martedì 31 ottobre 2006

Il parlamentari e il latino

Gaffe ed errori: i politici alle prese con il "latinorum"
--IL VELINO--31 ottobre 2006
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Il Pontificio comitato di scienze storiche ci ha ricordato che il latino viene insegnato sempre meno e peggio nelle università europee. A fare le spese di una conoscenza non sempre perfetta della lingua di Cicerone spesso sono i politici. In Parlamento fanno grande sfoggio di citazioni, ma non vanno esenti da figuracce. In un comunicato del 15 febbraio del 1994, la Lega Nord scrisse che la legge è uguale per tutti traducendolo erroneamente in latino con queste parole: “Nullum ius sine lege”. Il deputato del Ppi Gerardo Bianco gli appioppò un bel 2. Ma lo stesso Bianco fu vittima di questo slancio latinista. Nella seduta della Camera del 30 marzo dello scorso anno il deputato dell’Ulivo aveva invitato gli uffici del Parlamento a rispettare la numerazione latina dei commi aggiuntivi rilevando che il numero nove non poteva essere scritto come novies, ma doveva essere scritto nonies. Si sbagliava. Pochi minuti dopo, il deputato dell’Ulivo disse: “Avevo sollevato un po’ scherzosamente un quesito che era oggettivamente infondato, la scrittura di novies riportata dagli uffici è esatta e corretta, non esistendo il termine nonies”: voto 4. Quando il 21 giugno del 2001 Silvio Berlusconi intervenne in replica sulla fiducia del suo governo alla Camera, citando una frase in latino di Tito Livio, “Hic manebimus optime”, la reazione dei parlamentari in Aula fu un brusio ironico, quasi come se fosse vietata a Berlusconi una citazione latina. Nel 1999 Fabio Mussi intervenne alla Camera citando un’intera ode di Orazio, quella del “carpe diem” per dimostrare alle destre quanto il suo partito amasse le lingue classiche. Forse il discorso di Mussi poteva avere una sua validità per i vertici del partito, ma non certo per la base. I vecchi militanti del Pci ridono ancora oggi ricordando come Alessandro Natta ammutolì una platea del suo partito citando la frase “multa renascentur quae iam cecidere”. La massa del Pci e della sinistra odiava il latino. Il nemico numero uno dei contestatori del Sessantotto, il mai dimenticato professore Ettore Paratore aveva un modo per mettere in crisi quegli studenti che lo contestavano alla Sapienza. Quando si sedevano al suo cospetto per sostenere l’esame, il professore gli diceva di tradurre in latino: “Lei guardi fuori dalla finestra lo stormire delle fronde”. Puntualmente gli studenti, invece di tradurre il brano, guardavano fuori dalla finestra persi come se dovessero annegare in un bicchier d’acqua. Ma la cosa più divertente accadde quando Paratore presentò agli studenti contestatori un brano di Mao Zedong da tradurre in latino. Davanti a quel foglio il professore vide un’intera generazione di contestatori e critici in ginocchio. Ad aiutare il Pci ci avrebbe comunque pensato Claudio Martelli. Il numero due del Psi rivolgendosi a Ciriaco De Mita, neopresidente del Consiglio, gli disse in Aula che il suo governo sarebbe durato se avesse rispettato il programma: “Simul stabunt, simul cadunt”. Dai banchi dell’opposizione il solito Alessandro Natta gli rispose: “Cadent, Martelli, Cadent!”. Sembrava finita lì, ma qualche giorno dopo al Tg2, fu Bettino Craxi a citare la frase di nuovo, ma sbagliandola ancora proprio come aveva fatto Martelli. A quel punto i deputati del Pci chiesero al ministro della Pubblica istruzione Giovanni Galloni di rassicurare gli studenti con un’apposita circolare. Oggi la circolare dovrebbe essere fatta per far trovare ai politici il coraggio di rifarle certe citazioni. Ma solo quando l'appello del Pontificio comitato di scienze storiche sarà stato accolto. (pal)

