sabato 26 novembre 2005

L'eroe italiano di JfK

La passione di JFK per don Sturzo
La contesa su don Sturzo, il popolare amato da Kennedy
di Lanfranco Palazzolo

Roma - I partiti politici italiani si sono contesi l’eredità di Don Sturzo, il sacerdote di Caltagirone fondatore del Partito popolare. La scelta di Silvio Berlusconi di celebrare la nascita del processo di formazione del Pp, nella sede nazionale di Forza Italia in via dell’Umiltà 36, ha determinato un piccolo scontro. Il deputato dell’Udeur, Pino Pisicchio, ha contestato la data dell’anniversario, il 23 novembre 1918, sostenendo che quella giusta sarebbe il 18 gennaio 1919. In quel giorno di novembre si svolse un incontro importante in via dell’Umiltà a Roma. Fu il primo di una serie di riunioni che portarono alla formazione del Partito popolare e all’appello ai “liberi e forti” lanciato il 18 gennaio del 1919 dall’albergo Santa Chiara di Roma. Nella seconda riunione di via dell’Umiltà 36 fu deciso il nome di Partito popolare che prevalse con sette voti, rispetto ai sei raggiunti dal nome alternativo (Partito democratico cristiano italiano). La fase conclusiva del lavoro, a partire dal mese di dicembre, invece si svolse nell’albergo Santa Chiara. Il dibattito potrebbe proseguire settimane intere per cercare di dimostrare che Sturzo, oggi, sarebbe più vicino al centrodestra o al centrosinistra. Tuttavia, chi nel centrosinistra contesta l’anniversario celebrato mercoledì dal presidente del Consiglio, e le parole da lui pronunciate per sottolineare la concidenza che si riscontra tra le posizioni di Sturzo e quelle del centrodestra, potrebbe ricordare che, al termine dell’incontro della piccola costituente del 17 novembre del 1918 all’albergo Santa Chiara, i costituenti si fermarono a pregare nella Chiesa dei Santi Apostoli, proprio dove oggi si trova la sede dell’Ulivo. Tuttavia, rispetto alla scelta che verosimilmente Sturzo farebbe oggi rispetto agli schieramenti in campo, la storia aiuta a capire che le parole del premier non sono peregrine. La prima battaglia dei popolari sturziani fu quella di introdurre nel sistema politico italiano nel 1919 la legge elettorale proporzionale, proprio al termine di una lunga legislatura di guerra (le Camere erano in prorogatio). Il centrosinistra, che ha criticato e avversato la riforma che sta per essere varata dal senato, dovrebbe saperlo. Inoltre, il punto di riferimento cattolico per i leader del centrosinistra è sempre stato non Sturzo ma Giuseppe Dossetti. Lo spiega bene il presidente emerito della Corte costituzionale, Leopoldo Elia, quando dalle pagine di Europa lega indissolubilmente il “no” di Prodi alle riforme costituzionali con la difesa della legge suprema dello Stato da parte di Dossetti nel 1994 (vedi Europa del 21 settembre 1994). Lo stesso Walter Veltroni, ha sempre snobbato Sturzo. Nella Quercia molti ricordano come l’attuale sindaco di Roma sfruttò il primo giorno da segretario dei Democratici di sinistra per andare alla tomba di Dossetti. Fu l’economista Michele Salvati a dirgli che sbagliava: “Dossetti non può rappresentare una bandiera per i riformisti di oggi” (Corriere della Sera, 10 novembre 1998). Ma lo è anche per Prodi. Proprio per questo, per la sinistra cattolica, quella confluita nell’Ulivo, il pensiero di Sturzo, troppo liberista in economia e troppo federalista, è sempre stato indigeribile. Quanto a Veltroni, che si è sempre dichiarato un estimatore di Kennedy, come molti soloni della sinistra, chissà se ha letto che Gabriele De Rosa, presidente della Fondazione Don Sturzo, ha ritrovato un carteggio nel quale il futuro presidente degli Stati Uniti aveva auspicato che Sturzo avesse “un ruolo attivo nella vita politica italiana” (La Stampa, Quando Kennedy lodò Don Sturzo, 28 ottobre 1999). (pal)

venerdì 25 novembre 2005

Il "sogno atomico" italiano

Intervista di Lanfranco Palazzolo
"La Voce Repubblicana" del 25 novembre del 2005
I nostri sogni di deterrenza
Fu l’ammiraglio Torrisi a proporre la costruzione dell’atomica italiana. Lo rivela Stefano Silvestri, Presidente dell’Istituto Affari internazionali.
Stefano Silvestri, l’ex ministro della Difesa Lelio Lagorio, nel suo recentissimo volume “L’ora di Austerlitz. 1980: la svolta che mutò l’Italia” (Polistampa), rivela che l’Italia pensò di dotarsi di una bomba atomica venticinque anni fa.

