in generale i democratici non debbano aver timore di prendere in mano la bandiera del patriottismo, che è alla base dello spirito americano e che deve essere rivendicato contro la distorsione che ne fanno i Radcon”. Veltroni dovrebbe sapere che l’analisi di Reich sui mali degli Stati Uniti è deterministica e slegata da questi valori. Ed è singolare sentire queste parole di incoraggiamento da parte di chi negli anni ’80 era un sano fustigatore del partito democratico, come quando al Comitato centrale del Pci spiegava ai compagni comunisti: “Vedo il rischio che la sinistra italiana compia lo stesso errore di Mondale e dei democratici americani: l’idea di un blocco sociale tradizionale, di un partito locomotiva al quale agganciare tutti i vagoni delle minoranze, senza sintesi, in pura giustapposizione” (Vedi l’Unità del 25 maggio 1985).
Eppure, Veltroni oggi fa sua questa analisi di Reich, il quale è allarmato della situazione del partito democratico. Il titolo del libro dell’economista non deve ingannare. Già, perché Reich fino allo scorso mese di maggio sosteneva che il partito democratico era allo sbando. E a descrivere le macerie del partito democratico attraverso la penna di Bob Reich era stato proprio il quotidiano Il Riformista che riprendeva un articolo su Prospect: “I democratici non hanno costruito un movimento analogo (ai Radcon, ndr). Invece, ogni quattro anni, i fedeli del partito si gettano a sostenere un candidato presidenziale che li libererà dalla montante marea conservatrice” (4 maggio 2004). Ma la requisitoria di Reich non si ferma qui: “Si sentono ben poche affermazioni democratiche ripetute con una qualche regolarità. Inoltre non c’è un ideologia democratica coerente”.
Ma Reich sembra dubitare della possibilità che i liberal possano vincere ancora e influire sul capitale. Sul New York Times del 5 gennaio del 1999 Reich dava un duro giudizio sul centrosinistra in pieno clintonismo: “Gli uomini politici di centrosinistra governano i principali paesi Occidentali, ivi compresa l’Europa. E allora? Il vero potere sta passando alle grandi imprese che si vanno fondando a ritmo di record e alle banche centrali che rafforzano rapidamente la loro la loro autorità. E l’Euro non fa altro che accelerare queste tendenze”. Poco più di un anno dopo, Reich avrebbe fatto questo bilancio degli otto anni di Bill Clinton: “In America è rimasto poco dello Stato assistenziale. C’è più welfare per le aziende che per i cittadini. Gli Stati della nostra unione lottano tra di loro per attrarre le imprese: offrono sempre più esenzioni fiscali e sussidi. E’ una specie di asta che intacca il gettito fiscale, e infatti i servizi pubblici diminuiscono e peggiorano” (Corriere della Sera, 25 aprile 2000). E dov’è lo spirito liberal nelle parole di Reich, quando dopo la fine della seconda guerra del Golfo loda quello che definisce “Keynesismo militare, cioè l’incremento delle spese per la difesa, che è pur sempre uno stimolo per l’economia” (Il Tempo, 10 giugno 2002). Se il compagno Veltroni avesse letto bene questi concetti avrebbe scritto lo stesso la prefazione di “Perché i liberal vinceranno ancora”?

(pal) 13 ott 2004 16:27