mercoledì 27 dicembre 2006

Dov'è finita quella targa?

Palazzo Barberini, se viene cancellata la memoria di Saragat
--IL VELINO SERA--27 dicembre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Se ne sono accorti poco prima di Natale. La targa che ricorda la scissione di Palazzo Barberini, da cui nacque il Psdi, non c’è più. Lo ha denunciato il giorno di Santo Stefano l’ex segretario particolare del presidente della Repubblica Costantino Belluscio: “Anche a nome di numerosissimi socialisti democratici italiani - ha detto - esprimo la più indignata e vibrata protesta per la improvvida e maliziosa rimozione della targa di Palazzo Barberini che ricordava ai posteri la rivolta di Saragat e dei suoi seguaci del 1947 al totalitarismo e per affermare, salvando l’Italia dalla dittatura comunista, i principi di un sano riformismo al riparo da ogni forma di mistificazione”. Questa situazione mette in difficoltà il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli che non è mai stato amato particolarmente dai socialdemocratici di casa nostra. Rutelli in questi giorni si è tra l’altro pubblicamente vantato della nascita della Galleria d’arte antica a Palazzo Barberini. Nel gennaio del 2005, il futuro ministro dei Beni Culturali ricevette dal segretario regionale del Psdi pugliese Mimmo Magistro gli atti del congresso di Palazzo Barberini del 1947 e gli scritti di Giuseppe Saragat. “Senza alcun tono polemico - disse allora Magistero - vogliamo offrite a Rutelli gli atti fondamentali della storia della socialdemocrazia italiana perché possa approfondire le sue conoscenze storico politiche. Certamente si ricrederà sulla grande attualità della socialdemocrazia che in realtà in Italia non si è mai realizzata al contrario di ben più evolute democrazie europee”. Chissà se Rutelli ha letto quegli scritti e si farà carico della scomparsa della targa. Certo, sarà curioso vedere se nei prossimi giorni i pochi eredi della socialdemocrazia italiana si mobiliteranno per difendere la memoria della scissione del Psdi. Da quello che si sa, il deputato Giorgio Carta ha presentato in questa legislatura quattro atti di sindacato ispettivo e non si è mai preoccupato dei lavori in corso a Palazzo Barberini. Tuttavia, tra le proposte di legge che Carta ha presentato c’è la richiesta di modificare l'articolo 8 della legge 11 luglio 1978, n. 382, in materia di associazioni e circoli fra militari. Infatti era proprio un circolo di ufficiali dell’esercito a gestire, fino a pochi mesi fa, i saloni di Palazzo Barberini, dal 15 dicembre trasformati nella nuova Galleria d’Arte antica. Nei confronti del patrimonio del Psdi si è comportato peggio il deputato della Rosa nel Pugno Gianfranco Schietroma, che sembra aver sottovalutato ciò che è accaduto a Palazzo Barberini. Per la cronaca, proprio in questi giorni il Psdi ha eletto il nuovo segretario. Si tratta dell’imprenditore Renato D’Andria che avrà il compito di condurre il partito al prossimo congresso, il XXVII, che si terrà dal 26 al 28 gennaio del 2007 a Fiuggi. (pal)

martedì 28 novembre 2006

Quando la politica perde i sensi

Stress e politica, record a Mastella:
è svenuto due volte
--IL VELINO--28 novembre 2006
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Molti leader politici, più o meno grandi, sono passati sotto le forche caudine dello stress e hanno pagato la loro iperattività con un malore. L'episodio che ha visto protagonista Silvio Berlusconi domenica scorsa ha parecchi precedenti. Alcuni persino sovrapponibili. Il 29 luglio del 1986 un comunicato del Movimento sociale italiano annunciava che il segretario del partito Giorgio Almirante era stato colto da malore. Una nota spiegava che era “derivato dallo stress e dal caldo eccessivo”. I medici prescrissero al segretario dell'Msi alcuni giorni di riposo. Il 24 settembre del 1988 capitò un incidente simile a quello accaduto domenica a Silvio Berlusconi. Nel corso di un intervento al un convegno di Azione popolare, il senatore Flaminio Piccoli si sentì male durante un passaggio impegnativo di un suo intervento: “La Dc ha una grande classe dirigente... lasciatemi riposare un poco”. Flaminio Piccoli aveva appena cominciato a parlare del problema del doppio incarico di De Mita (segretario del partito e presidente del Consiglio), davanti alla grande platea neodorotea di Sirmione, quando si accasciò sul microfono. Lo soccorsero Emilio Colombo e Antonio Gava. Il 21 novembre del 1988 fu la volta di Mino Martinazzoli. L’allora capogruppo della Dc si trovava in Aula quando fu colto da un capogiro. Gli fu fatto immediatamente un elettrocardiogramma e tornò subito dopo al proprio posto. Il 12 marzo del 1992 toccò al vicesegretario del Psi Giuliano Amato mentre si trovava a Colle Valdelsa, in provincia di Siena. Secondo fonti del Psi senese, si trattò di una leggera congestione, dovuta probabilmente anche allo stress causato dai numerosi impegni di quel periodo elettorale. Amato fu subito visitato da un medico che non ritenne opportuno il ricovero in ospedale. Si sentì male anche il vicepresidente del Senato Luciano Lama nel suo studio a Palazzo Madama il 12 marzo del 1993. Il malore ebbe echi anche in Aula. Il senatore Lucio Libertini, capogruppo di Rifondazione comunista, accusò il presidente del Senato Giovanni Spadolini di imporre all’aula ritmi “troppo stressanti”. Durante il periodo in cui fu segretario del Psi, Ottaviano del Turco si sentì male il 14 marzo del 1994 durante la campagna elettorale. Il leader socialista annullò tutti gli impegni dei giorni successivi. Accasciamento al suolo per Antonio Di Pietro il 5 giugno del 1998 in Basilicata. Mentre l’ex pm stava stringendo la mano ai suoi fan che erano accorsi ad ascoltarlo a Matera, nel corso della campagna a favore del referendum contro il proporzionale, cadde a terra. Causa dello svenimento: ipotensione e una crisi ipoglicemica. Il 10 giugno del 1999 lo stress colpì il segretario dell’Udeur Clemente Mastella che era appena giunto all’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova per degli impegni elettorali. Tutti gli appuntamenti furono annullati. Malore in diretta televisiva il 29 marzo del 2000 per Gustavo Selva. Nel corso del question time alla Camera dei deputati, l’esponente di An fu colto da collasso. Il presidente della camera Luciano Violante fermò i lavori dell’Aula. Il 29 settembre del 2004 Girolamo Sirchia commise l’imprudenza di partecipare al Consiglio dei ministri con la febbre alta. Svenne davanti a Berlusconi e agli altri colleghi di governo. Il 3 maggio del 2005 il leader dell’Udeur Mastella svenne ancora in un aeroporto, mentre si stava per imbarcare a Fiumicino per recarsi in Sardegna. Il medico raccomandò al politico sannita alcuni giorni di riposo. (pal)

lunedì 27 novembre 2006

Quando Silvio sviene

Il malore di Silvio Berlusconi
visto dal forum dell’Ulivo
--IL VELINO--27 novembre 2006
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Il centrosinistra non ha una grande dimestichezza con i forum. I siti dei partiti politici e degli organi di informazione dei partiti vicini a l’Unione non vogliono avere nei loro siti dei forum. Far ascoltare quello che pensano i loro militanti è un boomerang. Lo hanno capito al quotidiano l'Unità che il 21 novembre ha chiuso il suo forum. Ma nel sito de l’Ulivo, dove si presume che ci sia un elettorato moderato, il più moderato de l’Unione, i commenti (negativi) sul malore di Berlusconi a Montecatini si sono sprecati. Una certa Soniasezzi ha scritto, su quanto è accaduto domenica durante l’intervento del leader della Cdl, questo signorile commento: “Ragazzi che attore!!!!!!!!! un genio se non fosse perchè cerca di governarci lo ammirerei, un vero istrione, così invece di parlare delle implicazioni di Guzzanti e & con gli esiliati russi, la Cia e Putin ( vedi la Repubblica di oggi) si parla di come sia bravo lui che va in giro a predicare il bene assoluto anche se sta tanto male!!!!!!!!!”. Alle 15.16 minuti arriva un altro commento benevolo nei confronti di Berlusconi. Bastamenevado scrive: “Mmmm... mi sa che stavolta al nano j'è preso davvero er coccolone! Ironia della sorte: una fedele riproduzione del tanto odiato Fidel Castro, ormai prossimo ad abdicare per motivi di salute. Chissà forse all'amico Vladimiro era rimasto un po' di veleno e prima di venire tirato in ballo...”. Paolof si affida ad una comparazione storica: “Quando morì Berlinguer, dopo l'ictus sul palco, alle successive elezioni ci fu un exploit grandioso del Pci, ‘effetto Berlinguer’ lo chiamarono. Non sarà che...mah...Comunque, aveva appeno detto ‘...questa è l'eredità che vi lascio della mia avventura politica...’”. Però questi commenti non piacciono a tutti. Peppao si ribella e risponde: “Complimenti per la signorilità... Sempre più deluso dal mondo di sinistra (sia gli elettori che i politici). Vi ho votato e non vi voterò mai più. Complimenti a Sonia per le belle sciocchezze che ha detto. In bocca al lupo a Berlusconi per la pronta guarigione!”. Ma poco dopo ritorna Bastamenevado che non gradisce un intervento di un simpatizzante della Casa delle Libertà che dal forum difende Berlusconi: “Hai ragione! Tanti auguri al nano poveraccio! Una volta si diceva: finché c'è la salute! Poi l'uso e l'abuso della malattia per tagliare fuori l'avversario politico ricorda troppo i tempi dell'Unione Sovietica, che certo non rimpiangiamo, Putin a parte! Una pronta guarigione al ducetto, che possa tornare presto a romperci i... ehm... ad allietarci con le sue simpatiche trovate!”. UncleT attacca il Tg4 di Emilio Fede per non aver trasmesso le immagini del malore di Berlusconi: “Le immagini del capo dolente non devono essere trasmesse al popolo bue. Poi, per dare un ulteriore tocco bolscevico, l'immarcescibile direttore, stigmatizza l'operato di altri tg per aver ecceduto nelle immagini del malessere che ha colpito il boss. Cose proprio da profondo rosso dei tempi di Stalin, Breznev Andropov”. Perrynic invia gli auguri a Berlusconi e critica i detrattori del centrodestra: “Sonia e pochi altri, subito stoppati dal moderatore con l'inserimento degli auguri di Prodi a Berlusconi, hanno sbagliato nei toni, perché non bisogna sbeffeggiare un avversario che sta male, ma non venitemi a fare voi la predica, guardate i vostri pari del centrodestra e vedrete che non avete nulla di cui sentirvi superiori, anzi.....”. Alla fine, Arlecchino chiude degnamente la rassegna dei pensieri ulivisti: “Se è vero che Prodi ha detto ‘caro’ (rivolgendosi a Berlusconi, nda) c'è un caro di troppo! Il buonismo non paga... anzi danneggia non poco”. E cala il sipario. (pal)

martedì 21 novembre 2006

Heysel: Platini sapeva tutto?

