venerdì 21 luglio 2006

Il sogno di Hitler su kabul


L'Afghanistan nei piani del Fuhrer
Il Velino cultura del 21 luglio del 2006
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 21 lug (Velino) - C’è stato un tempo in cui l’Afghanistan ha fatto parte dei disegni strategici di Adolf Hitler con la vaga promessa che i tedeschi avrebbero aiutato il popolo di quel paese a ricreare l’impero dei Durrani. Questo era il nome della dinastia che tra il 1700 e il 1880 formò l’antico stato nazionale afgano. Una parte del popolo afgano era caduta sotto il giogo dell’impero britannico che occupava l’India e molti discendenti di quello che era conosciuto come la Perla delle perle (l’impero dei Durrani) erano ancora dominati dagli odiati britannici. La vicenda è descritta per filo e per segno nel libro di Stefano Fabei Il Reich e l’Afghanistan (Quaderni del Veltro) che racconta come nella seconda guerra mondiale i tedeschi intendevano, attraverso l’Afghanistan governata da re Mohammed Zahir Shar, preparare l’invasione e la rivolta dell’India una volta sfondato il fronte caucasico in Unione sovietica. In questa vicenda furono molto attivi anche gli italiani che allora trattarono con quello che agli occhi di molti storici sarebbe stato paragonato a Osama bin Laden: il fachiro di Ipi (Mirza Ali Khan). Questo leader politico del Waziristan aveva impedito il controllo britannico al confine tra Afghanistan e India (allora non esisteva il Pakistan) e aveva lanciato da radio Himalaya un appello alla Jihad. I tedeschi e gli italiani si misero in contatto con lui. Ci riuscirono per la verità prima gli italiani che raggiunsero l’impervia zona tra il confine afgano e quello indiano. Alcuni incaricati dell’ambasciata italiana a Kabul, su disposizione dell’ambasciatore a Kabul Piero Quaroni, riuscirono a giungere in Wiziristan e consegnare al fachiro ben 160 mila afgani, pari a 40 mila marchi tedeschi dell’epoca. L’accordo era di inviare al fachiro di Ipi 25 mila sterline ogni due mesi. Se i moti di insurrezione si fossero sviluppati, gli italiani avrebbero promesso ai rivoltosi la somma di 300 mila rupie.
Adolf Hitler non pensava che l’India libera fosse un bene. Nelle pagine del Mein Kampf si trova questa riflessione: “Noi tedeschi abbiamo imparato quanto fosse difficile far soccombere l’Inghilterra. Dico questo astraendo dal fatto che io, nella mia qualità di germano, preferisco vedere l’India in potere degli inglesi che di altri”. Ma nel 1941, l’imperativo della Germania era quello di arrivare anche alla sconfitta di Londra. Per questa ragione aveva fatto promettere ai funzionari della Willemstrasse, il ministero degli Esteri tedesco, che gli afgani avrebbero visto la rinascita della “perla delle perle” e nello stesso tempo si era dato da fare per preparare il terreno per un arrivo delle truppe dell’asse a Kabul. I tedeschi e gli italiani erano convinti che l’India non avrebbe mai potuto rivoltarsi da sola a un occupante così forte come l’Inghilterra. Nel maggio del 1942, Hitler incontrò il leader nazionalista indiano Sabbuh Chandra Bose, che nei mesi precedenti aveva rivolto numerosi appelli alla rivolta indiana da radio Azad Hind. Arabi e indiani erano convinti della necessità di un fronte comune contro l’Inghilterra. Nel momento in cui sembrava possibile uno sfondamento dei tedeschi nel Caucaso, a Berlino fu messa in piedi l’operazione Tigre. L’obiettivo era di preparare il terreno di una rivolta contro i britannici che consisteva in una serie di appelli lanciati agli indiani e all’intensificarsi delle iniziative di controllo e di arruolamento alla frontiera tra India e Afghanistan. Il governo di Kabul, che poteva contare su una corrente filotedesca rappresentata dal ministro dell’Economia Abdul Majid Khan, però non si sbilanciò mai a favore dei tedeschi. Il governo temeva un’invasione sovietica e britannica come era accaduto nel 1941 e voleva restare fuori dalla guerra. Per questa ragione l’operazione Tigre rimase per sempre sulla carta. Dal 1943, dopo la sconfitta tedesca a Stalingrado, le speranze indipendentiste indiane si appuntarono sui giapponesi. Chandra Bose morì nel 1945 nell’esplosione del suo aereo nel tentativo di fuggire dopo la resa nipponica. Il fachiro di Ipi rimase imprendibile per i Britannici durante la seconda guerra mondiale. Morì nel 1960 malato di asma. L’Afganistan rimase fuori dal conflitto. La sua prudenza fu premiata. Il regno di Mohammed Zahir Shar sarebbe durato fino al 1973.

