giovedì 6 luglio 2006

Il Mundial del 1982 e i presunti sponsor in nero

Mundial e dollari neri: quando Craxi salvò i campioni
IL VELINO del 6 luglio del 2006
Di Lanfranco Palazzolo
(La mattina del 12 luglio del 1982 Zoff, Causio, Pertini e Bearzot giocano a carte sull'aereo presidenziale).

Roma, 6 lug (Velino) - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato perentorio: “Questa volta i complimenti ve li farò di persona. A Berlino ci sarò anch'io”, ha fatto sapere agli azzurri che domenica disputeranno la finale dei campionati del mondo di calcio. Qualcuno, a questo punto, non ha potuto fare a meno di ricordarsi cosa accadde 24 anni fa quando, dopo aver battuto la Germania in finale, gli azzurri tornarono a Roma con l’aereo del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un viaggio trionfale nel corso del quale il presidente partigiano giocò una memorabile partita a tresette con il “barone” Franco Causio, l'allenatore Enzo Bearzot e il capitano Dino Zoff. I 22 eroi di Madrid furono accolti da una folla entusiasta, il trionfo del Bernabeu esaltò la nazione intera, i giocatori furono nominati cavalieri della Repubblica. Ma qualche anno dopo, quel viaggio di ritorno sarebbe diventato un piccolo incubo per gli azzurri. Nel 1982 la Spagna non faceva parte della Cee e quindi i due paesi non avevano una frontiera comune, né un’area di libero scambio in cui potessero circolare beni, servizi e denaro. Venti anni fa, nel luglio del 1986, il settimanale Epoca pubblicò un articolo sui risvolti finanziari di quel viaggio di ritorno. L’articolo, dal titolo “Sotto il naso di Pertini”, rivelò che "sull’aereo del presidente Pertini c’erano oltre 400 milioni di lire (323.425 dollari di allora). Neri”. Da dove erano spuntati quei soldi? L'articolista scoprì che si trattava del compenso in nero pagato dalla società francese Le Coq Sportif che sponsorizzava le divise dei giocatori della nazionale (ironia della sorte, nella finale di domenica prossima il "galletto" sarà sulle maglie dei nostri avversari, noi giocheremo con il marchio Puma). L’accordo tra la nazionale italiana e la società francese prevedeva una fornitura gratuita. Ma i giocatori della nazionale chiesero un compenso in nero. La prima rata di quell’accordo (110 milioni di lire in dollari) fu pagata al portiere della nazionale Dino Zoff durante la fase precedente gli incontri del girone eliminatorio a Vigo. Le rate successive furono consegnate il 28 giugno e l’8 luglio del 1982 e il giorno della finalissima: l’11 luglio del 1982. Zoff firmava ogni volta le ricevute dei soldi, che poi distribuiva ai compagni di squadra. Epoca fu in grado di pubblicare le ricevute e documentare la storia per filo. E aggiunse: "Quei soldi andavano versati nelle casse della Fgci e registrati in bilancio. Erano soldi che appartenevano alla Federazione, un ente di diritto pubblico”. Gli azzurri erano comunque tenuti a restituire le somme all’Ufficio cambi della frontiera. Ma allora era solo consentito portare in Italia una cifra non superiore ai cinque milioni di lire in valuta straniera. La procura di Milano aprì un’inchiesta e si mosse anche la procura di Roma. Il 22 luglio del 1986 il procuratore di Milano Alfonso Marra inviò una comunicazione giudiziaria ai 22 giocatori della nazionale che, a una settimana dopo, furono rinviati a giudizio anche per non aver denunciato i soldi incassati nella dichiarazione dei redditi presentata nel 1983. A pochi giorni dell’inizio della stagione calcistica 1986-87 la procura di Milano ritirò anche il passaporto ai 22 calciatori. Ma gli azzurri furono fortunati. In quei mesi, prima della rivelazione di Epoca, il Parlamento era da mesi impegnato nella riforma della legge valutaria presentata dal ministro del Commercio con l’estero Nicola Capria (Psi). La legge era già stata approvata dalla Camera il 12 giugno del 1986. Infatti, il provvedimento in questione prevedeva la “depenalizzazione” dei reati valutari fino a cento milioni. Si trattava di rendere più attuale con i tempi una legge che a molti appariva superata da decenni, al punto che in quegli anni fu addirittura inquisito il vescovo di Brescia mons. Foresti perché era stato “sorpreso” con le offerte per i missionari mentre si imbarcava con l’aereo verso l’Africa. Considerato che la media dei soldi che i giocatori azzurri avevano portato in patria sull’aereo di Pertini non era superiore alla cifra di cento milioni, il reato sarebbe stato derubricato con la nuova legge. L’estate del 1986 fu particolarmente burrascosa per la politica italiana. Il conflitto tra il capo del governo Bettino Craxi e il leader della Dc Ciriaco De Mita si fece più aspro determinando la fine del primo governo Craxi. Ma all’inizio di agosto il leader socialista formò un altro governo. Se si fosse andati alle elezioni anticipate, per gli ex campioni del mondo ci sarebbe stato un processo sicuro. In quei giorni, gli eroi del mondiale tifarono affinché il governo Craxi riuscisse a restare in carica. Pochi giorni dopo il ritiro del passaporto agli azzurri, il Senato approvò, nella seduta del 23 settembre del 1986, in via definitiva la legge valutaria. Ma per i 22 atleti e per il Ct Enzo Bearzot l’assoluzione definitiva sarebbe giunta solo il 7 settembre del 1989 quando i giocatori furono prosciolti con formula piena dall'accusa di aver violato la legge valutaria al fine di “evadere le imposte sui redditi” del 1983. Infatti, il giudice istruttore di Milano Domenico Tucci, accogliendo le richieste del pubblico ministero, accertò che “i compensi ricevuti dai calciatori (dallo sponsor, ndr), nella specie non sono da considerare reddito di lavoro autonomo. L'attività prestata dai componenti la rappresentativa nazionale nei confronti della federazione (Figc), è stata espressamente configurata come un incarico svolto in relazione alla loro qualità di lavoratori dipendenti”.

(Lanfranco Palazzolo) 6 lug 2006 19:45