Platini rompe il silenzio sulla tragedia dell'Heysel
--IL VELINO--21 novembre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Michel Platini, candidato alla presidenza Uefa, ricorda la tragica notte dell'Heysel, a 21 anni di distanza, quando il crollo del muro di una curva dello stadio di Bruxelles, in occasione della finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, causò la morte di 39 tifosi. Così il campione della Juventus: “La notte dell'Heysel sono rimasto male quando la partita è finita, perché noi abbiamo giocato senza sapere niente di quello che era successo. Certo non posso dire se avrei giocato lo stesso se avessi saputo delle vittime”. L’atteggiamento di Platini su quello che accadde oltre venti anni fa allo stadio di Bruxelles sorprende. L’ex giocatore ha ricordato quella sera come un fatto spiacevole sul quale non sarebbe mai tornato con dichiarazioni pubbliche. Ma stavolta ha ricordato quello che accadde il giorno della finale della Coppa dei campioni alla vigilia di un traguardo importante della sua carriera. Il fuoriclasse francese ha sempre evitato di evocare quelle drammatiche ore del maggio del 1985. Lo aveva ribadito anche lo scorso anno in una dichiarazione rilasciata alla stampa: “Per senso di decenza”, disse il 28 maggio del 2005, “ho rifiutato le numerose richieste di un'intervista che mi sono arrivate numerose e insistenti dalla stampa. Io manterrò la parola con me stesso, ma ciò non allevia il dolore che provo sul piano personale né cancella la commozione per quei ricordi tremendi”. Ma di quella tragedia Platini ne aveva parlato con il quotidiano belga "Le Soir" il 14 febbraio del 2004 al quale aveva detto: “Quella maledetta serata è una ferita profonda che non potrà guarire mai: sarei fisicamente e psicologicamente incapace di ritornarci. La gente non sa quello che noi giocatori in campo sapevamo o meno. Ma tutto questo appartiene al passato…”. Su Wikipedia viene riportata una dichiarazione dell’allora portiere della Juventus Stefano Tacconi che aveva dichiarato nel 1995: “Noi della Juventus sapevamo che all'Heysel c'erano stati dei morti laggiù nel settore Z. A dircelo erano stati i tanti, tantissimi tifosi che erano giunti nello spogliatoio per farsi medicare. Una scena che non dimenticherò mai”. (pal)

lunedì 20 novembre 2006

Parla il Presidente del Pri

Finanziaria, La Malfa: Opera di imbroglioni e incompetenti
--IL VELINO--20 novembre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Solo degli imbroglioni e degli incompetenti possono pensare che con l’aumento delle tasse migliorerà la situazione economica del paese. Questo è l’impietoso giudizio del presidente del Pri Giorgio La Malfa che sulla Finanziaria dichiara al VELINO: “Il voto di fiducia era inevitabile. Quando una legge Finanziaria è composta da oltre 217 articoli e il governo la imposta male, con tali dimensioni, la fiducia è l’epilogo naturale. Sia la maggioranza sia l’opposizione hanno presentato la stessa mole di emendamenti. Bisognerebbe fare una legge di 30 articoli. Inoltre il governo è arrivato alla Finanziaria senza aver fatto un vero accordo nel corso del Consiglio dei ministri. Il vero spettacolo sono stati gli emendamenti della maggioranza presentati per conto dei ministri scontenti del governo Prodi: il ministro Mussi è scontento per l’università e fa presentare degli emendamenti; il ministro Di Pietro è scontento per le strade e fa presentare degli emendamenti; il ministro Mastella fa altrettanto. E così via”.

Quindi hanno trasformato il Parlamento nel Consiglio dei ministri...

“Esatto. Hanno fatto alla Camera, e faranno al Senato, quello che avrebbero dovuto fare nel Cdm. Questa situazione evidenzia come non ci sia una guida politica per questo governo. Il presidente del Consiglio e il ministro del Tesoro sono due tecnici e la politica non sanno farla, non sanno dove sia di casa”.

Lei ha sostenuto in più occasioni che si tratta di una Finanziaria che frustra ogni ambizione di sviluppo...

“È così poco favorevole allo sviluppo che, in base alle cifre ufficiali del governo, si stima che l’anno prossimo il reddito dovrebbe crescere dell’1,3 per cento e non dell’1,55 come prevede la tendenza economica. E nel 2011 crescerebbe dell’1,7, cioè la metà di quanto cresce in Irlanda, in Spagna e in Inghilterra. È il governo stesso che lo dice candidamente. Nessun governo cade dopo sei mesi. Ma basta vedere i sondaggi di opinione per capire che questo è un governo spacciato”.

Qual è l’aspetto più duro della manovra?

“Le tasse non fanno crescere un paese. La lotta all’evasione conclamata come se fosse un ‘Sacro Graal’ è una cosa che ucciderà il prelievo fiscale. Come ha detto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, questa Finanziaria porta la pressione fiscale ai livelli più alti della storia. Se un governo permette questo incoraggia l’evasione fiscale che si combatte abbassando le aliquote. Soltanto degli imbroglioni e degli incompetenti possono pensare che prima possono aumentare le tasse e poi, quando la gente ha pagato, le abbasseranno. Nel frattempo queste persone avranno dichiarato il loro fallimento. È chiaro che il Paese è in rivolta contro questo governo”.

Quanto è stato importante per Prodi il giudizio del Fmi?

“Il giudizio degli ispettori di Washington è legato semplicemente al fatto che l’Italia rientri automaticamente nei parametri di Maastricht. Ma se l’Italia ci rientra viva o morta al Fmi non interessa. Può darsi che con queste misure si vada sotto il 3 per cento, ma con questa politica non si rientra nella crescita, nello sviluppo, nell’aumento dell’occupazione. Personalmente, andando in giro per l’Italia, non ho trovato nessuno, nelle categorie tradizionalmente vicine al centrosinistra, che parla bene di questa Finanziaria”.

Eppure Confindustria sembrava aver incoraggiato l'avvio di una fase politica nuova...

“Il presidente degli industriali Luca Cordero di Montezemolo ha fatto il tifo perché questo governo nascesse. Il fatto che Confindustria abbia cercato di far vincere un governo con Rifondazione comunista resta un mistero. Ma da quel giudizio favorevole siamo passati a un giudizio molto negativo. È chiaro che Montezemolo si arrampica sugli specchi perché oggi sente su di sé una base industriale che è furibonda per questo esecutivo. E quindi si trova in grande difficoltà. Sono contraddizioni che alla lunga si chiariranno”. (pal)

giovedì 16 novembre 2006

Le imitazioni ai tempi di Benedetto XVI

Papa e satira, in Francia a Fiorello e Crozza andrebbe peggio
--IL VELINO--16 novembre 2006
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Il Vaticano non va molto d’accordo con la satira. Da giorni infuriano le polemiche sulle imitazioni di Benedetto XVI e lo stesso segretario personale del Pontefice, don Georg Gaenswein, è sceso in campo contro le imitazioni di Maurizio Crozza, che bersaglia il Papa su La 7, e di Fiorello, che imita lo stesso don Georg nel corso del suo programma radiofonico. Oltretevere non hanno mai accettato che si scherzasse sulle istituzioni della Città del Vaticano o su chi le rappresenta. A finire nell’occhio del ciclone sono stati anche personaggi e organi di informazione moderati. Ma la satira sul cattolicesimo non ha mai suscitato particolari traumi in Italia. I politici se la prendono molto di più per gli attacchi ai propri leader e molto spesso polemiche sulla satira che mette nel mirino le autorità religiose finiscono nel nulla. Nel 1990, il Vaticano espresse una durissima reazione all'articolo ironico che, sulla Stampa del 13 aprile, Fruttero e Lucentini avevano dedicato alle liturgie del triduo pasquale. “Un quotidiano nel giorno del venerdì santo - scrisse l’Osservatore Romano - ha offeso il mistero della Pasqua ha pensato di poter trattare umoristicamente il grande triduo dei giorni santi e la fede dei cristiani. Ha banalizzato la passione. Ha ridicolizzato il senso religioso presente nelle coscienze. Lo ha fatto in prima pagina con una volgarità tanto stupida quanto rivoltante”. Sei anni dopo, all’Osservatore non piace il paginone pubblicato il 5 giugno del 1996 dal Corriere della Sera con il titolo “Giubileo, l'anno di Brancaleone”. “Indubbio che ironia e satira - scrisse il giornale vaticano - facciano bene a tutti e che lo scandalismo moralistico non faccia bene a nessuno, ma il razzismo implicito di alcuni interventi non raggiunge la qualità della satira né tantomeno di quella ironia di cui la stessa Roma va fiera dai tempi dei sonetti del Belli”. Ma anche dai politici è arrivata talvolta qualche lamentela. Appena eletto deputato della Democrazia cristiana, Pierluigi Castagnetti scrisse una lettera di protesta al presidente della Vigilanza Andrea Borri (Dc), scandalizzato “di dover assistere nel corso degli spettacoli di varietà trasmessi da tutte e tre le reti Rai a una progressiva accentuazione di una satira che investe valori fondamentali della religione cattolica”. Ma ci sono Paesi in cui chi fa satira rischia molto di più che l’attacco del Vaticano. Per esempio la Francia. Canal Plus, che aveva ironizzato pesantemente sulle origini tedesche di Joseph Ratzinger chiamandolo “Adolfo II” e dicendo che aveva benedetto i fedeli “in nome del padre, del figlio e del Terzo Reich”, se la vide brutta. Il Consiglio superiore per gli audiovisivi (Csa) ha minacciò di multare l'emittente se questa fosse tornata a violare la norma che impone il “rispetto della sensibilità religiosa, politica e culturale degli spettatori”. Il 20 aprile del 2005, all'indomani dell'elezione al soglio pontificio, Benedetto XVI era stato messo alla berlina da "I clown dell'informazione" un programma in cui alcuni pupazzi fanno satira sulle notizie del momento. Le battute avevano irritato i cattolici francesi e i vescovi avevano stigmatizzato l'ironia che “metteva sullo stesso piano tutti i tedeschi e il più abominevole dei regimi”. La direzione di Canal Plus aveva presentato pubbliche scuse. (pal)

venerdì 3 novembre 2006

E Prodi-Napolitano mandarono l'esercito a Napoli

Napoli 97, quando Prodi e Napolitano
mandarono l'esercito
--IL VELINO--3 novembre 2006
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Oggi il centrosinistra dichiara che non è il caso di inviare le nostre forze armate a Napoli, ma nel luglio del 1997 prevalse un punto di vista di segno opposto. Anche allora a Palazzo Chigi c'era Romano Prodi, che fece approvare in meno di venti giorni un decreto grazie al quale veniva inviato l’esercito a Napoli nell’ambito dell’operazione “Partenope 2”. Il decreto fu poi convertito il 22 luglio del 1997 alla Camera e il 30 luglio al Senato. Il costo dell’operazione fu di sette miliardi. Però, tutti i partiti rappresentati nel Governo Prodi erano d’accordo (tranne Rifondazione che si astenne). Partecipando al vertice Nato del 7 luglio del 1997 Prodi disse che quella scelta era frutto di “una decisione unanime e immediata” del governo e che sarebbe servita a “sostituire carabinieri e poliziotti nella protezione degli uffici pubblici, in modo che questi possano fare il lavoro che è loro più proprio”. Il ministro dell'Interno dell'epoca, Giorgio Napolitano, nel giorno in cui il decreto 215 del 1997 fu votato alla Camera il 22 luglio del 1997, dichiarò: "La decisione adottata dal Governo e ora sottoposta all'approvazione della Camera costituisce un aspetto e uno sviluppo significativo del più generale impegno che stiamo da tempo portando avanti di rafforzamento della lotta contro la camorra e ogni forma di criminalità nella città e nella provincia di Napoli, in una più ampia visione metropolitana e regionale. Abbiamo voluto dare un nuovo segno di preoccupata e solidale attenzione dello Stato e della comunità nazionale verso i cittadini di Napoli e verso tutti coloro che operano in condizioni difficili in quella provincia, in quell'area e in Campania, con l'invio di un contingente dell'esercito che liberasse da compiti di vigilanza fissa circa 300 unità delle forze di polizia da impiegare in attività di contrasto della criminalità sul territorio e, più in generale, concorresse a un clima di maggiore sicurezza per la popolazione...". (pal)

