martedì 29 agosto 2006

Maratona: il finto miracolo di Romano

Romano Prodi verso il "traguardo".
Il Velino del 29 agosto del 2006
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 29 ago (Velino) - Romano Prodi ha sempre avuto un rapporto splendido con lo sport. È un eccellente ciclista e partecipa ogni tanto a qualche maratona. Proprio ieri il cantante Gianni Morandi lo ha invitato alla “Mezza maratona” (21,5 chilometri) di Bologna del 3 settembre prossimo con queste parole: “Speriamo che il presidente del Consiglio Romano Prodi, che è appassionato di corsa e di podismo, venga a correre con noi nella sua città, sotto i suoi portici e nelle strade che conosce bene”. Il cantante ha promesso al Professore anche il numero 1. Dopo il comunicato del cantante molti hanno pensato che il presidente del Consiglio stavolta avrebbe deciso di non partecipare alla maratona. E infatti, la risposta è giunta pochi minuti dopo: “Caro Gianni, mi dispiace veramente tanto di non poter accogliere il tuo invito a partecipare alla mezza maratona che si terrà a Bologna. Ho saputo solo ieri, quando ormai era troppo tardi, che la ‘Run tune up’ si sarebbe tenuta domenica prossima. Avrei proprio voluto esserci ma in quella giornata ho un impegno, al quale non posso sottrarmi, che mi terrà lontano dalla mia città”. Ma chissà se il rifiuto è legato al desiderio di evitare nuove polemiche. Per uno come il capo del governo anche la partecipazione alla maratona può trasformarsi da una semplice corsa in una “via crucis”. Proprio lo scorso 11 dicembre Prodi aveva partecipato nella sua amata Reggio Emilia con il numero 1 alla Maratona città del tricolore. Per il Professore si sprecano gli applausi. Il Corriere della Sera manda il giornalista Francesco Alberti a seguire la performance del futuro premier: “Alle nove del mattino, sole che acceca, freddo che taglia, è un pettorale tra i 2020 pettorali. Ha guanti bianchi, berretto di lana nero e tutta azzurra”. Al quotidiano di via Solferino Prodi rivela: “Non ho mai superato la soglia dei 15 chilometri…”.
Ma quel giorno avviene il miracolo. Prodi riesce a percorrere ben 42 chilometri in 4 ore e 21 minuti. Due giorni dopo sulla Repubblica arriva la lode-metafora di Edmondo Berselli: “Un passo dopo l’altro fanno 4 ore e 21 minuti, sul traguardo il segno della vittoria con l’indice e il medio: non ci vuole molta fantasia a trasformare la maratona reggiana di Romano Prodi in un’allegoria politica”. E in questa allegoria, “il traguardo è il Partito democratico” (la Repubblica, 14 dicembre 2005, pagina 1). Ma Il Giornale e il Tg di Italia 1 Studio Aperto avanzano dei dubbi sull’impresa prodiana. Dubbi più che legittimi visto che il premier non era mai riuscito, per sua ammissione, a superare la barriera dei 15 chilometri in una maratona che ne prevede ben 42. Il 18 gennaio del 2006 l’ufficio stampa di Prodi cita ben quattro testimoni in sua difesa e il sito podisti.net, che ha raccolto altre testimonianze sul “miracolo”. Il direttore di Studio Aperto, Mario Giordano, spiega di aver raccolto la testimonianza del docente universitario Fabio Marri al quale aveva detto che avrebbe corso solo mezza maratona. La coordinatrice regionale dei giovani di Forza Italia Lara Comi invita Prodi a ripetere l’impresa nel marzo del 2006. Ma la proposta non viene raccolta (Vedi Corriere della sera del 20 gennaio 2006). Il professor Gianluca Melegati dell’università di Pavia spiega che un tempo così è impossibile da percorrere senza uno specifico allenamento: “Dopo le tre ore di gara di solito se uno non è allenato, le scorte energetiche finiscono. Se Prodi l’ha fatto il suo è davvero un caso da studiare” (Il Giornale, 21 gennaio 2006). Il giorno prima, partecipando alla trasmissione Radio Dj Romano Prodi dice la sua: “Sono in forma strepitosa. E correre una maratona è quasi meglio di una vittoria elettorale. E sottolineo quasi…”. La comparazione di Prodi sembra chiudere ogni polemica. Ma qualche mese dopo, il caso e Sigmund Freud fanno riportare questo tipo di competizione sulla bocca di Prodi e ad annotarla, ironia della sorte, è ancora il giornalista Francesco Alberti sul Corriere della Sera del 29 aprile del 2006. Le votazioni per l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento vanno male: Fausto Bertinotti e Franco Marini hanno fallito alle prime votazioni. Prodi è arrabbiatissimo ed esclama: “È peggio di una maratona, meno male che non soffro di batticuore”.

