mercoledì 21 dicembre 2005

Chi è il più collaterale del reame?

I precedenti dello scontro Dl-Ds
Il Velino del 21 dicembre 2005
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Chi non è mai stato collaterale scagli la prima pietra. Il tema dei legami tra soggetti politici e categorie produttive ha sempre stuzzicato gelosie e invidie tra i leader di partito. Il presidente della Margherita che accusa i Democratici di sinistra di essere collaterali alle iniziative della Lega delle cooperative è solo l’ultimo esempio che abbiamo sotto gli occhi. Ma dall’alba della seconda Repubblica i casi di accusa sul metodo del collateralismo si sprecano. Fausto Bertinotti, che sognava a suo tempo di fondare una componente comunista nella Cgil, accusava Sergio Cofferati, nel periodo in cui il Cinese guidava il sindacato e in cui il centrosinistra era al governo, di essere troppo legato ai Ds. “Da parte del segretario generale della Cgil c’è un po’ troppa aggressività nei confronti di Rifondazione comunista, un po’ meno nei confronti della Confindustria, nessuna del tutto nei confronti del governo”. Insomma, da parte di Cofferati e “anche di altri dirigenti sindacali c’è un po’ troppo collateralismo. Forse invece di incontrarsi in segreto con i segretari del Ppi e del Pds, dando luogo ad un collateralismo che non è bello da vedere, bisognerebbe discutere semplicemente della condizione dei lavoratori e delle loro istanze” (2 ottobre 1997). Ma c’è anche chi tra i politici non ha mai avuto timore di manifestare le proprie simpatie. Lo ha fatto più volte il presidente della Quercia Massimo D’Alema che, intervenendo al congresso della Legacoop del 27 maggio del 1998, spiegava la sua visione dei rapporti con questo mondo: “Certo il dialogo deve rimanere aperto e svolgersi senza pregiudiziali superando alcuni collateralismi. Noi, per la verità, ci sentiamo amici, legati, partecipi dei problemi del Movimento ed è difficile per noi spogliarci della nostra storia ed esperienza politica. Il nostro è un legame reale che non produce collateralismo, ma amicizia nonché condivisione di valori”. Ma la denuncia di collateralismo è arrivata anche all’indirizzo di Confindustria da parte di Silvio Berlusconi alla fine del mandato di Giorgio Fossa: “Forza Italia non vuole creare un nuovo collateralismo politico con Confindustria. Anzi, se c’è collateralismo, oggi, è tra la sinistra al governo e la grande industria” (Il Secolo XIX del 24 marzo del 2000). Quando il 21 dicembre del 2001 viene varata la delega per la riforma delle pensioni, il segretario della Cgil Cofferati ripropone il tema: è “del tutto evidente che le decisioni del governo e il varo della delega sono un esplicita forma di collateralismo tra governo e Confindustria che produce effetti particolarmente negativi”. Quando Gianni Cuperlo illustra un’iniziativa dei Ds con gli intellettuali per riflettere sui mali della sinistra si affretta a spiegare: “Noi non proponiamo naturalmente un vecchio collateralismo nei confronti della politica, sarebbe una posizione del tutto incomprensibile. Pensiamo a una discussione tutta proiettata sul futuro, sulle prospettive”. In altre parole “non vuole essere una iniziativa una tantum, per riproporre un cahier de doléances rispetto ai limiti e agli errori passati, ma l'inizio di un rapporto per il futuro” (19 febbraio 2002). Francesco Rutelli, quando incontra il leader della Cgil Sergio Cofferati si affretta a negare un presunto collateralismo e sottolinea che il confronto tra i due è stato corretto e non deve essere male interpretato: “Io non mi ci vedo a fare il mastice ma se è possibile tenere aperto un ponte tra le forze sindacali che quando sono unite vincono ma quando si dividono rischiano di fare un dono a un governo che non riesce ad ottenere i suoi risultati, ebbene io quel ponte cercherò di costruirlo e di tenerlo sempre bene aperto” (9 luglio 2002). Il concetto di collateralismo è duro a morire. Lo stesso Presidente dei Democratici di sinistra nega e poi ammette questo concetto al congresso di Legacoop il 28 novembre del 2002: “E’ finita l’epoca del collateralismo. La società civile deve difendere la sua indipendenza dal sistema dei partiti per affermarla in positivo. Ai partiti spetta raccogliere gli stimoli e saper conquistare di volta in volta il rapporto con le grandi organizzazioni sociali traducendone i bisogni in iniziativa politica. Noi ci sentiamo reciprocamente indipendenti, ma ciò non toglie che la sinistra abbia il dovere di portare l’istanza del movimento cooperativo nelle istituzioni e nelle legislazioni”. (pal)

lunedì 19 dicembre 2005

E un bel giorno Rutelli incontrò Calvi

Finanziapoli, quando Rutelli incontrava (segretamente) Calvi
Il Velino del 19 dicembre 2005
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Le vicende legate all’inchiesta sulla scalata della compagnia bolognese alla Bnl, che vede indagato l’amministratore delegato di Unipol Giovanni Consorte, hanno provocato una serie di critiche contro i Democratici di sinistra, soprattutto da parte dei loro principali alleati della Margherita con i quali i post comunisti dovrebbero costruire il Partito democratico. Nel sito Margheritaonline.it il festival della soddisfazione per i problemi che ha incontrato Unipol nella scalata della Bnl è iniziato da qualche giorno. Basta andare nello spazio dei forum per leggere Kalash che scrive: “Bene bene. Ora che i nodi vengono al pettine, vorrei che qualcuno di coloro che, da illuminati della politica, mi avevano spiegato che l'operazione era ‘perfettamente lecita’, in piena sintonia col mondo e gli scopi delle Cooperative, e soprattutto assolutamente avulsa dal contesto politico (Fassino telefonava a Consorte per augurargli la buonanotte), si facessero avanti, e mi trovassero nuove spiegazioni. Se la politica del futuro deve essere questa, fermiamola subito. Ha ragione Parisi quando parla di ‘questione morale’; e il futuro Pd (partito democratico, ndr) dovrebbe prendere le distanze da questo modus operandi”. Aguate gli viene subito dietro e sottolinea: “Beh, questo è il riformismo che va di moda...No?”. Matthelm aggiunge qualche ora dopo: “...e, ma come tu sai, se a fare certe cose è la sinistra tutto è lecito”. Ma qualche difensore della Quercia spunta fuori e spiega che non bisogna gioire sulle disgrazie altrui, come fa RiccardoP: “O facciamo gli alleati critici ma leali, o passiamo al centrodestra e facciamo continuare la strada al Silvio, che lo vogliamo o meno, non siamo la maggior forza della coalizione, e i nostri armadi non sono privi di scheletri”. Alla fine arriva il filosofo che cerca di mettere tutti d’accordo. Per Ranvit occorre un certo equilibrio di giudizio: “Concludo dicendo che nel caso specifico (Unipol) non conosco i dettagli e credo che sia ancora presto per emettere giudizi. Ma vale quanto detto prima: nessun partito è esente…quindi nessuno si senta più ‘morale’ degli altri e facciamo sempre fronte comune contro i corruttori o corrotti, concussori o concussi”. Intanto il leader della Margherita Francesco Rutelli continua i suoi appelli alla legalità, e prende le distanze. “Il Parlamento deve approvare subito la legge sul risparmio”, “la politica deve rimanere estranea a scalate, cordate e interessi affaristici” diceva qualche giorno fa, ospite di Riccardo Berti, a Batti & Ribatti. Affermazioni nette, frutto forse di un'esperienza vissuta dallo stesso Rutelli più di vent'anni fa, ricordata in una biografiia che ricostruisce i passaggi della sua ormai lunghissima vicenda politica. Alla vigilia del fallimento del banco Ambrosiano, il presidente Roberto Calvi si impegnò in una serie di incontri con esponenti politici. In Cicciobello del potere (Kaos edizioni), l’anonimo Lucio Giunio Bruto racconta che quando all’interno del partito Radicale - partito nel quale Rutelli militava - scoppiò una furibonda polemica con il gruppo del partito che voleva avvicinarsi alle posizioni del Psi, Geppi Rippa, in polemica con Pannella, rivelò che nella primavera del 1981 l’allora segretario del partito radicale Francesco Rutelli aveva incontrato presso la sede romana del Banco Ambrosiano in via del Tritone proprio Roberto Calvi. Francesco Rutelli chiese di fare l’incontro presso la sede del partito radicale, ma il banchiere propose e ottenne - secondo quanto è stato riferito - di far svolgere l’incontro presso la sede capitolina della sua banca. Sull’incontro Rutelli e Spadaccia, che lo aveva accompagnato, non pubblicarono alcun comunicato stampa. Dopo le rivelazioni di Rippa, Rutelli è costretto a spiegare cosa era effettivamente accaduto. Lo fa sulla rivista trimestrale Libertaria (Inverno 1993) nella quale spiega con filosofia: “Nella vita – e anche nella politica – non su tutte le cose si fa un comunicato stampa. Soprattutto quando l’argomento può prestarsi a speculazioni. Abbiamo accettato questo incontro perché ci veniva richiesto e perché non avevamo niente in contrario a stare a sentire chi voleva parlarci, fosse Calvi, fosse Curcio o fosse Freda. O fosse Andreotti. Ogni giorno, nel palazzo e fuori, si incontra tanta gente equivoca, questo non ci impedisce di rimanere puliti, diversi e loro avversari, com’è noto”. (pal)

sabato 17 dicembre 2005

E' giusto riaprire l'inchiesta sul cantautore?

Il Velino del 17 dicembre del 2005
La riapertura, 40 anni dopo, del caso Tenco
di Lanfranco Palazzolo

