venerdì 28 dicembre 2007

Dossetti in Vaticano, una polemica inutile

I gesuiti contro Dossetti
IL VELINO SERA del 28 dicembre del 2007
Di Lanfranco Palazzolo
(A destra l'onorevole Dossetti ai tempi dell'Assemblea costituente, 1946-1947)

Roma - Nulla di nuovo su Dossetti. Nei giorni in cui si discute dell’anniversario della nascita della Costituzione italiana, il Corriere della Sera lo scorso 22 dicembre ha pubblicato un articolo in cui si dipinge il deputato democristiano Giuseppe Dossetti come “un fedele alleato del Vaticano” durante i lavori della Costituente. Prima di entrare nel merito su questi risvolti dell'avventura politica dell'allora vicesegretario della Dc è il caso di ricordare che Dossetti, per sua stessa ammissione, non ha conservato nessun documento che oggi possa aiutarci a comprendere compiutamente cosa abbia fatto nei due anni della Costituente. Detto questo, le rivelazioni sul padre della sinistra cattolica scaturiscono dal lavoro svolto da padre Giuseppe Sale che pubblicherà tra breve “Il Vaticano e la Costituzione”(Jaca Books). In questo libro, vengono pubblicati dei documenti appartenenti al fondo dell’ex direttore di Civiltà Cattolica Giacomo Martegani. In un appunto è rivelato il “prezioso” ruolo svolto dal giovane deputato scuudocrociato sull’articolo 7 della Costituzione. “Questa mattina - è scritto in una nota Vaticana del 19 novembre del 1946 – è ritornato in segreteria di Stato l’onorevole Dossetti. Gli ho detto che, sostanzialmente, gli articoli proposti sono stati giudicati buoni. ( ...) L'on. Dossetti si è incontrato anche con Sua Em. Rev.mo Mons. Tardini, dal quale ha avuto le opportune direttive. Si è rimasti intesi che i membri democristiani della prima sottocommissione presenteranno e difenderanno tali articoli. L'on. Dossetti ha assicurato che tempestivamente informerà la Segreteria di Stato sulle eventuali difficoltà che i membri democristiani avessero da incontrare nella discussione. All'onorevole Dossetti ho detto che si sarebbe pensato di fare avvicinare gli onorevoli (Roberto) Lucifero e (Ottavio) Mastrojanni perché sostengano i democristiani”. Simili annotazioni erano state riportate in un articolo scritto da Sergio Soave sul Foglio del 14 dicembre 2006 dal titolo “Domani l’On. Dossetti tornerà per ricevere le opportune direttive”. Quindi nulla di nuovo. Ricordiamo che il dibattito sul ruolo del Vaticano nella Costituente era stato aperto nel giugno 2006 dalla rivista 30Giorni. che aveva pubblicato l’opuscolo “La Civiltà Cattolica e la Costituzione italiana”. Nel testo veniva spiegato come la rivista dei gesuiti, su indicazione di Pio XII, avesse elaborato tre progetti alternativi riguardanti quello che sarebbe diventato l’articolo 7 della Costituzione. Il proposito più ardito dei gesuiti era che nella Carta fosse scritto: “La religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato, gli altri culti sono tollerati”. Questo progetto testimonia quale disegno ambizioso muovesse i gesuiti i quali cercavano ovunque alleati pur di ottenere il massimo vantaggio dai lavori della Costituente. In un articolo del 9 giugno 2006 su Repubblica, Filippo Ceccarelli scrisse: “Il documento venne affidato ai democristiani allora chiamati a presiedere le commissioni o designati come relatori alla Costituente: Dossetti, La Pira, Moro. Ma fu fatto anche arrivare nelle mani di parlamentari qualunquisti, liberali e soprattutto in quelle di Meuccio Ruini, presidente di quella Commissione dei 75 incaricata di elaborare