(Lanfranco Palazzolo) 21 lug 2006 17:09

giovedì 20 luglio 2006

Aldo Moro, il caso è chiuso?

Un libro riapre il dibattito sui "falsi misteri" del caso Moro
IL VELINO, 20 luglio 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 20 lug (Velino) - È un peccato che la casa editrice Rubbettino abbia pubblicato il libro di Vladimiro Satta dal titolo Il caso Moro e i suoi falsi misteri a luglio quando i lettori più attenti sono con la mente rivolta alle vacanze. Il funzionario del Senato e saggista ricorda agli appassionati del caso Moro che sull’assassinio dello statista democristiano è stato scoperto tutto. La discussione tra dietrologi e antidietrologi della storia del terrorismo rosso in Italia è destinato a durare con buona pace di chi si affretta a dire che sui 55 giorni del rapimento di Moro si sa tutto e che ogni dubbio è stato fugato. L’avversario numero uno di Satta, l’ex senatore Sergio Flamigni, autore di numerosi libri per la Kaos edizioni (La tela del ragno, Il covo di Stato, La sfinge delle brigate rosse solo per citarne alcuni) ribatte agli antidietrologi e allo stesso Satta. In occasione dell’uscita del primo libro di Satta dal titolo Odissea del caso Moro (Edup, 2003) Flamigni scrive: “Si tratta di un libro a tesi, scandito da omissioni e da interpretazioni grottesche”. Satta non si è mai scomposto di fronte a queste critiche e, benché il caso Moro sia “chiuso”, ha pubblicato questa seconda opera attingendo anche dai documenti che sono stati esaminati dalla commissione Stragi. Ma in questo libro ha ribattuto all’ex parlamentare del Pci scrivendo: “Rassicuro Flamigni che la mia opera sul caso Moro è finalizzata a recare un contributo di conoscenze e non di dimostrare che ‘i dietrologi sono dei visionari’. Ad accreditare questa idea, in realtà, si adopera (involontariamente) più lui di me”. Di fronte a questo scambio di cortesie è curioso analizzare gli schieramenti in campo. La corrente di Satta può contare su sostenitori di grande prestigio: il quotidiano il Manifesto, Rossana Rossanda, Paolo Mieli, Giorgio Bocca, Pierluigi Battista, lo storico Aurelio Lepre solo per citare alcuni nomi. In occasione della pubblicazione del libro anticomplottista di Agostino Giovagnoli dal titolo Il caso Moro. Una tragedia Repubblicana (Il Mulino, 2003), lo storico Aurelio Lepre, dopo aver lodato l’autore, ammette: “Ma l’opinione pubblica sembra invece propensa a prestare fede ai complotti”. Certo credere all’anticomplottista Rossana Rossanda è difficile quando l’autorevole giornalista scrive che le Br “erano un pezzo di sinistra” (Liberazione, 23 marzo 2003). La Rossanda sarebbe stata probabilmente molto più credibile se non avesse preso per oro colato tutto quello che gli è stato raccontato da Mario Moretti nel libro pubblicato con Carla Mosca dal titolo Mario Moretti una storia Italiana (Anabasi, 1994). Lo stesso ha fatto la giornalista de il Manifesto Paola Tavella che ha pubblicato Il prigioniero (Mondadori, 1998) ascoltando la carceriera della prigione di Moro Anna Laura Braghetti. Tutti sono convinti della “purezza ideologica” delle Br. C’è sempre da restare perplessi quando ci si sforza di dimostrare che un capitolo della nostra storia è chiuso, che tutto o quasi è stato chiarito. Nel caso rapimento Moro gli interrogativi rimangono