sabato 28 ottobre 2006

Cessi & politica

Quando le toilette fanno discutere i palazzi della politica
Il Velino del 28 ottobre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 28 ott (Velino) - I bagni riservati ai parlamentari giocano spesso brutti scherzi. Dopo la lite tra l’onorevole Wladimir Luxuria ed Elisabetta Gardini di Forza Italia, nessuno dovrebbe essere sorpreso. Da anni le cronache politiche e parlamentari ci raccontano di fatti che riguardano i bagni delle assemblee elettive. E anche all’estero ci sono assemblee che si distinguono sul tema della toilette. Nel giugno del 1988 la toilette del Campidoglio di Washington diventa provvidenziale per una visitatrice di appena 16 anni che ha partorito prematuramente nei bagni dei senatori americani con l’aiuto di un addetto della polizia congressuale. I bagni Usa tornano alla ribalta nel 1992, quando si scopre che fino a quel momento le due senatrici sono costrette ad utilizzare i bagni del pubblico, al piano inferiore a quello dell’aula, perché non era stata costruita una toilette per loro. Il capogruppo democratico al Campidoglio George Mitchell annuncia che con l’ingresso di altre quattro rappresentanti al Campidoglio finalmente sarebbe stata costruita una nuova toilette per loro al piano dell’aula.
A Bruxelles, dove si tiene la minisessione dell’europarlamento, i reporter della televisione tedesca Sat-1 anticipano le Iene e svolgono un test nelle toilette del palazzo per vedere se ci sono tracce di sostanze stupefacenti. A sorpresa, il test dà esito positivo e vengono trovate numerose tracce di cocaina su ben 46 superfici di toilette. Il programma televisivo Akte2005 e il suo conduttore, Ulrich Meyer, vengono messi sotto accusa. Lo stesso staff televisivo ha compiuto uno scoop simile nel 2000, quando nel Reichstag tedesco vengono trovate tracce di sostanze stupefacenti in 22 dei 20 bagni dell’assemblea tedesca. Da noi si parla di toilette parlamentari per altre ragioni. I bagni del Senato hanno fatto discutere per la scarsa igiene o per le spese ingenti per la manutenzione. Poi per qualcuno il bagno diventa anche una giustificazione politica. Ad esempio, il senatore Giacomo Archiutti di Forza Italia viene sorpreso in aula a votare per un altro collega durante la discussione della legge Cirami. La toilette lo aiuta: “Il collega era presente ma, siccome, era claudicante, non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo al suo banco. La gente deve capire che ci sono sedute che durano ore e noi non abbiamo in dotazione un pappagallo” (Il Gazzettino, 27 ottobre 1992).
Nel corso del dibattito sulla legge Finanziaria nel 1994, la senatrice del Psi Maria Antonia Modolo denuncia un certo degrado nel Palazzo: “L'ambiente del Senato che conosco è malsano e sgradevole. Sempre con luce artificiale, sempre con aria condizionata (mal funzionante), neppure una stanza per relax, persino le toilette sono rare!” (seduta del 16 dicembre 1994). Nove anni dopo, lo stesso problema è riscontrato dal senatore Gaetano Fasolino che denuncia: “I bagni del Senato sono quanto di più antigenico ci possa essere” (Libero, 18 giugno 2003). Ma il problema sembra essere risolto da un piano Marshall per i bagni del Senato. Ma a quanto pare non basta. Nel 2004, dopo il richiamo del senatore Fasolino, vengono stanziati 2.115.747,92 euro per i bagni. Tuttavia, le cose non cambiano: “A detta di parecchi senatori ai servizi igienici è possibile accedere solo previo utilizzo di una maschera antigas” (Il Giornale, 4 ottobre 2006). Quando gli occhi degli osservatori parlamentari sono concentrati sui bagni di palazzo Madama scoppia la grana della toilette della camera tra le onorevole Elisabetta Gardini e Wladimir Luxuria. La polemica va a pennello per la parlamentare di Rifondazione comunista che, guarda caso, interpreta una parte nella sit-com di Francesca Draghetti dal titolo Toilette, commedia che spia confessioni, segreti, rivelazioni e pettegolezzi delle donne al bagno di un locale approfittando di una risistemata al make-up. Con l’episodio di venerdì tra le due parlamentari, la Traghetti ha del nuovo materiale su cui lavorare.

