giovedì 13 gennaio 2005

Cosa fa la GAD con le tessere di partito?

La Grande alleanza delle tessere 'fantasma'
Il Velino del 13 gennaio 2005

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Si scrive Gad, si legge Gat: la grande alleanza delle tessere. Per anni i partiti centristi sono stati demonizzati per l’utilizzo del tesseramento. Ma il centrosinistra dimostra di non essere da meno dopo la fine della Seconda Repubblica. La vicenda che vede protagonista Rifondazione comunista che avrebbe gonfiato di dodicimila iscritti il tesseramento, secondo quanto sostengono le opposizioni interne al partito, non deve sorprendere nessuno. Nei giorni scorsi era toccato ai Democratici di sinistra di Enna. Fabio Mussi e Claudio Fava hanno denunciato il tesseramento fantasma del partito locale guidato dai fassiniani. Gli uomini del centrosinistra sono esperti nella politica del tesseramento. Il deputato del gruppo misto Pino Pisicchio, che in passato aveva militato nell’Udeur di Clemente Mastella, si era inventato una sorta di monopoli del tesseramento da cui risultava che “con 20 miliardi sarebbe stato possibile comprare lo scudo-crociato” (La Stampa, 14 febbraio 2002). Altro che partito azienda Berlusconiano. Anzi, attraverso l’utilizzo delle tessere sono stati sperimentati dei nuovi sistemi di alleanza politica. Infatti, “a leggere i ricorsi, è successo di tutto, tra gli zelanti seguaci di Antonio Bassolino e del suo rivale il dalemiano Vincenzo De Luca. Addirittura 10 militanti del Ppi si sono ritrovati con la doppia tessera” (Corriere della Sera, 10 settembre 2001). Alla vigilia del 2001 erano stati invece i fassiniani a denunciare le irregolarità che si stavano verificando sul tesseramento. A finire nell’occhio del ciclone fu un autorevole esponente del Correntone: “Così i sostenitori di Fassino minacciano di bloccare tutto se non verranno cancellate le 1.200 tessere che a Manfredonia, nel collegio di Piero Fassino, hanno fatto lievitare il partito: l’anno scorso le tessere erano 200, ma a quanto spiegano i sostenitori di Fassino alcune cooperative di pescatori si sono convertite alla causa berlingueriana durante la vacanza dello stesso Folena in Puglia” (Corriere della sera, 10 settembre 2001). Non deve sorprendere nessuno che il futuro capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro si presenta all’assemblea della Dc di Sorrento proponendo di intitolare il 2 novembre alla festa del tesseramento. Ma uno degli scontri più epici in materia si è verificato tra il presidente della Margherita Francesco Rutelli e il prodiano Arturo Parisi. I due dedicano ben cinque ore di interventi con 34 oratori, di entrambi gli schieramenti interni, per far prevalere la propria tesi sul tesseramento. Per il quotidiano la Repubblica del 3 agosto 2004, “il braccio di ferro in direzione l’hanno vinto Rutelli e Marini, è passata la loro proposta di un nuovo regolamento per l’adesione al partito. Parisi e il senatore Cambursano non hanno polemicamente partecipato alla votazione conclusiva”. L’accusa del professore filoprodiano è che la scelta rutelliana “snatura lo statuto del partito, che è federale”. Chissà cosa accadrà quando nascerà il partito riformista e la concezione delle tessere Ds si scontrerà con quella pseudofederale della Margherita. Il problema è che questo malcostume non è destinato a finire. In un’inchiesta pubblicata il 17 agosto del 2003 parla di “tessere e feste in ripresa”. La tessere restano quindi al centro della conquista di consenso nei partiti. Il quotidiano della Confindustria spiega che “in questa operazione sono favoriti soprattutto i Ds in grado di giovarsi di questa forte opposizione che non si lascia tentare dalla scelta irosa dei girotondi”. (pal)

lunedì 10 gennaio 2005

"Europa", il quotidiano di tutti e di nessuno

Ecco il giornale di Nino Rizzo Nervo
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 10 gennaio 2008