il progetto di Costituzione da sottoporre all'Assemblea. Lì, poi, certo, avvenne tutto alla luce del sole. Compreso il voto del Pci sull'articolo 7, che tanto stava a cuore alla Chiesa”. In questo quadro il ruolo di Dossetti fu simile a quello di tanti altri cattolici della Dc presenti alla Costituente. In un’intervista rilasciata a Panorama il 13 aprile 1972, Dossetti rievocò i suoi primi passi nell’agone parlamentare: “Arrivai ad essere un politico per caso; rapidamente mi trovai implicato nel gioco fino al collo, senza averlo voluto realmente. Non avevo neppure un minimo di preparazione ‘tecnica’; avevo letto pochissimi libri di politica e ne ricordavo uno soltanto, di Benedetto Croce”. Non c’è dubbio che il libro di cui parla Dossetti sia “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, consapevole del ruolo che avrebbe svolto tra il 1946 e il 1947. Tuttavia, gli stretti rapporti tra il Vaticano e Dossetti non furono mai negati dal diretto interessato soprattutto quando questi fu defenestrato da De Gasperi il 20 aprile 1948: “Ricordo con particolare chiarezza l'incontro con Alcide De Gasperi, a casa sua, due giorni dopo il 18 aprile del '48. Stavamo seduti su un divano rosso; gli dissi che da quel momento il partito doveva cambiare rotta, preparare un programma di rinnovamento delle antiquate strutture sociali del Paese. De Gasperi fu duro: replicò che il partito doveva operare verso il progresso, sì, ma con prudenza. In sostanza indicò una linea di opportunismo politico che io ho sempre rifiutato. Per me fu la più grande delusione della mia breve vita politica e décisi di lasciare tutto”. Paolo Glisenti di Panorama gli chiese perché allora decise di non abbandonare la Dc: “Fu Giovanni Battista Montini”, rispose Dossetti, “allora sostituto alla Segreteria di Stato, che mi scrisse una lettera, di dieci pagine a macchina, invitandomi a rimanere. Capii che non ero più padrone della mia vita, e siccome ho sempre pensato che ognuno di noi deve svolgere una missione, accettai. Per la stessa ragione risposi di sì quando Giacomo Lercaro mi chiese, nel '56, di presentarmi candidato alle elezioni amministrative di Bologna”. A rileggere oggi queste parole di Dossetti si comprende la sua buona fede. Come ha scritto giustamente lo storico Alberto Melloni sul Corriere della Sera lo scorso 23 dicembre, era dal 1993 che si era a conoscenza delle visite di Dossetti in Vaticano. Ma ciò non significa che Dossetti sia stato uno strenuo alleato della Santa Sede, altrimenti il suo atteggiamento nei confronti di De Gasperi avrebbe subito dei mutamenti nel tempo. E così non fu. Un altro errore in cui cadono spesso gli studiosi è quello di considerare il dossettismo come il germe dell’attuale cattocomunismo. In difesa di Dossetti e della peculiarità del suo pensiero, il 22 giugno 2006 intervenne Francesco Cossiga che al Corriere della sera dichiarò: “Il dossettismo, ispirato filosoficamente al tomismo con forti tentazioni rosminiane, era una concezione globale della società in cui egemone era la Chiesa, intesa come comunità dei credenti, e di cui doveva essere proiezione salvifica, ma autonoma della società politica, lo Stato secondo quella che era in fondo la concezione di Jacques Maritain. Il dialogo con i comunisti non era altro che il mezzo per ricomporre l’unità spezzata dell’unico popolo, che era insieme il popolo di Dio e il popolo della società temporale”. E allora a cosa serve oggi parlare delle visite assidue di Dossetti in Vaticano? (pal)