(pal) 28 ott 2006 11:47

mercoledì 25 ottobre 2006

Addio a Bruno Lauzi

La morte di Lauzi, cantautore liberale amato anche a sinistra
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 25 ottobre del 2006

Roma, 25 ott (Velino) - All’età di 69 anni è morto questa notte a Milano Bruno Lauzi, cantautore di fama ma anche uomo impegnato in politica. Lauzi faceva parte della schiera dei cantautori genovesi, ma ne rappresentava l’ala liberale: per anni, infatti, è stato vicino al Partito liberale italiano, salvo consumare verso la fine degli anni '80 una rottura che fece rumore. Ma oggi è stato ricordato politicamente anche esponenti a lui non vicini: dal presidente della Camera Fausto Bertinotti, all’esponente di Rifondazione comunista Pietro Folena fino al leader della Margherita Francesco Rutelli. Nel 1988, Lauzi cominciò l’allontanamento dal Pli criticando aspramente il segretario del partito Renato Altissimo per l’ingresso a sorpresa nel governo Goria. In quella occasione, mandò un messaggio di fuoco al XX Congresso del partito che si svolgeva a Roma dicendo che lui, in qualità di “chitarrista”, aveva capito che quello era un grave errore: “Da questo momento smetto di essere un militante liberale. Tornerò nel partito a due condizioni: la mia elezione a segretario del Pli oppure che Altissimo impari a suonare la chitarra” (17 dicembre 1988). Condizioni impossibili da soddisfare.
Lauzi non perse però il contatto con la politica. Nel maggio del 1992, il cantautore fu l'animatore a Torino di una manifestazione per difendere il valore della cultura italiana in Istria con il patrocinio della Regione Piemonte. Nel 1993 aveva aderito all’Unione di centro di Raffaele Costa. Mentre nel 2000, Lauzi aveva sostenuto il cosiddetto Polo laico, un movimento promosso da Giovanni Negri, unitamente ai Riformatori Peppino Calderisi e Marco Taradash e al liberale Giuseppe Benedetto, insieme ad altri esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo. Ancora, nel 2002 il cantautore era stato l’animatore di Liberalismo popolare – Casa del cittadino, nato da un’iniziativa di Alfredo Biondi e da Raffaele Costa. Negli anni Novanta Lauzi era stato tra i sostenitori di un’iniziativa contro il Governo Prodi che avrebbe permesso ai centri sociali di far ascoltare la musica e proiettare film senza corrispondere i diritti alla Siae. Nell’ottobre del 1996, Lauzi aveva sottoscritto un documento nel quale si condannava questo decreto che, “oltre a violare palesemente le convenzioni internazionali in materia di difesa della proprietà intellettuale, renderebbe legale la pirateria, consentendo un'evasione incontrollata delle norme di legge in materia di difesa del diritto d'autore”.

(Lanfranco Palazzolo) 25 ott 2006 16:40

sabato 21 ottobre 2006

La Luna che voleva Pietro Ingrao.......