Europa, quotidiano della Margherita, torna alla ribalta delle polemiche dopo che venerdì scorso è stato pubblicato l’articolo dal titolo “Due cose da dire con chiarezza” nel quale viene spiegato un concetto molto semplice: “Romano Prodi è il leader del centrosinistra e dell'Alleanza”. E poi, “la Federazione dell'Ulivo è la scelta strategica sia dei Ds che della Margherita. Bene. Quello che c'era da dire è stato detto, ci pare anche con la dovuta chiarezza. Ora possiamo parlar d'altro?”. Questo articolo ha fatto arrabbiare uno dei membri del cda del quotidiano, il capogruppo della Margherita al Senato Willer Bordon. E non solo Bordon. Ma la polemica non deve sorprendere. Qualcuno nella Margherita, soprattutto tra i prodiani, pensa che Europa sia nelle mani di una corrente: quella dei rutelliani. Tutti sanno che Europa è il frutto di un’iniziativa editoriale sostenuta dall’onorevole Paolo Gentiloni che aveva dato alla stampa questo ritratto del neonato quotidiano: “Non sarà un classico organo di partito, ma un giornale politico per tutta l’area della Margherita” (Corriere della Sera, 9 febbraio 2003). Una premessa che viene smentita quasi subito. Il cattolico Nino Rizzo Nervo, direttore del quotidiano, non cerca di mediare tra le varie anime del partito ed entra nello scontro tra le diverse componenti. Il 24 settembre del 2003, il giornale attacca la Conferenza episcopale con un articolo del corsivista Vladimir, i parlamentari cattolici protestano contro il quotidiano, ben 13 senatori della Margherita attaccano la direzione del quotidiano: “A che serve questo attacco? Certamente non alla Margherita, né al giornale. In questo modo Europa non si qualifica come quotidiano serio ed informato e soprattutto come utile strumento alla politica del nostro partito” (Avvenire, 25 settembre 2003). Il direttore Nino Rizzo Nervo sceglie un modo molto singolare per rispondere a queste critiche: si fa intervistare dall’Unità. Il 27 settembre del 2003, Rizzo Nervo spiega la sua strategia al quotidiano concorrente dei Ds: “Proprio perché mi interessa l’autonomia del giornale voglio tenerlo fuori dalle polemiche interne”. Poi fa però entrare nella polemica Franco Marini spiegando che fu proprio lui “a porre il problema nel ’98 quando in un’intervista rimproverò al giornale delle Conferenza episcopale, l’Avvenire, di essere diventato quasi un organo di Fi. Per questo non trovo nulla di scandaloso se oggi un collaboratore di Europa ripropone un tema della stessa natura”. La musica non cambia quando si svolge il congresso della Margherita (marzo 2004). Mercoledì 17 marzo 2004, il vicepresidente della Margherita Arturo Parisi si arrabbia perché non trova alcun cenno al suo intervento al congresso del partito che si era svolto il fine settimana precedente. Nino Rizzo Nervo risponde: “Vorrei ricordare che Europa non è in edicola lunedì” (Corriere della Sera, 18 marzo 2004). Vero. Ma la dichiarazione di Parisi era stata fatta mercoledì e dopo che erano usciti i primi due numeri congressuali. Un buco clamoroso. Infatti, Parisi nega a Rizzo Nervo un’intervista riparatrice. Dopo le ferie estive, Rizzo Nervo si ritrova ancora sotto processo e si incomincia a parlare delle sue dimissioni. Il direttore si affida all’Unità per difendersi e spiega: “Si tratta di una vicenda strumentale, che nasce dall’eccessiva attenzione per le piccole beghe interne alla Margherita”. Ma è proprio Europa che torna ad alimentate queste “beghe interne”. Il 23 settembre scorso il senatore Luigi Zanda prende carta e penna e scrive al quotidiano: “Ho letto anche qualcosa che non mi è piaciuto e cioè che sarei un senatore ‘rutelliano’. Non è vero: Io sono un senatore della Margherita e Francesco Rutelli è il Presidente del partito. Punto e basta (…) Cessate di classificare deputati e senatori in rutelliani, mariniani, parisiani, prodiani, ex Ppi, ex democratici, eccetera, eccetera” (Europa, 24 settembre 2004). E la polemica arriva fino ad oggi senza fermarsi. Cosa dirà stavolta Nino Rizzo Nervo all’Unità? (pal)