giovedì 27 dicembre 2007

Lamberto Dini e il sogno delle grandi intese

La proposta di Lamberto Dini
IL VELINO SERA, 22 dicembre 2007
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - Che cosa si augura Lamberto Dini auspicando la caduta del governo di Romano Prodi non è certo un mistero e nemmeno una sorpresa. Già nell’intervista rilasciata il 13 dicembre del 2007 al Corriere della Sera, l’ex ministro degli Esteri aveva spiegato chiaramente: “Quello che servirebbe al paese è un governo di larghe intese appoggiato da tutte le grandi forze politiche e dalle forze vive della nazione, con un programma chiaro e semplice per affrontare il declino. Vedremo quello che succede”. Questa mattina lo ha ribadito, ma l’ex premier aveva fatto la stessa analisi anche più di un anno fa, nell’autunno del 2006. In quella circostanza Dini fu intervistato dal Giorno. Ad Andrea Cangini, Dini aveva detto: “Spero che Prodi non cada. Ma se ciò capitasse, la nostra Costituzione dice che il capo dello Stato dovrà verificare la possibilità che in parlamento si crei una nuova maggioranza. Dopo il risultato elettorale mi augurai invano che questa prospettiva potesse realizzarsi. Per cui, nella malaugurata ipotesi di una crisi, bisognerà valutare se il clima politico consentirà la nascita di un governo istituzionale di programma. Certo, un governo che poggia su un consenso trasversale potrebbe fare quelle riforme di cui il paese ha un disperato bisogno. E dovrebbe modificare, in senso maggioritario, l’attuale legge elettorale” (27 ottobre del 2006). Il tema delle larghe intese era stato evocato da Dini anche durante la discussione sul Documento di programmazione economica e finanziaria approvato nell’estate del 2006. In quella circostanza Dini aveva detto: “Il rischio del tirare a campare (per Prodi) è reale. Ed è certo che solo un governo di larghe intese potrebbe permettersi di sciogliere quei nodi che ostacolano la crescita e la modernizzazione del paese” (Il Giorno, 19 luglio 2006). Ma ci sono altri aspetti da valutare per comprendere le cause della sfiducia consolidata di Dini nel governo e in Prodi. L’ex ministro degli Esteri non ha mai accettato di buon grado il sacrificio di non far parte del governo, mentre altri non si sono fatti scrupolo di entrare da ministri e sottosegretari conservando il seggio senatoriale. In pratica, Dini si è sacrificato fidandosi che tutti avrebbero rispettato le regole sull’incompatibilità tra i due incarichi enunciate da Prodi. Del resto, lo stesso Dini ha spiegato a Libero del 26 maggio del 2007: “Il dodecalogo di Prodi prevede le dimissioni (dal Governo o dal Senato) di chi ha il doppio incarico e io sono deluso che lui (Prodi) non lo porti avanti”. Ma il punto di maggiore dissenso è legato alla politica fiscale attuata dal Governo Prodi e dall’uomo che l’ha messa in pratica: Vincenzo Visco. Alla vigilia del voto delle elezioni politiche del 2006, Dini aveva criticato Berlusconi per le sue accuse alla sinistra sulle tasse: “Questo è solo terrorismo. Lo fanno per mettere paura ai cittadini” (La Nazione del 23 marzo del 2006). Ma interpellato sul decreto Visco il 29 ottobre del 2006 dal Sole 24 Ore, Dini ha risposto così: “Da liberale dico che lo Stato non si può intromettere nei diritti individuali delle persone, nei fatti più privati delle famiglie come i conti correnti bancari. Se lo chiede anche l’authority della privacy. Si tratta di norme onnicomprensive che la stessa pubblica amministrazione non sarà in grado di gestire. Per questo dico che sono vessatorie e non necessariamente efficaci”. Un altro aspetto che Dini ha messo in discussione della politica prodiana è stato l’atteggiamento del presidente del Consiglio sulla legge elettorale. Già nella citata intervista al Giorno dell’ottobre del 2006 Dini aveva chiesto un ritorno al maggioritario. Poi è stato un crescendo in parallelo alla scelta di segno opposto di Prodi che ha invece deciso di porsi, e lo ha ribadito anche questa mattina, come il garante dei “nanetti”, che considera ormai quasi un’assicurazione sulla vita. Inevitabile la rotta di collisione. (pal)

venerdì 21 dicembre 2007

Perchè le Br "ignorarono" Moro fino al rapimento?