martedì 31 ottobre 2006

Il parlamentari e il latino

Gaffe ed errori: i politici alle prese con il "latinorum"
--IL VELINO--31 ottobre 2006
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Il Pontificio comitato di scienze storiche ci ha ricordato che il latino viene insegnato sempre meno e peggio nelle università europee. A fare le spese di una conoscenza non sempre perfetta della lingua di Cicerone spesso sono i politici. In Parlamento fanno grande sfoggio di citazioni, ma non vanno esenti da figuracce. In un comunicato del 15 febbraio del 1994, la Lega Nord scrisse che la legge è uguale per tutti traducendolo erroneamente in latino con queste parole: “Nullum ius sine lege”. Il deputato del Ppi Gerardo Bianco gli appioppò un bel 2. Ma lo stesso Bianco fu vittima di questo slancio latinista. Nella seduta della Camera del 30 marzo dello scorso anno il deputato dell’Ulivo aveva invitato gli uffici del Parlamento a rispettare la numerazione latina dei commi aggiuntivi rilevando che il numero nove non poteva essere scritto come novies, ma doveva essere scritto nonies. Si sbagliava. Pochi minuti dopo, il deputato dell’Ulivo disse: “Avevo sollevato un po’ scherzosamente un quesito che era oggettivamente infondato, la scrittura di novies riportata dagli uffici è esatta e corretta, non esistendo il termine nonies”: voto 4. Quando il 21 giugno del 2001 Silvio Berlusconi intervenne in replica sulla fiducia del suo governo alla Camera, citando una frase in latino di Tito Livio, “Hic manebimus optime”, la reazione dei parlamentari in Aula fu un brusio ironico, quasi come se fosse vietata a Berlusconi una citazione latina. Nel 1999 Fabio Mussi intervenne alla Camera citando un’intera ode di Orazio, quella del “carpe diem” per dimostrare alle destre quanto il suo partito amasse le lingue classiche. Forse il discorso di Mussi poteva avere una sua validità per i vertici del partito, ma non certo per la base. I vecchi militanti del Pci ridono ancora oggi ricordando come Alessandro Natta ammutolì una platea del suo partito citando la frase “multa renascentur quae iam cecidere”. La massa del Pci e della sinistra odiava il latino. Il nemico numero uno dei contestatori del Sessantotto, il mai dimenticato professore Ettore Paratore aveva un modo per mettere in crisi quegli studenti che lo contestavano alla Sapienza. Quando si sedevano al suo cospetto per sostenere l’esame, il professore gli diceva di tradurre in latino: “Lei guardi fuori dalla finestra lo stormire delle fronde”. Puntualmente gli studenti, invece di tradurre il brano, guardavano fuori dalla finestra persi come se dovessero annegare in un bicchier d’acqua. Ma la cosa più divertente accadde quando Paratore presentò agli studenti contestatori un brano di Mao Zedong da tradurre in latino. Davanti a quel foglio il professore vide un’intera generazione di contestatori e critici in ginocchio. Ad aiutare il Pci ci avrebbe comunque pensato Claudio Martelli. Il numero due del Psi rivolgendosi a Ciriaco De Mita, neopresidente del Consiglio, gli disse in Aula che il suo governo sarebbe durato se avesse rispettato il programma: “Simul stabunt, simul cadunt”. Dai banchi dell’opposizione il solito Alessandro Natta gli rispose: “Cadent, Martelli, Cadent!”. Sembrava finita lì, ma qualche giorno dopo al Tg2, fu Bettino Craxi a citare la frase di nuovo, ma sbagliandola ancora proprio come aveva fatto Martelli. A quel punto i deputati del Pci chiesero al ministro della Pubblica istruzione Giovanni Galloni di rassicurare gli studenti con un’apposita circolare. Oggi la circolare dovrebbe essere fatta per far trovare ai politici il coraggio di rifarle certe citazioni. Ma solo quando l'appello del Pontificio comitato di scienze storiche sarà stato accolto. (pal)

sabato 28 ottobre 2006

Cessi & politica

Quando le toilette fanno discutere i palazzi della politica
Il Velino del 28 ottobre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 28 ott (Velino) - I bagni riservati ai parlamentari giocano spesso brutti scherzi. Dopo la lite tra l’onorevole Wladimir Luxuria ed Elisabetta Gardini di Forza Italia, nessuno dovrebbe essere sorpreso. Da anni le cronache politiche e parlamentari ci raccontano di fatti che riguardano i bagni delle assemblee elettive. E anche all’estero ci sono assemblee che si distinguono sul tema della toilette. Nel giugno del 1988 la toilette del Campidoglio di Washington diventa provvidenziale per una visitatrice di appena 16 anni che ha partorito prematuramente nei bagni dei senatori americani con l’aiuto di un addetto della polizia congressuale. I bagni Usa tornano alla ribalta nel 1992, quando si scopre che fino a quel momento le due senatrici sono costrette ad utilizzare i bagni del pubblico, al piano inferiore a quello dell’aula, perché non era stata costruita una toilette per loro. Il capogruppo democratico al Campidoglio George Mitchell annuncia che con l’ingresso di altre quattro rappresentanti al Campidoglio finalmente sarebbe stata costruita una nuova toilette per loro al piano dell’aula.
A Bruxelles, dove si tiene la minisessione dell’europarlamento, i reporter della televisione tedesca Sat-1 anticipano le Iene e svolgono un test nelle toilette del palazzo per vedere se ci sono tracce di sostanze stupefacenti. A sorpresa, il test dà esito positivo e vengono trovate numerose tracce di cocaina su ben 46 superfici di toilette. Il programma televisivo Akte2005 e il suo conduttore, Ulrich Meyer, vengono messi sotto accusa. Lo stesso staff televisivo ha compiuto uno scoop simile nel 2000, quando nel Reichstag tedesco vengono trovate tracce di sostanze stupefacenti in 22 dei 20 bagni dell’assemblea tedesca. Da noi si parla di toilette parlamentari per altre ragioni. I bagni del Senato hanno fatto discutere per la scarsa igiene o per le spese ingenti per la manutenzione. Poi per qualcuno il bagno diventa anche una giustificazione politica. Ad esempio, il senatore Giacomo Archiutti di Forza Italia viene sorpreso in aula a votare per un altro collega durante la discussione della legge Cirami. La toilette lo aiuta: “Il collega era presente ma, siccome, era claudicante, non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo al suo banco. La gente deve capire che ci sono sedute che durano ore e noi non abbiamo in dotazione un pappagallo” (Il Gazzettino, 27 ottobre 1992).
Nel corso del dibattito sulla legge Finanziaria nel 1994, la senatrice del Psi Maria Antonia Modolo denuncia un certo degrado nel Palazzo: “L'ambiente del Senato che conosco è malsano e sgradevole. Sempre con luce artificiale, sempre con aria condizionata (mal funzionante), neppure una stanza per relax, persino le toilette sono rare!” (seduta del 16 dicembre 1994). Nove anni dopo, lo stesso problema è riscontrato dal senatore Gaetano Fasolino che denuncia: “I bagni del Senato sono quanto di più antigenico ci possa essere” (Libero, 18 giugno 2003). Ma il problema sembra essere risolto da un piano Marshall per i bagni del Senato. Ma a quanto pare non basta. Nel 2004, dopo il richiamo del senatore Fasolino, vengono stanziati 2.115.747,92 euro per i bagni. Tuttavia, le cose non cambiano: “A detta di parecchi senatori ai servizi igienici è possibile accedere solo previo utilizzo di una maschera antigas” (Il Giornale, 4 ottobre 2006). Quando gli occhi degli osservatori parlamentari sono concentrati sui bagni di palazzo Madama scoppia la grana della toilette della camera tra le onorevole Elisabetta Gardini e Wladimir Luxuria. La polemica va a pennello per la parlamentare di Rifondazione comunista che, guarda caso, interpreta una parte nella sit-com di Francesca Draghetti dal titolo Toilette, commedia che spia confessioni, segreti, rivelazioni e pettegolezzi delle donne al bagno di un locale approfittando di una risistemata al make-up. Con l’episodio di venerdì tra le due parlamentari, la Traghetti ha del nuovo materiale su cui lavorare.

(pal) 28 ott 2006 11:47

mercoledì 25 ottobre 2006

Addio a Bruno Lauzi

La morte di Lauzi, cantautore liberale amato anche a sinistra
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 25 ottobre del 2006

Roma, 25 ott (Velino) - All’età di 69 anni è morto questa notte a Milano Bruno Lauzi, cantautore di fama ma anche uomo impegnato in politica. Lauzi faceva parte della schiera dei cantautori genovesi, ma ne rappresentava l’ala liberale: per anni, infatti, è stato vicino al Partito liberale italiano, salvo consumare verso la fine degli anni '80 una rottura che fece rumore. Ma oggi è stato ricordato politicamente anche esponenti a lui non vicini: dal presidente della Camera Fausto Bertinotti, all’esponente di Rifondazione comunista Pietro Folena fino al leader della Margherita Francesco Rutelli. Nel 1988, Lauzi cominciò l’allontanamento dal Pli criticando aspramente il segretario del partito Renato Altissimo per l’ingresso a sorpresa nel governo Goria. In quella occasione, mandò un messaggio di fuoco al XX Congresso del partito che si svolgeva a Roma dicendo che lui, in qualità di “chitarrista”, aveva capito che quello era un grave errore: “Da questo momento smetto di essere un militante liberale. Tornerò nel partito a due condizioni: la mia elezione a segretario del Pli oppure che Altissimo impari a suonare la chitarra” (17 dicembre 1988). Condizioni impossibili da soddisfare.
Lauzi non perse però il contatto con la politica. Nel maggio del 1992, il cantautore fu l'animatore a Torino di una manifestazione per difendere il valore della cultura italiana in Istria con il patrocinio della Regione Piemonte. Nel 1993 aveva aderito all’Unione di centro di Raffaele Costa. Mentre nel 2000, Lauzi aveva sostenuto il cosiddetto Polo laico, un movimento promosso da Giovanni Negri, unitamente ai Riformatori Peppino Calderisi e Marco Taradash e al liberale Giuseppe Benedetto, insieme ad altri esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo. Ancora, nel 2002 il cantautore era stato l’animatore di Liberalismo popolare – Casa del cittadino, nato da un’iniziativa di Alfredo Biondi e da Raffaele Costa. Negli anni Novanta Lauzi era stato tra i sostenitori di un’iniziativa contro il Governo Prodi che avrebbe permesso ai centri sociali di far ascoltare la musica e proiettare film senza corrispondere i diritti alla Siae. Nell’ottobre del 1996, Lauzi aveva sottoscritto un documento nel quale si condannava questo decreto che, “oltre a violare palesemente le convenzioni internazionali in materia di difesa della proprietà intellettuale, renderebbe legale la pirateria, consentendo un'evasione incontrollata delle norme di legge in materia di difesa del diritto d'autore”.

(Lanfranco Palazzolo) 25 ott 2006 16:40

sabato 21 ottobre 2006

La Luna che voleva Pietro Ingrao.......