"Volevo la luna": le strane omissioni della biografia di Ingrao
IL VELINO CULTURA--21 ottobre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 21 ott (Velino) - Il modo di raccontare una storia è molto importante. Leggendo Volevo la luna di Pietro Ingrao (Einaudi) si ha l’impressione che l’autore abbia cambiato molti dei suoi ricordi sulla storia recente del nostro Paese. Il capitolo che incuriosisce di più è quello relativo all’esperienza alla presidenza della Camera. In questo capitolo dal titolo “L’assassinio di Moro”, l’autore spiega come si arrivò alla scelta del suo nome per il prestigioso incarico. Lo chiamò a casa Enrico Berlinguer mentre era in corso la direzione del partito: “Mi disse con il suo stile senza fronzoli: avevamo pensato ad Amendola, ma lui ha rifiutato, non gli va. E vorremmo proporre la candidatura tua. Abbiamo bisogno però di una risposta rapida”. L’autore racconta nel libro che in quel momento era riunita la direzione del partito che aspettava una sua risposta. Una situazione singolare visto che di quella direzione lo stesso Ingrao era membro (vedi Almanacco del Pci 1976, pagina 24). Quello che non dice l’ex presidente della Camera è come si arrivò a quella “svolta” nella riunione dei sei partiti, dei futuri cinque dell’astensione, e della Democrazia cristiana che in pratica si spartirono, nell’incontro del 3 luglio del 1976, le presidenze dei due rami del Parlamento. Il titolo del Corriere della sera di quel giorno fu eloquente: “La Dc e i comunisti si spartiranno le presidenze di Camera e Senato”. Un altro aspetto singolare del libro è il modo in cui Ingrao ha descritto la sua attività quasi come se fosse stato estraneo alla politica parlamentare: “E il Parlamento - quelle vaste stanze paludate, con i dipinti alla Maccari, dove si consumava una ciarla perenne, quei commessi in divisa severa, era pur sempre un luogo dove si prendevano decisioni cruciali sul pane e sulla vita. Quindi dissi di sì”. Leggendo queste parole è difficile capire che si tratta di riflessioni di un parlamentare che fin dal 27 settembre del 1950 era stato proclamato deputato alla Camera senza interruzione. A questo punto Ingrao racconta: “Dalla sede del gruppo comunista seguivo lo spoglio delle schede. Non ricordo se in gara c’erano altri candidati. Mi pare di sì. Lo spoglio si prolungava. E a un certo punto ebbi l’impressione di non avercela fatta: la sconfitta mi bruciava”. Il racconto non corrisponde alla realtà delle cose. Ingrao non aveva concorrenti e nessun dubbio sulla sua affermazione. Era stato deciso tutto dall’esapartito il 3 luglio. Infatti, se si guardano i risultati del voto si legge: “Presenti e votanti 613, ha ottenuto voti 488 Pietro Ingrano, schede bianche 117, schede disperse 8” (pagina 7 della seduta del 5 luglio del 1976). Nel racconto, Ingrao parla anche dell’allora vicepresidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro che “sapeva dirigere splendidamente il lavoro dell’Assemblea: non perdeva mai la calma, conosceva bene i regolamenti”. Anche se poi questo non è vero come testimonia lo scontro tra Oscar Luigi Scalfaro e Marco Pannella durante la seduta del 3 dicembre del 1976 (dibattito sul Concordato) in cui il vicepresidente dell’Assemblea si rivolse al parlamentare radicale dicendogli che non era in aula “per la sua personale pubblicità”. Ai sensi del regolamento parlamentare Pannella chiese un giurì d’onore. Ma quello che sorprende di più è il ricordo del rapporto con i radicali: “C’era una sorta di dialogo perenne con loro”, che “però non approdava a nulla”. Ingrao dovrebbe ricordare che il gruppo parlamentare radicale, da gruppo di opposizione, non riuscì a votare per molte sedute perché i parlamentari di quel gruppo trovavano spesso i deputati del Pci nei loro scranni che impedivano il loro diritto al voto. E il più delle volte si arrivava quasi alle mani senza che Ingrao facesse nulla. In realtà qualcosa fece: a norma dell’articolo 60 del regolamento espulse l’intero gruppo parlamentare radicale nella seduta del 7 ottobre del 1976. Ma questo in Volevo la luna non c’è scritto.

(pal) 21 ott 2006 12:41

lunedì 9 ottobre 2006

Cosa sognava l'Apollo rossa?