La Kaos edizioni pubblica Dossier Brigate Rosse
IL VELINO CULTURA del 21 dicembre del 2007
Di Lanfranco Palazzolo


Roma - Che cosa hanno scritto le Brigate rosse? Di libri sul partito armato ne sono stati pubblicati moltissimi. Il copione di queste opere è scontato: un giornalista intervista il brigatista che racconta la sua versione dei fatti, la quale spesso non coincide con la verità processuale e contraddice quello che hanno già detto altri brigatisti in altri volumi. Un mosaico senza fine. Di questo andazzo troviamo traccia ne “L'ultimo brigatista” di Aldo Grandi (Rizzoli). A rompere questa “tradizione saggistica” arriva ora il volume “Dossier Brigate rosse (1976-1978)” (Kaos) a cura di Lorenzo Ruggiero. In questo libro, che segue “Dossier Brigate rosse (1969-1975)" pubblicato lo scorso gennaio, vengono divulgati tutti i documenti e i comunicati delle Brigate rosse nel primo periodo della gestione di Mario Moretti, il discusso e misterioso erede di Renato Curcio. Di libri contenenti carte dei brigatisti o riguardanti la loro ideologia ce ne sono stati veramente pochi e oggi queste opere sono introvabili. Il primo volume di questa scarna serie fu pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, la quale aiutò Soccorso Rosso a far uscire “Brigate rosse. Che cosa fanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto”, pubblicato nel lontanissimo 1976. Dopo Soccorso rosso ci ha pensato la cooperativa Sensibili alle foglie, gestita dallo stesso Curcio, a far uscire nel 1996 “Le parole scritte”, un testo nel quale, per la verità, ci sono pochi documenti brigatisti. Viene da chiedersi perché tanta ritrosia nel pubblicare questo materiale. Oltre a questo interrogativo ci sono altre perplessità sul perché il Parlamento non abbia mai sentito il bisogno di pubblicare i documenti della commissione Stragi che non sono mai stati né classificati né ordinati e giacciono “morti” in casse di legno nel deposito dell'archivio del Senato. Gli stessi funzionari dell’archivio non fanno molto per rendere consultabili le carte. In questo sforzo è riuscito invece Lorenzo Ruggiero che in pochi mesi di lavoro è riuscito a trovare e raccogliere il materiale cercando negli atti processuali, nell'archivio della Camera e negli atti della commissione d'inchiesta su Aldo Moro. Il risultato del lavoro è ragguardevole. Nella sua introduzione, il curatore scrive: “Come dimostrano i documenti fin qui raccolti, fino al momento del sequestro, le Br avevano completamente ignorato Aldo Moro, rivolgendo le loro farneticanti invettive contro Andreotti (presidente del Consiglio), Cossiga (ministro dell'Interno), Fanfani (leader della destra democristiana) e contro Berlinguer (il segretario comunista fautore dell'intesa governativa con la Dc). Eppure, già alla fine del 1975 Moretti aveva collocato la base romana delle Brigate rosse in via Gradoli, cioè a poca distanza dall'abitazione di Aldo Moro e da via Fani, e in un edificio amministrato da un fiduciario dei servizi segreti del Viminale. Un palazzo gremito di appartamenti intestati a società gestite da fiduciari del servizio segreto civile”. Oltre all'assenza di attacchi contro Moro, il volume mette in risalto anche il cambiamento del linguaggio dell'“era Moretti” che rinuncia al marxismo-leninismo per scagliarsi a fondo contro il Pci. Se le Br di Curcio vedevano nel Pci un partito potenzialmente rivoluzionario “inquinato” dai suoi dirigenti, nella fase morettiana, dal 1976 in poi, il vertice di Botteghe Oscure venne condannato come ultrarevisionista e indicato come forza da combattere anche se non ci furono mai azioni dirette contro suoi esponenti. Il volume è arricchito da due appendici: la prima riguarda “Luigi Cavallo, lo scienziato della provocazione” e l'altra “Il Covo di Stato e la censura”. Il riferimento è al covo di via Gradoli, scoperto dalla polizia il 18 aprile del 1978. Il curatore non si stupisce del silenzio che ha accompagnato il primo volume e che probabilmente accompagnerà anche il secondo: “Non c'è stata alcuna reazione pubblica al primo volume né positiva, né negativa. Il motto è quello che è meglio tacere e far finta di niente. Da parte dei lettori c'è stato invece un consenso unanime se non altro per lo sforzo che abbiamo fatto. Del resto, prima di noi, a pubblicare integralmente questo materiale non ci aveva pensato quasi nessuno”. (pal)