Roma - È giusto riprendere le indagini sul suicidio di Luigi Tenco? La procura della Repubblica di Sanremo ha riaperto un caso che in questi anni ha continuato a far parlare periodicamente. A dare la “spinta” al procuratore Mariano Gagliano sono stati alcuni giornalisti che in quest’ultimo periodo hanno cercato di riportare l’attenzione sul suicidio del cantautore. I fans di Luigi Tenco hanno continuato a sperare che il loro idolo non si fosse ucciso con un colpo di pistola. Ma l’evidenza dei fatti non lascia dubbi a nessun tipo di perplessità. I dubbi su questa vicenda riguardano il comportamento del mondo della canzone in quello strano festival di Sanremo del 1967, dove tutto fu insabbiato per far ripartire la competizione canora. Fu uno spettacolo penoso per il mondo della canzone italiana e soprattutto per gli amici di Tenco che parteciparono a quel festival prestandosi al gioco canoro. Ma cosa potrebbe accertare il procuratore della Repubblica di Sanremo Mariano Gagliano a quasi 40 anni dal suicidio di Tenco? Forse potrebbe chiarire che cosa è accaduto in quelle ore all’hotel Savoy, dove Tenco si uccise, e come è stata gestita la fase delle indagini. Ma il commissario Arrigo Molinari è morto, la cantante Dalidà è morta, è morto anche il giornalista Ugo Zatterin che contribuì a bocciare la canzone “Ciao amore ciao” tra le canzoni da ripescare. Sono invece vive altre persone come il manager Paolo Dossena che portò a Tenco la pistola con la quale si sarebbe ucciso e che lo lascio solo la sera della bocciatura al festival. Ma Dossena ha chiarito tutto, così come è stata chiarita la vicenda relativa al ritorno della salma nella camera dell’albergo per farla fotografare ai giornalisti. Quello che interessa capire è il perché la procura della Repubblica abbia dato credito alle richieste dei giornalisti Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi ed Andrea Pomati che negli anni scorsi avevano presentato un esposto alla procura di Sanremo. Il procuratore Gagliano è stato molto chiaro nel dire che l’ipotesi resta quella del suicidio, ma non si comprende allora perché abbia dato credito a chi invece non crede a questa tesi e che da anni ha cambiato spesso versione sulle ultime ore di Tenco. Aldo Fegatelli Colonna, giornalista collaboratore de Il Manifesto ha pubblicato diversi libri su Luigi Tenco. Nel libro intitolato Luigi Tenco – la storia, i testi inediti (Lato side editori - 1982), racconta le ultime ore del cantautore e senza adombrare l’ipotesi dell’omicidio avanza questa considerazione: “Non esiste un’analogia sorprendente tra il biglietto di addio di Tenco e le parole di Kirillov: ‘mi ucciderò per proclamare la mia insubordinazione’? Tenco distruggendo le icone si è fatto dio”. In questo libro Fegatelli avanza già qualche dubbio: “E’ opinione frequente (questo, voglio dire, ho rilevato dall’indagine) che Dalidà possa aver assistito, inconsapevole al dramma. Ma questo contrasterebbe con la sua presenza al ‘Nostromu’ e rimane al livello di supposizione. Inoltre le minacce fatte in quel frangente al cantante Ricki Maiocchi sembra possano essere messe in relazione con l’accaduto”. Nel libro del 1982 veniva messo in evidenza che il colpo di pistola era entrato dietro l’orecchio, dal mastoide. Queste ipotesi spariscono totalmente nel libro di Fegatelli Luigi Tenco, vita breve e morte di un genio musicale (Oscar Mondadori – 2002): in questo saggio vengono esaminate situazioni poco credibilie e senza citare alcuna testimonianza, Fegatelli scrive: “Tenco aveva vinto nel pomeriggio (prima del suicidio, ndr), alla roulette, una discreta somma, ma la polizia asserisce di non aver rinvenuto denaro tra gli oggetti della vittima”, sostenendo che “Tenco potrebbe essere stato vittima di un banale, quanto sanguinoso ‘incidente’” da parte di qualcuno che avrebbe voluto derubarlo. Ma la tesi non è credibile. Un omicida occasionale per furto non avrebbe potuto mai scrivere il biglietto di addio che contestava il festival. Non va dimenticato che il cantautore aveva spesso rappresentato il suicidio come atto di protesta. Nel film La Cuccagna (regia di Luciano Salce, 1962) Tenco rappresentava il ruolo di un giovane contestatore che avrebbe voluto uccidersi per protesta contro la società. Cinque anni dopo lo avrebbe fatto davvero. (pal)

sabato 26 novembre 2005

L'eroe italiano di JfK

La passione di JFK per don Sturzo
La contesa su don Sturzo, il popolare amato da Kennedy
di Lanfranco Palazzolo

Roma - I partiti politici italiani si sono contesi l’eredità di Don Sturzo, il sacerdote di Caltagirone fondatore del Partito popolare. La scelta di Silvio Berlusconi di celebrare la nascita del processo di formazione del Pp, nella sede nazionale di Forza Italia in via dell’Umiltà 36, ha determinato un piccolo scontro. Il deputato dell’Udeur, Pino Pisicchio, ha contestato la data dell’anniversario, il 23 novembre 1918, sostenendo che quella giusta sarebbe il 18 gennaio 1919. In quel giorno di novembre si svolse un incontro importante in via dell’Umiltà a Roma. Fu il primo di una serie di riunioni che portarono alla formazione del Partito popolare e all’appello ai “liberi e forti” lanciato il 18 gennaio del 1919 dall’albergo Santa Chiara di Roma. Nella seconda riunione di via dell’Umiltà 36 fu deciso il nome di Partito popolare che prevalse con sette voti, rispetto ai sei raggiunti dal nome alternativo (Partito democratico cristiano italiano). La fase conclusiva del lavoro, a partire dal mese di dicembre, invece si svolse nell’albergo Santa Chiara. Il dibattito potrebbe proseguire settimane intere per cercare di dimostrare che Sturzo, oggi, sarebbe più vicino al centrodestra o al centrosinistra. Tuttavia, chi nel centrosinistra contesta l’anniversario celebrato mercoledì dal presidente del Consiglio, e le parole da lui pronunciate per sottolineare la concidenza che si riscontra tra le posizioni di Sturzo e quelle del centrodestra, potrebbe ricordare che, al termine dell’incontro della piccola costituente del 17 novembre del 1918 all’albergo Santa Chiara, i costituenti si fermarono a pregare nella Chiesa dei Santi Apostoli, proprio dove oggi si trova la sede dell’Ulivo. Tuttavia, rispetto alla scelta che verosimilmente Sturzo farebbe oggi rispetto agli schieramenti in campo, la storia aiuta a capire che le parole del premier non sono peregrine. La prima battaglia dei popolari sturziani fu quella di introdurre nel sistema politico italiano nel 1919 la legge elettorale proporzionale, proprio al termine di una lunga legislatura di guerra (le Camere erano in prorogatio). Il centrosinistra, che ha criticato e avversato la riforma che sta per essere varata dal senato, dovrebbe saperlo. Inoltre, il punto di riferimento cattolico per i leader del centrosinistra è sempre stato non Sturzo ma Giuseppe Dossetti. Lo spiega bene il presidente emerito della Corte costituzionale, Leopoldo Elia, quando dalle pagine di Europa lega indissolubilmente il “no” di Prodi alle riforme costituzionali con la difesa della legge suprema dello Stato da parte di Dossetti nel 1994 (vedi Europa del 21 settembre 1994). Lo stesso Walter Veltroni, ha sempre snobbato Sturzo. Nella Quercia molti ricordano come l’attuale sindaco di Roma sfruttò il primo giorno da segretario dei Democratici di sinistra per andare alla tomba di Dossetti. Fu l’economista Michele Salvati a dirgli che sbagliava: “Dossetti non può rappresentare una bandiera per i riformisti di oggi” (Corriere della Sera, 10 novembre 1998). Ma lo è anche per Prodi. Proprio per questo, per la sinistra cattolica, quella confluita nell’Ulivo, il pensiero di Sturzo, troppo liberista in economia e troppo federalista, è sempre stato indigeribile. Quanto a Veltroni, che si è sempre dichiarato un estimatore di Kennedy, come molti soloni della sinistra, chissà se ha letto che Gabriele De Rosa, presidente della Fondazione Don Sturzo, ha ritrovato un carteggio nel quale il futuro presidente degli Stati Uniti aveva auspicato che Sturzo avesse “un ruolo attivo nella vita politica italiana” (La Stampa, Quando Kennedy lodò Don Sturzo, 28 ottobre 1999). (pal)

venerdì 25 novembre 2005

Il "sogno atomico" italiano

Intervista di Lanfranco Palazzolo
"La Voce Repubblicana" del 25 novembre del 2005
I nostri sogni di deterrenza
Fu l’ammiraglio Torrisi a proporre la costruzione dell’atomica italiana. Lo rivela Stefano Silvestri, Presidente dell’Istituto Affari internazionali.
Stefano Silvestri, l’ex ministro della Difesa Lelio Lagorio, nel suo recentissimo volume “L’ora di Austerlitz. 1980: la svolta che mutò l’Italia” (Polistampa), rivela che l’Italia pensò di dotarsi di una bomba atomica venticinque anni fa.

“In realtà, non era tanto una discussione sull’atomica italiana ma sulla possibilità di pensare ad una ipotesi di deterrente nucleare europeo in una prospettiva di crescente importanza dell’area mediterranea e mediorientale per le nuove minacce. Era un discorso prematuro, ma si inseriva abbastanza bene nel dibattito sulla nuova importanza del fronte Sud, sulla necessità che l’Italia si assumesse maggiori responsabilità anche di sicurezza in campo internazionale”.
Ai tempi del Governo Cossiga (1980) chi spinse per attuare questo progetto?
“L’ipotesi non diventò mai una scelta operativa. Diciamo che fu un’ipotesi di cui si parlò essenzialmente ad un livello quasi di disegno, di studio, più che di effettiva applicazione. Quel dibattito fu aperto da un intervento del Capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Torrisi, sull’importanza del quadro delle armi tattiche, anche nucleari, nel settore Sud del Mediterraneo, nella nuova situazione strategica. Però, ripeto, allora non fu formulata una vera e propria proposta politica”.
Era vero che la Francia voleva costituire all’inizio degli anni ’80 una ‘piccola Nato’ con l’Italia per realizzare una bomba atomica?
“Il tentativo della Francia è diverso. In questo caso ci fu effettivamente una decisione dei Governi italiano, francese e tedesco.Ma stiamo parlando di molti anni prima. Stiamo parlando della prima metà degli anni ‘50. In quegli anni si cercava di sviluppare una capacità nucleare della Comunità europea sotto forma di un deterrente congiunto, ma veramente congiunto: francese, italiano e tedesco. Questa ipotesi venne avversata dagli americani e comunque decadde nel momento in cui De Gaulle andò al potere in Francia. A quel punto, il Governo di Parigi progettò una sua bomba nucleare e non quella ‘collettiva’ con italiani e tedeschi”.
È vero che i francesi avevano fornito uranio arricchito all’Italia negli anni ’70?
“Di questo si era parlato nel periodo in cui gli americani, sospettando che gli italiani volessero farsi un’arma nucleare a partire dalla struttura militare degli studi del Camen presso Pisa, dove c’era un reattore nucleare di tipo sperimentale, si rivolsero alla Francia. Ma poi non se ne fece nulla. L’Italia pensava solo di sviluppare un motore nucleare navale e non un reattore nucleare tradizionale”.
Come valuta l’abbandono dei sommergibili nucleari Usa da La Maddalena?
“Era una decisione nell’aria. Gli americani vogliono risparmiare soldi per il bilancio della Difesa dopo l’impegno in Iraq. La Maddalena era una delle basi da chiudere”.

sabato 19 novembre 2005

La passione di Sandro per Stalin

Sandro Pertini, fu vera gloria?
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino del 19 novembre del 2005

