mercoledì 21 dicembre 2005

Chi è il più collaterale del reame?

I precedenti dello scontro Dl-Ds
Il Velino del 21 dicembre 2005
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Chi non è mai stato collaterale scagli la prima pietra. Il tema dei legami tra soggetti politici e categorie produttive ha sempre stuzzicato gelosie e invidie tra i leader di partito. Il presidente della Margherita che accusa i Democratici di sinistra di essere collaterali alle iniziative della Lega delle cooperative è solo l’ultimo esempio che abbiamo sotto gli occhi. Ma dall’alba della seconda Repubblica i casi di accusa sul metodo del collateralismo si sprecano. Fausto Bertinotti, che sognava a suo tempo di fondare una componente comunista nella Cgil, accusava Sergio Cofferati, nel periodo in cui il Cinese guidava il sindacato e in cui il centrosinistra era al governo, di essere troppo legato ai Ds. “Da parte del segretario generale della Cgil c’è un po’ troppa aggressività nei confronti di Rifondazione comunista, un po’ meno nei confronti della Confindustria, nessuna del tutto nei confronti del governo”. Insomma, da parte di Cofferati e “anche di altri dirigenti sindacali c’è un po’ troppo collateralismo. Forse invece di incontrarsi in segreto con i segretari del Ppi e del Pds, dando luogo ad un collateralismo che non è bello da vedere, bisognerebbe discutere semplicemente della condizione dei lavoratori e delle loro istanze” (2 ottobre 1997). Ma c’è anche chi tra i politici non ha mai avuto timore di manifestare le proprie simpatie. Lo ha fatto più volte il presidente della Quercia Massimo D’Alema che, intervenendo al congresso della Legacoop del 27 maggio del 1998, spiegava la sua visione dei rapporti con questo mondo: “Certo il dialogo deve rimanere aperto e svolgersi senza pregiudiziali superando alcuni collateralismi. Noi, per la verità, ci sentiamo amici, legati, partecipi dei problemi del Movimento ed è difficile per noi spogliarci della nostra storia ed esperienza politica. Il nostro è un legame reale che non produce collateralismo, ma amicizia nonché condivisione di valori”. Ma la denuncia di collateralismo è arrivata anche all’indirizzo di Confindustria da parte di Silvio Berlusconi alla fine del mandato di Giorgio Fossa: “Forza Italia non vuole creare un nuovo collateralismo politico con Confindustria. Anzi, se c’è collateralismo, oggi, è tra la sinistra al governo e la grande industria” (Il Secolo XIX del 24 marzo del 2000). Quando il 21 dicembre del 2001 viene varata la delega per la riforma delle pensioni, il segretario della Cgil Cofferati ripropone il tema: è “del tutto evidente che le decisioni del governo e il varo della delega sono un esplicita forma di collateralismo tra governo e Confindustria che produce effetti particolarmente negativi”. Quando Gianni Cuperlo illustra un’iniziativa dei Ds con gli intellettuali per riflettere sui mali della sinistra si affretta a spiegare: “Noi non proponiamo naturalmente un vecchio collateralismo nei confronti della politica, sarebbe una posizione del tutto incomprensibile. Pensiamo a una discussione tutta proiettata sul futuro, sulle prospettive”. In altre parole “non vuole essere una iniziativa una tantum, per riproporre un cahier de doléances rispetto ai limiti e agli errori passati, ma l'inizio di un rapporto per il futuro” (19 febbraio 2002). Francesco Rutelli, quando incontra il leader della Cgil Sergio Cofferati si affretta a negare un presunto collateralismo e sottolinea che il confronto tra i due è stato corretto e non deve essere male interpretato: “Io non mi ci vedo a fare il mastice ma se è possibile tenere aperto un ponte tra le forze sindacali che quando sono unite vincono ma quando si dividono rischiano di fare un dono a un governo che non riesce ad ottenere i suoi risultati, ebbene io quel ponte cercherò di costruirlo e di tenerlo sempre bene aperto” (9 luglio 2002). Il concetto di collateralismo è duro a morire. Lo stesso Presidente dei Democratici di sinistra nega e poi ammette questo concetto al congresso di Legacoop il 28 novembre del 2002: “E’ finita l’epoca del collateralismo. La società civile deve difendere la sua indipendenza dal sistema dei partiti per affermarla in positivo. Ai partiti spetta raccogliere gli stimoli e saper conquistare di volta in volta il rapporto con le grandi organizzazioni sociali traducendone i bisogni in iniziativa politica. Noi ci sentiamo reciprocamente indipendenti, ma ciò non toglie che la sinistra abbia il dovere di portare l’istanza del movimento cooperativo nelle istituzioni e nelle legislazioni”. (pal)

