sabato 30 aprile 2005

La Resistenza guidata da un banchiere


Il Velino cultura del 30 aprile 2005
Alfredo Pizzoni: un banchiere della Resistenza
di Lanfranco Palazzolo


Roma - La storia di Alfredo Pizzoni (1895-1958), che fu presidente del Comitato di liberazione nazionale alta Italia, è emblematica. A tirarla fuori dalla polvere degli archivi americani ci ha pensato Tommaso Piffer che ha pubblicato con Il banchiere della Resistenza (Le Scie Mondadori, 2005) le vicende di Alfredo Pizzoni, “protagonista cancellato della guerra di liberazione”. La colpa di Pizzoni fu quella di non essere iscritto a nessun partito e per questa ragione fu cacciato dalla presidenza del Clnai dopo aver permesso alla guerra di resistenza di ricevere miliardi di lire per finanziare la lotta di liberazione.

Un personaggio scomodo per la sinistra ideologica e anche per gli azionisti, che furono decisivi per la sua defenestrazione nella riunione del Clnai avvenuta il 27 aprile del 1945. Perché questa storia torna alla luce solo oggi? Tommaso Piffer, nel corso di una ricerca sulla storia finanziaria della resistenza, si era imbattuto nella figura di Alfredo Pizzoni, brillante funzionario del Credito italiano, costretto a prendere la tessera fascista negli anni Trenta e arruolatosi volontario nell’esercito italiano per non sottrarsi al suo dovere ma che altrettanto prontamente aveva preso contatto con gli ambienti antifascisti, desiderosi di vedere la fine del regime. L’ottima conoscenza della lingua inglese e dei quadri militari alleati fu determinante per fare di Pizzoni il principale esponente del Clnai e ottenere risorse finanziarie enormi. La tecnica di Pizzoni era semplice: il presidente del Clnai faceva accreditare la somma del finanziamento alleato al Credito italiano e alla Banca commerciale di Roma liberata e poi sulla parola chiedeva la garanzia di quella somma depositata nella filiale delle stesse banche a Milano nel territorio della Repubblica sociale italiana. Un gioco rischioso, ma che giunse sempre a buon fine. Per capire il clima di critica che regnava intorno a Pizzoni basta leggere il manuale della lotta antifascista del dopoguerra: Il vento del Nord(Kaos edizioni, 2004) di Pier Giuseppe Murgia nel quale non viene perdonato a Pizzoni di aver incluso Edgardo Sogno nella delegazione del Clnai, che avrebbe siglato i cosiddetti Protocolli di Roma del 7 dicembre del 1944. Questo accordo avrebbe garantito agli alleati che il Clnai si sarebbe fatto da garante per il disarmo dei partigiani a liberazione avvenuta in cambio dei cospicui finanziamenti per continuare la guerra contro il nazifascisti. Da quel momento la sorte di Pizzoni è segnata: non fu solo il Pci, infatti, ma anche il Pd’a, su pressione del socialista Sandro Pertini, a osteggiarlo. Ma le cose stavano diversamente. Oscar Giannino in un’ intervista rilasciata a Liberal nel giugno del 1995 (pag. 22), ricordò che Valiani disse che la campagna contro Pizzoni era partita da Pertini. Nella seduta del Clnai del 19 aprile del 1945 Valiani disse, infatti, molto chiaramente: “Il presidente del Clnai deve essere, oltre che un uomo politico di partito, anche un combattente di questi ideali,. Chi può esserlo?”. Per Valiani e per i rappresentanti degli altri partiti Pizzoni, l’uomo che aveva permesso di far arrivare ingenti somme al Clnai con la sua sola parola, non poteva esserlo perché aveva la colpa di essere un patriota senza tessera di partito. L’Italia libera ha cominciato a lottizzare così. (pal)