"Volevo la luna": le strane omissioni della biografia di Ingrao
IL VELINO CULTURA--21 ottobre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 21 ott (Velino) - Il modo di raccontare una storia è molto importante. Leggendo Volevo la luna di Pietro Ingrao (Einaudi) si ha l’impressione che l’autore abbia cambiato molti dei suoi ricordi sulla storia recente del nostro Paese. Il capitolo che incuriosisce di più è quello relativo all’esperienza alla presidenza della Camera. In questo capitolo dal titolo “L’assassinio di Moro”, l’autore spiega come si arrivò alla scelta del suo nome per il prestigioso incarico. Lo chiamò a casa Enrico Berlinguer mentre era in corso la direzione del partito: “Mi disse con il suo stile senza fronzoli: avevamo pensato ad Amendola, ma lui ha rifiutato, non gli va. E vorremmo proporre la candidatura tua. Abbiamo bisogno però di una risposta rapida”. L’autore racconta nel libro che in quel momento era riunita la direzione del partito che aspettava una sua risposta. Una situazione singolare visto che di quella direzione lo stesso Ingrao era membro (vedi Almanacco del Pci 1976, pagina 24). Quello che non dice l’ex presidente della Camera è come si arrivò a quella “svolta” nella riunione dei sei partiti, dei futuri cinque dell’astensione, e della Democrazia cristiana che in pratica si spartirono, nell’incontro del 3 luglio del 1976, le presidenze dei due rami del Parlamento. Il titolo del Corriere della sera di quel giorno fu eloquente: “La Dc e i comunisti si spartiranno le presidenze di Camera e Senato”. Un altro aspetto singolare del libro è il modo in cui Ingrao ha descritto la sua attività quasi come se fosse stato estraneo alla politica parlamentare: “E il Parlamento - quelle vaste stanze paludate, con i dipinti alla Maccari, dove si consumava una ciarla perenne, quei commessi in divisa severa, era pur sempre un luogo dove si prendevano decisioni cruciali sul pane e sulla vita. Quindi dissi di sì”. Leggendo queste parole è difficile capire che si tratta di riflessioni di un parlamentare che fin dal 27 settembre del 1950 era stato proclamato deputato alla Camera senza interruzione. A questo punto Ingrao racconta: “Dalla sede del gruppo comunista seguivo lo spoglio delle schede. Non ricordo se in gara c’erano altri candidati. Mi pare di sì. Lo spoglio si prolungava. E a un certo punto ebbi l’impressione di non avercela fatta: la sconfitta mi bruciava”. Il racconto non corrisponde alla realtà delle cose. Ingrao non aveva concorrenti e nessun dubbio sulla sua affermazione. Era stato deciso tutto dall’esapartito il 3 luglio. Infatti, se si guardano i risultati del voto si legge: “Presenti e votanti 613, ha ottenuto voti 488 Pietro Ingrano, schede bianche 117, schede disperse 8” (pagina 7 della seduta del 5 luglio del 1976). Nel racconto, Ingrao parla anche dell’allora vicepresidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro che “sapeva dirigere splendidamente il lavoro dell’Assemblea: non perdeva mai la calma, conosceva bene i regolamenti”. Anche se poi questo non è vero come testimonia lo scontro tra Oscar Luigi Scalfaro e Marco Pannella durante la seduta del 3 dicembre del 1976 (dibattito sul Concordato) in cui il vicepresidente dell’Assemblea si rivolse al parlamentare radicale dicendogli che non era in aula “per la sua personale pubblicità”. Ai sensi del regolamento parlamentare Pannella chiese un giurì d’onore. Ma quello che sorprende di più è il ricordo del rapporto con i radicali: “C’era una sorta di dialogo perenne con loro”, che “però non approdava a nulla”. Ingrao dovrebbe ricordare che il gruppo parlamentare radicale, da gruppo di opposizione, non riuscì a votare per molte sedute perché i parlamentari di quel gruppo trovavano spesso i deputati del Pci nei loro scranni che impedivano il loro diritto al voto. E il più delle volte si arrivava quasi alle mani senza che Ingrao facesse nulla. In realtà qualcosa fece: a norma dell’articolo 60 del regolamento espulse l’intero gruppo parlamentare radicale nella seduta del 7 ottobre del 1976. Ma questo in Volevo la luna non c’è scritto.

(pal) 21 ott 2006 12:41

lunedì 9 ottobre 2006

Cosa sognava l'Apollo rossa?

Quando i comunisti vanno su Marte
IL VELINO CULTURA del 9 ottobre del 2006

Di Lanfranco Palazzolo

Roma - Al festival cinematografico di Roma, voluto da Walter Veltroni, verrà presentato Fascisti su Marte. Si tratta di una trasposizione cinematografica di una striscia televisiva che era apparsa nel programma Il caso Scarfoglia. In questi episodi si parlava di un manipolo di arditi che si lanciava alla conquista di Marte. La trovata della striscia consisteva nel mischiare la prosopopea imperialista fascista con l’assurdità dell’arrivo di una navicella autarchica sul Pianeta rosso. È molto probabile che questa opera cinematografica diretta Corrado Guzzanti, che veste anche i panni del protagonista del film, non sia destinata a un grande successo. Ma il film è un ottimo spunto per parlare della propaganda “spaziale”. È sicuro che durante il fascismo, il regime si sia reso ridicolo per molte manifestazioni esteriori, ma è anche probabile che forse il comunismo ha fatto peggio. L’unico legame che il fascismo del ventennio ebbe con il pianeta Marte fu legato a un opera cinematografica che forse oggi avrebbe maggiore successo di Fascisti su Marte. Alla vigilia del 10 giugno del 1940, giunse nelle sale cinematografiche il film 1000 chilometri al minuto di Mario Mattioli. Anche se il film è del 1940, qui il Pnf non c’entrava proprio nulla. L’opera cinematografica narrava la storia di due amici, che seguendo una ragazza per restituirle la borsetta, capitano nel laboratorio scientifico di suo padre e sono costretti a entrare con lui nel razzo diretto su Marte. A causa di uno sbaglio, dopo poche ore finiranno di nuovo sulla Terra. È tutta qui la commedia prebellica di Mario Mattioli senza nessuna pretesa. Il comunismo ebbe invece un atteggiamento più serio sullo spazio siderale. Basterebbe guardare il significato attribuito allo spazio da Andrei Tarkovskij nel film Solaris: “Un fantastico viaggio negli spazi siderali, dove si ritrova la felicità”. Ma senza andare troppo lontano, si dovrebbero leggere le gloriose pagine del quotidiano l’Unità per capire come l’avventura dei comunisti sulla luna fosse qualcosa di maledettamente serio sul quale nessuno comico oggi si sognerebbe di fare ironia. Quando l’Urss lanciò il primo Sputnik intorno alla Terra, il quotidiano del Pci non si lasciò sfuggire l’occasione per fare un po’ di propaganda: “In tutti i Paesi del mondo, in tutti gli ambienti scientifici, benché fosse ormai di dominio comune il fatto che la scienza sovietica si era posta all’avanguardia in questo campo, questa conquista ha suscitato enorme impressione” (l’Unità, 5 ottobre 1957). Quando l’Unione sovietica lanciò il Lunik 2 nello spazio (1959), Roma venne tappezzata di manifesti del Pci nei quali veniva raffigurata la luna con una bandiera dell’Urss piantata sopra: “Il razzo sovietico sulla luna. Il mondo comunista ha aperto un’era nuova: costruiamo un’Italia al passo con i tempi”. Ma quando nello spazio arrivò Yuri Gagarin, il primo uomo in grado di solcare l’orbita intorno alla terra, la propaganda del Pci trionfò su tutto al punto che il quotidiano del Partito comunista si rivolse agli scienziati sovietici così: “Voi ci avete detto ancora una volta che il socialismo vince, e che, con il socialismo, vince l’uomo, vince la libertà” (13 aprile 1961). Palmiro Togliatti non restò indifferente a questa vittoria e scrisse un telegramma al Comitato centrale del Pcus: “Il primo volo negli spazi infiniti del cosmo, realizzato da un uomo sovietico, è impresa tale che riempie l’animo di tutti di entusiasmo e di stupita ammirazione”. Il segretario del Pci concluse il telegramma a Nikita Kruscev ricordando che la conquista “è frutto del lavoro tenace di scienziati, tecnici e operai che vivono ed operano nelle condizioni della società socialista”. Nemmeno i fascisti su Marte sarebbero stati capaci di arrivare a dire questo a proposito del fascio littorio poggiato sul Pianeta rosso. (pal)

lunedì 2 ottobre 2006

Montecitorio saluta MAO

L'Italia e la Cina / Quando la Camera commemorò Mao
--IL VELINO CULTURA--2 ottobre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni quasi tutti i quotidiani hanno ricordato l’anniversario dei fatti d’Ungheria nel 1956. Si è parlato anche del trentesimo anniversario della morte di Mao Zedong. Ma questo secondo fatto storico è passato decisamente in secondo piano se si esclude la polemica che ha accompagnato un articolo pubblicato da Rossana Rossanda su Il Manifesto del 9 settembre dal titolo “Trent’anni dopo, onore a Mao”. Forse sono in pochi a ricordare che l’assemblea di Montecitorio dedicò un ricordo al dittatore cinese. Non solo. Tutta l’assemblea dei parlamentari si levò in piedi compreso i rappresentanti della Democrazia cristiana. La commemorazione in Aula avvenne alle 17 della seduta del 28 settembre del 1976. Il presidente della Camera Pietro Ingrao prese la parola. Il suo intervento fu breve. Appena due pagine di stenografico (pagg. 601-602). Tuttavia, in quelle parole c’era una vera e propria comparazione tra quello che era accaduto negli anni precedenti in Cina e quello che sarebbe potuto accadere in Italia. Nel suo intervento, Ingrao puntualizzò: “Non sta a me esprimere un giudizio sulla portata e sugli sbocchi di questi processi. A me preme un’altra cosa: preme sottolineare che questi fenomeni (la politica maoista, ndr) sono un altro segno importante di come stanno cambiando le dimensioni del quadro generale in cui si colloca la vita del nostro paese”. Il presidente della Camera aggiunse: “La commemorazione che noi facciamo di una figura come quella del presidente Mao non è un fatto rituale ed esteriore, perché è parte diretta della riflessione che facciamo su noi stessi e sui compiti che stanno dinnanzi all’Europa”. Al cordoglio per la scomparsa di Mao si associò anche il sottosegretario al Tesoro Antonio Mario Mazzarrino, deputato della Dc che per anni era stato dirigente del dipartimento stampa e propaganda della Democrazia cristiana. Eppure quella commemorazione, insieme alla sospensione dei lavori dell’Aula per lutto, poteva essere evitata benissimo. Mao Zedong era morto il 9 settembre quando la Camera dei deputati era chiusa. Per la verità, i deputati non si riunivano in Aula dall’11 agosto, quando era stata votata la fiducia al governo Andreotti. Va tenuto conto che lo stesso Partito comunista italiano aveva cessato di avere rapporti con il Partito comunista cinese dal lontano 1965 quando una delegazione del Pci si era recata a Pechino. In quella circostanza non fu nemmeno stilato un comunicato dell’incontro. I comunisti cinesi concessero a Giancarlo Pajetta di scrivere uno scarno comunicato stampa. Ad opporsi a un comunicato congiunto fu il segretario del Partito comunista cinese Teng Tsiao Ping, il quale era molto arrabbiato con Pietro Longo. La ragione dell’arrabbiatura era dovuta a un articolo molto critico scritto da Longo. Su "l’Espresso" del 19 settembre del 1976 è annotato che quegli articoli gli erano stati sottoposti da Kang Sheng, altro esponente di spicco del Pcc. Kang non fece altro che sventolare a Pajetta e alla delegazione del Pci l’articolo “incriminato”. Nonostante questi presupposti, allora non si poteva proprio fare nulla per evitare quella commemorazione, anche a 20 giorni dalla morte di Mao. La conferma di quel clima di depressione “spirituale” dovuta alla scomparsa di Mao si ebbe dalle parole dello scrittore Alberto Moravia che disse: “Mao è stato davvero un mestro. Egli ha insegnato che un socialismo in qualche modo rispettoso della persona umana è possibile”. Moravia si fermò un istante a riflettere su quanto aveva detto e aggiunse: “Certo, il rispetto della persona umana è una cosa in Asia e un’altra in Europa”. (pal)