Roma - Il 17 novembre è stato presentato alla Camera dei deputati il volume che raccoglie i discorsi parlamentari di Sandro Pertini prima da deputato e poi da Presidente dell’assemblea a 15 anni dalla sua scomparsa. L’ex capo dello Stato è stato uno degli uomini politici più amati negli anni ’80. Il suo modo di concepire il rapporto con i cittadini è stato innovativo. In un articolo su La Stampa dal titolo "Parole nella nebbia", pubblicato nel lontano 1981, Natalia Ginzburg annota: “Il Presidente Pertini è una figura così inconsueta e lieta, perché emerge fuori dalla nebbia che ricopre oggi ogni cosa. Ci accorgiamo allora che è possibile ribellarsi contro la nebbia, anche stando nel centro della vita politica. Ogni atto di Pertini è chiaro, visibile e imprevedibile: perché noi ci aspettiamo, dal potere, conformismo, convenevoli, gesti anonimi, lugubri e spettrali e nebbia”. La Fondazione della Camera pubblica questo libro inaugurando la nuova serie "Voci dal Parlamento" promosso con gli editori Laterza. Questo lavoro è integrato con un Dvd che contiene stralci di interventi ed articoli. La curiosità di leggere quest’opera è tanta. Molti studiosi sono ansiosi di capire che tipo di lavoro verrà presentato in questa nuova collana. Proprio per alimentare il dibattito intorno a questa interessante e lodevole iniziativa siamo andati a riguardare i due volumi di Scritti e discorsi di Sandro Pertini (edito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – 1992) che è forse l’opera più completa mai pubblicata sul compianto Presidente della Repubblica. Svolto 13 anni fa dal Dipartimento dell’editoria di Palazzo Chigi, si tratta di un lavoro di prim’ordine che si è avvalso dell’introduzione del prof. Giuliano Vassali. Sotto la direzione scientifica della fondazione Turati, i curatori Simone Neri Serneri, Antonio Casali e Giovanni Errera hanno pubblicato i migliori articoli e gli interventi parlamentari di Pertini, arricchendoli di quelli pronunciati dal Capo dello Stato durante il settennato al Quirinale. Da questi due volumi esce un Pertini inedito rispetto a come lo hanno conosciuto le ultime generazioni degli anni ‘80. Gli elementi distinvi del Pertini del secondo dopoguerra sono il duro scontro con Alcide de Gasperi, l’antiamericanismo e la simpatia per Stalin. Basterà citare qui alcuni passi di questi volumi. Il 27 marzo del 1949, da Presidente del gruppo socialista al Senato, Pertini si schiera contro l’adesione al Patto Atlantico rispondendo a De Gasperi: “Presidente del consiglio, noi siamo persuasi che il patto atlantico è uno strumento di guerra (…) Se oggi il vecchio Turati fosse qui con noi voterebbe contro il Patto atlantico e farebbe sentire da questa aula ancora il suo grido pieno di passione e d’angoscia: ‘guerra al regno della guerra, morte al regno della morte’”. Sull'Avanti! del 2 giugno Pertini pubblica un articolo dal titolo No a questa Repubblica, nel quale scrive che Mazzini “voleva una Repubblica laica e questa non è che una Repubblica confessionale; voleva una Repubblica a carattere profondamente sociale, in cui scomparisse il privilegio e su di esso trionfassero le forze del lavoro, in questa repubblica invece domina ancora e più prepotente che mai il privilegio”. Nella rubrica Traguardo del 30 giugno del 1949, sempre sull’Avanti!, il futuro capo dello stato boccia il Piano Marshall definendo anche “inutili” le assemblee interparlamentari: “I due paesi (Usa e Gran Bretagna) ed i paesi europei ad essi legati dal Piano Marshall si avviano ad un abisso di una crisi simile a quella del 1929”. Gli attacchi di Pertini a De Gasperi sono violentissimi. Ne è una testimonianza l’intervento pubblicato su Il Lavoro nuovo dell’8 novembre 1949: “Il capo del Governo, abusando del numero della maggioranza parlamentare democristiana può fare tutto quello che più gli aggrada contro la stessa Costituzione. Non vi è chi non veda come, in queste condizioni, la democrazia in Italia sia solo formale”. Il modello di Pertini in quegli anni è l’Urss, come sottolinea su Avanti! del 19 marzo del 1950: “Se ogni mio compagno potesse andare in Urss, come finalmente vi sono andato io, ritornerebbe tutto preso dalla certezza del trionfo della nostra idea”. Di Stalin, Pertini pensa che sia il tutore della pace mondiale: “Per fortuna dell’umanità di fronte ai forsennati di Oltre oceano e di Oltre manica sta sereno e vigilante Stalin” (Avanti!, 3 marzo 1951). (pal)

E Calamandrei bocciò la Costituzione

Piero Calamandrei e la Carta del 1947: sciatta e monca
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 19 novembre del 2005

Roma - Una soluzione di compromesso, incompiuta e quasi priva di stile. È la valutazione che si può ricavare da alcune riflessioni del giurista Piero Calamandrei (citato ieri sulla stampa da Michele Ainis come padre della Carta del 1947 al cui confronto i riformatori del centrodestra dovrebbero arrossire) sul lavoro svolto da quanti assieme a lui operarono nell’Assemblea costituente. Calamandrei fece sì parte di quella generazione straordinaria, ma interpretò un ruolo molto critico, come molti protagonisti legati al Partito d’Azione. Basta andarsi a rileggere l’articolo del giurista - dal titolo “Valore e attualità della Repubblica presidenziale” - pubblicato da Italia Libera il 19 settembre 1946. A pochi mesi dal referendum del 2 giugno, Calamandrei sosteneva che la strada da seguire fosse questa: “Basterebbe che la Repubblica presidenziale ci si avvicinasse su un punto, cioè nell’innalzare e rafforzare l’autorità del capo del governo, facendo sì che la sua nomina fosse conseguenza dell’approvazione solenne, data preventivamente al popolo o dalle assemblee legislative riunite, di un piano in cui fosse fissata la politica che il governo intende seguire”. Per Calamandrei, lo scopo di tale forma di presidenzialismo era fare del presidente del Consiglio “il capo riconosciuto di una stabile coalizione di partiti”. Un indirizzo di fatto ignorato dai padri costituenti. Se ne ha una prova lampante il 4 marzo del 1947, quando in un’aula praticamente vuota (Assemblea costituente, Atti, pagine 1743-1755) e senza alcun rappresentante del governo, il parlamentare Calamandrei criticò il lavoro della Costituente. Che cosa avevano combinato molti degli uomini che Ainis definisce “di una pasta speciale”? È presto detto per Calamandrei: “Dobbiamo, alla prima lettura, riconoscere che esso non è un esempio di bello scrivere: manca di stile omogeneo, direi quasi che manca di stile”. Non solo: secondo il giurista era stata scritta “una Costituzione tripartitica, di compromesso, molto aderente alle contingenze politiche dell’oggi e del prossimo domani; e quindi poco lungimirante”. Il giudizio di Calamandrei non prevedeva un futuro lungo per questa Carta: “Credete voi che si possa continuare a governare l’Italia con una struttura di governo parlamentare, come sarà quella proposta dal progetto di Costituzione?”. Lo studioso riteneva che il “fondamentale problema” della Costituzione in fase di scrittura fosse stato quello “della stabilità del governo”, ma “nel progetto non c’è quasi nulla”. Sul Ponte del 9 settembre del 1952 Calamandrei esternò la propria rassegnazione riguardo alla Costituzione: “Sono passati cinque anni e tutto è allo stesso punto. Incompiuta era, incompiuta è. Ma limitarsi a osservare che tutto in questi cinque anni è rimasto immutato, è forse peccare di ottimismo”. Un giudizio anticipato in un biglietto manoscritto che Calamandrei inviò a Randolfo Pacciardi dopo le profonde modifiche subite durante i lavori dell’Assemblea costituente dal progetto di Costituzione elaborato dalla Commissione dei Settantacinque: “Aspettavamo l’evento tutti lieti/ed è venuta questa, Dio ci aiuti,/Repubblica monarchica dei preti”. (pal)

La verita di "Une autre Suisse"

Esce il saggio di Richardot sulla Confederazione
elevetica durante l'ultima guerra
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 19 novembre del 2005

Roma - Lo storico Jean-Pierre Richardot ha pubblicato un saggio dal taglio divulgativo sul comportamento degli elvetici nel corso dell’ultima guerra mondiale. L’impostazione data allo studio e all'interpretazione del periodo accredita l'impressione di un intero Paese, popolo, esercito e autorità, uniti come un sol uomo nella difesa dell'indipendenza, della libertà e della democrazia. Il libro di Richardot pubblicato in francese nel 2002 (Une autre Suisse 1940-1944) è stato tradotto in tedesco e pubblicato quest’anno in Germania (Die andere Schweiz. Eidgenössischer Widerstand 1940-1944, Aufbau-Verlag, Berlino, 2005, 297 p.). Il volume descrive le varie forme di resistenza al nazifascismo manifestatesi in Svizzera dopo la sconfitta della Francia nella primavera del 1940. Si parla della lotta contro la tentazione del disfattismo e dell'adattamento alla “nuova Europa” di Hitler, del sostegno a profughi e combattenti esteri, dei servizi d'intelligence a favore degli alleati, dei piani di resistenza armata in caso d’invasione o di “tradimento” delle autorità politiche. Il libro ricostruisce in dettaglio, scegliendo talvolta la forma narrativa invece dell'analisi storica, le iniziative nate in ambienti militari e patriottici, tra cui quella dell'estate del 1940, quando una ventina d'ufficiali dell'esercito svizzero complottò a Lucerna. Lo spirito di rassegnazione e d'allineamento all'ordine hitleriano che aleggiava nel messaggio del Consiglio federale al paese del 25 giugno, impropriamente noto come discorso di (Marcel) Pilet-Golaz, lasciava prevedere il peggio. Il presidente del Consiglio federale svizzero spiegò ai consiglieri che la Confederazione doveva piegarsi al nuovo ordine nazi-fascista. Il discorso Pilet-Golaz fu seguito da una serie di atti ambigui del presidente, come la decisione di ricevere i fascisti elvetici del Movimento nazionale e i rappresentanti della Lega popolare per l’indipendenza della Svizzera, che criticavano i quotidiani antinazisti. I congiurati erano pronti anche a far arrestare il Consiglio federale, qualora non si fosse mostrato deciso a resistere a oltranza in caso di attacco tedesco. Pochi mesi dopo nacque l'Azione di resistenza nazionale, creata per iniziativa di Hans Hausamann, ufficiale dei servizi d'informazione. Proprio Hausamann (1897-1974), fotografo di scarso successo, ufficiale dell'esercito e titolare di un ufficio d'informazioni (spionaggio) “privato”, è un personaggio chiave dei movimenti di “resistenza” in Svizzera e del libro di Richardot. Nel 1940, subito dopo la firma dell'armistizio franco-tedesco, Hausamann affermò che la Gran Bretagna non avrebbe mai capitolato, che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra contro Hitler, che il Terzo Reich avrebbe aggredito l'Urss e che la guerra sarebbe finita con la disfatta della Germania. Aiutato da un gruppo di persone di varia estrazione e orientamento ideologico, Hausamann creò una rete d'informazione e di sostegno a favore degli Alleati, nonché un movimento di propaganda e controinformazione interna, per rafforzare la volontà di resistenza e denunciare possibili cedimenti alle lusinghe o alle minacce hitleriane. Il movimento patriottico degli ufficiali non fu la sola forma di resistenza. Il libro di Richardot rende omaggio tanto a personalità autorevoli quanto a semplici cittadini, che hanno disobbedito, violato la legge o chiuso un occhio per proteggere e salvare rifugiati. Ma la realtà della Svizzera in quegli anni fu più complessa di come è stata descritta dallo storico. L’assalto al Consiglio federale non fu messo in atto per la semplice ragione che non ve ne era necessità. I congiurati ne presero atto. L’essenza della neutralità elvetica è la scientifica negazione di ogni azione clamorosa. Accanto all’"Altra Svizzera" raccontata dall’autore vi era un paese che agiva su un fronte opposto senza scegliere definitivamente con chi allearsi. Fu questa situazione a lasciare per sempre nel dimenticatoio i resistenti “elvetici”. La Svizzera era all’epoca utile perché esisteva come rifugio possibile per tutti. Le parole che esprimevano questa teoria venivano dalla bocca di Winston Churchill: “Di tutti i Paesi neutrali, la Svizzera è quello che merita di essere maggiormente menzionato. Essa fu la sola forza internazionale a far da ponte fra le nazioni lasciate disperatamente isolate e in particolare alla nostra. Che importanza può avere che essa sia stata capace di recarci svantaggi sul piano commerciale o che abbia fatto concessioni ai tedeschi per salvare se stessa? Essa ha agito quale stato democratico, lottando per la libertà tra le sue montagne, e nello spirito fu, malgrado le differenze culturali, dalla nostra parte”. Probabilmente, qualora la Germania avesse vinto la guerra, nessuno sarebbe rimasto sorpreso di leggere la stessa interpretazione dalle parole di Hitler. Oggi agli storici elvetici non resta che decidere quale Svizzera riportare alla luce. (pal)

mercoledì 12 ottobre 2005

Diliberto contro la massoneria.