perché non si può mai porre fine alla storia e le fonti documentarie non vivono solo negli archivi parlamentari. Se così fosse le commissioni bicamerali d’inchiesta sarebbero la fonte di ogni verità. Ma così non è sempre stato nella storia parlamentare italiana. Negli ultimi anni, molti storici hanno fatto scoperte sensazionali su capitoli della storia italiana meno recente del caso Moro. Inoltre, tanti documenti sul caso Moro e sulla storia del terrorismo italiano restano ancora da pubblicare. La commissione Stragi ha chiuso i battenti nel 2001, ma resta ancora da capire per quale ragione la documentazione non sia ancora stata resa pubblica come è avvenuto puntualmente per le altre commissioni bicamerali e monocamerali d’inchiesta. Chi vuole vedere questi documenti non può consultarli nella biblioteca pubblica di Palazzo San Macuto, ma deve prendere appuntamento con l’ufficio stralci e visionare il materiale. In attesa che questo materiale venga pubblicato molti interrogativi restano giustamente aperti. Satta è convinto che Mario Moretti fosse un primus inter pares, mentre molti ritengono che il capo brigatista fosse un personaggio ambiguo e colui che più di tutti determinava le scelte delle Br. L’autore de Il caso Moro e i suoi falsi misteri sottolinea: “La coerenza rivoluzionaria di Mario Moretti emerge dai suoi comportamenti e anche dalle attestazioni dei suoi compagni di banda armata che non la mettono in discussione, salvo Franceschini che non è un testimone autorevole in quanto fu arrestato nel 1974”. Eppure fu Renato Curcio a sospettare questo e a raccontare la fortuna di Mario Moretti, fotografato dai carabinieri e sfuggito alla cattura nel gennaio del 1976 a Milano perché aveva lasciato il covo in cui si trovava il capo storico delle Br. Una delle sue tante “fortune”. In merito agli excursus fascisti di Moretti, Satta dice che le testimonianze sulla passione per la destra del futuro brigatista rosso sono legate alla testimonianza di un suo compagno dell’adolescenza, il quale afferma che uno zio del Moretti avesse indossato la camicia nera: “Secondo me non si fa nessuna strada con questo tipo di argomentazioni”. Eppure ne La sfinge delle Brigate Rosse (Kaos edizioni, 2004), l’ingegner Ivan Cicconi racconta come Moretti negò la sua solidarietà agli studenti di sinistra che solidarizzavano con i socialisti dopo l’assassinio di Paolo Rossi a la Sapienza di Roma nel marzo del 1966. Inoltre, Satta sostiene che “non ci fu una particolare bravura” dei brigatisti del commando che rapì Moro nell’uccidere i cinque uomini della scorta senza scalfire Moro e che “bastava un minimo di dimestichezza con le armi”. Nel libro torna anche brevemente sui misteri dell’appartamento di via Gradoli, che fu un covo delle Br dal 1975: “Solo nel 1979 furono acquistati tre appartamenti a titolo personale, come investimento, da parte di Vincenzo Parisi, che fece parte del Sisde dopo il rapimento Moro”. Tuttavia, le ricerche di Flamigni hanno appurato che fin dal gennaio del 1978 l’immobiliare Gradoli spa era controllata dalla società Fidrev srl (95 per cento), società fiduciaria del Sisde fin dalla nascita del servizio nel gennaio del 1978 e che di fronte al covo abitava un sottofficiale del Sismi. I dubbi e i misteri dunque restano e non sono poi così “falsi”.