“In realtà, non era tanto una discussione sull’atomica italiana ma sulla possibilità di pensare ad una ipotesi di deterrente nucleare europeo in una prospettiva di crescente importanza dell’area mediterranea e mediorientale per le nuove minacce. Era un discorso prematuro, ma si inseriva abbastanza bene nel dibattito sulla nuova importanza del fronte Sud, sulla necessità che l’Italia si assumesse maggiori responsabilità anche di sicurezza in campo internazionale”.
Ai tempi del Governo Cossiga (1980) chi spinse per attuare questo progetto?
“L’ipotesi non diventò mai una scelta operativa. Diciamo che fu un’ipotesi di cui si parlò essenzialmente ad un livello quasi di disegno, di studio, più che di effettiva applicazione. Quel dibattito fu aperto da un intervento del Capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Torrisi, sull’importanza del quadro delle armi tattiche, anche nucleari, nel settore Sud del Mediterraneo, nella nuova situazione strategica. Però, ripeto, allora non fu formulata una vera e propria proposta politica”.
Era vero che la Francia voleva costituire all’inizio degli anni ’80 una ‘piccola Nato’ con l’Italia per realizzare una bomba atomica?
“Il tentativo della Francia è diverso. In questo caso ci fu effettivamente una decisione dei Governi italiano, francese e tedesco.Ma stiamo parlando di molti anni prima. Stiamo parlando della prima metà degli anni ‘50. In quegli anni si cercava di sviluppare una capacità nucleare della Comunità europea sotto forma di un deterrente congiunto, ma veramente congiunto: francese, italiano e tedesco. Questa ipotesi venne avversata dagli americani e comunque decadde nel momento in cui De Gaulle andò al potere in Francia. A quel punto, il Governo di Parigi progettò una sua bomba nucleare e non quella ‘collettiva’ con italiani e tedeschi”.
È vero che i francesi avevano fornito uranio arricchito all’Italia negli anni ’70?
“Di questo si era parlato nel periodo in cui gli americani, sospettando che gli italiani volessero farsi un’arma nucleare a partire dalla struttura militare degli studi del Camen presso Pisa, dove c’era un reattore nucleare di tipo sperimentale, si rivolsero alla Francia. Ma poi non se ne fece nulla. L’Italia pensava solo di sviluppare un motore nucleare navale e non un reattore nucleare tradizionale”.
Come valuta l’abbandono dei sommergibili nucleari Usa da La Maddalena?
“Era una decisione nell’aria. Gli americani vogliono risparmiare soldi per il bilancio della Difesa dopo l’impegno in Iraq. La Maddalena era una delle basi da chiudere”.