Oliviero Diliberto cuor di Lions
Il velino del 12 ottobre del 2005
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 12 ott (Velino) - Il leader dei Comunisti italiani non ha mai amato le mezze misure. Le sue posizioni risultano sempre molto nette e lasciano spazio a ben poche ambiguità. Il discorso calza benissimo anche per l’atto di sindacato ispettivo che il deputato comunista ha presentato a Montecitorio contro il procuratore di Ragusa Agostino Ferro, accusato di essere incompatibile per la sua carica nella magistratura in quanto membro dei Lions club d’Italia. Per il procuratore il problema che sorgerebbe è di “stringere legami e amicizie politiche con la classe politica e imprenditoriale tramite l’adesione a circoli esclusivi”. Resta incomprensibile capire cosa abbia spinto Oliviero Diliberto a esprimere questa posizione. Il Lions è un associazione che opera prevalentemente nel campo della solidarietà e si è sempre segnalato per iniziative meritorie. Infatti, i responsabili di questa associazione sono spesso ricevuti dalle alte cariche dello Stato. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ricevuto al Quirinale il 23 marzo del 2000 James E. Ervin e Massimo Fabio, rispettivamente presidente e direttore del Lions club. Prima di Ciampi, anche Oscar Luigi Scalfaro aveva ricevuto i vertici dei Lions al Quirinale il 10 marzo del 1999. Altrettanto ha fatto il presidente del Senato Marcello Pera più recentemente, quando ha avuto l’occasione di ospitare a Palazzo Madama, lo scorso 17 marzo, il presidente del Lions international Clement F. Kusiac.
Quando Oliviero Diliberto era ministro della Giustizia nel governo D’Alema, anche la sua collega di governo Rosa Russo Jervolino aveva lodato i Lions definendo come “un’iniziativa di alto livello” (dichiarazione del 6 novembre 1999) l’istituzione da loro promossa a Perugia di un centro contro il diabete. Lo stesso Diliberto dotrebbe ricordare un altro particolare che lo riguarda più da vicino. L’ex ministro della Giustizia è stato eletto dal 1996 nel collegio uninominale (blindato) di Scandiano in provincia di Reggio Emilia. Nel Comune di Scandiano (pagina 8, aprile 1999), periodico dell’amministrazione comunale della cittadina emiliana, è anche riportata la partecipazione del ministro di Grazia e giustizia (14 marzo 1999) alla lodevole iniziativa dal titolo “A scuola con Lazzaro”, per ricordare il bicentenario della scomparsa di Lazzaro Spallanzani. Lo stesso Diliberto dovrebbe sapere che quella iniziativa è stata realizzata anche con il sostegno dei Lions di Scandiano che hanno dato vita a numerose iniziative di solidarietà e di incontro nella città dove Diliberto viene eletto. E fino a prova contraria il procuratore di Ragusa ha tutto il diritto di iscriversi a un’associazione che si è distinta per le proprie iniziative quanto lo stesso Diliberto di partecipare ad iniziative appoggiate dai Lions nel proprio collegio.

(pal) 12 ott 2005 12:01

sabato 8 ottobre 2005

L'ombra del nazismo su Sepp Herberger

Politica e Sport/ La svastica sul pallone
Il Velino cultura, 8 ottobre 2005
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Mentre il mondo politico tedesco è impegnato in una trattativa senza fine per la formazione del primo governo di legislatura, in Germania esce un libro sul rapporto tra il nazismo e il calcio durante il decennio hitleriano (1933-1945). Nel libro Fussball unterm Hakenkreuz. Der Dfb Zwischen sport, politik und commerz (trad. Il calcio sotto la svastica. La Dfb tra sport politica e commercio), pubblicato da Campus Verlag, gli storici Nils Havemann e Klaus Hildebrand aprono, dopo 50 anni, la polemica contro l’allenatore della nazionale tedesca Sepp Herberger che portò la Germania occidentale alla vittoria nei mondiali svolti in Svizzera nel 1954. Secondo quanto scrive Paolo Valentino, corrispondente da Berlino del Corriere della Sera, quella vittoria “cancellò d’un colpo il passato di un uomo, riabilitandolo e trasformandolo in uno degli eroi della nuova Repubblica federale tedesca” (30 settembre 2005). Nel libro viene sottolineato che Herberger ottenne l’incarico di guidare la nazionale tedesca nel 1938, anno in cui Hitler consolidò il suo potere in Germania. Questo libro è nato da una serie di accuse lanciate alla Federcalcio tedesca (Dfb) di non aver mai fatto i conti con il suo passato nazista. Nel libro viene descritto un allenatore che seppe ben utilizzare le sue amicizie politiche per arrivare ai vertici del calcio tedesco. Il ministro dello Sport Otto Schily è intervenuto alla presentazione del volume spiegando che “un’ombra scende ora su Sepp Herberger”. Nel libro viene ricordato il caso di Julius Hirsch, giocatore del Karlsruhe e primo atleta ebreo della nazionale tedesca che fu deportato ad Auschwitz dove fu assassinato nel 1943. Il calcio sotto la svastica ha l’indubbio merito di aprire uno squarcio nel silenzio che ha avvolto la storia della Dfb tra il 1933 e il 1945. Ma è difficile accettare l’idea che Herberger possa essere considerato il capro espiatorio di quel periodo se esaminiamo la sua carriera di calciatore e tecnico. Herberger esordisce nella formazione del Waldhof, nel 1923, durante la Repubblica di Weimar, si trasferisce nel VfR, nel 1926 passa al Tennis Borussia Berlino dove chiude la sua carriera di giocatore. Herberger viene convocato come giocatore nella nazionale tedesca (Nationalmannschaft) tre volte (2 reti) durante la Repubblica di Weimar. Tuttavia, è bene ricordare che Herberger non entrò nei quadri della Nazionale, come tecnico, durante il nazismo. L’ingresso arrivò prima che l’allenatore si iscrivesse al Nsdap, nel 1932. Ma il suo approdo come commissario tecnico della nazionale maggiore arrivò in modo fortuito solo il 12 maggio del 1938, due anni dopo le olimpiadi di Berlino e alla vigilia del Mondiale francese. Qual è la colpa di Herberger? Quella di aver preso il comando della nazionale tedesca pochi giorni dopo l’annessione dell’Ostmark? Di aver convocato nell’occasione 5 giocatori austriaci? Di aver sostituito il fervente nazista Otto Nerz “colpevole” di aver disonorato la Germania durante le Olimpiadi del 1936 beccando il gol di un giocatore norvegese ebreo? I risultati dei mondiali di Francia non resero alcuna gloria a Herberger che dovette fare i conti con i fischi del pubblico francese del Parco dei principi nello scontro in cui la Svizzera riuscì a rimontare 2 gol e a vincere 4 a 2 (9 giugno 1938). L’allenatore tedesco dimostrò il suo valore con la conquista del titolo mondiale nel 1954 senza condizionamenti politici, imponendosi con la forza fisica dei suoi giocatori che all’epoca della fine della guerra avevano in media 15 anni. Oggi è ingeneroso accanirsi su Herberger criticandolo per aver vissuto negli anni del nazismo in cui il regime nazista pretendeva di vincere le partite per supremazia politica. Del resto, nessuno in Italia ha intentato alcun processo contro il commissario unico della nazionale italiana Vittorio Pozzo che nel 1929 venne chiamato per la seconda volta alla guida della squadra azzurra dal federale di Bologna Leandro Arpinati che lo “invitò a tornare in se stesso” e riprendere la guida degli Azzurri. Oggi, sarebbe assurdo mettere Pozzo sotto processo per questo. I regimi di Roma e di Berlino cercarono indubbiamente di appropriarsi delle vittorie delle rispettive nazionali nel corso di quegli anni e di farle proprie. Ma questo faceva parte delle regole del pallone e i giocatori non potevano sottrarsi a questo. Basta leggere il commento della Gazzetta dello Sport dell’11 giugno del 1934, quando l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale a Roma: “E gli Azzurri hanno dato all’Italia la vittoria che convince. Non basta ancora. Per il modo con il quale è stato conseguito, il trionfo degli Azzurri si trasferisce dal terreno sportivo al campo più vasto e più eletto dell’affermazione della razza”. La strumentalizzazione era dietro l’angolo e gli atleti non potevano farci nulla. Annibale Frossi, eroe dei mondiali di Berlino del 1936, raccontò di quel periodo: “Io, alzando il braccio, non salutavo Mussolini, salutavo l’Italia. La tessera per me non aveva senso e non mi risulta che chi, nel nostro giro, l’aveva abbia fatto carriera alle spalle di chi non era iscritto. Prenda Monzeglio. Lui era iscritto, ed era molto vicino alla famiglia del Duce. Giocò nel 1934 subentrando a Rosetta, ma nel 1938 giocò solo la prima partita, poi venne escluso. E allora?”. Sepp Herberger non vinse nulla durante il periodo in cui guidò la nazionale tedesca sotto il nazismo (1938-1945), quando i club tedeschi erano guidati da gerarchi del regime. Anzi, rischiò moltissimo. Per capire quali pericoli corse Herberger basterebbe tornare a Berna il 20 aprile del 1940 (14 anni prima del “miracolo” dei mondiali in Svizzera), il giorno del compleanno del Fuhrer. Ancora una volta la Svizzera batte la Germania per 2 a 1. Il giocatore della nazionale Helmut Schon lanciò il suo avvertimento ai compagni di squadra e al tecnico che la sconfitta rasentava “l’alto tradimento”. Chissà cosa provò Adolf Hitler quando il 20 settembre del 1942 uscì umiliato dallo stadio di Berlino dove gli svedesi stavano battendo la Germania per 3 a 2. Nel suo diario Hitler scrisse colmo di amarezza: “Centomila persone hanno lasciato lo stadio depresse. Fa male ammetterlo ma una sconfitta calcistica ha più effetto sul morale della popolazione della presa di una città sul fronte orientale”. Il 23 novembre successivo, nel pieno dell’apogeo nazista, tutti i giocatori della nazionale tedesca furono inviati al fronte e il regime sciolse di fatto la nazionale. Nei mesi successivi, Otto Nerz, il predecessore di Herberger, morì in un campo di concentramento in Urss. La nazionale tedesca vide il campo solo nel 1950 contro la Svizzera. La nuova democrazia tedesca seppe fare quello che Hitler non riuscì a realizzare. La grande vittoria di Herberger arrivò nove anni dopo la fine della guerra, quando la stella dell’allenatore della nazionale italiana Vittorio Pozzo si era spenta senza gloria nel secondo dopoguerra. Herberger riuscì a dimostrare a tutti che il suo Paese aveva la capacità di rialzarsi in piedi senza che alla guida dei club vi fosse un gerarca nazista e dimostrando che la “palla è rotonda”. Se qualcuno aveva da fare delle critiche alla nazionale tedesca di allora poteva farlo nel 1954, pochi giorni dopo la vittoria ai mondiali in Svizzera, quando tutta la nazionale tedesca fu colpita da una misterioso morbo di tipo itterico, che debilitò tutti i giocatori e li costrinse all’abbandono temporaneo dell’attività agonistica. Ma non ci fu nessuna prova di irregolarità. Rinfacciare oggi a Herberger amicizie e relazioni di oltre 60 anni fa non ha alcun senso. Il pallone non poteva rovesciare il Fuhrer. Da questo punto di vista il “miracolo di Berna” resta ancora in piedi e per quella vittoria in Svizzera non esiste alcuna prescrizione. (pal)

venerdì 2 settembre 2005

Cosa faceva Sandro Curzi ad "Oggi in Italia"?

