sabato 8 ottobre 2005

L'ombra del nazismo su Sepp Herberger

Politica e Sport/ La svastica sul pallone
Il Velino cultura, 8 ottobre 2005
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Mentre il mondo politico tedesco è impegnato in una trattativa senza fine per la formazione del primo governo di legislatura, in Germania esce un libro sul rapporto tra il nazismo e il calcio durante il decennio hitleriano (1933-1945). Nel libro Fussball unterm Hakenkreuz. Der Dfb Zwischen sport, politik und commerz (trad. Il calcio sotto la svastica. La Dfb tra sport politica e commercio), pubblicato da Campus Verlag, gli storici Nils Havemann e Klaus Hildebrand aprono, dopo 50 anni, la polemica contro l’allenatore della nazionale tedesca Sepp Herberger che portò la Germania occidentale alla vittoria nei mondiali svolti in Svizzera nel 1954. Secondo quanto scrive Paolo Valentino, corrispondente da Berlino del Corriere della Sera, quella vittoria “cancellò d’un colpo il passato di un uomo, riabilitandolo e trasformandolo in uno degli eroi della nuova Repubblica federale tedesca” (30 settembre 2005). Nel libro viene sottolineato che Herberger ottenne l’incarico di guidare la nazionale tedesca nel 1938, anno in cui Hitler consolidò il suo potere in Germania. Questo libro è nato da una serie di accuse lanciate alla Federcalcio tedesca (Dfb) di non aver mai fatto i conti con il suo passato nazista. Nel libro viene descritto un allenatore che seppe ben utilizzare le sue amicizie politiche per arrivare ai vertici del calcio tedesco. Il ministro dello Sport Otto Schily è intervenuto alla presentazione del volume spiegando che “un’ombra scende ora su Sepp Herberger”. Nel libro viene ricordato il caso di Julius Hirsch, giocatore del Karlsruhe e primo atleta ebreo della nazionale tedesca che fu deportato ad Auschwitz dove fu assassinato nel 1943. Il calcio sotto la svastica ha l’indubbio merito di aprire uno squarcio nel silenzio che ha avvolto la storia della Dfb tra il 1933 e il 1945. Ma è difficile accettare l’idea che Herberger possa essere considerato il capro espiatorio di quel periodo se esaminiamo la sua carriera di calciatore e tecnico. Herberger esordisce nella formazione del Waldhof, nel 1923, durante la Repubblica di Weimar, si trasferisce nel VfR, nel 1926 passa al Tennis Borussia Berlino dove chiude la sua carriera di giocatore. Herberger viene convocato come giocatore nella nazionale tedesca (Nationalmannschaft) tre volte (2 reti) durante la Repubblica di Weimar. Tuttavia, è bene ricordare che Herberger non entrò nei quadri della Nazionale, come tecnico, durante il nazismo. L’ingresso arrivò prima che l’allenatore si iscrivesse al Nsdap, nel 1932. Ma il suo approdo come commissario tecnico della nazionale maggiore arrivò in modo fortuito solo il 12 maggio del 1938, due anni dopo le olimpiadi di Berlino e alla vigilia del Mondiale francese. Qual è la colpa di Herberger? Quella di aver preso il comando della nazionale tedesca pochi giorni dopo l’annessione dell’Ostmark? Di aver convocato nell’occasione 5 giocatori austriaci? Di aver sostituito il fervente nazista Otto Nerz “colpevole” di aver disonorato la Germania durante le Olimpiadi del 1936 beccando il gol di un giocatore norvegese ebreo? I risultati dei mondiali di Francia non resero alcuna gloria a Herberger che dovette fare i conti con i fischi del pubblico francese del Parco dei principi nello scontro in cui la Svizzera riuscì a rimontare 2 gol e a vincere 4 a 2 (9 giugno 1938). L’allenatore tedesco dimostrò il suo valore con la conquista del titolo mondiale nel 1954 senza condizionamenti politici, imponendosi con la forza fisica dei suoi giocatori che all’epoca della fine della guerra avevano in media 15 anni. Oggi è ingeneroso accanirsi su Herberger criticandolo per aver vissuto negli anni del nazismo in cui il regime nazista pretendeva di vincere le partite per supremazia politica. Del resto, nessuno in Italia ha intentato alcun processo contro il commissario unico