domenica 9 gennaio 2005

La lezione di Leonardo

«LEONARDO SCIASCIA DEPUTATO RADICALE»
La lezione morale e civile
di CARLO DE RISIO
"Il Tempo", 9 gennaio 2005
Uno spirito libero, come Leonardo Sciascia, ha lasciato,
anche come parlamentare, una traccia che il trascorrere del tempo non ha cancellato.

La scelta dello scrittore siciliano (scomparso nel 1989) di candidarsi come indipendente nelle liste del partito radicale, avvenne dopo il distacco dal partito comunista di Berlinguer. La svolta eurocomunista del Pci e il consociativismo con la Dc, avevano trovato su posizioni critiche l'autore de «Il Contesto» e di «Todo modo». Per chi voleva vedere lontano — e Sciascia era uno di questi — l'assetto politico aveva i giorni contati, nonostante i tatticismi, le giravolte e i compromessi, compreso quello «storico» tra i due maggiori partiti. Anni terribili, quelli dal 1979 al 1983, scanditi da uccisioni ad opera dei terroristi rossi e neri e della mafia, mentre il delitto Moro era tutt'altro che archiviato, con le sue numerose zone d'ombra. Con scelta felice, Lanfranco Palazzolo ha colto i momenti più significativi della esperienza di Sciascia, al quale non mancò mai la capacità di osservatore, di testimone del suo tempo. A questo riguardo, esemplare fu il comportamento di Sciascia nella Commissione d'inchiesta sul delitto Moro: incalzanti, serrate, precise le domande da lui rivolte ad Andreotti, Cossiga, Zaccagnini, Berlinguer, a vario titolo protagonisti dei 55 giorni, a conclusione dei quali il dirigente democristiano fu ucciso dalle brigate rosse. Al termine dei lavori della Commissione, Sciascia non votò né la relazione di maggioranza (Dc-Pci), né quella del Psi. Ne scrisse una propria, di venti pagine, che si legge tutta d'un fiato, appendice sullo stesso argomento di un pamphlet scritto precedentemente. Vi sono puntigliosamente annotati i ritardi, le lentezze, le omissioni (quante non occasionali?) di un caso ancora non del tutto chiarito, dopo oltre un quarto di secolo. L'allora collega del gruppo radicale, Marco Boato, ricorda che quando Sciascia interveniva nell'aula di Montecitorio «si creava un gran silenzio», fatto di rispetto e di apprezzamento: una lezione, sempre, di morale e di coraggio civile, virtù non molto diffusa tra gli intellettuali di casa nostra, più inclini al compiacimento che non alla critica nei confronti del potere, di qualsiasi colore esso sia.

A cura di Lanfranco Palazzolo
«Leonardo Sciasciadeputato radicale 1979-1983»
Kaos Edizioni, 262 pagine, 15 euro
09/01/2005

venerdì 7 gennaio 2005

Romano Prodi abbraccia Asor Rosa

Romano Prodi contro Francesco Rutelli
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino 7 gennaio 2005