Curzi e la verità sul "peccatuccio" praghese
Il Velino del 2 settembre 2005
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 2 set (Velino) - Lo scontro politico sull’informazione è sempre stato duro. Ne è una testimonianza il vivace battibecco tra Giampaolo Pansa e Sandro Curzi. Il commentatore dell’Espresso ha attaccato Curzi sul settimanale criticando il rapporto tra l’ex direttore di Telekabul e Pierluigi Diaco che condurrà una trasmissione settimanale radiofonica sulla Rai con il segretario dei democratici di sinistra Piero Fassino. Nell’articolo, Pansa ha ricordato la collaborazione di Curzi con un'emittente radiofonica comunista che operava in Cecoslovacchia. Pansa sostiene che fosse Radio Praga, mentre Curzi replica stizzito che si trattava di Oggi in Italia. Curzi puntualizza: “Per attaccare il segretario dei Ds, chissà perchè Pansa tira in ballo anche il sottoscritto, che sarebbe pieno di ‘peccati e peccatucci’ e in particolare colpevole di aver lavorato ‘a Radio Praga, un’emittente agli ordini dei colonnelli sovietici’. Potrei limitarmi a dire che, com’è stato chiarito da decenni, non ho mai lavorato a Radio Praga ma, a Praga, in Oggi in Italia per conto e alle dipendenze del partito comunista italiano, di cui mi onoro di aver fatto parte sin da ragazzo e dalle prime azioni partigiane in Roma. E con ciò si può liquidare con una secca e inequivocabile smentita la falsa affermazione di Pansa”.
Dov’è la verità? Un interrogativo legittimo, se è vero che quando nel 1994 si sparse la notizia di infiltrazioni mafiose a Telemontecarlo Curzi, che dirigeva in quel periodo l’emittente, rispose: “Non ho niente da nascondere, ho lavorato a Radio Praga, sono stato il più giovane partigiano d'Italia, sono stato comunista. E faccio bene il mio mestiere” (12 aprile 1994). Radio Praga e Oggi in Italia non erano la stessa emittente ma la prima era la copertura della seconda e in questa storia i colonnelli sovietici c’entrano fino a un certo punto. La nascita di Oggi in Italia, dove aveva lavorato effettivamente Curzi, risale alla fine degli anni ’40. Nella capitale cecoslovacca si era rifugiato un comunista italiano, Francesco Moranino, condannato in Italia per crimini efferati. Prima di fuggire dall’Italia, per sfuggire ai processi che lo riguardavano, Moranino era stato imposto da Pietro Secchia ad Alcide De Gasperi come sottosegretario alla Difesa. Con l’arrivo di Moranino nasce a Praga Oggi in Italia emittente radiofonica che sfruttava il segnale di Radio Praga per trasmettere sulle onde medie attribuite dalle convenzioni internazionali. Radio Praga trasmetteva in lingua italiana fin dal 1936. Ma dopo il golpe comunista del 1948 l’emittente fu trasformata in una stazione di propaganda politica, al punto che l’unico redattore non comunista fu cacciato. A giudizio del Pci, tuttavia, le trasmissioni non erano soddisfacenti. E allora ecco arrivare nel 1949 Moranino, il “tenente Alvaro” capo della famigerata “Volante rossa” che terrorizzò Milano negli anni ’40 e per questo fu condannato all'ergastolo.
Con la nascita di Oggi in Italia, gli studi delle “due emittenti” si trasferirono in via Vinohradska: all’ultimo piano ci sono gli studi di Radio Praga, nello scantinato invece Oggi in Italia. La prima trasmetteva la mattina, la seconda la sera. Alle due redazioni, per disposizione del Pci, era fatto esplicito divieto di incontrarsi. In quella emittente si facevano vedere persone che svolgevano attività clandestina per il Pci. Sarebbero passati di li, negli anni successivi, anche alcuni brigatisti rossi. L’editore Giangiacomo Feltrinelli ci portò un membro della banda XXII ottobre. Negli anni ’50, quando il Parlamento italiano fu informato delle trasmissioni di Oggi in Italia, il ministro dell’Interno Scelba fece addirittura interrompere le trasmissioni telefoniche tra Italia e Cecoslovacchia per capire chi passava le informazioni che giungevano dall’Italia. Ma il controspionaggio italiano non riuscì mai a scoprire come funzionava la redazione. Di certo, Oggi in Italia ebbe anche una funzione importante durante le giornate di Genova del luglio del 1960.

(pal) 2 set 2005 12:18

lunedì 29 agosto 2005

Come la sinistra controlla il cinema

Il Velino 29 agosto 2008
Cinema e politica: Cuore a sinistra,
portafoglio a destra
di Lanfranco Palazzolo

(Il manifesto dei "Piccoli maestri". Per le critiche ricevute dalla sinistra il regista Luchetti è caduto in depressione)

Roma - Per mesi il Corriere della Sera ha pubblicato nella prima pagina della cultura (a pagina 35) interviste a esponenti del mondo del cinema che hanno parlato del loro rapporto con la politica. Davanti al blocchetto di Barbara Palombelli è sfilato tutto il cinema d'autore della sinistra italiana. Nel mondo del cinema non si parla mai male dei colleghi, ma di fronte ai temi della politica nostrana nessuno si tira indietro. Abbiamo riletto questi articoli per scoprire che l'obiettivo polemico dei registi italiani non è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma la stessa sinistra, anche se registi ancora in carriera, come Cristina Comencini, Francesca Archibugi e Gabriele Salvatores evitano accuratamente di scoccare frecce contro l'opposizione. I registi che hanno superato gli "anta", tuttavia, hanno più di un aneddoto da raccontare. Scopriamo, così, dal geniale Citto Maselli che Pietro Ingrao e Giorgio Amendola condannarono Il sospetto perché "irriverente e ingeneroso con il partito, salvato poi da Luigi Longo con un 'Bravo Maselli!', pronunciato dopo una gelida proiezione alle Botteghe oscure". Il bolognese Pupi Avati vive il dramma del commissariamento di Bologna decretato dai Democratici di sinistra: "Oggi confesso di non sopportare il duo formato da Sergio Cofferati e Angelo Guglielmi, sindaco e assessore alla Cultura, mandati dai salotti buoni romani a commissariare la mia città. Mi pare che anche i loro sponsor mostrino segni di pentimento". Problemi anche per Roberto Faenza autore alla fine degli anni Settanta del film Forza Italia!, documentario contro la Dc che irritò anche il Pci: "Avevamo tutti contro: l''Unità che in principio ci aveva lodato con una pagina intera del critico ufficiale Casiraghi, ci scagliò contro Savioli che, su ordine del Pci, lo definì un film fascista". Di quegli anni il regista Pasquale Squitieri annota la presa di distanza dal Pci e le sue colpe: "Mi sono allontanato dalla sinistra quando arrivò il terrorismo: non c'erano ragioni per sparare, nessuna motivazione razionale poteva giustificare l'omicidio". Il cattolico Ermanno Olmi avrebbe voluto girare un film sugli italiani dell'Armir in Russia nel 1943, ma...: "Non riuscivo a capire perché mancasse sempre l'autorizzazione finale. Dopo un anno di tentativi, il mio intermediario del Pci mi disse: Ma non hai capito? Tu non sei affidabile, non ci garantisci". Il film intitolato poi Italiani brava gente fu affidato a Giuseppe De Santis, regolarmente iscritto al Pci. Bernardo Bertolucci racconta al Corriere la prima proiezione di Novecento: "Alla fine del primo tempo Pajetta, entusiasta, mi abbracciò. Poi vedendo le immagini della Liberazione, in cui mostravo anche le vendette private, i processi popolari contro i fascisti, si alzò furioso e se ne andò gridando: mi rifiuto di partecipare! Giorgio Amendola disse che il film era bruttissimo". Daniele Luchetti, uno dei registi più cari alla sinistra, racconta il peccato di aver fatto un film sui giovani della Resistenza nel Partito d'Azione: "E' stato un massacro generale, ho capito che non si potevano toccare i partigiani, non ho fatto i conti con i miti della sinistra. Sono caduto in despressione, sono andato in analisi, ho scritto e buttato tanti film". Paolo Virzì è un regista attento e intelligente. Ma queste sue capacità espresse in Caterina va in città gli sono costate molto care: "L'Unità mi si è scagliata contro, mi hanno sommerso di contumelie. Il riflesso condizionato del 'sei fuori linea, ti mando in Siberia' è ancora forte". Liliana Cavani racconta i suoi problemi con il Pci tornando indietro agli anni dei Cannibali quando fu vittima di attacchi per aver realizzato il documentario L'età di Stalin: "Ero stata due anni prima in Russia. Avevo conosciuto i protagonisti della cosiddetta 'Primavera'. Avevamo vissuto insieme la scoperta della libertà. Chiesi a Mino Argentieri, il critico di Rinascita, di scrivere insieme qualcosa contro l'Urss, ma scoprii che c'era in giro una gran paura di scontentare il Pci". Per capire qual è stata la realtà del mondo del cinema con la politica è necessario scomodare il regista più smaliziato di tutti: Dino Risi. L'autore dei Mostri spiega alla Palombelli: "Tutti tenevano il piede in due staffe. Stili di vita capitalisti, cuore a sinistra, portafoglio a destra: essere all'opposizione conveniva". (pal)

