lunedì 29 agosto 2005

Come la sinistra controlla il cinema

Il Velino 29 agosto 2008
Cinema e politica: Cuore a sinistra,
portafoglio a destra
di Lanfranco Palazzolo

(Il manifesto dei "Piccoli maestri". Per le critiche ricevute dalla sinistra il regista Luchetti è caduto in depressione)

Roma - Per mesi il Corriere della Sera ha pubblicato nella prima pagina della cultura (a pagina 35) interviste a esponenti del mondo del cinema che hanno parlato del loro rapporto con la politica. Davanti al blocchetto di Barbara Palombelli è sfilato tutto il cinema d'autore della sinistra italiana. Nel mondo del cinema non si parla mai male dei colleghi, ma di fronte ai temi della politica nostrana nessuno si tira indietro. Abbiamo riletto questi articoli per scoprire che l'obiettivo polemico dei registi italiani non è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma la stessa sinistra, anche se registi ancora in carriera, come Cristina Comencini, Francesca Archibugi e Gabriele Salvatores evitano accuratamente di scoccare frecce contro l'opposizione. I registi che hanno superato gli "anta", tuttavia, hanno più di un aneddoto da raccontare. Scopriamo, così, dal geniale Citto Maselli che Pietro Ingrao e Giorgio Amendola condannarono Il sospetto perché "irriverente e ingeneroso con il partito, salvato poi da Luigi Longo con un 'Bravo Maselli!', pronunciato dopo una gelida proiezione alle Botteghe oscure". Il bolognese Pupi Avati vive il dramma del commissariamento di Bologna decretato dai Democratici di sinistra: "Oggi confesso di non sopportare il duo formato da Sergio Cofferati e Angelo Guglielmi, sindaco e assessore alla Cultura, mandati dai salotti buoni romani a commissariare la mia città. Mi pare che anche i loro sponsor mostrino segni di pentimento". Problemi anche per Roberto Faenza autore alla fine degli anni Settanta del film Forza Italia!, documentario contro la Dc che irritò anche il Pci: "Avevamo tutti contro: l''Unità che in principio ci aveva lodato con una pagina intera del critico ufficiale Casiraghi, ci scagliò contro Savioli che, su ordine del Pci, lo definì un film fascista". Di quegli anni il regista Pasquale Squitieri annota la presa di distanza dal Pci e le sue colpe: "Mi sono allontanato dalla sinistra quando arrivò il terrorismo: non c'erano ragioni per sparare, nessuna motivazione razionale poteva giustificare l'omicidio". Il cattolico Ermanno Olmi avrebbe voluto girare un film sugli italiani dell'Armir in Russia nel 1943, ma...: "Non riuscivo a capire perché mancasse sempre l'autorizzazione finale. Dopo un anno di tentativi, il mio intermediario del Pci mi disse: Ma non hai capito? Tu non sei affidabile, non ci garantisci". Il film intitolato poi Italiani brava gente fu affidato a Giuseppe De Santis, regolarmente iscritto al Pci. Bernardo Bertolucci racconta al Corriere la prima proiezione di Novecento: "Alla fine del primo tempo Pajetta, entusiasta, mi abbracciò. Poi vedendo le immagini della Liberazione, in cui mostravo anche le vendette private, i processi popolari contro i fascisti, si alzò furioso e se ne andò gridando: mi rifiuto di partecipare! Giorgio Amendola disse che il film era bruttissimo". Daniele Luchetti, uno dei registi più cari alla sinistra, racconta il peccato di aver fatto un film sui giovani della Resistenza nel Partito d'Azione: "E' stato un massacro generale, ho capito che non si potevano toccare i partigiani, non ho fatto i conti con i miti della sinistra. Sono caduto in despressione, sono andato in analisi, ho scritto e buttato tanti film". Paolo Virzì è un regista attento e intelligente. Ma queste sue capacità espresse in Caterina va in città gli sono costate molto care: "L'Unità mi si è scagliata contro, mi hanno sommerso di contumelie. Il riflesso condizionato del 'sei fuori linea, ti mando in Siberia' è ancora forte". Liliana Cavani racconta i suoi problemi con il Pci tornando indietro agli anni dei Cannibali quando fu vittima di attacchi per aver realizzato il documentario L'età di Stalin: "Ero stata due anni prima in Russia. Avevo conosciuto i protagonisti della cosiddetta 'Primavera'. Avevamo vissuto insieme la scoperta della libertà. Chiesi a Mino Argentieri, il critico di Rinascita, di scrivere insieme qualcosa contro l'Urss, ma scoprii che c'era in giro una gran paura di scontentare il Pci". Per capire qual è stata la realtà del mondo del cinema con la politica è necessario scomodare il regista più smaliziato di tutti: Dino Risi. L'autore dei Mostri spiega alla Palombelli: "Tutti tenevano il piede in due staffe. Stili di vita capitalisti, cuore a sinistra, portafoglio a destra: essere all'opposizione conveniva". (pal)