Dove sono finiti i prodiani? Romano Prodi sta cercando la via d’uscita dalla crisi e i maggiori ostacoli sembra li stia trovando proprio in Francesco Rutelli e in quello che dovrebbe essere il suo partito di riferimento, la Margherita. Il docente universitario Alberto Asor Rosa illumina la scena politica spiegando al quotidiano l’Unità: “Secondo me ci sono più prodiani convinti in questa zona della sinistra che non nella Margherita”. È una conclusione coerente con quella che è stata la scelta del Professore in questi mesi. Da presidente della Commissione europea, Prodi aveva bocciato l’impalcatura rutelliana della Margherita e aveva fatto questa considerazione: “Nell’evoluzione del quadro politico europeo i partiti che fanno capo al Ppe tendono sempre più a occupare lo spazio dei conservatori. E perciò come può la casa dei riformisti stare in futuro nel Ppe?” (La Stampa, 9 ottobre 2000, “Prodi Boccia la Margherita Dc”). Non è un caso che, per ovviare a questo limite, Rutelli abbia scelto a livello europeo l’approdo nel gruppo liberale, e che Prodi abbia invece mantenuto un certo distacco continuando ad occhieggiare al Pse. Non avendo sanato questa contraddizione, la scelta della lista unica per le elezioni europee si è rivelata, alla luce di quanto sta succedendo, un errore grossolano. Ed ecco che oggi le parole di Ciriaco De Mita, contrario a quell'opzione, risultano quasi profetiche: “Alla base della sua proposta c’è sicuramente una scelta tattica, scelta che in politica è a volte necessaria: ma quando la tattica sovrasta la strategia finiscono per sparire l’una e l’altra. A Prodi, piuttosto, possiamo chiedere un altro impegno. Guidare la Margherita alle Europee” (La Repubblica, 29 luglio 2003). Ma Prodi non lo aveva voluto ascoltare. E basta leggere le considerazioni dell’ultimo segretario del partito cattolico Mino Martinazzoli per capire l’errore del Professore: “L’idea di Prodi di costruire un grande partito riformista è l’unica idea politica sul tavolo. Mi immalinconisco a vedere che c’è chi frena. Quando i signori della Margherita spiegano che la loro sigla, Dl, significa democrazia e libertà mi arrabbio un po" (Corriere della Sera, 6 agosto 2004). Non deve sorprendere nessuno che l’ex ministro degli Esteri del governo Prodi, Lamberto Dini, abbia dichiarato: “Prodi sarà pure vicino, ma non fa parte del partito. Credo che non dovrebbe aver troppo peso nelle nostre vicende interne”. Di questa scuola non fa parte il filosofo Massimo Cacciari che consiglia all’ex presidente della Commissione Ue quanto segue: “Prodi dovrebbe dire: ‘il mio partito è la Margherita’”, aggiungendo che “se fa il leader super partes, saranno i partiti a scegliere su tutto il resto” (Il Riformista, 9 ottobre 2004). Ma una cosa è certa: oggi Prodi sembra aver perso questo treno. Così, Prodi si ritrova in braccio ad Alberto Asor Rosa, l’intellettuale che aveva salutato la caduta di Prodi nel 1998 come il “felice insediamento di Massimo D’Alema, segretario dei Ds, a palazzo Chigi” (la Repubblica, 28 ottobre 1998 “L’operazione D’Alema e il futuro della sinistra”). (pal)