della nazionale italiana Vittorio Pozzo che nel 1929 venne chiamato per la seconda volta alla guida della squadra azzurra dal federale di Bologna Leandro Arpinati che lo “invitò a tornare in se stesso” e riprendere la guida degli Azzurri. Oggi, sarebbe assurdo mettere Pozzo sotto processo per questo. I regimi di Roma e di Berlino cercarono indubbiamente di appropriarsi delle vittorie delle rispettive nazionali nel corso di quegli anni e di farle proprie. Ma questo faceva parte delle regole del pallone e i giocatori non potevano sottrarsi a questo. Basta leggere il commento della Gazzetta dello Sport dell’11 giugno del 1934, quando l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale a Roma: “E gli Azzurri hanno dato all’Italia la vittoria che convince. Non basta ancora. Per il modo con il quale è stato conseguito, il trionfo degli Azzurri si trasferisce dal terreno sportivo al campo più vasto e più eletto dell’affermazione della razza”. La strumentalizzazione era dietro l’angolo e gli atleti non potevano farci nulla. Annibale Frossi, eroe dei mondiali di Berlino del 1936, raccontò di quel periodo: “Io, alzando il braccio, non salutavo Mussolini, salutavo l’Italia. La tessera per me non aveva senso e non mi risulta che chi, nel nostro giro, l’aveva abbia fatto carriera alle spalle di chi non era iscritto. Prenda Monzeglio. Lui era iscritto, ed era molto vicino alla famiglia del Duce. Giocò nel 1934 subentrando a Rosetta, ma nel 1938 giocò solo la prima partita, poi venne escluso. E allora?”. Sepp Herberger non vinse nulla durante il periodo in cui guidò la nazionale tedesca sotto il nazismo (1938-1945), quando i club tedeschi erano guidati da gerarchi del regime. Anzi, rischiò moltissimo. Per capire quali pericoli corse Herberger basterebbe tornare a Berna il 20 aprile del 1940 (14 anni prima del “miracolo” dei mondiali in Svizzera), il giorno del compleanno del Fuhrer. Ancora una volta la Svizzera batte la Germania per 2 a 1. Il giocatore della nazionale Helmut Schon lanciò il suo avvertimento ai compagni di squadra e al tecnico che la sconfitta rasentava “l’alto tradimento”. Chissà cosa provò Adolf Hitler quando il 20 settembre del 1942 uscì umiliato dallo stadio di Berlino dove gli svedesi stavano battendo la Germania per 3 a 2. Nel suo diario Hitler scrisse colmo di amarezza: “Centomila persone hanno lasciato lo stadio depresse. Fa male ammetterlo ma una sconfitta calcistica ha più effetto sul morale della popolazione della presa di una città sul fronte orientale”. Il 23 novembre successivo, nel pieno dell’apogeo nazista, tutti i giocatori della nazionale tedesca furono inviati al fronte e il regime sciolse di fatto la nazionale. Nei mesi successivi, Otto Nerz, il predecessore di Herberger, morì in un campo di concentramento in Urss. La nazionale tedesca vide il campo solo nel 1950 contro la Svizzera. La nuova democrazia tedesca seppe fare quello che Hitler non riuscì a realizzare. La grande vittoria di Herberger arrivò nove anni dopo la fine della guerra, quando la stella dell’allenatore della nazionale italiana Vittorio Pozzo si era spenta senza gloria nel secondo dopoguerra. Herberger riuscì a dimostrare a tutti che il suo Paese aveva la capacità di rialzarsi in piedi senza che alla guida dei club vi fosse un gerarca nazista e dimostrando che la “palla è rotonda”. Se qualcuno aveva da fare delle critiche alla nazionale tedesca di allora poteva farlo nel 1954, pochi giorni dopo la vittoria ai mondiali in Svizzera, quando tutta la nazionale tedesca fu colpita da una misterioso morbo di tipo itterico, che debilitò tutti i giocatori e li costrinse all’abbandono temporaneo dell’attività agonistica. Ma non ci fu nessuna prova di irregolarità. Rinfacciare oggi a Herberger amicizie e relazioni di oltre 60 anni fa non ha alcun senso. Il pallone non poteva rovesciare il Fuhrer. Da questo punto di vista il “miracolo di Berna” resta ancora in piedi e per quella vittoria in Svizzera non esiste alcuna prescrizione. (pal)