sabato 19 novembre 2005

La passione di Sandro per Stalin

Sandro Pertini, fu vera gloria?
di Lanfranco Palazzolo

Il Velino del 19 novembre del 2005

Roma - Il 17 novembre è stato presentato alla Camera dei deputati il volume che raccoglie i discorsi parlamentari di Sandro Pertini prima da deputato e poi da Presidente dell’assemblea a 15 anni dalla sua scomparsa. L’ex capo dello Stato è stato uno degli uomini politici più amati negli anni ’80. Il suo modo di concepire il rapporto con i cittadini è stato innovativo. In un articolo su La Stampa dal titolo "Parole nella nebbia", pubblicato nel lontano 1981, Natalia Ginzburg annota: “Il Presidente Pertini è una figura così inconsueta e lieta, perché emerge fuori dalla nebbia che ricopre oggi ogni cosa. Ci accorgiamo allora che è possibile ribellarsi contro la nebbia, anche stando nel centro della vita politica. Ogni atto di Pertini è chiaro, visibile e imprevedibile: perché noi ci aspettiamo, dal potere, conformismo, convenevoli, gesti anonimi, lugubri e spettrali e nebbia”. La Fondazione della Camera pubblica questo libro inaugurando la nuova serie "Voci dal Parlamento" promosso con gli editori Laterza. Questo lavoro è integrato con un Dvd che contiene stralci di interventi ed articoli. La curiosità di leggere quest’opera è tanta. Molti studiosi sono ansiosi di capire che tipo di lavoro verrà presentato in questa nuova collana. Proprio per alimentare il dibattito intorno a questa interessante e lodevole iniziativa siamo andati a riguardare i due volumi di Scritti e discorsi di Sandro Pertini (edito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – 1992) che è forse l’opera più completa mai pubblicata sul compianto Presidente della Repubblica. Svolto 13 anni fa dal Dipartimento dell’editoria di Palazzo Chigi, si tratta di un lavoro di prim’ordine che si è avvalso dell’introduzione del prof. Giuliano Vassali. Sotto la direzione scientifica della fondazione Turati, i curatori Simone Neri Serneri, Antonio Casali e Giovanni Errera hanno pubblicato i migliori articoli e gli interventi parlamentari di Pertini, arricchendoli di quelli pronunciati dal Capo dello Stato durante il settennato al Quirinale. Da questi due volumi esce un Pertini inedito rispetto a come lo hanno conosciuto le ultime generazioni degli anni ‘80. Gli elementi distinvi del Pertini del secondo dopoguerra sono il duro scontro con Alcide de Gasperi, l’antiamericanismo e la simpatia per Stalin. Basterà citare qui alcuni passi di questi volumi. Il 27 marzo del 1949, da Presidente del gruppo socialista al Senato, Pertini si schiera contro l’adesione al Patto Atlantico rispondendo a De Gasperi: “Presidente del consiglio, noi siamo persuasi che il patto atlantico è uno strumento di guerra (…) Se oggi il vecchio Turati fosse qui con noi voterebbe contro il Patto atlantico e farebbe sentire da questa aula ancora il suo grido pieno di passione e d’angoscia: ‘guerra al regno della guerra, morte al regno della morte’”. Sull'Avanti! del 2 giugno Pertini pubblica un articolo dal titolo No a questa Repubblica, nel quale scrive che Mazzini “voleva una Repubblica laica e questa non è che una Repubblica confessionale; voleva una Repubblica a carattere profondamente sociale, in cui scomparisse il privilegio e su di esso trionfassero le forze del lavoro, in questa repubblica invece domina ancora e più prepotente che mai il privilegio”. Nella rubrica Traguardo del 30 giugno del 1949, sempre sull’Avanti!, il futuro capo dello stato boccia il Piano Marshall definendo anche “inutili” le assemblee interparlamentari: “I due paesi (Usa e Gran Bretagna) ed i paesi europei ad essi legati dal Piano Marshall si avviano ad un abisso di una crisi simile a quella del 1929”. Gli attacchi di Pertini a De Gasperi sono violentissimi. Ne è una testimonianza l’intervento pubblicato su Il Lavoro nuovo dell’8 novembre 1949: “Il capo del Governo, abusando del numero della maggioranza parlamentare democristiana può fare tutto quello che più gli aggrada contro la stessa Costituzione. Non vi è chi non veda come, in queste condizioni, la democrazia in Italia sia solo formale”. Il modello di Pertini in quegli anni è l’Urss, come sottolinea su Avanti! del 19 marzo del 1950: “Se ogni mio compagno potesse andare in Urss, come finalmente vi sono andato io, ritornerebbe tutto preso dalla certezza del trionfo della nostra idea”. Di Stalin, Pertini pensa che sia il tutore della pace mondiale: “Per fortuna dell’umanità di fronte ai forsennati di Oltre oceano e di Oltre manica sta sereno e vigilante Stalin” (Avanti!, 3 marzo 1951). (pal)

E Calamandrei bocciò la Costituzione

Piero Calamandrei e la Carta del 1947: sciatta e monca
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 19 novembre del 2005