sabato 23 aprile 2005

Diavolo di un Machiavelli a stelle & striscie

Il Velino cultura del 23 aprile 2005
La scalata “segreta” di Machiavelli negli Stati Uniti.
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Lo scorso ottobre Il Velino aveva dedicato un’ampia recensione all’ultimo libro di Michael Ledeen Il principe dei Neocons. Un Machiavelli per il XXI secolo (Nuove idee - 2004, Roma, titolo originale Machiavelli on Modern Leadership), un’opera che non ha fatto discutere molto il mondo politico italiano. Nel nostro Paese le teorie di Machiavelli sono spesso dimenticate. Dell’autore fiorentino probabilmente non piace ricordare il detto che per il Principe è più importante essere temuti che amati. Alla luce di questa considerazione era stato Joseph S. Nye, preside della Kennedy School of governement dell’università di Harvard, citando Machiavelli, a dire che per vincere la guerra al terrorismo gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare a “combinare meglio potere duro e potere soft” (fonte, International Herald Tribune). Poi è arrivato Ledeen che ha detto come il buon modello del Principe sia quello impersonato da Bill Gates. Come nasce questa passione made in Usa su Machiavelli e perché gli americani lo amano così tanto? E’ un interrogativo al quale è difficile dare una risposta. Ma quando gli Stati Uniti sono guidati da un’amministrazione repubblicana Machiavelli torna a essere principe: nel giugno del 1969 Anthony Pansini pubblicò Machiavelli and the United States of America (1400 pagine); poi è stata la volta dell’enciclopedia britannica che aveva messo Machiavelli insieme a Dante, Galileo e Pirandello. Kissinger o il famoso capo del controspionaggio Usa James Angleton, andavano in giro a citare le frasi del Il Principe di Machiavelli. E fu proprio Angleton che ispirò Sebastian De Grazia, un altro grande studioso di Machiavelli, che vinse il premio Pulitzer nel 1990 pubblicando Machiavelli all’inferno (1990), edito dalla Princeton University press. La giuria del celebre premio americano conferì questo merito a De Grazia per far conoscere al lettore americano uno degli uomini più incompresi e insieme più sorprendentemente attraente, i cui scritti hanno contribuito a creare il mondo politico in cui viviamo. De Grazia ha avuto un passato nei servizi segreti dove aveva lavorato Angleton. Il titolo del libro di De Grazia non deve ingannare: l’obiettivo dell’autore era quello di togliere Machiavelli dall’inferno, in virtù delle amicizie umili dell’autore del Principe che era “compagno di taverna di un beccaio, di un mugnaio e di altri artigiani”. Dieci anni dopo è arrivato Micheal Ledeen che ha spiegato agli italiani come Machiavelli possa essere considerato un esempio per gli italiani come aveva fatto Angleton. Era stato il capo del Sismi, Fulvio Martini, a dire che l’autore del Il Principe dei Neocons aveva lavorato ai margini della Cia (Commissione stragi del 6 ottobre del 1999, pag. 374) ai tempi in cui era stato professore all’università di Georgetown. Ma l’attenzione Usa per l’autore italiano del Rinascimento è un’altra. Machiavelli ha teorizzato il conflitto come condizione delle cose umane per il quale la pace è un eccezione e nessuno deve sorprendersi se in tempi come questi la figura di Machiavelli torni a emergere nella letteratura americana per mano di uomini che hanno avuto contatti con quello che possiamo definire il “potere invisibile”. De Grazia ed Angleton ne sono testimoni. (pal)

lunedì 11 aprile 2005

Almirante, la prima volta con il Papa

Vaticano: quella volta di Almirante
nel "recinto del baciamano"
Il Velino, 11 aprile 2005