giovedì 21 settembre 2006

Oliviero Toscani: Italia paese vecchio e "Homofobicus"
IL VELINO, 21 settembre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 21 set (Velino) - L’Italia è un Paese vecchio. Questa è l’accusa di Oliviero Toscani mentre sta uscendo nelle librerie il volume dal titolo Homofobicus (Kaos edizioni) nel quale il pubblicitario e il suo principale collaboratore Marco Rubiola hanno raccolto le reazioni degli italiani alla campagna pubblicitaria della casa di abbigliamento RaRe nella quale venivano raffigurati degli uomini che si baciavano. L’istituto di autodisciplina della pubblicità (Iap) ha vietato l’affissione di questi manifesti. Toscani spiega al VELINO: “Ci sono arrivati insulti e censure dopo questa campagna pubblicitaria. I genitori si lamentavano perché non bisognava far vedere le cose come sono sui muri delle città italiane. Sono arrivate tantissime lettere di insulti, ma anche tante lettere di difesa. Ci siamo detti che non era giusto lasciarle solo alla nostra lettura. Io e Marco Rubiola le abbiamo raccolte in un libro come un documento storico su questa campagna che si è svolta nell’arco di un anno e mezzo”. Partendo da questi testi, il pubblicitario traccia un ritratto negativo del nostro Paese: “L’Italia resta un Paese largamente conservatore, ma non per questa campagna. La conservazione è manifestata in tutte le cose. Lo vediamo quotidianamente da come questo paese reagisce alle cose, dai programmi demenziali della televisione. Non siamo quel paese particolarmente creativo, sveglio e simpatico che diciamo di voler essere. Siamo un paese di vecchi in tutti i sensi”. E cita un esempio calzante: “Un mio amico che insegna al Mit di Boston ha fatto una domanda ai suoi studenti chiedendo i nomi di tre architetti italiani famosi nel mondo. Gli studenti hanno faticato un po’. Ma poi l’unico nome che hanno citato è stato quello di Renzo Piano che ha 70 anni… In Italia, tutto è un po’ come l’architettura. Noi siamo un disastro. Bertrand Russel diceva che forse un Paese si può giudicare dalla sua qualità architettonica. La nostra produzione non è mai stata così bassa”. Toscani pensa che l’immagine abbia soppiantato l’espressione scritta: “Il rapporto tra la scrittura e l’immagine non è più paritario. Ormai viviamo in un mondo d’immagine. Ciò che conosciamo, lo conosciamo per le immagini. In fondo la scrittura è interpretabile, incute paura. Potrei dire provocatoriamente che la storia esiste fin da quando c’è la fotografia. Se ci fosse stata una macchina fotografica durante il periodo delle crociate in Medio Oriente chissà cosa penseremmo oggi di quello che è accaduto nel Medio evo. Lo stesso discorso vale anche per Napoleone. L’immagine è la nostra realtà”. Il pubblicitario spiega che il profitto economico non è l’unico l’obiettivo delle sue campagne: “Non si calcola solo il ritorno economico, ma anche il riconoscimento di un marchio. Quando c’è il riconoscimento non si possono fare calcoli precisi o quantificare. Economicamente c’è stato un incremento del 70 per cento. Questo è quello che ha detto il proprietario nel corso della conferenza stampa”. Alla domanda su come giudica il comportamento dello Iap, Toscani risponde senza peli sulla lingua: “Ho avuto tante censure. Quando ho fotografato Nolita, la bambina con il neonato in braccio, hanno detto che quella immagine incuteva voglie pedofile. Pura follia. Lo Iap è una corporazione privata. Un po’, potrei dire, come una mafia. Lo Iap fa delle regole per conto suo, al di sopra della legge ordinaria. Un gruppo di associazioni pubblicitarie di mettono assieme e fanno autodisciplina. Ma io non appartengo alla loro corporazione. Quindi disciplinano ciò che non gli va bene. Ma le ragioni sono molto strane”. Nel 2000, quando la Benetton chiuse il rapporto con lei disse che l’epoca della pubblicità choc era finita: “Non ci sono periodi di pubblicità choc. L’arte è l’arte. E deve provocare interesse. Bisogna provocare nuova percezione per portare a nuove dimensioni e a nuovi valori. Me ne andai dalla Benetton perché la società andò a chiedere scusa dopo che feci la campagna contro la pena di morte. Non so perché bisogna andare in America a chiedere scusa dopo aver fatto la campagna contro la pena di morte. A volte il profitto economico è più importante dei diritti umani e civili. Io fui disgustato da questo comportamento e me ne andai. Questa è la verità. Poi la Benetton può dire quello che vuole”. E sulla campagna RaRe aggiunge: “Mi hanno chiesto se i modelli che posavano nelle foto fossero omosessuali. Io ho risposto che non ha mai chiesto alle persone che hanno posato se fossero degli omosessuali. E sinceramente non mi interessa. Non è questo il mio modo di procedere. Con le fotografie di RaRe ho fatto un’azione teatrale: l’immagine giusta nel momento giusto. In quel momento l’immagine esprimeva qualcosa di cui si discuteva. Allora l’immagine diventa un pretesto per discutere. Quando Marcello Mastroianni ha girato il [Bell’Antonio (film di Mauro Bolognini del 1960, ndr) era impotente o no? L’immagine è una verità comunque. Homofobicus è una raccolta di paure per raccontare una vicenda che è la storia dell’uomo”.

(Lanfranco Palazzolo) 21 set 2006 19:46

giovedì 7 settembre 2006

L'ultima cena di Daniele Capezzone

Se Capezzone offre la cena ai suoi blogger-fan
--IL VELINO--7 settembre 2006

(non firmato)

Roma, 7 set (Velino) - Indovina chi viene a cena? Serata mondana ieri sera per il Daniele Capezzone fan club (http://capezzonefanclub.blogspot.com/) al T-Bone station di Trastevere. Il segretario di Radicali italiani e presidente della commissione Attività produttive della Camera dei deputati ha incontrato una quindicina di sostenitori, quasi tutti blogger, hanno atteso Capezzone che è giunto a piedi nel locale romano dove si consuma un’ottima carne texana. Oltre agli ammiratori di Capezzone, hanno partecipato alla cena il giornalista di Radio Radicale Alessandro Caforio, titolare di www.radioweblog.it, Anna Momigliano della redazione esteri del Riformista e l’onnipresente Aldo Torchiaro, collaboratore del quotidiano diretto da Paolo Franchi e giornalista di Nessuno Tv. Incuranti della “indecente” partita della nazionale, i commensali di Capezzone hanno chiesto al parlamentare qualche dettaglio sul foglietto trovato a Montecitorio sulle nuove nomine Rai. Ma Capezzone, che si è seduto al centro del tavolo, non ha voluto rivelare nulla. Anzi, il segretario di Radicali italiani si è intrattenuto soprattutto su alcuni temi relativi al commercio internazionale con la Cina. Capezzone ha risposto con cortesia alle domande di tutti i commensali, ma è stato sfortunato. Accanto a Capezzone hanno trovato posto due blogger che lo contestano. Stefano, noto con il nome di battaglia “Il signore degli anelli”, ha criticato la linea politica della Rosa nel pugno. Lo stesso ha fatto un altro blogger simpatizzante di Forza Italia. La cena si è conclusa poco dopo la mezzanotte.

(pal) 7 set 2006 20:01

martedì 29 agosto 2006

Maratona: il finto miracolo di Romano

Romano Prodi verso il "traguardo".
Il Velino del 29 agosto del 2006
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 29 ago (Velino) - Romano Prodi ha sempre avuto un rapporto splendido con lo sport. È un eccellente ciclista e partecipa ogni tanto a qualche maratona. Proprio ieri il cantante Gianni Morandi lo ha invitato alla “Mezza maratona” (21,5 chilometri) di Bologna del 3 settembre prossimo con queste parole: “Speriamo che il presidente del Consiglio Romano Prodi, che è appassionato di corsa e di podismo, venga a correre con noi nella sua città, sotto i suoi portici e nelle strade che conosce bene”. Il cantante ha promesso al Professore anche il numero 1. Dopo il comunicato del cantante molti hanno pensato che il presidente del Consiglio stavolta avrebbe deciso di non partecipare alla maratona. E infatti, la risposta è giunta pochi minuti dopo: “Caro Gianni, mi dispiace veramente tanto di non poter accogliere il tuo invito a partecipare alla mezza maratona che si terrà a Bologna. Ho saputo solo ieri, quando ormai era troppo tardi, che la ‘Run tune up’ si sarebbe tenuta domenica prossima. Avrei proprio voluto esserci ma in quella giornata ho un impegno, al quale non posso sottrarmi, che mi terrà lontano dalla mia città”. Ma chissà se il rifiuto è legato al desiderio di evitare nuove polemiche. Per uno come il capo del governo anche la partecipazione alla maratona può trasformarsi da una semplice corsa in una “via crucis”. Proprio lo scorso 11 dicembre Prodi aveva partecipato nella sua amata Reggio Emilia con il numero 1 alla Maratona città del tricolore. Per il Professore si sprecano gli applausi. Il Corriere della Sera manda il giornalista Francesco Alberti a seguire la performance del futuro premier: “Alle nove del mattino, sole che acceca, freddo che taglia, è un pettorale tra i 2020 pettorali. Ha guanti bianchi, berretto di lana nero e tutta azzurra”. Al quotidiano di via Solferino Prodi rivela: “Non ho mai superato la soglia dei 15 chilometri…”.
Ma quel giorno avviene il miracolo. Prodi riesce a percorrere ben 42 chilometri in 4 ore e 21 minuti. Due giorni dopo sulla Repubblica arriva la lode-metafora di Edmondo Berselli: “Un passo dopo l’altro fanno 4 ore e 21 minuti, sul traguardo il segno della vittoria con l’indice e il medio: non ci vuole molta fantasia a trasformare la maratona reggiana di Romano Prodi in un’allegoria politica”. E in questa allegoria, “il traguardo è il Partito democratico” (la Repubblica, 14 dicembre 2005, pagina 1). Ma Il Giornale e il Tg di Italia 1 Studio Aperto avanzano dei dubbi sull’impresa prodiana. Dubbi più che legittimi visto che il premier non era mai riuscito, per sua ammissione, a superare la barriera dei 15 chilometri in una maratona che ne prevede ben 42. Il 18 gennaio del 2006 l’ufficio stampa di Prodi cita ben quattro testimoni in sua difesa e il sito podisti.net, che ha raccolto altre testimonianze sul “miracolo”. Il direttore di Studio Aperto, Mario Giordano, spiega di aver raccolto la testimonianza del docente universitario Fabio Marri al quale aveva detto che avrebbe corso solo mezza maratona. La coordinatrice regionale dei giovani di Forza Italia Lara Comi invita Prodi a ripetere l’impresa nel marzo del 2006. Ma la proposta non viene raccolta (Vedi Corriere della sera del 20 gennaio 2006). Il professor Gianluca Melegati dell’università di Pavia spiega che un tempo così è impossibile da percorrere senza uno specifico allenamento: “Dopo le tre ore di gara di solito se uno non è allenato, le scorte energetiche finiscono. Se Prodi l’ha fatto il suo è davvero un caso da studiare” (Il Giornale, 21 gennaio 2006). Il giorno prima, partecipando alla trasmissione Radio Dj Romano Prodi dice la sua: “Sono in forma strepitosa. E correre una maratona è quasi meglio di una vittoria elettorale. E sottolineo quasi…”. La comparazione di Prodi sembra chiudere ogni polemica. Ma qualche mese dopo, il caso e Sigmund Freud fanno riportare questo tipo di competizione sulla bocca di Prodi e ad annotarla, ironia della sorte, è ancora il giornalista Francesco Alberti sul Corriere della Sera del 29 aprile del 2006. Le votazioni per l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento vanno male: Fausto Bertinotti e Franco Marini hanno fallito alle prime votazioni. Prodi è arrabbiatissimo ed esclama: “È peggio di una maratona, meno male che non soffro di batticuore”.