giovedì 20 dicembre 2007

Il Governo difeso dalle mogli

Ecco come i ministri e mariti del centrosinistra vengono salvati dalle consorti
"Il Velino" del 20 dicembre del 2008
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Non c’è dubbio che questo esecutivo non riscuota molti consensi. L’episodio che ha visto Romano Prodi e la moglie Flavia ieri a Roma in piazza Colonna ne è la conferma. Nella difesa di Flavia Prodi verso il marito dagli attacchi di un’anziana signora che lo invitava ad andare via si è ripetuto un copione che vede nelle mogli dei leader politici di questo governo le ultime difese. È capitato anche a Clemente Mastella di essere attaccato in pubblico e di vedere il pronto intervento della moglie Sandra. L’episodio è stato riportato lo scorso 24 settembre dal quotidiano la Repubblica. Mastella racconta: “Ero al ristorante con mia moglie. Al tavolo accanto due coppie, una americana di origini cinesi e l’altra italiana, mi guardavano e parlavano in inglese. La coppia italiana si lamentava della politica. Mi additavano come uno della casta”. A quel punto è intervenuta la moglie del ministro della Giustizia Sandra Mastella. Dopo che la donna ha smentito alcuni “luoghi comuni” sulla politica italiana le due coppie “si sono fotografate con me”, ha scritto Clemente Mastella nel suo blog. Questo episodio poco conosciuto testimonia che le consorti giocano un ruolo politico d’immagine rispetto ai propri mariti. Tra le mogli che giocano in difesa troviamo anche Donatella Dini. La consorte del presidente della Commissione Esteri del Senato spiega che in questo periodo si sente particolarmente vicina al marito: “Farò i nomi dei nemici politici di mio marito e miei nel libro che ho cominciato a scrivere un anno fa e che presto pubblicherò”, spiega lady Dini dalle pagine di Chi in edicola dal 19 dicembre, aggiungendo: “Credo che per me sia adatto un ruolo organizzativo nel partito di mio marito rispetto a un seggio in Parlamento”. Un’altra moglie che riesce a sostituire il consorte, ma non vuole apparire come la sua estrema difesa, è Lella Bertinotti. Se il marito non può essere presente a una manifestazione della sinistra radicale arriva lei. Gabriella Faglio Bertinotti spiega in tutta tranquillità: “Sono qui unicamente a rappresentare me stessa. Ho salutato centinaia di compagni e sono molto soddisfatta”. Per il cronista Fabrizio Rondolino non ci sono dubbi sul fatto che la donna che ha il posto migliore come estremo difensore del marito è Sandra Mastella: “Se Flavia Prodi e Lella Bertinotti incarnano un modello di first lady che tende a farne l’emissario, l’ambasciatore, il testimonial e qualche volta il segnaposto del marito, più modernamente Sandra Lonardo Mastella presiede il Consiglio regionale della Campania: e cioè direttamente impegnata in politica, e insieme al marito ha dato vita a una sorta di consociata, un po’ come hanno fatto e fanno i Clinton in America” (La Stampa 22 ottobre 2007). Ecco perché le critiche al ristorante a Clemente Mastella hanno fruttato una foto di gruppo e forse un brindisi al ristorante. Flavia Prodi, invece, è stata costretta tornare in tutta fretta a Palazzo Chigi con il marito, probabilmente ferito dalle critiche. (pal)