Roma - Una soluzione di compromesso, incompiuta e quasi priva di stile. È la valutazione che si può ricavare da alcune riflessioni del giurista Piero Calamandrei (citato ieri sulla stampa da Michele Ainis come padre della Carta del 1947 al cui confronto i riformatori del centrodestra dovrebbero arrossire) sul lavoro svolto da quanti assieme a lui operarono nell’Assemblea costituente. Calamandrei fece sì parte di quella generazione straordinaria, ma interpretò un ruolo molto critico, come molti protagonisti legati al Partito d’Azione. Basta andarsi a rileggere l’articolo del giurista - dal titolo “Valore e attualità della Repubblica presidenziale” - pubblicato da Italia Libera il 19 settembre 1946. A pochi mesi dal referendum del 2 giugno, Calamandrei sosteneva che la strada da seguire fosse questa: “Basterebbe che la Repubblica presidenziale ci si avvicinasse su un punto, cioè nell’innalzare e rafforzare l’autorità del capo del governo, facendo sì che la sua nomina fosse conseguenza dell’approvazione solenne, data preventivamente al popolo o dalle assemblee legislative riunite, di un piano in cui fosse fissata la politica che il governo intende seguire”. Per Calamandrei, lo scopo di tale forma di presidenzialismo era fare del presidente del Consiglio “il capo riconosciuto di una stabile coalizione di partiti”. Un indirizzo di fatto ignorato dai padri costituenti. Se ne ha una prova lampante il 4 marzo del 1947, quando in un’aula praticamente vuota (Assemblea costituente, Atti, pagine 1743-1755) e senza alcun rappresentante del governo, il parlamentare Calamandrei criticò il lavoro della Costituente. Che cosa avevano combinato molti degli uomini che Ainis definisce “di una pasta speciale”? È presto detto per Calamandrei: “Dobbiamo, alla prima lettura, riconoscere che esso non è un esempio di bello scrivere: manca di stile omogeneo, direi quasi che manca di stile”. Non solo: secondo il giurista era stata scritta “una Costituzione tripartitica, di compromesso, molto aderente alle contingenze politiche dell’oggi e del prossimo domani; e quindi poco lungimirante”. Il giudizio di Calamandrei non prevedeva un futuro lungo per questa Carta: “Credete voi che si possa continuare a governare l’Italia con una struttura di governo parlamentare, come sarà quella proposta dal progetto di Costituzione?”. Lo studioso riteneva che il “fondamentale problema” della Costituzione in fase di scrittura fosse stato quello “della stabilità del governo”, ma “nel progetto non c’è quasi nulla”. Sul Ponte del 9 settembre del 1952 Calamandrei esternò la propria rassegnazione riguardo alla Costituzione: “Sono passati cinque anni e tutto è allo stesso punto. Incompiuta era, incompiuta è. Ma limitarsi a osservare che tutto in questi cinque anni è rimasto immutato, è forse peccare di ottimismo”. Un giudizio anticipato in un biglietto manoscritto che Calamandrei inviò a Randolfo Pacciardi dopo le profonde modifiche subite durante i lavori dell’Assemblea costituente dal progetto di Costituzione elaborato dalla Commissione dei Settantacinque: “Aspettavamo l’evento tutti lieti/ed è venuta questa, Dio ci aiuti,/Repubblica monarchica dei preti”. (pal)

La verita di "Une autre Suisse"

Esce il saggio di Richardot sulla Confederazione
elevetica durante l'ultima guerra
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 19 novembre del 2005