(Lanfranco Palazzolo) 29 ago 2006 12:06

lunedì 28 agosto 2006

Gli italiani tornano in Libano senza la protezione della Lollo

Missione in Libano, se manca il fascino della Lollobrigida
Il Velino del 28 agosto del 2006

di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Mustafà Tlass con Re Assad di Siria)

Roma, 28 ago (Velino) - In questi giorni molti hanno fatto qualche paragone con la missione italiana in Libano nell’estate del 1982. In quel periodo i nostri soldati svolsero una missione molto importante con gli Stati Uniti e la Francia sul cui esito gli osservatori si sono divisi. I nostri soldati si comportarono benissimo scortando le milizie siriane presenti in Libano al confine e furono benvoluti dai libanesi diversamente da quanto accadde ai francesi e agli americani. Quando nel 1983 le milizie sciite si risvegliarono e ricominciarono gli scontri tra le fazioni libanesi vi furono numerosi attacchi contro i militari americani e francesi in Libano. Sulla “fortuna” degli italiani ci sono state dispute a non finire. L’ex ministro della Difesa Lelio Lagorio ne ha parlato nel suo recente libro L’Ora di Austerlitz (Edizioni Polistampa - 2006) scrivendo: “Si è insinuato che uscimmo praticamente indenni dal Libano perché uno dei più potenti ‘signori della guerra’ si era innamorato di una bella diva italiana (Gina Lollobrigida, ndr) e, per non darle pena o per compiacerla, aveva ordinato il massimo rispetto per i nostri soldati (Bubbola che si smentisce da sé)”. Per capire il "ruolo involontario" svolto dalla diva italiana di cui parla Lagorio bisognerebbe leggere l’intervista rilasciata dall’ex ministro della Difesa siriano Mustafà Tlas (è citato anche come Tlass) che al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti Al Bayane del 31 dicembre del 1997 confessò: “Durante l’invasione israeliana del Libano riunii i capi della resistenza libanese e dissi loro: ‘Fate ciò che volete delle forze americane, britanniche e degli altri, ma non voglio che un solo soldato italiano sia ferito”, aggiungendo che “la resistenza libanese ha obbedito ai miei ordini”.

La rivelazione di Tlas non piacque certo al generale Franco Angioni, il quale negò la storia nel corso della trasmissione Porta a Porta del 19 gennaio del 1998: “Tlas è ministro della Difesa da oltre 20 anni (lo sarà fino al 2004 per ben 32 anni, ndr). Se avesse dato un ordine del genere non sarebbe durato così tanto. Chi è stato in Libano ricorda che erano 16 le comunità che erano in lotta, ciascuna con la propria milizia; i siriani erano stati evacuati, non esisteva gerarchia”. La versione di Angioni sulla permanenza di Tlas al ministero della Difesa va però valutata alla luce del fatto che dal momento in cui racconta questa vicenda il responsabile delle forze armate resta ancora al suo posto per altri sette anni fino al 12 maggio del 2004. E nessuno in Siria ha niente da ridire quando il giornalista Livio Caputo si fa ricevere da Tlas, con tanto di autografo della Lollobrigida, per avere il permesso di visitare le alture del Golan e lo racconta al settimanale Epoca nel 1974: “Fu una specie di ‘apriti sesamo’: un’ora dopo fui introdotto, con il mio pacco, nell’immenso e fino a quel momento inaccessibile ufficio di Tlas. Il generale, con un sorriso grande così, si alzò dalla scrivania e mi venne incontro per stringermi la mano. Da quel momento, tutto divenne facile: all’alba del giorno dopo, un colonnello dello stato maggiore venne a prenderci in albergo con una jeep russa nuova fiammante per portarci sulle alture del Golan e mostrarci tutto quello che ci interessava”.

Eppure dal racconto di Lagorio ne "L’ora di Austerlitz" si comprende che il ruolo dei siriani non fu di secondo piano in Libano durante quei mesi. A pagina 122 del suo libro, Lagorio ricorda che nel 1983 “entrò in campo l’esercito siriano penetrando profondamente nella parte orientale del paese e infine agli scontri tra i libanesi si aggiunse l’azione insidiosissima dell’universo terrorista. Si ebbero qua e là attentati sanguinosi contro i contingenti americano e francese”. Dal racconto di Lagorio si comprende che il ruolo dei siriani fu particolarmente importante in quei mesi ed è verosimile che Tlas avesse quei contatti con le milizie siriane. Infatti, ogni volta che negli anni Ottanta avveniva un rapimento da parte dei terroristi libanesi, l’amministrazione Reagan riteneva che la vicenda potesse essere risolta dalla Siria come avvenne nel caso dei cittadini francesi rapiti nel maggio del 1986.

(Lanfranco Palazzolo) 28 ago 2006 11:31

venerdì 21 luglio 2006

Il sogno di Hitler su kabul


L'Afghanistan nei piani del Fuhrer
Il Velino cultura del 21 luglio del 2006
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 21 lug (Velino) - C’è stato un tempo in cui l’Afghanistan ha fatto parte dei disegni strategici di Adolf Hitler con la vaga promessa che i tedeschi avrebbero aiutato il popolo di quel paese a ricreare l’impero dei Durrani. Questo era il nome della dinastia che tra il 1700 e il 1880 formò l’antico stato nazionale afgano. Una parte del popolo afgano era caduta sotto il giogo dell’impero britannico che occupava l’India e molti discendenti di quello che era conosciuto come la Perla delle perle (l’impero dei Durrani) erano ancora dominati dagli odiati britannici. La vicenda è descritta per filo e per segno nel libro di Stefano Fabei Il Reich e l’Afghanistan (Quaderni del Veltro) che racconta come nella seconda guerra mondiale i tedeschi intendevano, attraverso l’Afghanistan governata da re Mohammed Zahir Shar, preparare l’invasione e la rivolta dell’India una volta sfondato il fronte caucasico in Unione sovietica. In questa vicenda furono molto attivi anche gli italiani che allora trattarono con quello che agli occhi di molti storici sarebbe stato paragonato a Osama bin Laden: il fachiro di Ipi (Mirza Ali Khan). Questo leader politico del Waziristan aveva impedito il controllo britannico al confine tra Afghanistan e India (allora non esisteva il Pakistan) e aveva lanciato da radio Himalaya un appello alla Jihad. I tedeschi e gli italiani si misero in contatto con lui. Ci riuscirono per la verità prima gli italiani che raggiunsero l’impervia zona tra il confine afgano e quello indiano. Alcuni incaricati dell’ambasciata italiana a Kabul, su disposizione dell’ambasciatore a Kabul Piero Quaroni, riuscirono a giungere in Wiziristan e consegnare al fachiro ben 160 mila afgani, pari a 40 mila marchi tedeschi dell’epoca. L’accordo era di inviare al fachiro di Ipi 25 mila sterline ogni due mesi. Se i moti di insurrezione si fossero sviluppati, gli italiani avrebbero promesso ai rivoltosi la somma di 300 mila rupie.
Adolf Hitler non pensava che l’India libera fosse un bene. Nelle pagine del Mein Kampf si trova questa riflessione: “Noi tedeschi abbiamo imparato quanto fosse difficile far soccombere l’Inghilterra. Dico questo astraendo dal fatto che io, nella mia qualità di germano, preferisco vedere l’India in potere degli inglesi che di altri”. Ma nel 1941, l’imperativo della Germania era quello di arrivare anche alla sconfitta di Londra. Per questa ragione aveva fatto promettere ai funzionari della Willemstrasse, il ministero degli Esteri tedesco, che gli afgani avrebbero visto la rinascita della “perla delle perle” e nello stesso tempo si era dato da fare per preparare il terreno per un arrivo delle truppe dell’asse a Kabul. I tedeschi e gli italiani erano convinti che l’India non avrebbe mai potuto rivoltarsi da sola a un occupante così forte come l’Inghilterra. Nel maggio del 1942, Hitler incontrò il leader nazionalista indiano Sabbuh Chandra Bose, che nei mesi precedenti aveva rivolto numerosi appelli alla rivolta indiana da radio Azad Hind. Arabi e indiani erano convinti della necessità di un fronte comune contro l’Inghilterra. Nel momento in cui sembrava possibile uno sfondamento dei tedeschi nel Caucaso, a Berlino fu messa in piedi l’operazione Tigre. L’obiettivo era di preparare il terreno di una rivolta contro i britannici che consisteva in una serie di appelli lanciati agli indiani e all’intensificarsi delle iniziative di controllo e di arruolamento alla frontiera tra India e Afghanistan. Il governo di Kabul, che poteva contare su una corrente filotedesca rappresentata dal ministro dell’Economia Abdul Majid Khan, però non si sbilanciò mai a favore dei tedeschi. Il governo temeva un’invasione sovietica e britannica come era accaduto nel 1941 e voleva restare fuori dalla guerra. Per questa ragione l’operazione Tigre rimase per sempre sulla carta. Dal 1943, dopo la sconfitta tedesca a Stalingrado, le speranze indipendentiste indiane si appuntarono sui giapponesi. Chandra Bose morì nel 1945 nell’esplosione del suo aereo nel tentativo di fuggire dopo la resa nipponica. Il fachiro di Ipi rimase imprendibile per i Britannici durante la seconda guerra mondiale. Morì nel 1960 malato di asma. L’Afganistan rimase fuori dal conflitto. La sua prudenza fu premiata. Il regno di Mohammed Zahir Shar sarebbe durato fino al 1973.

(Lanfranco Palazzolo) 21 lug 2006 17:09

giovedì 20 luglio 2006

Aldo Moro, il caso è chiuso?