Quando i comunisti vanno su Marte
IL VELINO CULTURA del 9 ottobre del 2006

Di Lanfranco Palazzolo

Roma - Al festival cinematografico di Roma, voluto da Walter Veltroni, verrà presentato Fascisti su Marte. Si tratta di una trasposizione cinematografica di una striscia televisiva che era apparsa nel programma Il caso Scarfoglia. In questi episodi si parlava di un manipolo di arditi che si lanciava alla conquista di Marte. La trovata della striscia consisteva nel mischiare la prosopopea imperialista fascista con l’assurdità dell’arrivo di una navicella autarchica sul Pianeta rosso. È molto probabile che questa opera cinematografica diretta Corrado Guzzanti, che veste anche i panni del protagonista del film, non sia destinata a un grande successo. Ma il film è un ottimo spunto per parlare della propaganda “spaziale”. È sicuro che durante il fascismo, il regime si sia reso ridicolo per molte manifestazioni esteriori, ma è anche probabile che forse il comunismo ha fatto peggio. L’unico legame che il fascismo del ventennio ebbe con il pianeta Marte fu legato a un opera cinematografica che forse oggi avrebbe maggiore successo di Fascisti su Marte. Alla vigilia del 10 giugno del 1940, giunse nelle sale cinematografiche il film 1000 chilometri al minuto di Mario Mattioli. Anche se il film è del 1940, qui il Pnf non c’entrava proprio nulla. L’opera cinematografica narrava la storia di due amici, che seguendo una ragazza per restituirle la borsetta, capitano nel laboratorio scientifico di suo padre e sono costretti a entrare con lui nel razzo diretto su Marte. A causa di uno sbaglio, dopo poche ore finiranno di nuovo sulla Terra. È tutta qui la commedia prebellica di Mario Mattioli senza nessuna pretesa. Il comunismo ebbe invece un atteggiamento più serio sullo spazio siderale. Basterebbe guardare il significato attribuito allo spazio da Andrei Tarkovskij nel film Solaris: “Un fantastico viaggio negli spazi siderali, dove si ritrova la felicità”. Ma senza andare troppo lontano, si dovrebbero leggere le gloriose pagine del quotidiano l’Unità per capire come l’avventura dei comunisti sulla luna fosse qualcosa di maledettamente serio sul quale nessuno comico oggi si sognerebbe di fare ironia. Quando l’Urss lanciò il primo Sputnik intorno alla Terra, il quotidiano del Pci non si lasciò sfuggire l’occasione per fare un po’ di propaganda: “In tutti i Paesi del mondo, in tutti gli ambienti scientifici, benché fosse ormai di dominio comune il fatto che la scienza sovietica si era posta all’avanguardia in questo campo, questa conquista ha suscitato enorme impressione” (l’Unità, 5 ottobre 1957). Quando l’Unione sovietica lanciò il Lunik 2 nello spazio (1959), Roma venne tappezzata di manifesti del Pci nei quali veniva raffigurata la luna con una bandiera dell’Urss piantata sopra: “Il razzo sovietico sulla luna. Il mondo comunista ha aperto un’era nuova: costruiamo un’Italia al passo con i tempi”. Ma quando nello spazio arrivò Yuri Gagarin, il primo uomo in grado di solcare l’orbita intorno alla terra, la propaganda del Pci trionfò su tutto al punto che il quotidiano del Partito comunista si rivolse agli scienziati sovietici così: “Voi ci avete detto ancora una volta che il socialismo vince, e che, con il socialismo, vince l’uomo, vince la libertà” (13 aprile 1961). Palmiro Togliatti non restò indifferente a questa vittoria e scrisse un telegramma al Comitato centrale del Pcus: “Il primo volo negli spazi infiniti del cosmo, realizzato da un uomo sovietico, è impresa tale che riempie l’animo di tutti di entusiasmo e di stupita ammirazione”. Il segretario del Pci concluse il telegramma a Nikita Kruscev ricordando che la conquista “è frutto del lavoro tenace di scienziati, tecnici e operai che vivono ed operano nelle condizioni della società socialista”. Nemmeno i fascisti su Marte sarebbero stati capaci di arrivare a dire questo a proposito del fascio littorio poggiato sul Pianeta rosso. (pal)