mercoledì 12 dicembre 2007

Il sistema giudiziario e penitenziario di Adolf Hitler

Recensione de “Le prigioni di Hitler” di Nikolaus Wachsmann
IL VELINO CULTURA del 12 dicembre del 2007,
di Lanfranco Palazzolo
(A destra il giurista nazista Otto Georg Thierack, 1889-1946. Si suicidò dopo essere stato catturato dagli alleati)

Roma - Sotto la toga l’orrore. Ogni volta che si parla del regime nazista si pensa sempre ai campi di concentramento che il Reich hitleriano aveva messo in piedi per sterminare gli ebrei. Forse è stato un grossolano errore non parlare anche del sistema ordinario dell’amministrazione tedesca della giustizia. Ci offre questa opportunità Nikolaus Wachsmann che ha pubblicato in Italia il volume dal titolo “Le prigioni di Hitler” (Mondadori). L’autore è un docente universitario tedesco di storia contemporanea che insegna all’università di Sheffield. Il merito di Wachsmann è stato quello di aprire un varco su un argomento su cui la storiografia europea si era cimentata ben poco. Eppure, nel sistema penitenziario nazista, tra il 1933 e il 1945 finirono molte più persone di quante caddero nella rete dei campi di concentramento finalizzati allo sterminio delle minoranze religiose. Anche i criminali comuni non ebbero vita facile nel Terzo Reich e il sistema penitenziario si occupò duramente di loro definendoli “elementi estranei alla collettività”. Queste persone furono oggetto di un piano di sterminio di massa molto diverso da quello che sarebbe toccato agli ebrei. Il sistema penale nazista si divideva in due tipi di pena: quello del carcere e quello della durissima detenzione nel penitenziario. La seconda era molto più grave. In questo caso il carcerato era totalmente annientato al punto da diventare pazzo. Lo scopo di queste strutture era di marchiare a vita i condannati e di disonorarli. Molto spesso, però, la condizione dei carcerati era determinata dal mutamento delle condizioni politiche e civili all’esterno del carcere al quale l’amministrazione della giustizia era sensibilissima. Ecco perché lo scoppio della guerra radicalizzò moltissimo la durezza e l’efferatezza del sistema giudiziario e penitenziario tedesco. Forse non si è studiato abbastanza quale sia stata l’influenza di Hitler riguardo a questo processo e nemmeno quale fu il comportamento del ministro della Giustizia del Reich Franz Gurter che diede spaziò alla legislazione repressiva delle SS senza rendersi conto che lo scopo della polizia nazista era quello di rendere permanenti delle norme infami. La polizia prese il sopravvento in un sistema dove i giuristi avevano sempre meno la possibilità di decidere come avrebbe dovuto essere amministrata la giustizia. Ma i tedeschi approvarono quel tipo di amministrazione della giustizia: “Molti tedeschi comuni non si limitavano ad appoggiare in modo passivo il terrore nazista, ma contribuivano in concreto a renderlo possibile con una marea di denunce”. Lo studio “Le prigioni di Hitler” non si limita solo a questi aspetti, ma indaga anche su un’altra pagina bianca della storia tedesca, quella del sistema carcerario della Repubblica di Weimar, mai studiato abbastanza. Anche gli studiosi che hanno cercato di analizzare questa realtà non sono mai entrati nel merito di quel tipo di sistema. Non lo ha fatto Lothar Grauchmann che si è prodotto in un lungo saggio di circa 1.300 pagine, “Justiz im Dritten Reich” (“La giustizia nel Terzo Reich”). Gli studiosi hanno sempre cercato di scagionare da ogni colpa i membri del sistema penitenziario tedesco. Hermann Weinkauff, ex presidente della Corte