lunedì 22 agosto 2005

Il Pci e Bankitalia

Quando Berlinguer accusava
Ciampi di tutelare le rendite
Il Velino del 22 agosto 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 22 ago (Velino) - In queste settimane di duro scontro politico sulla cosiddetta “questione morale” non si è detto tutto sul politico che ha sollevato per primo la questione relativa alla moralità dei rapporti tra politica e affari e sui suoi bersagli, Bankitalia compresa: il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer. La storia della sinistra e dei rapporti con la Banca d’Italia ha radici antiche. Forse sono in troppi a dimenticare gli screzi, rimasti spesso sotterranei, tra la sinistra e l’istituto di via Nazionale. Poche settimane prima di morire Enrico Berlinguer aveva partecipato a una manifestazione della federazione torinese del Pci sul futuro del capoluogo piemontese. A promuoverla era stato il segretario cittadino del partito, Piero Fassino. Nel corso della seconda giornata dei lavori, Berlinguer pronunciò parole durissime contro l'allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi: “Mentre economisti delle più varie scuole e anche non pochi imprenditori contestano la validità e l’efficacia economica di tutta la ‘manovra’ governativa, vi è oggi alla Banca d’Italia un governatore che la avalla, e per la ripresa punta tutto sul contenimento dei salari a favore dei profitti, invece che alla liquidazione progressiva del peso schiacciante e soffocante delle rendite finanziarie e delle attività puramente speculative”. Nel foglio dattiloscritto di Berlinguer queste otto righe mettono in serio imbarazzo lo stesso quotidiano del partito, l’Unità, che decideva di non dare grande risalto a quel passaggio. Si tratta di parole dure che ponevano in dubbio l’autonomia della Banca d’Italia.
E pensare che lo stesso Palmiro Togliatti si era raccomandato di non mettere in dubbio l’autorità della Banca centrale italiana. Nel 1946 il giovane redattore dell'Unità Luciano Barca scrisse un articolo polemico nei confronti di Luigi Einaudi, allora governatore della Banca d’Italia, criticando duramente la politica monetaria messa in atto dall’istituto di via Nazionale. Togliatti entrò nella redazione del quotidiano affermando: “Chi ha scritto questa roba?”. Il segretario del partito ascoltò le ragioni di Barca e poi disse: “Va bene. Ma mi raccomando i toni”. Ma il primo a violare la consegna fu lo stesso Togliatti: dopo le “considerazioni finali” del governatore Guido Carli nel lontano 1963, il “migliore” aveva contestato a Carli di avere dato grande risalto al rinnovo dei contratti di lavoro con sostanziosi aumenti salariali. Togliatti temeva che quei rinnovi generosi avrebbero creato una spirale inflazionistica. Carli aveva avuto il torto di aver invaso la sfera degli interessi sindacali del Pci e le questioni relative al lavoro su cui il Pci non voleva “interferenze esterne”.
Se Togliatti era stato il primo a dimenticare quella raccomandazione nel 1963, anche Enrico Berlinguer nel 1984, pochi mesi prima di morire, criticò dunque duramente il governatore, che all'epoca era Carlo Azeglio Ciampi. E pensare che quattro anni prima, nel 1980, quando il Pci sperava ancora in un possibile rilancio del compromesso storico, il segretario del Cespe (il servizio studi economici del Pci) Stefano Andriani aveva mandato i suoi collaboratori a controllare la politica monetaria della Banca d’Italia, ma dal partito era arrivato lo stop. Lo stesso stop che Rinascita aveva dato a un articolo in cui si riassumevano le conclusioni di un convegno del partito sulla politica monetaria di Bankitalia. In quella nota che al partito non piaceva, era scritto che Bankitalia non aveva messo in atto un serio monetarismo, ma aveva fatto solo ricorso a strumenti tipici di quei paesi dove il monetarismo è pratica corrente. Ma Berlinguer non volle seguire il consiglio di Togliatti: “Moderare i toni”.

(pal) 22 ago 2005 14:47

mercoledì 13 luglio 2005

Giolitti leghista? Interpretazione di uno statista

Ritratto inedito dello statista di Dronero
ne "L'azzardo del 1915", di Lanfranco Palazzolo
"Il Velino" cultura del 13 luglio 2005

Roma, 13 lug (Velino) - Nell’ultimo libro pubblicato dallo storico Gian Enrico Rusconi dal titolo L’azzardo del 1915 – Come l’Italia decide la sua guerra (Il Mulino) viene pubblicato un ritratto inedito di Giovanni Giolitti. L’opera dello studioso è interessante perché permette di capire le ambiguità e le incertezze che hanno accompagnato l’atteggiamento dell’Italia alla vigilia dell’entrata nella Prima guerra mondiale. Il libro permette anche di avere un ritratto inedito di Giovanni Giolitti, uno dei politici più abili dell’inizio dello scorso secolo. In alcune parti del libro vengono raccontati i tentativi di Giolitti per evitare che l’Italia entrasse in guerra contro i suoi alleati nella Triplice alleanza (Germania e Austria-Ungheria) e restasse neutrale. Lo scontro tra Giolitti e l’allora presidente del Consiglio Antonio Salandra. Il capo del Governo è un convinto interventista, e non vuole perdere l’occasione di allearsi con gli inglesi e i francesi per entrare in guerra. Il 18 maggio del 1915, sei giorni prima della guerra, Giolitti incontra Olindo Malagodi, direttore del quotidiano La Tribuna e si rende conto che la partita per l’entrata in guerra è quasi persa. In quella circostanza, l’ex presidente del Consiglio si rende conto di essere stato giocato da Salandra al quale Giolitti aveva dato la fiducia nel marzo precedente in Parlamento: “Salandra venne da me prima di quel voto e si mostrò d’accordo con me in tutto. Mi assicurò che il Governo avrebbe perseverato nei negoziati senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà inerenti alla questione. Non mi nascose che Sonnino (ministro degli Esteri, ndr) gli pareva propenso alla guerra; ma lui l’avrebbe trattenuto. È stato tutto un inganno, da pugliese”. Gian Enrico Rusconi è imbarazzato per questa citazione: “Le confesso che non avrei voluto scrivere questa frase. Ma alla fine ho pensato che non fosse giusto omettere le parole di Giolitti”. Rusconi aggiunge che “quello di Giolitti non era razzismo nel senso leghista del termine. Certo, Giolitti poteva risparmiarsi quella battuta. Non è una frase encomiabile. La sostanza politica però è che Giolitti era convinto che il Governo si facesse guidare dai suoi consigli. Ma in realtà è Salandra a ingannare Giolitti”.

(pal) 13 lug 2005 12:17

sabato 4 giugno 2005

Ma Berlinguer doveva morire davvero?

Un libro ricorda il mancato attentato a Berlinguer
Il Velino Cultura, 4 giugno 2005
di Lanfranco Palazzolo
(Sotto il rottame della macchina di Berlinguer
dopo l'incidente di Sofia)

Roma - Sono 14 anni che si parla del complotto ordito dal Kgb ai danni di Enrico Berlinguer per ucciderlo e non si trova una sola prova che questo progetto sia stato messo in atto dai servizi segreti sovietici. Il fatto sarebbe accaduto a Sofia il 3 ottobre del 1973 al termine della visita del segretario del Partito comunista italiano nella capitale bulgara. Mentre la delegazione italiana si reca dalla capitale all’aeroporto per il ritorno in Italia, un camion militare si schianta contro la macchina dove si trova il segretario del Pci Berlinguer. Muore un funzionario bulgaro, il leader comunista resta ferito. Questo è lo spunto di un libro interessante dal titolo: Sofia 1973: Berlinguer deve morire (Fazi editore), scritto da Giovanni Fasanella e Corrado Incerti con la prefazione di Giuseppe Vacca. E’ lo stesso Vacca a spiegare nell’introduzione del libro “che l’incidente automobilistico occorso a Berlinguer fosse in realtà un attentato non può essere documentato in modo incontrovertibile”. Ma subito dopo, Vacca spiega che già all’inizio degli anni Novanta, periodo a cui risalgono le prime rivelazioni da parte di Emanuele Macaluso, gli autori del libro “verificarono la distruzione sistematica dei documenti che avrebbero potuto acclarare l’accaduto”. In questo caso, la “scomparsa” di questi documenti non è mai stata tanto provvidenziale per due giornalisti che si apprestano a scrivere un libro. La tesi del libro è questa: l’attentato c’è stato, ma i documenti non ci sono. Ammesso che quello di Sofia fu un attentato contro Berlinguer voluto dal Kgb per punire la linea politica di avvicinamento ai partiti borghesi del Pci, non si comprende perché i servizi segreti bulgari abbiano fatto sparire tutte le prove e ne siano rimaste altre come lo stenografico del colloquio a Varna tra il segretario del Partito comunista bulgaro e Todor Zhivkov e Berlinguer ritrovate dal funzionario dell’archivio di stato di Sofia Filip Bokov. Il ritrovamento di questa busta e anche delle foto dell’incidente, allora sequestrate dai servizi segreti bulgari, testimoniano che probabilmente non c’era nulla da nascondere nonostante i toni duri dello scontro tra Berlinguer e Zivkhov su questioni come l’invasione della Cecoslovacchia del 1968. Ma nel libro non vengono raccontate alcune questioni importanti che riguardavano i rapporti trilaterali tra la Bulgaria, il Pci e il Kgb. Nell’incontro di Varna, il primo di due incontri con il leader comunista bulgaro, tra Berlinguer e Zivkhov si parla anche di una precedente visita del segretario del Pci Luigi Longo nella località marittima bulgara. Ma gli autori del libro non si preoccupano di spiegare i contenuti di quella visita che riguardano anche il progetto della costruzione di una stazione di trasmissione radio proposta dal capo del Kgb Jurij Andropov (documento 2052-a del Kgb del 28 luglio 1970) per inviare disposizioni e ricevere informazioni dal Pci. Nel giugno del 1970 si riunisce la Direzione del Pci che è d’accordo sulla nascita di queste stazioni radio, ma il Partito comunista italiano fa sapere di non voler dipendere dalla Bulgaria, ma direttamente da Mosca. E’ senza dubbio vero che in quegli anni il Pci italiano non aveva la stessa impostazione di Mosca sull’azione politica da svolgere in Italia, ma da qui a pensare a un attentato del Kgb ce ne corre. Un attentato poteva essere giustificato solo da una rottura tra Mosca e Botteghe oscure che non ci fu mai. Non va dimenticato che i contrasti tra Pci e Pcus erano già iniziati nella seconda metà degli anni Sessanta, in particolare nel 1968, quando il Kgb aveva incoraggiato la nascita di “Lotta del popolo”, un partito comunista di matrice maoista. Ma si trattava di un azione di disturbo grossolana del Kgb niente più, eseguita dai servizi segreti cecoslovacchi. Del resto, colui che ha rivelato il presunto attentato del Kgb a Berlinguer al settimanale Panorama, Emanuele Macaluso, era considerato un personaggio che non era ben visto dal Kgb e che aveva un conto in sospeso con i servizi segreti sovietici che lo volevano mettere in cattiva luce con il segretario del partito Longo (vedi dossier Impedian 134). Infatti, Macaluso non porta nessuna prova concreta, ma solo le indiscrezioni e le comprensibili paure dei familiari di Berlinguer circa un attentato. Un altro elemento da valutare è la circostanza in cui si sarebbe svolto l’attentato. La partenza di Berlinguer da Sofia il 3 ottobre del 1973 è stata improvvisa. Un funzionario dei servizi segreti bulgari aveva annunciato ai giornalisti la mattina del 3 ottobre che i colloqui di Sofia con Zivkhov andavano “male” e che il “programma iniziale è cambiato” e subito dopo annunciò la partenza di Berlinguer. In quel caso l’attentato avrebbe dovuto essere organizzato di corsa. E credibile questa tesi?! Un attentato di quel genere sarebbe stato davvero un errore clamoroso per il Kgb. Ma oggi probabilmente fa comodo pensare il contrario e lasciar credere che Berlinguer era sul punto di essere ucciso dal Kgb per dimostrare la grandezza del suo progetto politico. Ma se allora le cose fossero andate così perché stendere un velo di silenzio su quell’attentato?! Quando il leader del Pci tornò in Italia, la preoccupazione de l’Unità fu quella di non scrivere nulla sull’incidente di Sofia se non che Berlinguer era tornato in Italia con un “aereo speciale”. Per capire meglio come andavano le cose tra il Pci i paesi fratelli basterà leggere un passo significativo di Oro da Mosca di Valerio Riva (Mondadori – 2002): “tra Pci, Pcus e Pc bulgaro non poteva esserci e non c’era ‘alcun segreto’. Questo tacito accordo andrà avanti fino quasi agli anni Ottanta. Basterà citare uno dei documenti citati in questo libro col numero 133: dal documento si deduce (molto chiaramente) che ancora a metà del 1977, il compagno che va a Mosca ad addestrarsi, tale Domenico Dardi, è obbligato a passare per Sofia; i bulgari gli comprano il biglietto d’aereo, gli pagano il vitto e la permanenza, gli rimborsano perfino le piccole spese personali. Ma dopo, spediscono la fattura a Mosca” (pag. 385). (pal)

sabato 30 aprile 2005

La Resistenza guidata da un banchiere


Il Velino cultura del 30 aprile 2005
Alfredo Pizzoni: un banchiere della Resistenza
di Lanfranco Palazzolo


Roma - La storia di Alfredo Pizzoni (1895-1958), che fu presidente del Comitato di liberazione nazionale alta Italia, è emblematica. A tirarla fuori dalla polvere degli archivi americani ci ha pensato Tommaso Piffer che ha pubblicato con Il banchiere della Resistenza (Le Scie Mondadori, 2005) le vicende di Alfredo Pizzoni, “protagonista cancellato della guerra di liberazione”. La colpa di Pizzoni fu quella di non essere iscritto a nessun partito e per questa ragione fu cacciato dalla presidenza del Clnai dopo aver permesso alla guerra di resistenza di ricevere miliardi di lire per finanziare la lotta di liberazione.