(Lanfranco Palazzolo) 29 ago 2006 12:06

lunedì 28 agosto 2006

Gli italiani tornano in Libano senza la protezione della Lollo

Missione in Libano, se manca il fascino della Lollobrigida
Il Velino del 28 agosto del 2006

di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Mustafà Tlass con Re Assad di Siria)

Roma, 28 ago (Velino) - In questi giorni molti hanno fatto qualche paragone con la missione italiana in Libano nell’estate del 1982. In quel periodo i nostri soldati svolsero una missione molto importante con gli Stati Uniti e la Francia sul cui esito gli osservatori si sono divisi. I nostri soldati si comportarono benissimo scortando le milizie siriane presenti in Libano al confine e furono benvoluti dai libanesi diversamente da quanto accadde ai francesi e agli americani. Quando nel 1983 le milizie sciite si risvegliarono e ricominciarono gli scontri tra le fazioni libanesi vi furono numerosi attacchi contro i militari americani e francesi in Libano. Sulla “fortuna” degli italiani ci sono state dispute a non finire. L’ex ministro della Difesa Lelio Lagorio ne ha parlato nel suo recente libro L’Ora di Austerlitz (Edizioni Polistampa - 2006) scrivendo: “Si è insinuato che uscimmo praticamente indenni dal Libano perché uno dei più potenti ‘signori della guerra’ si era innamorato di una bella diva italiana (Gina Lollobrigida, ndr) e, per non darle pena o per compiacerla, aveva ordinato il massimo rispetto per i nostri soldati (Bubbola che si smentisce da sé)”. Per capire il "ruolo involontario" svolto dalla diva italiana di cui parla Lagorio bisognerebbe leggere l’intervista rilasciata dall’ex ministro della Difesa siriano Mustafà Tlas (è citato anche come Tlass) che al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti Al Bayane del 31 dicembre del 1997 confessò: “Durante l’invasione israeliana del Libano riunii i capi della resistenza libanese e dissi loro: ‘Fate ciò che volete delle forze americane, britanniche e degli altri, ma non voglio che un solo soldato italiano sia ferito”, aggiungendo che “la resistenza libanese ha obbedito ai miei ordini”.

La rivelazione di Tlas non piacque certo al generale Franco Angioni, il quale negò la storia nel corso della trasmissione Porta a Porta del 19 gennaio del 1998: “Tlas è ministro della Difesa da oltre 20 anni (lo sarà fino al 2004 per ben 32 anni, ndr). Se avesse dato un ordine del genere non sarebbe durato così tanto. Chi è stato in Libano ricorda che erano 16 le comunità che erano in lotta, ciascuna con la propria milizia; i siriani erano stati evacuati, non esisteva gerarchia”. La versione di Angioni sulla permanenza di Tlas al ministero della Difesa va però valutata alla luce del fatto che dal momento in cui racconta questa vicenda il responsabile delle forze armate resta ancora al suo posto per altri sette anni fino al 12 maggio del 2004. E nessuno in Siria ha niente da ridire quando il giornalista Livio Caputo si fa ricevere da Tlas, con tanto di autografo della Lollobrigida, per avere il permesso di visitare le alture del Golan e lo racconta al settimanale Epoca nel 1974: “Fu una specie di ‘apriti sesamo’: un’ora dopo fui introdotto, con il mio pacco, nell’immenso e fino a quel momento inaccessibile ufficio di Tlas. Il generale, con un sorriso grande così, si alzò dalla scrivania e mi venne incontro per stringermi la mano. Da quel momento, tutto divenne facile: all’alba del giorno dopo, un colonnello dello stato maggiore venne a prenderci in albergo con una jeep russa nuova fiammante per portarci sulle alture del Golan e mostrarci tutto quello che ci interessava”.

Eppure dal racconto di Lagorio ne "L’ora di Austerlitz" si comprende che il ruolo dei siriani non fu di secondo piano in Libano durante quei mesi. A pagina 122 del suo libro, Lagorio ricorda che nel 1983 “entrò in campo l’esercito siriano penetrando profondamente nella parte orientale del paese e infine agli scontri tra i libanesi si aggiunse l’azione insidiosissima dell’universo terrorista. Si ebbero qua e là attentati sanguinosi contro i contingenti americano e francese”. Dal racconto di Lagorio si comprende che il ruolo dei siriani fu particolarmente importante in quei mesi ed è verosimile che Tlas avesse quei contatti con le milizie siriane. Infatti, ogni volta che negli anni Ottanta avveniva un rapimento da parte dei terroristi libanesi, l’amministrazione Reagan riteneva che la vicenda potesse essere risolta dalla Siria come avvenne nel caso dei cittadini francesi rapiti nel maggio del 1986.

(Lanfranco Palazzolo) 28 ago 2006 11:31