Un libro riapre il dibattito sui "falsi misteri" del caso Moro
IL VELINO, 20 luglio 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 20 lug (Velino) - È un peccato che la casa editrice Rubbettino abbia pubblicato il libro di Vladimiro Satta dal titolo Il caso Moro e i suoi falsi misteri a luglio quando i lettori più attenti sono con la mente rivolta alle vacanze. Il funzionario del Senato e saggista ricorda agli appassionati del caso Moro che sull’assassinio dello statista democristiano è stato scoperto tutto. La discussione tra dietrologi e antidietrologi della storia del terrorismo rosso in Italia è destinato a durare con buona pace di chi si affretta a dire che sui 55 giorni del rapimento di Moro si sa tutto e che ogni dubbio è stato fugato. L’avversario numero uno di Satta, l’ex senatore Sergio Flamigni, autore di numerosi libri per la Kaos edizioni (La tela del ragno, Il covo di Stato, La sfinge delle brigate rosse solo per citarne alcuni) ribatte agli antidietrologi e allo stesso Satta. In occasione dell’uscita del primo libro di Satta dal titolo Odissea del caso Moro (Edup, 2003) Flamigni scrive: “Si tratta di un libro a tesi, scandito da omissioni e da interpretazioni grottesche”. Satta non si è mai scomposto di fronte a queste critiche e, benché il caso Moro sia “chiuso”, ha pubblicato questa seconda opera attingendo anche dai documenti che sono stati esaminati dalla commissione Stragi. Ma in questo libro ha ribattuto all’ex parlamentare del Pci scrivendo: “Rassicuro Flamigni che la mia opera sul caso Moro è finalizzata a recare un contributo di conoscenze e non di dimostrare che ‘i dietrologi sono dei visionari’. Ad accreditare questa idea, in realtà, si adopera (involontariamente) più lui di me”. Di fronte a questo scambio di cortesie è curioso analizzare gli schieramenti in campo. La corrente di Satta può contare su sostenitori di grande prestigio: il quotidiano il Manifesto, Rossana Rossanda, Paolo Mieli, Giorgio Bocca, Pierluigi Battista, lo storico Aurelio Lepre solo per citare alcuni nomi. In occasione della pubblicazione del libro anticomplottista di Agostino Giovagnoli dal titolo Il caso Moro. Una tragedia Repubblicana (Il Mulino, 2003), lo storico Aurelio Lepre, dopo aver lodato l’autore, ammette: “Ma l’opinione pubblica sembra invece propensa a prestare fede ai complotti”. Certo credere all’anticomplottista Rossana Rossanda è difficile quando l’autorevole giornalista scrive che le Br “erano un pezzo di sinistra” (Liberazione, 23 marzo 2003). La Rossanda sarebbe stata probabilmente molto più credibile se non avesse preso per oro colato tutto quello che gli è stato raccontato da Mario Moretti nel libro pubblicato con Carla Mosca dal titolo Mario Moretti una storia Italiana (Anabasi, 1994). Lo stesso ha fatto la giornalista de il Manifesto Paola Tavella che ha pubblicato Il prigioniero (Mondadori, 1998) ascoltando la carceriera della prigione di Moro Anna Laura Braghetti. Tutti sono convinti della “purezza ideologica” delle Br. C’è sempre da restare perplessi quando ci si sforza di dimostrare che un capitolo della nostra storia è chiuso, che tutto o quasi è stato chiarito. Nel caso rapimento Moro gli interrogativi rimangono perché non si può mai porre fine alla storia e le fonti documentarie non vivono solo negli archivi parlamentari. Se così fosse le commissioni bicamerali d’inchiesta sarebbero la fonte di ogni verità. Ma così non è sempre stato nella storia parlamentare italiana. Negli ultimi anni, molti storici hanno fatto scoperte sensazionali su capitoli della storia italiana meno recente del caso Moro. Inoltre, tanti documenti sul caso Moro e sulla storia del terrorismo italiano restano ancora da pubblicare. La commissione Stragi ha chiuso i battenti nel 2001, ma resta ancora da capire per quale ragione la documentazione non sia ancora stata resa pubblica come è avvenuto puntualmente per le altre commissioni bicamerali e monocamerali d’inchiesta. Chi vuole vedere questi documenti non può consultarli nella biblioteca pubblica di Palazzo San Macuto, ma deve prendere appuntamento con l’ufficio stralci e visionare il materiale. In attesa che questo materiale venga pubblicato molti interrogativi restano giustamente aperti. Satta è convinto che Mario Moretti fosse un primus inter pares, mentre molti ritengono che il capo brigatista fosse un personaggio ambiguo e colui che più di tutti determinava le scelte delle Br. L’autore de Il caso Moro e i suoi falsi misteri sottolinea: “La coerenza rivoluzionaria di Mario Moretti emerge dai suoi comportamenti e anche dalle attestazioni dei suoi compagni di banda armata che non la mettono in discussione, salvo Franceschini che non è un testimone autorevole in quanto fu arrestato nel 1974”. Eppure fu Renato Curcio a sospettare questo e a raccontare la fortuna di Mario Moretti, fotografato dai carabinieri e sfuggito alla cattura nel gennaio del 1976 a Milano perché aveva lasciato il covo in cui si trovava il capo storico delle Br. Una delle sue tante “fortune”. In merito agli excursus fascisti di Moretti, Satta dice che le testimonianze sulla passione per la destra del futuro brigatista rosso sono legate alla testimonianza di un suo compagno dell’adolescenza, il quale afferma che uno zio del Moretti avesse indossato la camicia nera: “Secondo me non si fa nessuna strada con questo tipo di argomentazioni”. Eppure ne La sfinge delle Brigate Rosse (Kaos edizioni, 2004), l’ingegner Ivan Cicconi racconta come Moretti negò la sua solidarietà agli studenti di sinistra che solidarizzavano con i socialisti dopo l’assassinio di Paolo Rossi a la Sapienza di Roma nel marzo del 1966. Inoltre, Satta sostiene che “non ci fu una particolare bravura” dei brigatisti del commando che rapì Moro nell’uccidere i cinque uomini della scorta senza scalfire Moro e che “bastava un minimo di dimestichezza con le armi”. Nel libro torna anche brevemente sui misteri dell’appartamento di via Gradoli, che fu un covo delle Br dal 1975: “Solo nel 1979 furono acquistati tre appartamenti a titolo personale, come investimento, da parte di Vincenzo Parisi, che fece parte del Sisde dopo il rapimento Moro”. Tuttavia, le ricerche di Flamigni hanno appurato che fin dal gennaio del 1978 l’immobiliare Gradoli spa era controllata dalla società Fidrev srl (95 per cento), società fiduciaria del Sisde fin dalla nascita del servizio nel gennaio del 1978 e che di fronte al covo abitava un sottofficiale del Sismi. I dubbi e i misteri dunque restano e non sono poi così “falsi”.

(pal) 20 lug 2006

venerdì 14 luglio 2006

Forum & politica: la nazionale italiana tifa a destra?

Calcio e politica, timori sull’Unità: la Nazionale tifa destra?
IL VELINO del 14 luglio del 2006, Di L. Palazzolo
(A sinistra, si fa per dire, Alberto Gilardino).

Roma, 14 lug (Velino) - La nazionale italiana di calcio è di destra? L’interrogativo arriva sul forum dell’Unità. A porselo è il forumista Nello Mascia che scrive questa riflessione: “Mi tormenta un pensiero. Nella frenetica gazzarra televisiva del dopo Mondiali, mi è capitato di imbattermi, mio malgrado, in un intervento dell'onorevole La Russa. Di solito, quando vedo la sua immagine, cambio immediatamente canale. Giusto per conservare il buonumore. Ma stavolta il telecomando era lontano. E allora ho dovuto sorbirmi la dichiarazione. Il parlamentare - schiumando rabbia dai denti e dal naso - commentava come la sinistra si fosse appropriata della vittoria ai mondiali. E aggiungeva che i giocatori italiani mal digerivano tutto questo, essendo notoriamente tutti di destra. Io sono sempre stato di sinistra e una notizia del genere, un po' mi ha allarmato. E, come tutte le notizie provenienti da La Russa, mi ha messo di cattivo umore. Poi, per verificare se la dichiarazione fosse davvero esatta, ho cominciato a fare un'analisi giocatore per giocatore, sulla base delle notizie che ho di ognuno. Beh, effettivamente, i risultati sono preoccupanti”. L’indagine del forumista dell’Unità è stata impietosa. Secondo Nello, si “salvano” Francesco Totti, Alberto Gilardino, Fabio Grosso e forse Gennaro Gattuso. Meygeuni74, un forumista arrivato poco dopo si cimenta nella stessa indagine sui giocatori della nazionale, rettificando il giudizio di Nello su Totti e Gilardino perché il primo aveva detto che avrebbe votato per Forza Italia e il secondo avrebbe dedicato i suoi gol ai soldati italiani in Afghanistan. La sua conclusione è questa: “I giocatori sono sì in maggioranza di centrodestra, ma piuttosto abulici politicamente, intrisi di retorica buonista e disimpegnati. Normale, nella loro posizione. Hanno un sacco di soldi”. Il forumista Bonatese difende la segretezza del voto dei giocatori: “Ma saranno pure cavoli loro di cosa votano! Il loro mestiere non è di fare politica, ma giocare a calcio, trasmettere emozioni altrimenti sarebbero tutti contro l'altro, si dividerebbero le tifoserie e sarebbe tutta una cagnara inutile oltre che da deficenti”. Ma qualcuno non ci sta. Ai forumisti che avevano definito Fabio Cannavaro come un giocatore di destra, Markomm risponde: “Per quanto riguarda i calciatori, secondo me Cannavaro non è di destra... vedendo la diretta da palazzo Chigi non mi sembrava infastidito da Prodi, anzi... È solo una sensazione però”.

(Lanfranco Palazzolo) 14 lug 2006 20:09

martedì 11 luglio 2006

Perchè Blatter non ha stretto la mano agli Azzurri?

Mondiali, quella stretta di mano negata da Blatter agli azzurri.
"Il Velino", 11 luglio del 2006,
Di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra liscio di J. Blatter dal limite dell'area).

Roma, 11 lug (Velino) - Perché il presidente della Fifa Joseph Blatter ha disertato la premiazione della nazionale italiana di calcio? Sono in molti a interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto il numero uno della federazione calcistica internazionale a evitare di stringere la mano ai giocatori azzurri. Il presidente della Fifa è stato accusato di avere poche simpatie per l’Italia. In realtà Blatter non ha mai preso a cuore la difesa dei nostri colori. Il Corriere della Sera scriveva all’indomani della ingloriosa eliminazione della nazionale italiana in Corea del Nord: “Blatter non ha avuto un ruolo attivo nell’operazione di killeraggio nei confronti dell’Italia. Lo ha soltanto avallato: non è poco, ma non è lui l’ispiratore” (20 giugno 2002). È anche vero che Blatter non ha dimostrato grande clemenza nei confronti dell’Italia alla vigilia dei Mondiali di Germania. Basta leggere queste sue parole: “Come è possibile che il calcio italiano sia finito così in basso? E che fossero i dirigenti delle società a scegliersi gli arbitri? Questo è il più grande scandalo della storia del calcio” (Corriere della Sera, 20 maggio 2006). Il giorno dopo anche il presidente del comitato organizzatore dei Mondiali Franz Beckenbauer, grande elettore di Blatter alla presidenza della Fifa, dichiara alla trasmissione Dribbling su Rai 2: “Pagherete lo scandalo che vi ha coinvolto” (vedi La Stampa del 21 maggio 2006). Qualche giorno fa, il quotidiano Il Foglio aveva illustrato questo retroscena sull’amarezza di Blatter per l’edizione dei campionati del Mondo: “Nello schema del presidente del calcio mondiale la coppa del Mondo doveva andare così: nei quarti una squadra per ogni continente. In semifinale almeno due sudamericane” (5 luglio 2006). Il sogno del presidente non si è avverato. Ma sarebbe puerile pensare che uno di questi elementi possa da solo aver provocato la reazione di Blatter.
Non c’è dubbio che Blatter abbia una grande ammirazione per la Francia. Infatti, il 3 luglio, dopo che i francesi eliminano il Brasile, dichiara alla stampa: “Non parlerei di veterani ma di giocatori che migliorano con il tempo così come il vino francese, hanno lasciato una grande impressione e se fossi negli avversari mi preoccuperei seriamente” (Associated press, 3 luglio). Ma la chiave di lettura giusta è il fair play. Blatter ha sempre amato la correttezza tra giocatori nel calcio e l’ha sempre pretesa in una finale di coppa del Mondo. Pochi minuti prima della finale, Blatter spiega le sue sensazioni della vigilia: “Gli italiani e i francesi sono amici nel gioco, perché alcuni hanno giocato nella stessa squadra, ma oggi combatteranno con lo spirito del fair play” (Sky, 9 luglio). Ma non è andata così, come testimonia l’incidente tra Marco Materazzi e Zinedine Zidane. È probabile che nel corso dei minuti finali della partita Blatter sia stato informato delle parole pronunciate dal difensore interista all’indirizzo del giocatore francese. È forse questa la chiave di lettura più giusta se si considera che il premio come migliore giocatore del mondiale è stato confermato al giocatore francese dalla Fifa. Inoltre, alla vigilia della riconferma di Blatter alla presidenza della Fifa nel 2007, considerando il peso della federazione tedesca, avversa a quella italiana, il presidente della Federazione non ha voluto partecipare alla premiazione. E lo ha fatto anche per non voler stringere la mano a Marco Materazzi. Del resto, prima dei Mondiali il presidente della Fifa era stato chiaro: “Massima severità contro i giocatori, tecnici o accompagnatori colpevoli di atteggiamenti razzisti. Inoltre cercheremo di sensibilizzare i tifosi al problema. Prima di ogni gara le squadre porteranno in campo un cartellone con la scritta ‘no al razzismo, no alla discriminazione’. E dai quarti di finale in poi, i capitani delle nazionali leggeranno un messaggio al pubblico” (Avvenire, 9 maggio 2006). Ma dal campo il “buon esempio” non è arrivato da nessuna delle due parti.