lunedì 19 dicembre 2005

E un bel giorno Rutelli incontrò Calvi

Finanziapoli, quando Rutelli incontrava (segretamente) Calvi
Il Velino del 19 dicembre 2005
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Le vicende legate all’inchiesta sulla scalata della compagnia bolognese alla Bnl, che vede indagato l’amministratore delegato di Unipol Giovanni Consorte, hanno provocato una serie di critiche contro i Democratici di sinistra, soprattutto da parte dei loro principali alleati della Margherita con i quali i post comunisti dovrebbero costruire il Partito democratico. Nel sito Margheritaonline.it il festival della soddisfazione per i problemi che ha incontrato Unipol nella scalata della Bnl è iniziato da qualche giorno. Basta andare nello spazio dei forum per leggere Kalash che scrive: “Bene bene. Ora che i nodi vengono al pettine, vorrei che qualcuno di coloro che, da illuminati della politica, mi avevano spiegato che l'operazione era ‘perfettamente lecita’, in piena sintonia col mondo e gli scopi delle Cooperative, e soprattutto assolutamente avulsa dal contesto politico (Fassino telefonava a Consorte per augurargli la buonanotte), si facessero avanti, e mi trovassero nuove spiegazioni. Se la politica del futuro deve essere questa, fermiamola subito. Ha ragione Parisi quando parla di ‘questione morale’; e il futuro Pd (partito democratico, ndr) dovrebbe prendere le distanze da questo modus operandi”. Aguate gli viene subito dietro e sottolinea: “Beh, questo è il riformismo che va di moda...No?”. Matthelm aggiunge qualche ora dopo: “...e, ma come tu sai, se a fare certe cose è la sinistra tutto è lecito”. Ma qualche difensore della Quercia spunta fuori e spiega che non bisogna gioire sulle disgrazie altrui, come fa RiccardoP: “O facciamo gli alleati critici ma leali, o passiamo al centrodestra e facciamo continuare la strada al Silvio, che lo vogliamo o meno, non siamo la maggior forza della coalizione, e i nostri armadi non sono privi di scheletri”. Alla fine arriva il filosofo che cerca di mettere tutti d’accordo. Per Ranvit occorre un certo equilibrio di giudizio: “Concludo dicendo che nel caso specifico (Unipol) non conosco i dettagli e credo che sia ancora presto per emettere giudizi. Ma vale quanto detto prima: nessun partito è esente…quindi nessuno si senta più ‘morale’ degli altri e facciamo sempre fronte comune contro i corruttori o corrotti, concussori o concussi”. Intanto il leader della Margherita Francesco Rutelli continua i suoi appelli alla legalità, e prende le distanze. “Il Parlamento deve approvare subito la legge sul risparmio”, “la politica deve rimanere estranea a scalate, cordate e interessi affaristici” diceva qualche giorno fa, ospite di Riccardo Berti, a Batti & Ribatti. Affermazioni nette, frutto forse di un'esperienza vissuta dallo stesso Rutelli più di vent'anni fa, ricordata in una biografiia che ricostruisce i passaggi della sua ormai lunghissima vicenda politica. Alla vigilia del fallimento del banco Ambrosiano, il presidente Roberto Calvi si impegnò in una serie di incontri con esponenti politici. In Cicciobello del potere (Kaos edizioni), l’anonimo Lucio Giunio Bruto racconta che quando all’interno del partito Radicale - partito nel quale Rutelli militava - scoppiò una furibonda polemica con il gruppo del partito che voleva avvicinarsi alle posizioni del Psi, Geppi Rippa, in polemica con Pannella, rivelò che nella primavera del 1981 l’allora segretario del partito radicale Francesco Rutelli aveva incontrato presso la sede romana del Banco Ambrosiano in via del Tritone proprio Roberto Calvi. Francesco Rutelli chiese di fare l’incontro presso la sede del partito radicale, ma il banchiere propose e ottenne - secondo quanto è stato riferito - di far svolgere l’incontro presso la sede capitolina della sua banca. Sull’incontro Rutelli e Spadaccia, che lo aveva accompagnato, non pubblicarono alcun comunicato stampa. Dopo le rivelazioni di Rippa, Rutelli è costretto a spiegare cosa era effettivamente accaduto. Lo fa sulla rivista trimestrale Libertaria (Inverno 1993) nella quale spiega con filosofia: “Nella vita – e anche nella politica – non su tutte le cose si fa un comunicato stampa. Soprattutto quando l’argomento può prestarsi a speculazioni. Abbiamo accettato questo incontro perché ci veniva richiesto e perché non avevamo niente in contrario a stare a sentire chi voleva parlarci, fosse Calvi, fosse Curcio o fosse Freda. O fosse Andreotti. Ogni giorno, nel palazzo e fuori, si incontra tanta gente equivoca, questo non ci impedisce di rimanere puliti, diversi e loro avversari, com’è noto”. (pal)

sabato 17 dicembre 2005

E' giusto riaprire l'inchiesta sul cantautore?