(pal) 20 lug 2006

venerdì 14 luglio 2006

Forum & politica: la nazionale italiana tifa a destra?

Calcio e politica, timori sull’Unità: la Nazionale tifa destra?
IL VELINO del 14 luglio del 2006, Di L. Palazzolo
(A sinistra, si fa per dire, Alberto Gilardino).

Roma, 14 lug (Velino) - La nazionale italiana di calcio è di destra? L’interrogativo arriva sul forum dell’Unità. A porselo è il forumista Nello Mascia che scrive questa riflessione: “Mi tormenta un pensiero. Nella frenetica gazzarra televisiva del dopo Mondiali, mi è capitato di imbattermi, mio malgrado, in un intervento dell'onorevole La Russa. Di solito, quando vedo la sua immagine, cambio immediatamente canale. Giusto per conservare il buonumore. Ma stavolta il telecomando era lontano. E allora ho dovuto sorbirmi la dichiarazione. Il parlamentare - schiumando rabbia dai denti e dal naso - commentava come la sinistra si fosse appropriata della vittoria ai mondiali. E aggiungeva che i giocatori italiani mal digerivano tutto questo, essendo notoriamente tutti di destra. Io sono sempre stato di sinistra e una notizia del genere, un po' mi ha allarmato. E, come tutte le notizie provenienti da La Russa, mi ha messo di cattivo umore. Poi, per verificare se la dichiarazione fosse davvero esatta, ho cominciato a fare un'analisi giocatore per giocatore, sulla base delle notizie che ho di ognuno. Beh, effettivamente, i risultati sono preoccupanti”. L’indagine del forumista dell’Unità è stata impietosa. Secondo Nello, si “salvano” Francesco Totti, Alberto Gilardino, Fabio Grosso e forse Gennaro Gattuso. Meygeuni74, un forumista arrivato poco dopo si cimenta nella stessa indagine sui giocatori della nazionale, rettificando il giudizio di Nello su Totti e Gilardino perché il primo aveva detto che avrebbe votato per Forza Italia e il secondo avrebbe dedicato i suoi gol ai soldati italiani in Afghanistan. La sua conclusione è questa: “I giocatori sono sì in maggioranza di centrodestra, ma piuttosto abulici politicamente, intrisi di retorica buonista e disimpegnati. Normale, nella loro posizione. Hanno un sacco di soldi”. Il forumista Bonatese difende la segretezza del voto dei giocatori: “Ma saranno pure cavoli loro di cosa votano! Il loro mestiere non è di fare politica, ma giocare a calcio, trasmettere emozioni altrimenti sarebbero tutti contro l'altro, si dividerebbero le tifoserie e sarebbe tutta una cagnara inutile oltre che da deficenti”. Ma qualcuno non ci sta. Ai forumisti che avevano definito Fabio Cannavaro come un giocatore di destra, Markomm risponde: “Per quanto riguarda i calciatori, secondo me Cannavaro non è di destra... vedendo la diretta da palazzo Chigi non mi sembrava infastidito da Prodi, anzi... È solo una sensazione però”.

(Lanfranco Palazzolo) 14 lug 2006 20:09

martedì 11 luglio 2006

Perchè Blatter non ha stretto la mano agli Azzurri?

Mondiali, quella stretta di mano negata da Blatter agli azzurri.
"Il Velino", 11 luglio del 2006,
Di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra liscio di J. Blatter dal limite dell'area).