mercoledì 5 gennaio 2005

"Liberazione" ambigua su Mario Monti

Evviva il compagno Monti
di Lanfranco Palazzolo
5 gennaio 2005

Rina Gagliardi sprofonda nella palude. Il condirettore di Liberazione trova il modo e il tempo per parlare del “candidato Mario Monti” sull’edizione del quotidiano di Rifondazione di ieri, riprendendo un articolo pubblicato dall’economista lombardo sul Corriere della Sera del 3 gennaio. La Gagliardi, citando l'editoriale, trova che in Mario Monti ci sia qualcosa di buono: “Monti, nel suo decennale lavoro alla Ue, vi si è cimentato in tutte le direzioni, contro l’impero informatico di Bill Gates, ma anche contro i ‘capitalismi di Stato’ europei forti e di per sé gelosi, come quello francese”. Per la Gagliardi, “Monti homo novus come inquilino di palazzo Chigi non sarebbe soltanto la prova provata della capacità dell’opposizione di rinnovarsi, senza ripetere gli schemi del passato, sarebbe la garanzia più genuina della fisionomia liberale e moderata della Gad”. Questa frase potrebbe essere la premessa per una bocciatura politica inappellabile, ma la Gagliardi conclude: “Vediamo se e quando sarà raccolto” quello che viene definito l’appello di Monti per candidarsi alla guida del centrosinistra. Dal Liberazione sarebbe stato lecito aspettarsi una bocciatura preventiva per una possibile candidatura di Mario Monti. Invece, Liberazione condisce la propria ambiguità con un'intervista al coordinatore della segreteria dei Ds Vannino Chiti dal titolo embematico: “Monti ‘Ulivista’ che piace alla Quercia”. Quindi nessuna bocciatura per Monti. Gli economisti di Rifondazione disprezzano Mario Monti. Considerano l’ex commissario europeo come un uomo che crede al “dogma liberista”. Andrea Ricci, responsabile del dipartimento economico di Rifondazione comunista e autore del libro Dopo il liberismo (Fazi editore) spiega che “il profilo di Monti è dunque quello di un tecnico di alto livello, di orientamento politico conservatore e di assoluta fede neoliberista, inserito nel mondo della finanza internazionale, già componente dei consigli di amministrazione di Fiat, Generali e Comit (…). Nessuna sorpresa, dunque, ha destato quindici giorni fa l’offerta di Berlusconi per la poltrona di ministro” (Liberazione, 25 luglio 2004). L’economista azzarda anche un altro paragone sottolineando che sul piano dell’interpretazione neoliberista “Monti sta a Buttiglione come, sul piano dell’interpretazione della morale biblica, Calvino sta a un padre gesuita”. Ma la sorpresa diventa più grande se andiamo a comparare l’editoriale della Gagliardi del 4 gennaio con quanto scritto dalla stessa giornalista ne “La grande palude” del 4 luglio del 1999. In questo articolo su Liberazione, la Gagliardi critica la scelta del governo D’Alema di mandare Monti a Bruxelles per un secondo mandato da commissario Ue sottolineando che “la verità è che ormai l’indistinzione tra destra e sinistra è arrivata a un punto tale da rendere totalmente indifferenti le scelte di contenuto, identità, di orientamento politico: esistono uomini e donne buoni per tutti i governi, fungibili per tutte le coalizioni, adatte a tutti i tipi di equilibrio. Monti? È un economista indipendente, e la politica economica dell’Europa, come è noto, è una branca ‘indipendente’, anzi, neutra, della politica”. Quello che allora la Gagliardi definiva il “tutto uguale a tutto” che sprofonda “in una spaventosa massa paludosa” oggi sembra sparito. (pal)