lunedì 2 ottobre 2006

Montecitorio saluta MAO

L'Italia e la Cina / Quando la Camera commemorò Mao
--IL VELINO CULTURA--2 ottobre 2006

di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni quasi tutti i quotidiani hanno ricordato l’anniversario dei fatti d’Ungheria nel 1956. Si è parlato anche del trentesimo anniversario della morte di Mao Zedong. Ma questo secondo fatto storico è passato decisamente in secondo piano se si esclude la polemica che ha accompagnato un articolo pubblicato da Rossana Rossanda su Il Manifesto del 9 settembre dal titolo “Trent’anni dopo, onore a Mao”. Forse sono in pochi a ricordare che l’assemblea di Montecitorio dedicò un ricordo al dittatore cinese. Non solo. Tutta l’assemblea dei parlamentari si levò in piedi compreso i rappresentanti della Democrazia cristiana. La commemorazione in Aula avvenne alle 17 della seduta del 28 settembre del 1976. Il presidente della Camera Pietro Ingrao prese la parola. Il suo intervento fu breve. Appena due pagine di stenografico (pagg. 601-602). Tuttavia, in quelle parole c’era una vera e propria comparazione tra quello che era accaduto negli anni precedenti in Cina e quello che sarebbe potuto accadere in Italia. Nel suo intervento, Ingrao puntualizzò: “Non sta a me esprimere un giudizio sulla portata e sugli sbocchi di questi processi. A me preme un’altra cosa: preme sottolineare che questi fenomeni (la politica maoista, ndr) sono un altro segno importante di come stanno cambiando le dimensioni del quadro generale in cui si colloca la vita del nostro paese”. Il presidente della Camera aggiunse: “La commemorazione che noi facciamo di una figura come quella del presidente Mao non è un fatto rituale ed esteriore, perché è parte diretta della riflessione che facciamo su noi stessi e sui compiti che stanno dinnanzi all’Europa”. Al cordoglio per la scomparsa di Mao si associò anche il sottosegretario al Tesoro Antonio Mario Mazzarrino, deputato della Dc che per anni era stato dirigente del dipartimento stampa e propaganda della Democrazia cristiana. Eppure quella commemorazione, insieme alla sospensione dei lavori dell’Aula per lutto, poteva essere evitata benissimo. Mao Zedong era morto il 9 settembre quando la Camera dei deputati era chiusa. Per la verità, i deputati non si riunivano in Aula dall’11 agosto, quando era stata votata la fiducia al governo Andreotti. Va tenuto conto che lo stesso Partito comunista italiano aveva cessato di avere rapporti con il Partito comunista cinese dal lontano 1965 quando una delegazione del Pci si era recata a Pechino. In quella circostanza non fu nemmeno stilato un comunicato dell’incontro. I comunisti cinesi concessero a Giancarlo Pajetta di scrivere uno scarno comunicato stampa. Ad opporsi a un comunicato congiunto fu il segretario del Partito comunista cinese Teng Tsiao Ping, il quale era molto arrabbiato con Pietro Longo. La ragione dell’arrabbiatura era dovuta a un articolo molto critico scritto da Longo. Su "l’Espresso" del 19 settembre del 1976 è annotato che quegli articoli gli erano stati sottoposti da Kang Sheng, altro esponente di spicco del Pcc. Kang non fece altro che sventolare a Pajetta e alla delegazione del Pci l’articolo “incriminato”. Nonostante questi presupposti, allora non si poteva proprio fare nulla per evitare quella commemorazione, anche a 20 giorni dalla morte di Mao. La conferma di quel clima di depressione “spirituale” dovuta alla scomparsa di Mao si ebbe dalle parole dello scrittore Alberto Moravia che disse: “Mao è stato davvero un mestro. Egli ha insegnato che un socialismo in qualche modo rispettoso della persona umana è possibile”. Moravia si fermò un istante a riflettere su quanto aveva detto e aggiunse: “Certo, il rispetto della persona umana è una cosa in Asia e un’altra in Europa”. (pal)