Roma, 11 lug (Velino) - Perché il presidente della Fifa Joseph Blatter ha disertato la premiazione della nazionale italiana di calcio? Sono in molti a interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto il numero uno della federazione calcistica internazionale a evitare di stringere la mano ai giocatori azzurri. Il presidente della Fifa è stato accusato di avere poche simpatie per l’Italia. In realtà Blatter non ha mai preso a cuore la difesa dei nostri colori. Il Corriere della Sera scriveva all’indomani della ingloriosa eliminazione della nazionale italiana in Corea del Nord: “Blatter non ha avuto un ruolo attivo nell’operazione di killeraggio nei confronti dell’Italia. Lo ha soltanto avallato: non è poco, ma non è lui l’ispiratore” (20 giugno 2002). È anche vero che Blatter non ha dimostrato grande clemenza nei confronti dell’Italia alla vigilia dei Mondiali di Germania. Basta leggere queste sue parole: “Come è possibile che il calcio italiano sia finito così in basso? E che fossero i dirigenti delle società a scegliersi gli arbitri? Questo è il più grande scandalo della storia del calcio” (Corriere della Sera, 20 maggio 2006). Il giorno dopo anche il presidente del comitato organizzatore dei Mondiali Franz Beckenbauer, grande elettore di Blatter alla presidenza della Fifa, dichiara alla trasmissione Dribbling su Rai 2: “Pagherete lo scandalo che vi ha coinvolto” (vedi La Stampa del 21 maggio 2006). Qualche giorno fa, il quotidiano Il Foglio aveva illustrato questo retroscena sull’amarezza di Blatter per l’edizione dei campionati del Mondo: “Nello schema del presidente del calcio mondiale la coppa del Mondo doveva andare così: nei quarti una squadra per ogni continente. In semifinale almeno due sudamericane” (5 luglio 2006). Il sogno del presidente non si è avverato. Ma sarebbe puerile pensare che uno di questi elementi possa da solo aver provocato la reazione di Blatter.
Non c’è dubbio che Blatter abbia una grande ammirazione per la Francia. Infatti, il 3 luglio, dopo che i francesi eliminano il Brasile, dichiara alla stampa: “Non parlerei di veterani ma di giocatori che migliorano con il tempo così come il vino francese, hanno lasciato una grande impressione e se fossi negli avversari mi preoccuperei seriamente” (Associated press, 3 luglio). Ma la chiave di lettura giusta è il fair play. Blatter ha sempre amato la correttezza tra giocatori nel calcio e l’ha sempre pretesa in una finale di coppa del Mondo. Pochi minuti prima della finale, Blatter spiega le sue sensazioni della vigilia: “Gli italiani e i francesi sono amici nel gioco, perché alcuni hanno giocato nella stessa squadra, ma oggi combatteranno con lo spirito del fair play” (Sky, 9 luglio). Ma non è andata così, come testimonia l’incidente tra Marco Materazzi e Zinedine Zidane. È probabile che nel corso dei minuti finali della partita Blatter sia stato informato delle parole pronunciate dal difensore interista all’indirizzo del giocatore francese. È forse questa la chiave di lettura più giusta se si considera che il premio come migliore giocatore del mondiale è stato confermato al giocatore francese dalla Fifa. Inoltre, alla vigilia della riconferma di Blatter alla presidenza della Fifa nel 2007, considerando il peso della federazione tedesca, avversa a quella italiana, il presidente della Federazione non ha voluto partecipare alla premiazione. E lo ha fatto anche per non voler stringere la mano a Marco Materazzi. Del resto, prima dei Mondiali il presidente della Fifa era stato chiaro: “Massima severità contro i giocatori, tecnici o accompagnatori colpevoli di atteggiamenti razzisti. Inoltre cercheremo di sensibilizzare i tifosi al problema. Prima di ogni gara le squadre porteranno in campo un cartellone con la scritta ‘no al razzismo, no alla discriminazione’. E dai quarti di finale in poi, i capitani delle nazionali leggeranno un messaggio al pubblico” (Avvenire, 9 maggio 2006). Ma dal campo il “buon esempio” non è arrivato da nessuna delle due parti.

(Lanfranco Palazzolo) 11 lug 2006 12:12

giovedì 6 luglio 2006

Il Mundial del 1982 e i presunti sponsor in nero

Mundial e dollari neri: quando Craxi salvò i campioni
IL VELINO del 6 luglio del 2006
Di Lanfranco Palazzolo
(La mattina del 12 luglio del 1982 Zoff, Causio, Pertini e Bearzot giocano a carte sull'aereo presidenziale).