martedì 4 gennaio 2005

Maremoto, le Ong contro Emma Bonino

Perchè hanno paura di Emma?
Il Velino del 4 gennaio 2005
di Lanfranco Palazzolo

Quali potrebbero essere i risvolti politici della candidatura di Emma Bonino come commissario straordinario Onu alla gestione degli aiuti umanitari nel Sudest asiatico e soprattutto quali potrebbero essere le reazioni degli ambienti del Terzo settore? Molti vedono nell’ex commissario la persona ideale per occuparsi della tragedia umanitaria in questa parte del Mondo. Ma le Ong di sinistra non apprezzano l’impostazione radicale sui temi dell’aiuto umanitario e della cooperazione. Va anche tenuto conto che l’ex commissario europeo è stato per anni alla guida di Echo, l’ufficio dell’Unione europea che aveva il compito di coordinare gli aiuti umanitari. Il ruolo di questo ufficio europeo non è mai stato gradito dalle Ong europee per il modo in cui la Bonino ha guidato questo ufficio. Basta leggere la rivista Tempi del 14 ottobre 2004 per trovare questo profilo critico del ruolo di Echo e del comportamento della Bonino: “Dal 1992 è stato lo strumento operativo dell’Unione europea per gli interventi umanitari nelle situazioni di emergenza: Echo è intervenuto fino a oggi in 128 Paesi, ovvero tutti gli Stati del mondo esclusi quelli sviluppati! La struttura europea ha utilizzato in questi anni un budget di quasi 10 miliardi di euro, drenando progressivamente e definitivamente fondi alle attività di cooperazione e sviluppo. Negli ultimi dieci anni le emergenze umanitarie sono passate da una ventina a oltre sessanta. Per qualcuno, però, l’emergenza è generalizzata e perenne: si interviene ovunque, come fa Echo, senza un piano preciso né una reale finalità”. In altre parole, la Bonino avrebbe guidato questo ufficio senza seguire una strategia precisa. Hanno ragione? Si tratta di critiche forse ingenerose se si tiene conto dell’impostazione politica degli aiuti delle Ong in Asia. Va tenuto conto che la battaglia radicale contro la fame nel mondo è stata decisiva per lo sviluppo delle Ong italiane. Grazie anche a quelle iniziative radicali, nel 1985 si arrivò alla nascita del Fondo aiuti italiani (Fai) che fu determinante per lo sviluppo delle Ong nel nostro paese e per l’approvazione della legge 49 del 1987. Ma la verità non sta mai da una parte sola. Per capire se è vero che Echo non ha avuto una strategia ben precisa bisogna andare a leggere la bibbia del buonismo umanitario: Attenti ai buoni (Oscar Mondadori). Nel suo libro Mario Giordano scrive: “Nel gran bazar comunitario c’è un programma per ogni esigenza: ce n’è uno per aiutare chi vuole girare un film nei Caraibi e ce ne un altro per chi vuole girare un film alle Hawai. Poi ci sono gli aiuti per Kiribati, Tonga, Tuvali, Belize, Papua Nuova Guinea e per altri paesi della Convenzione di Lomè (43 mila miliardi di lire in cinque anni, 22 miliardi di euro circa)”. Secondo la vecchia spartizione partitocratica della cooperazione, il continente asiatico è sempre toccato alla sinistra. Per avere prova di questo basterebbe guardare i Paesi beneficiati dagli aiuti umanitari dell’Italia in Asia: si tratta di Vietnam e della Cina. Ecco perché il “piglio da manager” della Bonino potrebbe dare fastidio a qualcuno delle Ong di sinistra. Ma le organizzazioni non governative di sinistra hanno i titoli per sollevare la questione? Sfogliando gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione della politica di cooperazione nei paesi in via di sviluppo (1994-1996), nella relazione finale, si scopre che c’è stata una missione dei commissari parlamentari in Asia. La visita (luglio 1995) si svolge in Vietnam e Cina. I risvolti della missione in Vietnam sono grotteschi. Si scopre che la Iscos, Ong legata alla Cisl stanzia ben “830 milioni in un solo anno solo per la formazione dei sindacalisti” in Vietnam (pagina 70 della relazione finale della Commissione). Un membro della Commissione ricorda: “Sento la personale necessità, dopo quello che io e il presidente Provera (Lega Nord, ndr) abbiamo visto negli ospedali (per modo di dire, ospedali), di protestare vivamente contro questo sperpero di denaro pubblico, a scapito di questioni urgentissime. Pensate colleghi, che il dottor (...) dell’Iscos percepisce uno stipendio mensile spropositato” pagina 70). Ma la Cisl non è l’unica ad avere in mano questo tipo di progetti. A pagina 71 della relazione finale si legge: “Al momento, per i dati a nostra conoscenza, sappiamo che l’organizzazione non governativa Progetto-Sud, della Uil, ha gestito progetti per i quali sono stati impegnati finanziamenti ammontanti a L. 52.200.399.700 di cui L. 39.357.486.490 erogati, L’Iscos, della Cisl, L. 72.584.666.200 impegnati, di cui L. 63.056.961.725 erogati; Progetto sviluppo della Cgil, L. 45.913.165.000 impegnati, di cui 34.147.504.660 erogati” (pagina 71). Se la Bonino verrà nominata commissario Onu per gli aiuti nel Sudest asiatico sarà curioso vedere se verrà riproposta l'accusa che ha... “il piglio da manager”. (pal)