lunedì 22 agosto 2005

Il Pci e Bankitalia

Quando Berlinguer accusava
Ciampi di tutelare le rendite
Il Velino del 22 agosto 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 22 ago (Velino) - In queste settimane di duro scontro politico sulla cosiddetta “questione morale” non si è detto tutto sul politico che ha sollevato per primo la questione relativa alla moralità dei rapporti tra politica e affari e sui suoi bersagli, Bankitalia compresa: il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer. La storia della sinistra e dei rapporti con la Banca d’Italia ha radici antiche. Forse sono in troppi a dimenticare gli screzi, rimasti spesso sotterranei, tra la sinistra e l’istituto di via Nazionale. Poche settimane prima di morire Enrico Berlinguer aveva partecipato a una manifestazione della federazione torinese del Pci sul futuro del capoluogo piemontese. A promuoverla era stato il segretario cittadino del partito, Piero Fassino. Nel corso della seconda giornata dei lavori, Berlinguer pronunciò parole durissime contro l'allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi: “Mentre economisti delle più varie scuole e anche non pochi imprenditori contestano la validità e l’efficacia economica di tutta la ‘manovra’ governativa, vi è oggi alla Banca d’Italia un governatore che la avalla, e per la ripresa punta tutto sul contenimento dei salari a favore dei profitti, invece che alla liquidazione progressiva del peso schiacciante e soffocante delle rendite finanziarie e delle attività puramente speculative”. Nel foglio dattiloscritto di Berlinguer queste otto righe mettono in serio imbarazzo lo stesso quotidiano del partito, l’Unità, che decideva di non dare grande risalto a quel passaggio. Si tratta di parole dure che ponevano in dubbio l’autonomia della Banca d’Italia.
E pensare che lo stesso Palmiro Togliatti si era raccomandato di non mettere in dubbio l’autorità della Banca centrale italiana. Nel 1946 il giovane redattore dell'Unità Luciano Barca scrisse un articolo polemico nei confronti di Luigi Einaudi, allora governatore della Banca d’Italia, criticando duramente la politica monetaria messa in atto dall’istituto di via Nazionale. Togliatti entrò nella redazione del quotidiano affermando: “Chi ha scritto questa roba?”. Il segretario del partito ascoltò le ragioni di Barca e poi disse: “Va bene. Ma mi raccomando i toni”. Ma il primo a violare la consegna fu lo stesso Togliatti: dopo le “considerazioni finali” del governatore Guido Carli nel lontano 1963, il “migliore” aveva contestato a Carli di avere dato grande risalto al rinnovo dei contratti di lavoro con sostanziosi aumenti salariali. Togliatti temeva che quei rinnovi generosi avrebbero creato una spirale inflazionistica. Carli aveva avuto il torto di aver invaso la sfera degli interessi sindacali del Pci e le questioni relative al lavoro su cui il Pci non voleva “interferenze esterne”.
Se Togliatti era stato il primo a dimenticare quella raccomandazione nel 1963, anche Enrico Berlinguer nel 1984, pochi mesi prima di morire, criticò dunque duramente il governatore, che all'epoca era Carlo Azeglio Ciampi. E pensare che quattro anni prima, nel 1980, quando il Pci sperava ancora in un possibile rilancio del compromesso storico, il segretario del Cespe (il servizio studi economici del Pci) Stefano Andriani aveva mandato i suoi collaboratori a controllare la politica monetaria della Banca d’Italia, ma dal partito era arrivato lo stop. Lo stesso stop che Rinascita aveva dato a un articolo in cui si riassumevano le conclusioni di un convegno del partito sulla politica monetaria di Bankitalia. In quella nota che al partito non piaceva, era scritto che Bankitalia non aveva messo in atto un serio monetarismo, ma aveva fatto solo ricorso a strumenti tipici di quei paesi dove il monetarismo è pratica corrente. Ma Berlinguer non volle seguire il consiglio di Togliatti: “Moderare i toni”.

(pal) 22 ago 2005 14:47