Un personaggio scomodo per la sinistra ideologica e anche per gli azionisti, che furono decisivi per la sua defenestrazione nella riunione del Clnai avvenuta il 27 aprile del 1945. Perché questa storia torna alla luce solo oggi? Tommaso Piffer, nel corso di una ricerca sulla storia finanziaria della resistenza, si era imbattuto nella figura di Alfredo Pizzoni, brillante funzionario del Credito italiano, costretto a prendere la tessera fascista negli anni Trenta e arruolatosi volontario nell’esercito italiano per non sottrarsi al suo dovere ma che altrettanto prontamente aveva preso contatto con gli ambienti antifascisti, desiderosi di vedere la fine del regime. L’ottima conoscenza della lingua inglese e dei quadri militari alleati fu determinante per fare di Pizzoni il principale esponente del Clnai e ottenere risorse finanziarie enormi. La tecnica di Pizzoni era semplice: il presidente del Clnai faceva accreditare la somma del finanziamento alleato al Credito italiano e alla Banca commerciale di Roma liberata e poi sulla parola chiedeva la garanzia di quella somma depositata nella filiale delle stesse banche a Milano nel territorio della Repubblica sociale italiana. Un gioco rischioso, ma che giunse sempre a buon fine. Per capire il clima di critica che regnava intorno a Pizzoni basta leggere il manuale della lotta antifascista del dopoguerra: Il vento del Nord(Kaos edizioni, 2004) di Pier Giuseppe Murgia nel quale non viene perdonato a Pizzoni di aver incluso Edgardo Sogno nella delegazione del Clnai, che avrebbe siglato i cosiddetti Protocolli di Roma del 7 dicembre del 1944. Questo accordo avrebbe garantito agli alleati che il Clnai si sarebbe fatto da garante per il disarmo dei partigiani a liberazione avvenuta in cambio dei cospicui finanziamenti per continuare la guerra contro il nazifascisti. Da quel momento la sorte di Pizzoni è segnata: non fu solo il Pci, infatti, ma anche il Pd’a, su pressione del socialista Sandro Pertini, a osteggiarlo. Ma le cose stavano diversamente. Oscar Giannino in un’ intervista rilasciata a Liberal nel giugno del 1995 (pag. 22), ricordò che Valiani disse che la campagna contro Pizzoni era partita da Pertini. Nella seduta del Clnai del 19 aprile del 1945 Valiani disse, infatti, molto chiaramente: “Il presidente del Clnai deve essere, oltre che un uomo politico di partito, anche un combattente di questi ideali,. Chi può esserlo?”. Per Valiani e per i rappresentanti degli altri partiti Pizzoni, l’uomo che aveva permesso di far arrivare ingenti somme al Clnai con la sua sola parola, non poteva esserlo perché aveva la colpa di essere un patriota senza tessera di partito. L’Italia libera ha cominciato a lottizzare così. (pal)

sabato 23 aprile 2005

Diavolo di un Machiavelli a stelle & striscie

Il Velino cultura del 23 aprile 2005
La scalata “segreta” di Machiavelli negli Stati Uniti.
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Lo scorso ottobre Il Velino aveva dedicato un’ampia recensione all’ultimo libro di Michael Ledeen Il principe dei Neocons. Un Machiavelli per il XXI secolo (Nuove idee - 2004, Roma, titolo originale Machiavelli on Modern Leadership), un’opera che non ha fatto discutere molto il mondo politico italiano. Nel nostro Paese le teorie di Machiavelli sono spesso dimenticate. Dell’autore fiorentino probabilmente non piace ricordare il detto che per il Principe è più importante essere temuti che amati. Alla luce di questa considerazione era stato Joseph S. Nye, preside della Kennedy School of governement dell’università di Harvard, citando Machiavelli, a dire che per vincere la guerra al terrorismo gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare a “combinare meglio potere duro e potere soft” (fonte, International Herald Tribune). Poi è arrivato Ledeen che ha detto come il buon modello del Principe sia quello impersonato da Bill Gates. Come nasce questa passione made in Usa su Machiavelli e perché gli americani lo amano così tanto? E’ un interrogativo al quale è difficile dare una risposta. Ma quando gli Stati Uniti sono guidati da un’amministrazione repubblicana Machiavelli torna a essere principe: nel giugno del 1969 Anthony Pansini pubblicò Machiavelli and the United States of America (1400 pagine); poi è stata la volta dell’enciclopedia britannica che aveva messo Machiavelli insieme a Dante, Galileo e Pirandello. Kissinger o il famoso capo del controspionaggio Usa James Angleton, andavano in giro a citare le frasi del Il Principe di Machiavelli. E fu proprio Angleton che ispirò Sebastian De Grazia, un altro grande studioso di Machiavelli, che vinse il premio Pulitzer nel 1990 pubblicando Machiavelli all’inferno (1990), edito dalla Princeton University press. La giuria del celebre premio americano conferì questo merito a De Grazia per far conoscere al lettore americano uno degli uomini più incompresi e insieme più sorprendentemente attraente, i cui scritti hanno contribuito a creare il mondo politico in cui viviamo. De Grazia ha avuto un passato nei servizi segreti dove aveva lavorato Angleton. Il titolo del libro di De Grazia non deve ingannare: l’obiettivo dell’autore era quello di togliere Machiavelli dall’inferno, in virtù delle amicizie umili dell’autore del Principe che era “compagno di taverna di un beccaio, di un mugnaio e di altri artigiani”. Dieci anni dopo è arrivato Micheal Ledeen che ha spiegato agli italiani come Machiavelli possa essere considerato un esempio per gli italiani come aveva fatto Angleton. Era stato il capo del Sismi, Fulvio Martini, a dire che l’autore del Il Principe dei Neocons aveva lavorato ai margini della Cia (Commissione stragi del 6 ottobre del 1999, pag. 374) ai tempi in cui era stato professore all’università di Georgetown. Ma l’attenzione Usa per l’autore italiano del Rinascimento è un’altra. Machiavelli ha teorizzato il conflitto come condizione delle cose umane per il quale la pace è un eccezione e nessuno deve sorprendersi se in tempi come questi la figura di Machiavelli torni a emergere nella letteratura americana per mano di uomini che hanno avuto contatti con quello che possiamo definire il “potere invisibile”. De Grazia ed Angleton ne sono testimoni. (pal)

lunedì 11 aprile 2005

Almirante, la prima volta con il Papa

Vaticano: quella volta di Almirante
nel "recinto del baciamano"
Il Velino, 11 aprile 2005

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 11 apr (Velino) - Venti anni fa, nel corso dell’udienza generale in Vaticano si tiene il primo incontro tra Giovanni Paolo II e l’eurodestra con Giorgio Almirante in testa. Quello che passerà probabilmente alla storia come uno degli ultimi successi del leader missino è preparato con cura nell’arco di quattro mesi dalla dirigenza del Movimento sociale italiano. La “genesi” di questo incontro deve essere individuata dalla tribuna del congresso del Movimento sociale. Il 2 dicembre del 1984, il segretario del partito Giorgio Almirante inneggia alla “dottrina sociale di Papa Wojtyla”, lanciando lo slogan “con il Papa siamo sulla diritta via al di là del marxismo e del capitalismo”. In quei giorni Almirante aveva confessato ai vertici del suo partito il desiderio di poter incontrare il Papa alla vigilia delle elezioni amministrative. L’occasione arriva tra il 10 e il 12 aprile del 1985, quando l’eurodestra organizza un convegno sui mali dell’Europa nell’aula della Commissione Difesa del Senato.
All’incontro partecipano i 16 deputati eletti riuniti nel Gruppo delle destre europee. Nel gennaio del 1985 parte l’organizzazione di un incontro con il Papa. Ad aiutare il Msi ci pensa Olivier D’Ormesson, vicepresidente del Fronte Nazionale francese, figlio di Jean, che era stato ambasciatore di Francia presso la Santa sede. Nel Fronte nazionale francese era attivissimo il deputato europeo Bernard Antony, che aveva fondato il Movimento Cristianità-solidarietà. Mentre il Msi poteva contare sull’attivismo di Michele Marchio, amico personale del direttore dell’Osservatore Romano Mario Agnes. La strategia di Karol Wojtya negli incontri del suo pontificato era diversissima da quella di Paolo VI, che selezionava accuratamente i suoi ospiti. Ma questa apertura aveva creato non poche polemiche.
Infatti, il Papa era stato costretto a intervenire pubblicamente per spiegare le ragioni di alcuni incontri, soprattutto dopo quello del settembre del 1982 con Yasser Arafat. Il 15 gennaio del 1983, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede, Giovanni Paolo II disse che “la Santa Sede è aperta al dialogo con tutti, indipendentemente dalle loro caratteristiche umane, religiose e politiche. Ciò non significa che conceda alle persone che riceve una legittimazione o una rappresentatività politica, né che approvi le loro ideologie”. L’eurodestra si rivolge al prefetto della Casa pontificia Jacques Martin, ma il Papa si dichiara poco disponibile a un’udienza privata nei giorni tra il 10 e il 12 aprile. I deputati dell’eurodestra ripiegano e decidono di inviare una lettera in cui chiedono di partecipare come invitati all’Udienza generale del 10 aprile 1985. Ma per distinguersi dalla folla chiedono e ottengono di sedersi nel Recinto del baciamano, dove vengono fatti accomodare gli ospiti di rango. La mossa riesce. Il 9 aprile Mirko Tremaglia, responsabile esteri del Msi, invia i telegrammi agli eurodeputati per invitarli il giorno dopo in Piazza San Pietro: “Appuntamento per domani mattina alle 9 precise. Tutti in abito scuro”.
Per Le Pen, l’incontro con il Papa è preceduto dalla visita all’arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger. Il leader del Fronte nazionale francese presenta uno ad uno gli eurodeputati. La cerimonia dura tre minuti in tutto, ma sufficienti per i giornalisti che annotano le parole del Papa: “Continuate la vostra battaglia contro l’aborto”. Il giorno dopo i deputati europei si ritrovano in Piazza del Popolo per un comizio, per il quale Almirante scrive: “La nostra tradizione è fascista, ma è anche cattolica”. Ma queste iniziative non trovano il gradimento dell’estrema sinistra romana. Una molotov viene lanciata davanti alla Chiesa di Sant’Agostino, il cui parroco aveva benedetto la sede del Msi in via della Scrofa, un'altra bomba viene lanciata davanti alla Chiesa di San Carlo a pochi metri da Piazza del Popolo e un paio di macchine bruciate al Muro torto.