Roma, 6 lug (Velino) - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato perentorio: “Questa volta i complimenti ve li farò di persona. A Berlino ci sarò anch'io”, ha fatto sapere agli azzurri che domenica disputeranno la finale dei campionati del mondo di calcio. Qualcuno, a questo punto, non ha potuto fare a meno di ricordarsi cosa accadde 24 anni fa quando, dopo aver battuto la Germania in finale, gli azzurri tornarono a Roma con l’aereo del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un viaggio trionfale nel corso del quale il presidente partigiano giocò una memorabile partita a tresette con il “barone” Franco Causio, l'allenatore Enzo Bearzot e il capitano Dino Zoff. I 22 eroi di Madrid furono accolti da una folla entusiasta, il trionfo del Bernabeu esaltò la nazione intera, i giocatori furono nominati cavalieri della Repubblica. Ma qualche anno dopo, quel viaggio di ritorno sarebbe diventato un piccolo incubo per gli azzurri. Nel 1982 la Spagna non faceva parte della Cee e quindi i due paesi non avevano una frontiera comune, né un’area di libero scambio in cui potessero circolare beni, servizi e denaro. Venti anni fa, nel luglio del 1986, il settimanale Epoca pubblicò un articolo sui risvolti finanziari di quel viaggio di ritorno. L’articolo, dal titolo “Sotto il naso di Pertini”, rivelò che "sull’aereo del presidente Pertini c’erano oltre 400 milioni di lire (323.425 dollari di allora). Neri”. Da dove erano spuntati quei soldi? L'articolista scoprì che si trattava del compenso in nero pagato dalla società francese Le Coq Sportif che sponsorizzava le divise dei giocatori della nazionale (ironia della sorte, nella finale di domenica prossima il "galletto" sarà sulle maglie dei nostri avversari, noi giocheremo con il marchio Puma). L’accordo tra la nazionale italiana e la società francese prevedeva una fornitura gratuita. Ma i giocatori della nazionale chiesero un compenso in nero. La prima rata di quell’accordo (110 milioni di lire in dollari) fu pagata al portiere della nazionale Dino Zoff durante la fase precedente gli incontri del girone eliminatorio a Vigo. Le rate successive furono consegnate il 28 giugno e l’8 luglio del 1982 e il giorno della finalissima: l’11 luglio del 1982. Zoff firmava ogni volta le ricevute dei soldi, che poi distribuiva ai compagni di squadra. Epoca fu in grado di pubblicare le ricevute e documentare la storia per filo. E aggiunse: "Quei soldi andavano versati nelle casse della Fgci e registrati in bilancio. Erano soldi che appartenevano alla Federazione, un ente di diritto pubblico”. Gli azzurri erano comunque tenuti a restituire le somme all’Ufficio cambi della frontiera. Ma allora era solo consentito portare in Italia una cifra non superiore ai cinque milioni di lire in valuta straniera. La procura di Milano aprì un’inchiesta e si mosse anche la procura di Roma. Il 22 luglio del 1986 il procuratore di Milano Alfonso Marra inviò una comunicazione giudiziaria ai 22 giocatori della nazionale che, a una settimana dopo, furono rinviati a giudizio anche per non aver denunciato i soldi incassati nella dichiarazione dei redditi presentata nel 1983. A pochi giorni dell’inizio della stagione calcistica 1986-87 la procura di Milano ritirò anche il passaporto ai 22 calciatori. Ma gli azzurri furono fortunati. In quei mesi, prima della rivelazione di Epoca, il Parlamento era da mesi impegnato nella riforma della legge valutaria presentata dal ministro del Commercio con l’estero Nicola Capria (Psi). La legge era già stata approvata dalla Camera il 12 giugno del 1986. Infatti, il provvedimento in questione prevedeva la “depenalizzazione” dei reati valutari fino a cento milioni. Si trattava di rendere più attuale con i tempi una legge che a molti appariva superata da decenni, al punto che in quegli anni fu addirittura inquisito il vescovo di Brescia mons. Foresti perché era stato “sorpreso” con le offerte per i missionari mentre si imbarcava con l’aereo verso l’Africa. Considerato che la media dei soldi che i giocatori azzurri avevano portato in patria sull’aereo di Pertini non era superiore alla cifra di cento milioni, il reato sarebbe stato derubricato con la nuova legge. L’estate del 1986 fu particolarmente burrascosa per la politica italiana. Il conflitto tra il capo del governo Bettino Craxi e il leader della Dc Ciriaco De Mita si fece più aspro determinando la fine del primo governo Craxi. Ma all’inizio di agosto il leader socialista formò un altro governo. Se si fosse andati alle elezioni anticipate, per gli ex campioni del mondo ci sarebbe stato un processo sicuro. In quei giorni, gli eroi del mondiale tifarono affinché il governo Craxi riuscisse a restare in carica. Pochi giorni dopo il ritiro del passaporto agli azzurri, il Senato approvò, nella seduta del 23 settembre del 1986, in via definitiva la legge valutaria. Ma per i 22 atleti e per il Ct Enzo Bearzot l’assoluzione definitiva sarebbe giunta solo il 7 settembre del 1989 quando i giocatori furono prosciolti con formula piena dall'accusa di aver violato la legge valutaria al fine di “evadere le imposte sui redditi” del 1983. Infatti, il giudice istruttore di Milano Domenico Tucci, accogliendo le richieste del pubblico ministero, accertò che “i compensi ricevuti dai calciatori (dallo sponsor, ndr), nella specie non sono da considerare reddito di lavoro autonomo. L'attività prestata dai componenti la rappresentativa nazionale nei confronti della federazione (Figc), è stata espressamente configurata come un incarico svolto in relazione alla loro qualità di lavoratori dipendenti”.

(Lanfranco Palazzolo) 6 lug 2006 19:45