venerdì 21 luglio 2006

Il sogno di Hitler su kabul


L'Afghanistan nei piani del Fuhrer
Il Velino cultura del 21 luglio del 2006
Di Lanfranco Palazzolo

Roma, 21 lug (Velino) - C’è stato un tempo in cui l’Afghanistan ha fatto parte dei disegni strategici di Adolf Hitler con la vaga promessa che i tedeschi avrebbero aiutato il popolo di quel paese a ricreare l’impero dei Durrani. Questo era il nome della dinastia che tra il 1700 e il 1880 formò l’antico stato nazionale afgano. Una parte del popolo afgano era caduta sotto il giogo dell’impero britannico che occupava l’India e molti discendenti di quello che era conosciuto come la Perla delle perle (l’impero dei Durrani) erano ancora dominati dagli odiati britannici. La vicenda è descritta per filo e per segno nel libro di Stefano Fabei Il Reich e l’Afghanistan (Quaderni del Veltro) che racconta come nella seconda guerra mondiale i tedeschi intendevano, attraverso l’Afghanistan governata da re Mohammed Zahir Shar, preparare l’invasione e la rivolta dell’India una volta sfondato il fronte caucasico in Unione sovietica. In questa vicenda furono molto attivi anche gli italiani che allora trattarono con quello che agli occhi di molti storici sarebbe stato paragonato a Osama bin Laden: il fachiro di Ipi (Mirza Ali Khan). Questo leader politico del Waziristan aveva impedito il controllo britannico al confine tra Afghanistan e India (allora non esisteva il Pakistan) e aveva lanciato da radio Himalaya un appello alla Jihad. I tedeschi e gli italiani si misero in contatto con lui. Ci riuscirono per la verità prima gli italiani che raggiunsero l’impervia zona tra il confine afgano e quello indiano. Alcuni incaricati dell’ambasciata italiana a Kabul, su disposizione dell’ambasciatore a Kabul Piero Quaroni, riuscirono a giungere in Wiziristan e consegnare al fachiro ben 160 mila afgani, pari a 40 mila marchi tedeschi dell’epoca. L’accordo era di inviare al fachiro di Ipi 25 mila sterline ogni due mesi. Se i moti di insurrezione si fossero sviluppati, gli italiani avrebbero promesso ai rivoltosi la somma di 300 mila rupie.
Adolf Hitler non pensava che l’India libera fosse un bene. Nelle pagine del Mein Kampf si trova questa riflessione: “Noi tedeschi abbiamo imparato quanto fosse difficile far soccombere l’Inghilterra. Dico questo astraendo dal fatto che io, nella mia qualità di germano, preferisco vedere l’India in potere degli inglesi che di altri”. Ma nel 1941, l’imperativo della Germania era quello di arrivare anche alla sconfitta di Londra. Per questa ragione aveva fatto promettere ai funzionari della Willemstrasse, il ministero degli Esteri tedesco, che gli afgani avrebbero visto la rinascita della “perla delle perle” e nello stesso tempo si era dato da fare per preparare il terreno per un arrivo delle truppe dell’asse a Kabul. I tedeschi e gli italiani erano convinti che l’India non avrebbe mai potuto rivoltarsi da sola a un occupante così forte come l’Inghilterra. Nel maggio del 1942, Hitler incontrò il leader nazionalista indiano Sabbuh Chandra Bose, che nei mesi precedenti aveva rivolto numerosi appelli alla rivolta indiana da radio Azad Hind. Arabi e indiani erano convinti della necessità di un fronte comune contro l’Inghilterra. Nel momento in cui sembrava possibile uno sfondamento dei tedeschi nel Caucaso, a Berlino fu messa in piedi l’operazione Tigre. L’obiettivo era di preparare il terreno di una rivolta contro i britannici che consisteva in una serie di appelli lanciati agli indiani e all’intensificarsi delle iniziative di controllo e di arruolamento alla frontiera tra India e Afghanistan. Il governo di Kabul, che poteva contare su una corrente filotedesca rappresentata dal ministro dell’Economia Abdul Majid Khan, però non si sbilanciò mai a favore dei tedeschi. Il governo temeva un’invasione sovietica e britannica come era accaduto nel 1941 e voleva restare fuori dalla guerra. Per questa ragione l’operazione Tigre rimase per sempre sulla carta. Dal 1943, dopo la sconfitta tedesca a Stalingrado, le speranze indipendentiste indiane si appuntarono sui giapponesi. Chandra Bose morì nel 1945 nell’esplosione del suo aereo nel tentativo di fuggire dopo la resa nipponica. Il fachiro di Ipi rimase imprendibile per i Britannici durante la seconda guerra mondiale. Morì nel 1960 malato di asma. L’Afganistan rimase fuori dal conflitto. La sua prudenza fu premiata. Il regno di Mohammed Zahir Shar sarebbe durato fino al 1973.

(Lanfranco Palazzolo) 21 lug 2006 17:09