lunedì 3 gennaio 2005

Indymedia contro Berlusconi

Elogio del treppiedi
Il Velino del 3 gennaio 2005
di Lanfranco Palazzolo

E’ stato senza dubbio un bene evitare di censurare il sito internet Indymedia. Leggendo gli interventi che appaiono nel sito dell’Independent Media center si comprende che l’odio scatenato contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non è il frutto dell’immaginazione di qualche esponente politico. Basta leggere i messaggi che sono apparsi su questo sito il 1° e il 2 gennaio sull’aggressione avvenuta il 31 dicembre contro Silvio Berlusconi a Piazza Navona. Il sito presenta la vicenda così: “Roberto: un lavoratore, un muratore di 28 anni, figlio di Franco, un operaio. Si era recato a Roma per festeggiare il Capodanno, e giunto a Piazza Navona ha visto un premier che salutava la folla. Non era un premier qualsiasi, era Silvio Berlusconi, quello della guerra in Iraq, quello della precarietà, quello della mafia, quello della P2. Insomma, ci siamo capiti. Ma quel capodanno il premier ha fatto l'errore di salutare anche Roberto, il quale si è chiesto: ‘Ma allora mi prendi per il culo?’, e a tale pensiero ha issato la bandiera del treppiedi e lanciato la potentissima arma contro Berlusconi”. Alla pubblicazione della notizia, il mattino dopo sono subito apparsi i messaggi deliranti dei frequentatori del sito. Bdl scrive alle 11 del mattino del giorno di Capodanno che “in tutto il paese nascono spontanee le brigate del Bosco. Forza Roberto!”. Un altro utente, che non si firma, scrive: “Finalmente qualcuno si ribella al nano rifatto! Forza Roberto! Forza treppiedi!”. Ma c’è anche chi propone una sottoscrizione per Roberto Dal Bosco. Qualcuno sostiene la proposta: “Siamo tutti rallegrati dal gesto spontaneo, naturale ed eroico di Roberto ma ora lo dobbiamo salvare dalle grinfie dello Stato. Troviamo un collegio di avvocati magari quelli del G8, di movimento insomma, mandiamo un telegramma, fonti giornalistiche lo danno a Regina Coeli, quale struttura Romana si offre per funzionare da raccordo sottoscrittori, avvocato ecc.”. Un altro anonimo parla di “una bella notizia che ha reso felici tanti italiani! Niente di clamoroso, giusto una chicca da settima pagina che ti mette di buon umore! Chissà quanti gliene hanno mandati di colpi in questi anni e una mattina del nuovo anno succede quello che nessuno s'aspetta. Il treppiedi beffardo che diretto con precisione dal desiderio di tanti colpisce la sacra capoccia. Evviva il 2005 che è iniziato con un vero botto, anzi una botta! Grazie presidente per averci regalato un primo gennaio di allegria e risate!”. Un altro frequentatore del sito spiega che “l’autore è un bravo ragazzo, un muratore, tranquillo, dei Ds, figurarsi! La quintessenza della legalità. Mica un commando anarcoinsurrezionalista. Devastante!”. C’è anche chi pubblica una foto della statua della libertà che invece della fiaccola, tiene in alto un treppiedi. Segue questo commento: “Dedichiamo questo enorme trionfo a te Roberto, nostro sommo maestro e amico, anche stavolta il tiranno è capitolato miseramente innanzi alla giustezza dei tuoi insegnamenti e alla profondità della tua dottrina!”. (pal)