Il Velino del 17 dicembre del 2005
La riapertura, 40 anni dopo, del caso Tenco
di Lanfranco Palazzolo

Roma - È giusto riprendere le indagini sul suicidio di Luigi Tenco? La procura della Repubblica di Sanremo ha riaperto un caso che in questi anni ha continuato a far parlare periodicamente. A dare la “spinta” al procuratore Mariano Gagliano sono stati alcuni giornalisti che in quest’ultimo periodo hanno cercato di riportare l’attenzione sul suicidio del cantautore. I fans di Luigi Tenco hanno continuato a sperare che il loro idolo non si fosse ucciso con un colpo di pistola. Ma l’evidenza dei fatti non lascia dubbi a nessun tipo di perplessità. I dubbi su questa vicenda riguardano il comportamento del mondo della canzone in quello strano festival di Sanremo del 1967, dove tutto fu insabbiato per far ripartire la competizione canora. Fu uno spettacolo penoso per il mondo della canzone italiana e soprattutto per gli amici di Tenco che parteciparono a quel festival prestandosi al gioco canoro. Ma cosa potrebbe accertare il procuratore della Repubblica di Sanremo Mariano Gagliano a quasi 40 anni dal suicidio di Tenco? Forse potrebbe chiarire che cosa è accaduto in quelle ore all’hotel Savoy, dove Tenco si uccise, e come è stata gestita la fase delle indagini. Ma il commissario Arrigo Molinari è morto, la cantante Dalidà è morta, è morto anche il giornalista Ugo Zatterin che contribuì a bocciare la canzone “Ciao amore ciao” tra le canzoni da ripescare. Sono invece vive altre persone come il manager Paolo Dossena che portò a Tenco la pistola con la quale si sarebbe ucciso e che lo lascio solo la sera della bocciatura al festival. Ma Dossena ha chiarito tutto, così come è stata chiarita la vicenda relativa al ritorno della salma nella camera dell’albergo per farla fotografare ai giornalisti. Quello che interessa capire è il perché la procura della Repubblica abbia dato credito alle richieste dei giornalisti Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi ed Andrea Pomati che negli anni scorsi avevano presentato un esposto alla procura di Sanremo. Il procuratore Gagliano è stato molto chiaro nel dire che l’ipotesi resta quella del suicidio, ma non si comprende allora perché abbia dato credito a chi invece non crede a questa tesi e che da anni ha cambiato spesso versione sulle ultime ore di Tenco. Aldo Fegatelli Colonna, giornalista collaboratore de Il Manifesto ha pubblicato diversi libri su Luigi Tenco. Nel libro intitolato Luigi Tenco – la storia, i testi inediti (Lato side editori - 1982), racconta le ultime ore del cantautore e senza adombrare l’ipotesi dell’omicidio avanza questa considerazione: “Non esiste un’analogia sorprendente tra il biglietto di addio di Tenco e le parole di Kirillov: ‘mi ucciderò per proclamare la mia insubordinazione’? Tenco distruggendo le icone si è fatto dio”. In questo libro Fegatelli avanza già qualche dubbio: “E’ opinione frequente (questo, voglio dire, ho rilevato dall’indagine) che Dalidà possa aver assistito, inconsapevole al dramma. Ma questo contrasterebbe con la sua presenza al ‘Nostromu’ e rimane al livello di supposizione. Inoltre le minacce fatte in quel frangente al cantante Ricki Maiocchi sembra possano essere messe in relazione con l’accaduto”. Nel libro del 1982 veniva messo in evidenza che il colpo di pistola era entrato dietro l’orecchio, dal mastoide. Queste ipotesi spariscono totalmente nel libro di Fegatelli Luigi Tenco, vita breve e morte di un genio musicale (Oscar Mondadori – 2002): in questo saggio vengono esaminate situazioni poco credibilie e senza citare alcuna testimonianza, Fegatelli scrive: “Tenco aveva vinto nel pomeriggio (prima del suicidio, ndr), alla roulette, una discreta somma, ma la polizia asserisce di non aver rinvenuto denaro tra gli oggetti della vittima”, sostenendo che “Tenco potrebbe essere stato vittima di un banale, quanto sanguinoso ‘incidente’” da parte di qualcuno che avrebbe voluto derubarlo. Ma la tesi non è credibile. Un omicida occasionale per furto non avrebbe potuto mai scrivere il biglietto di addio che contestava il festival. Non va dimenticato che il cantautore aveva spesso rappresentato il suicidio come atto di protesta. Nel film La Cuccagna (regia di Luciano Salce, 1962) Tenco rappresentava il ruolo di un giovane contestatore che avrebbe voluto uccidersi per protesta contro la società. Cinque anni dopo lo avrebbe fatto davvero. (pal)