Roma - Lo storico Jean-Pierre Richardot ha pubblicato un saggio dal taglio divulgativo sul comportamento degli elvetici nel corso dell’ultima guerra mondiale. L’impostazione data allo studio e all'interpretazione del periodo accredita l'impressione di un intero Paese, popolo, esercito e autorità, uniti come un sol uomo nella difesa dell'indipendenza, della libertà e della democrazia. Il libro di Richardot pubblicato in francese nel 2002 (Une autre Suisse 1940-1944) è stato tradotto in tedesco e pubblicato quest’anno in Germania (Die andere Schweiz. Eidgenössischer Widerstand 1940-1944, Aufbau-Verlag, Berlino, 2005, 297 p.). Il volume descrive le varie forme di resistenza al nazifascismo manifestatesi in Svizzera dopo la sconfitta della Francia nella primavera del 1940. Si parla della lotta contro la tentazione del disfattismo e dell'adattamento alla “nuova Europa” di Hitler, del sostegno a profughi e combattenti esteri, dei servizi d'intelligence a favore degli alleati, dei piani di resistenza armata in caso d’invasione o di “tradimento” delle autorità politiche. Il libro ricostruisce in dettaglio, scegliendo talvolta la forma narrativa invece dell'analisi storica, le iniziative nate in ambienti militari e patriottici, tra cui quella dell'estate del 1940, quando una ventina d'ufficiali dell'esercito svizzero complottò a Lucerna. Lo spirito di rassegnazione e d'allineamento all'ordine hitleriano che aleggiava nel messaggio del Consiglio federale al paese del 25 giugno, impropriamente noto come discorso di (Marcel) Pilet-Golaz, lasciava prevedere il peggio. Il presidente del Consiglio federale svizzero spiegò ai consiglieri che la Confederazione doveva piegarsi al nuovo ordine nazi-fascista. Il discorso Pilet-Golaz fu seguito da una serie di atti ambigui del presidente, come la decisione di ricevere i fascisti elvetici del Movimento nazionale e i rappresentanti della Lega popolare per l’indipendenza della Svizzera, che criticavano i quotidiani antinazisti. I congiurati erano pronti anche a far arrestare il Consiglio federale, qualora non si fosse mostrato deciso a resistere a oltranza in caso di attacco tedesco. Pochi mesi dopo nacque l'Azione di resistenza nazionale, creata per iniziativa di Hans Hausamann, ufficiale dei servizi d'informazione. Proprio Hausamann (1897-1974), fotografo di scarso successo, ufficiale dell'esercito e titolare di un ufficio d'informazioni (spionaggio) “privato”, è un personaggio chiave dei movimenti di “resistenza” in Svizzera e del libro di Richardot. Nel 1940, subito dopo la firma dell'armistizio franco-tedesco, Hausamann affermò che la Gran Bretagna non avrebbe mai capitolato, che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra contro Hitler, che il Terzo Reich avrebbe aggredito l'Urss e che la guerra sarebbe finita con la disfatta della Germania. Aiutato da un gruppo di persone di varia estrazione e orientamento ideologico, Hausamann creò una rete d'informazione e di sostegno a favore degli Alleati, nonché un movimento di propaganda e controinformazione interna, per rafforzare la volontà di resistenza e denunciare possibili cedimenti alle lusinghe o alle minacce hitleriane. Il movimento patriottico degli ufficiali non fu la sola forma di resistenza. Il libro di Richardot rende omaggio tanto a personalità autorevoli quanto a semplici cittadini, che hanno disobbedito, violato la legge o chiuso un occhio per proteggere e salvare rifugiati. Ma la realtà della Svizzera in quegli anni fu più complessa di come è stata descritta dallo storico. L’assalto al Consiglio federale non fu messo in atto per la semplice ragione che non ve ne era necessità. I congiurati ne presero atto. L’essenza della neutralità elvetica è la scientifica negazione di ogni azione clamorosa. Accanto all’"Altra Svizzera" raccontata dall’autore vi era un paese che agiva su un fronte opposto senza scegliere definitivamente con chi allearsi. Fu questa situazione a lasciare per sempre nel dimenticatoio i resistenti “elvetici”. La Svizzera era all’epoca utile perché esisteva come rifugio possibile per tutti. Le parole che esprimevano questa teoria venivano dalla bocca di Winston Churchill: “Di tutti i Paesi neutrali, la Svizzera è quello che merita di essere maggiormente menzionato. Essa fu la sola forza internazionale a far da ponte fra le nazioni lasciate disperatamente isolate e in particolare alla nostra. Che importanza può avere che essa sia stata capace di recarci svantaggi sul piano commerciale o che abbia fatto concessioni ai tedeschi per salvare se stessa? Essa ha agito quale stato democratico, lottando per la libertà tra le sue montagne, e nello spirito fu, malgrado le differenze culturali, dalla nostra parte”. Probabilmente, qualora la Germania avesse vinto la guerra, nessuno sarebbe rimasto sorpreso di leggere la stessa interpretazione dalle parole di Hitler. Oggi agli storici elvetici non resta che decidere quale Svizzera riportare alla luce. (pal)