(Lanfranco Palazzolo) 11 lug 2006 12:12

giovedì 6 luglio 2006

Il Mundial del 1982 e i presunti sponsor in nero

Mundial e dollari neri: quando Craxi salvò i campioni
IL VELINO del 6 luglio del 2006
Di Lanfranco Palazzolo
(La mattina del 12 luglio del 1982 Zoff, Causio, Pertini e Bearzot giocano a carte sull'aereo presidenziale).

Roma, 6 lug (Velino) - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato perentorio: “Questa volta i complimenti ve li farò di persona. A Berlino ci sarò anch'io”, ha fatto sapere agli azzurri che domenica disputeranno la finale dei campionati del mondo di calcio. Qualcuno, a questo punto, non ha potuto fare a meno di ricordarsi cosa accadde 24 anni fa quando, dopo aver battuto la Germania in finale, gli azzurri tornarono a Roma con l’aereo del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un viaggio trionfale nel corso del quale il presidente partigiano giocò una memorabile partita a tresette con il “barone” Franco Causio, l'allenatore Enzo Bearzot e il capitano Dino Zoff. I 22 eroi di Madrid furono accolti da una folla entusiasta, il trionfo del Bernabeu esaltò la nazione intera, i giocatori furono nominati cavalieri della Repubblica. Ma qualche anno dopo, quel viaggio di ritorno sarebbe diventato un piccolo incubo per gli azzurri. Nel 1982 la Spagna non faceva parte della Cee e quindi i due paesi non avevano una frontiera comune, né un’area di libero scambio in cui potessero circolare beni, servizi e denaro. Venti anni fa, nel luglio del 1986, il settimanale Epoca pubblicò un articolo sui risvolti finanziari di quel viaggio di ritorno. L’articolo, dal titolo “Sotto il naso di Pertini”, rivelò che "sull’aereo del presidente Pertini c’erano oltre 400 milioni di lire (323.425 dollari di allora). Neri”. Da dove erano spuntati quei soldi? L'articolista scoprì che si trattava del compenso in nero pagato dalla società francese Le Coq Sportif che sponsorizzava le divise dei giocatori della nazionale (ironia della sorte, nella finale di domenica prossima il "galletto" sarà sulle maglie dei nostri avversari, noi giocheremo con il marchio Puma). L’accordo tra la nazionale italiana e la società francese prevedeva una fornitura gratuita. Ma i giocatori della nazionale chiesero un compenso in nero. La prima rata di quell’accordo (110 milioni di lire in dollari) fu pagata al portiere della nazionale Dino Zoff durante la fase precedente gli incontri del girone eliminatorio a Vigo. Le rate successive furono consegnate il 28 giugno e l’8 luglio del 1982 e il giorno della finalissima: l’11 luglio del 1982. Zoff firmava ogni volta le ricevute dei soldi, che poi distribuiva ai compagni di squadra. Epoca fu in grado di pubblicare le ricevute e documentare la storia per filo. E aggiunse: "Quei soldi andavano versati nelle casse della Fgci e registrati in bilancio. Erano soldi che appartenevano alla Federazione, un ente di diritto pubblico”. Gli azzurri erano comunque tenuti a restituire le somme all’Ufficio cambi della frontiera. Ma allora era solo consentito portare in Italia una cifra non superiore ai cinque milioni di lire in valuta straniera. La procura di Milano aprì un’inchiesta e si mosse anche la procura di Roma. Il 22 luglio del 1986 il procuratore di Milano Alfonso Marra inviò una comunicazione giudiziaria ai 22 giocatori della nazionale che, a una settimana dopo, furono rinviati a giudizio anche per non aver denunciato i soldi incassati nella dichiarazione dei redditi presentata nel 1983. A pochi giorni dell’inizio della stagione calcistica 1986-87 la procura di Milano ritirò anche il passaporto ai 22 calciatori. Ma gli azzurri furono fortunati. In quei mesi, prima della rivelazione di Epoca, il Parlamento era da mesi impegnato nella riforma della legge valutaria presentata dal ministro del Commercio con l’estero Nicola Capria (Psi). La legge era già stata approvata dalla Camera il 12 giugno del 1986. Infatti, il provvedimento in questione prevedeva la “depenalizzazione” dei reati valutari fino a cento milioni. Si trattava di rendere più attuale con i tempi una legge che a molti appariva superata da decenni, al punto che in quegli anni fu addirittura inquisito il vescovo di Brescia mons. Foresti perché era stato “sorpreso” con le offerte per i missionari mentre si imbarcava con l’aereo verso l’Africa. Considerato che la media dei soldi che i giocatori azzurri avevano portato in patria sull’aereo di Pertini non era superiore alla cifra di cento milioni, il reato sarebbe stato derubricato con la nuova legge. L’estate del 1986 fu particolarmente burrascosa per la politica italiana. Il conflitto tra il capo del governo Bettino Craxi e il leader della Dc Ciriaco De Mita si fece più aspro determinando la fine del primo governo Craxi. Ma all’inizio di agosto il leader socialista formò un altro governo. Se si fosse andati alle elezioni anticipate, per gli ex campioni del mondo ci sarebbe stato un processo sicuro. In quei giorni, gli eroi del mondiale tifarono affinché il governo Craxi riuscisse a restare in carica. Pochi giorni dopo il ritiro del passaporto agli azzurri, il Senato approvò, nella seduta del 23 settembre del 1986, in via definitiva la legge valutaria. Ma per i 22 atleti e per il Ct Enzo Bearzot l’assoluzione definitiva sarebbe giunta solo il 7 settembre del 1989 quando i giocatori furono prosciolti con formula piena dall'accusa di aver violato la legge valutaria al fine di “evadere le imposte sui redditi” del 1983. Infatti, il giudice istruttore di Milano Domenico Tucci, accogliendo le richieste del pubblico ministero, accertò che “i compensi ricevuti dai calciatori (dallo sponsor, ndr), nella specie non sono da considerare reddito di lavoro autonomo. L'attività prestata dai componenti la rappresentativa nazionale nei confronti della federazione (Figc), è stata espressamente configurata come un incarico svolto in relazione alla loro qualità di lavoratori dipendenti”.

(Lanfranco Palazzolo) 6 lug 2006 19:45

sabato 10 giugno 2006

Quando la storia passa per eBay

Ciano, Sturzo, La Malfa all'asta: la storia passa per ebay
IL VELINO CULTURA, 10 giugno 2006
di Lanfranco Palazzolo


Roma, 10 giu (Velino) - Nel mercato online di internet si trovano oggetti di tutti i tipi. Gli storici dovrebbero dare un’occhiata a questo sito perché è possibile trovare di tutto, anche degli oggetti che dovrebbero essere conservati all’archivio di Stato. In questo periodo sono state messe in vendita delle lettere molto interessanti che rivelano una parte della storia della nostra Repubblica e anche del periodo precedente. Uno degli “oggetti” più interessanti che abbiamo trovato in questi giorni su ebay è una lettera indirizzata a don Luigi Sturzo dalla segreteria del sindaco di Roma e non riguarda “l’operazione” politica che aveva visto per protagonista il sacerdote di Caltagirone. La data della lettera è del 30 dicembre del 1958, otto mesi prima della scomparsa dell’illustre uomo politico. In questa missiva, gli uffici del sindaco rispondono a una lettera in cui, il 19 dicembre, il sacerdote aveva chiesto un piccolo aiuto per il signor Gesualdo Vassallo che aspirava a essere trasferito a un’altra ripartizione. Nella lettera, il Comune rispondeva attraverso Antonio Melino della segreteria del sindaco: “Le assicuro che, a nome dell’onorevole sindaco, ho vivamente interessato il direttore del competente ufficio, affinché esamini la richiesta con ogni consentita benevolenza”. Anche Galeazzo Ciano non scherzava in materia di aiuti. Sempre su ebay, è possibile consultare una lettera dell’allora ministro degli Esteri del governo Mussolini che, in pieno conflitto mondiale, preme sul sottosegretario alla Guerra affinché il caporal maggiore Pietro Sagrati sia “sottoposto ad accertamenti sanitari, in base ai quali saranno adottati i provvedimenti del caso”. Dall’ambasciata degli Stati Uniti a Roma sono anche uscite due lettere scritte da due uomini politici italiani di rilievo. Nella prima, il presidente della Camera Giovanni Leone annulla la sua presenza nella residenza romana dell’ambasciatore degli Stati Uniti Henry Tasca il 15 marzo del 1956: “La seduta (della Camera, ndr), in questo momento, dura ancora per una serie di questioni sulla legge elettorale; e dopo la sua chiusura avrò anche la necessità di vedere subito alcuni capigruppo, in relazione a problemi che l’andamento della seduta odierna lascia aperti. La prego di scusarmi”. Ma dallo stenografico della Camera dei deputati emerge un’altra verità. Leone scrive questa lettera dopo le 17, quando aveva lasciato la presidenza dell’Aula al vicepresidente Macrelli. In quel momento era in corso l’ultima votazione sulla legge elettorale e subito dopo l’aula avrebbe trattato la richiesta di autorizzazioni a procedere. Inoltre, al termine della seduta non vi è stato alcun annuncio di conferenza dei capigruppo e il giorno successivo (seduta delle 10,30 del 16 marzo 1956) non si sarebbe discusso di nessuno dei punti affrontati il pomeriggio precedente. È quindi probabile che quella di Leone fosse una scusa. Anche Ugo La Malfa, in base a un suo appunto in vendita su ebay, cancella un invito dell’ambasciatore Tasca. Ma il leader del Pri è molto più cortese e ha premura di inviare un biglietto all’ambasciatore due giorni prima. Il 24 aprile La Malfa scrive a Tasca: “Ho ricevuto il gentile invito per il ricevimento di giovedì 26 aprile. Ti ringrazio molto, ma sono spiacente di non poter intervenire, dovendo in questi giorni assentarmi da Roma per impegni elettorali”. Lo stile non è acqua.

(pal) 10 giu 2006 11:49