(pal) 11 apr 2005 16:18

venerdì 18 marzo 2005

Il miracolo che nessuno vuol vedere

Arriva in Italia "Il Miracolo di Berna"
Il Velino del 18 marzo 2005

di Lanfranco Palazzolo
(A destra il gol della vittoria di Rahn ai mondiali del 1954 contro l'Ungheria)

Roma, 18 mar (Velino) - E’ arrivato nei negozi il dvd di Sonke Wortmann Il miracolo di Berna (Das Wunder von Bern, 2003), che racconta il clamoroso e inatteso successo della Germania Ovest ai campionati del Mondo in Svizzera nel 1954. La storia è raccontata attraverso gli occhi di Matthias, un bambino che non ha mai conosciuto il padre e che ha eletto come proprio idolo un giocatore, Helmut Rahn, che milita nella squadra della sua città, Essen. L’ala destra della squadra di club tedesca diventa per Matthias la figura paterna, il suo principale punto di riferimento. Lo stesso Rahn, noto come Der Boss, ricorda al bambino che come suo portafortuna è in grado di fargli vincere “le partite più importanti”. A poche settimane dall’inizio dei mondiali in Svizzera, il padre di Matthias torna dopo undici anni di prigionia in Unione Sovietica. Il ragazzo dunque deve fare i conti con questa nuova figura. Un confronto difficile per i due che devono trovare un’intesa umana. Ben presto il rapporto degenera, ma a unirli arriverà inaspettato il miracolo avvenuto a Berna il 4 luglio del 1954 allo stadio Wankdorf. Naturalmente il miracolo di quel giorno che porterà Rahn a segnare il goal della vittoria ai campionati mondiali del 1954 è realizzato da Der Boss.
La vittoria della Germania Ovest ai campionati mondiali giocati in Svizzera ha storicamente un valore immenso per un paese che si stava leccando ancora le ferite della guerra conclusa nel 1945 e stava ripensando ai gravi errori del nazismo. Realizzare un film sportivo è difficile: in Europa sono davvero in pochi a esserci riusciti. Il pubblico italiano non ha seguito molto l’opera realizzata da Wortmann. Forse gli italiani non amano le imprese sportive degli altri paesi, soprattutto quando si tratta della Germania?. In quest’occasione è stato un errore ignorare il film. L’opera cinematografica ricostruisce con precisione maniacale il clima di quegli anni ed è diverso da tanti film sportivi che siamo stati abituati a vedere. Dalle immagini del film emerge che tra gli avversari ungheresi della finale del 1954 e la Germania Ovest c’è un grande rispetto e lealtà sportiva. Un fratello di Matthias è comunista e nel corso del film fuggirà nella Repubblica democratica tedesca abbandonando la famiglia. Il regista sfugge a questa sterile contrapposizione, cercando nel passato dei protagonisti della Germania la chiave dei propri errori. L’onestà intellettuale e la pulizia morale del film è in questo semplice concetto.
Vedendo oggi Il Miracolo di Berna, non possiamo che rammaricarci, come italiani, per non essere stati in grado di costruire un analogo miracolo cinematografico che riporti alla memoria le nostre imprese sportive del passato: non abbiamo mai raccontato le difficoltà dell’Italia del secondo dopoguerra raffrontandole, per esempio, con le imprese sportive del grande Torino. Ha vinto la retorica della piccola provincia neorealista come è accaduto ne Gli eroi della domenica di Mario Camerini (1952). Cosa ha saputo produrre il nostro cinema su questo? Non possiamo accontentarci del giovane contestatore Luigi Lo Cascio che ne La meglio gioventù inneggia alla Corea del Nord ai mondiali di calcio del 1966 in Gran Bretagna o al capolavoro di Luigi Barzini che ci racconta le solite storie sui giovani sessantottini che si riuniscono per vedere Italia e Germania del 1970 (Italia Germania 4 a 3, 1970). Forse i giovani sessantottini del film di Barzini dimenticano che alla vigilia del 1970 disprezzavano gli undici eroi dell’Atzeca come dimostrò impietosamente la trasmissione di Renzo Arbore Speciale per voi (1970) in cui era ospite Gianni Rivera che di quella impresa fu il principale protagonista.

(pal) 18 mar 2005 12:14

sabato 26 febbraio 2005

Il Labour non vuole candidare una ex prostituta

Il Velino cultura del 26 febbraio 2005
Se una ex prostituta non può candidarsi per il Labour
di Lanfranco Palazzolo


Roma - E’ di oggi la notizia che Christine Wheatley vorrebbe candidarsi per il partito laburista alle prossime elezioni in Gran Bretagna nel collegio di Copeland. Per i laburisti si trattava infatti di trovare il candidato successore del deputato uscente Jack Cunningham. Ma quando il partito laburista ha scoperto che la Wheatley, oltre ad aver conseguito una laurea ad Oxford, aveva fatto la prostituta a Parigi negli anni ’70, il portavoce del partito di Blair ha rimproverato l’aspirante candidata di non aver scritto nulla sul curriculum di presentazione. Risultato: la Wheatley non si candiderà. Il mondo politico di sinistra, ancora una volta si dimostra inflessibile nei confronti del mestiere più antico del mondo a dispetto dell’apparente tolleranza. I rituali della politica ci insegnano che la prostituzione è stata utilizzata come simbologia della peggiore umiliazione per gli sconfitti. Fu proprio per questo che quando i crociati misero a ferro e fuoco nel 1204 la città di Costantinopoli, lo storico Niceta Coniate scrisse che una “donna cantò canzoni sconce e danzò con immodestia nel luogo santo”. Il giornalista Gad Lerner rammentando questo episodio sulla pagina culturale del Corriere della Sera ha scritto come “l’immagine che ancora brucia più di ogni altra, nonostante siano passati otto secoli, resta quella della prostituta fatta accomodare dai crociati sul trono del patriarca bizantino, proprio lì, nella cattedrale di Santa Sofia, la più antica e più grande del mondo cristiano, consacrata dall’imperatore Costantino al centro della nuova Roma” (5 maggio 2001). Il monito della politica nei confronti della prostituzione è proseguito anche in anni più recenti. Il senatore dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, reduce dall’elezione nel collegio senatoriale del Mugello, presentò un disegno di legge che contemplava “la decadenza dai pubblici uffici” per chi osava andare con una prostituta. Il senatore spiegava nella relazione al ddl che “se non si colpisce il soggetto principale, colui che genera il fenomeno della prostituzione e della sua organizzazione, la domanda non si ridurrà mai e l’organizzazione diverrà sempre più spietata ed attrezzata”. La stessa durezza utilizzata dal ministro della giustizia socialista Elisabeth Guigou, considerata la più umana dei guardasigilli d’Oltralpe, che rifiutò di reintegrare il magistrato (di sinistra) Philippe Le Friant, colpevole di aver nascosto nella sua abitazione una prostituta che rischiava di essere uccisa dal suo sfruttatore. Tra il giudice Le Friant e la prostituta era nata una storia d’amore che era proseguita dopo l’espulsione dalla magistratura del giudice. Una storia che aveva turbato la Francia romantica e sessantottina. Ma questo turbamento non era bastato a far tornare Le Friant in magistratura, così come non ha permesso alla Wheatley di candidarsi alla Camera dei Comuni. (pal)

giovedì 13 gennaio 2005

Cosa fa la GAD con le tessere di partito?

La Grande alleanza delle tessere 'fantasma'
Il Velino del 13 gennaio 2005

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Si scrive Gad, si legge Gat: la grande alleanza delle tessere. Per anni i partiti centristi sono stati demonizzati per l’utilizzo del tesseramento. Ma il centrosinistra dimostra di non essere da meno dopo la fine della Seconda Repubblica. La vicenda che vede protagonista Rifondazione comunista che avrebbe gonfiato di dodicimila iscritti il tesseramento, secondo quanto sostengono le opposizioni interne al partito, non deve sorprendere nessuno. Nei giorni scorsi era toccato ai Democratici di sinistra di Enna. Fabio Mussi e Claudio Fava hanno denunciato il tesseramento fantasma del partito locale guidato dai fassiniani. Gli uomini del centrosinistra sono esperti nella politica del tesseramento. Il deputato del gruppo misto Pino Pisicchio, che in passato aveva militato nell’Udeur di Clemente Mastella, si era inventato una sorta di monopoli del tesseramento da cui risultava che “con 20 miliardi sarebbe stato possibile comprare lo scudo-crociato” (La Stampa, 14 febbraio 2002). Altro che partito azienda Berlusconiano. Anzi, attraverso l’utilizzo delle tessere sono stati sperimentati dei nuovi sistemi di alleanza politica. Infatti, “a leggere i ricorsi, è successo di tutto, tra gli zelanti seguaci di Antonio Bassolino e del suo rivale il dalemiano Vincenzo De Luca. Addirittura 10 militanti del Ppi si sono ritrovati con la doppia tessera” (Corriere della Sera, 10 settembre 2001). Alla vigilia del 2001 erano stati invece i fassiniani a denunciare le irregolarità che si stavano verificando sul tesseramento. A finire nell’occhio del ciclone fu un autorevole esponente del Correntone: “Così i sostenitori di Fassino minacciano di bloccare tutto se non verranno cancellate le 1.200 tessere che a Manfredonia, nel collegio di Piero Fassino, hanno fatto lievitare il partito: l’anno scorso le tessere erano 200, ma a quanto spiegano i sostenitori di Fassino alcune cooperative di pescatori si sono convertite alla causa berlingueriana durante la vacanza dello stesso Folena in Puglia” (Corriere della sera, 10 settembre 2001). Non deve sorprendere nessuno che il futuro capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro si presenta all’assemblea della Dc di Sorrento proponendo di intitolare il 2 novembre alla festa del tesseramento. Ma uno degli scontri più epici in materia si è verificato tra il presidente della Margherita Francesco Rutelli e il prodiano Arturo Parisi. I due dedicano ben cinque ore di interventi con 34 oratori, di entrambi gli schieramenti interni, per far prevalere la propria tesi sul tesseramento. Per il quotidiano la Repubblica del 3 agosto 2004, “il braccio di ferro in direzione l’hanno vinto Rutelli e Marini, è passata la loro proposta di un nuovo regolamento per l’adesione al partito. Parisi e il senatore Cambursano non hanno polemicamente partecipato alla votazione conclusiva”. L’accusa del professore filoprodiano è che la scelta rutelliana “snatura lo statuto del partito, che è federale”. Chissà cosa accadrà quando nascerà il partito riformista e la concezione delle tessere Ds si scontrerà con quella pseudofederale della Margherita. Il problema è che questo malcostume non è destinato a finire. In un’inchiesta pubblicata il 17 agosto del 2003 parla di “tessere e feste in ripresa”. La tessere restano quindi al centro della conquista di consenso nei partiti. Il quotidiano della Confindustria spiega che “in questa operazione sono favoriti soprattutto i Ds in grado di giovarsi di questa forte opposizione che non si lascia tentare dalla scelta irosa dei girotondi”. (pal)