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 11 apr (Velino) - Venti anni fa, nel corso dell’udienza generale in Vaticano si tiene il primo incontro tra Giovanni Paolo II e l’eurodestra con Giorgio Almirante in testa. Quello che passerà probabilmente alla storia come uno degli ultimi successi del leader missino è preparato con cura nell’arco di quattro mesi dalla dirigenza del Movimento sociale italiano. La “genesi” di questo incontro deve essere individuata dalla tribuna del congresso del Movimento sociale. Il 2 dicembre del 1984, il segretario del partito Giorgio Almirante inneggia alla “dottrina sociale di Papa Wojtyla”, lanciando lo slogan “con il Papa siamo sulla diritta via al di là del marxismo e del capitalismo”. In quei giorni Almirante aveva confessato ai vertici del suo partito il desiderio di poter incontrare il Papa alla vigilia delle elezioni amministrative. L’occasione arriva tra il 10 e il 12 aprile del 1985, quando l’eurodestra organizza un convegno sui mali dell’Europa nell’aula della Commissione Difesa del Senato.
All’incontro partecipano i 16 deputati eletti riuniti nel Gruppo delle destre europee. Nel gennaio del 1985 parte l’organizzazione di un incontro con il Papa. Ad aiutare il Msi ci pensa Olivier D’Ormesson, vicepresidente del Fronte Nazionale francese, figlio di Jean, che era stato ambasciatore di Francia presso la Santa sede. Nel Fronte nazionale francese era attivissimo il deputato europeo Bernard Antony, che aveva fondato il Movimento Cristianità-solidarietà. Mentre il Msi poteva contare sull’attivismo di Michele Marchio, amico personale del direttore dell’Osservatore Romano Mario Agnes. La strategia di Karol Wojtya negli incontri del suo pontificato era diversissima da quella di Paolo VI, che selezionava accuratamente i suoi ospiti. Ma questa apertura aveva creato non poche polemiche.
Infatti, il Papa era stato costretto a intervenire pubblicamente per spiegare le ragioni di alcuni incontri, soprattutto dopo quello del settembre del 1982 con Yasser Arafat. Il 15 gennaio del 1983, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede, Giovanni Paolo II disse che “la Santa Sede è aperta al dialogo con tutti, indipendentemente dalle loro caratteristiche umane, religiose e politiche. Ciò non significa che conceda alle persone che riceve una legittimazione o una rappresentatività politica, né che approvi le loro ideologie”. L’eurodestra si rivolge al prefetto della Casa pontificia Jacques Martin, ma il Papa si dichiara poco disponibile a un’udienza privata nei giorni tra il 10 e il 12 aprile. I deputati dell’eurodestra ripiegano e decidono di inviare una lettera in cui chiedono di partecipare come invitati all’Udienza generale del 10 aprile 1985. Ma per distinguersi dalla folla chiedono e ottengono di sedersi nel Recinto del baciamano, dove vengono fatti accomodare gli ospiti di rango. La mossa riesce. Il 9 aprile Mirko Tremaglia, responsabile esteri del Msi, invia i telegrammi agli eurodeputati per invitarli il giorno dopo in Piazza San Pietro: “Appuntamento per domani mattina alle 9 precise. Tutti in abito scuro”.
Per Le Pen, l’incontro con il Papa è preceduto dalla visita all’arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger. Il leader del Fronte nazionale francese presenta uno ad uno gli eurodeputati. La cerimonia dura tre minuti in tutto, ma sufficienti per i giornalisti che annotano le parole del Papa: “Continuate la vostra battaglia contro l’aborto”. Il giorno dopo i deputati europei si ritrovano in Piazza del Popolo per un comizio, per il quale Almirante scrive: “La nostra tradizione è fascista, ma è anche cattolica”. Ma queste iniziative non trovano il gradimento dell’estrema sinistra romana. Una molotov viene lanciata davanti alla Chiesa di Sant’Agostino, il cui parroco aveva benedetto la sede del Msi in via della Scrofa, un'altra bomba viene lanciata davanti alla Chiesa di San Carlo a pochi metri da Piazza del Popolo e un paio di macchine bruciate al Muro torto.

(pal) 11 apr 2005 16:18