suprema tedesca federale, ebbe a dire nel 1968 che ogni dipendente del sistema giudiziario tedesco era stato “preda inerme della pressione terroristica dello Stato e del partito”. Weinkauff però non era credibile perché era stato nominato nel 1937 alla guida della Corte suprema e restò in quella carica anche dopo la fine della guerra e del regime nazista. Egli si guardò bene dal descrivere quali fossero le condizioni dei confinati di sicurezza, che per aver commesso reati comuni come il furto furono messi nella condizione di non uscire mai più dal carcere. È il caso della povera Magdalena S., trasferita nel 1936 nell’istituto di Aichach. A 33 anni questa donna aveva accumulato 16 condanne per furto e prostituzione. Magdalena fu nutrita di solo pane e acqua e deperì anche dal punto di vista mentale giungendo a comportamenti sempre più disturbati, come lanciare le feci contro le guardie, gridare e stracciarsi le vesti. Per tutta risposta, i funzionari inasprirono le pene contro di lei. La prostituta Rosa S. rubò nel 1934 ben 40 marchi dalle tasche di un operaio con il quale aveva avuto un rapporto sessuale a pagamento. Il procuratore la condannò sulla base di una sentenza del 1927 nella quale veniva definita come una “puttana di strada sradicata e pericolosa”. La condanna ufficiale al confino di sicurezza fu di 16 mesi. Le chiesero cosa avrebbe voluto fare una volta uscita di prigione. La donna rispose: “In primo luogo non voglio tornare qui... Mi comprerò una macchina per cucire e un letto... Voglio rattoppare, cucire e ricamare”. Invece morì in carcere di stenti. L’uomo che portò alle estreme conseguenze questo sistema fu il ministro della Giustizia Otto Georg Thierack, nominato nel 1942 da Adolf Hitler. Il 20 agosto di quell’anno, non appena lo aveva nominato nel governo, il Fuhrer aveva detto a Thierack che era “estremamente pericoloso proteggere i truffatori e le canaglie”. Neanche un mese dopo il ministro, morto suicida durante la sua permanenza in un carcere alleato nel 1946, aveva messo in atto quell’ordine consegnando alla polizia un ingente numero di detenuti per “l’eliminazione mediante il lavoro”. Al termine del conflitto, la corte di Norimberga riuscì a coniare una definizione veritiera di quello che fu quel sistema giudiziario: “Il pugnale dell'assassino era nascosto sotto la toga del giurista”. Una definizione azzeccatissima per “Le prigioni di Hitler”. (pal)

giovedì 6 dicembre 2007

Playboy bandito dalla basi militari Usa?

Ecco come si è salvato Playboy dal fanatismo censorio
IL VELINO SERA del 6 docembre del 2007
(A sinistra la soldatessa, degradata, Michelle Manhart in posa per Playboy)
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Pare che negli Stati Uniti stia diventando un caso nazionale la decisione del Pentagono di non bandire dalle basi militari americane le riviste Playboy, Penthouse o Playmates In Bed. Da mesi le forze politiche di ispirazione religiosa sono sul piede di guerra contro le prestigiose riviste internazionali. Il Pentagono aveva istituito una commissione ad hoc alla quale aveva dato l’incarico di giudicare quali pubblicazioni ledessero la legge sull’onore e la decenza militare siglata nel 1996, il Military Honour Decency Act, che proibiva la vendita di qualunque “materiale dal carattere esplicitamente sessuale”. La commissione ha concluso che queste riviste non potevano essere definite, nella loro interezza, come “esplicitamente sessuali”. Se Playboy ce l’ha fatta, altre pubblicazioni come Girls’ Night In e Blonde and Beyond non oltrepasseranno il filo spinato. Sulle 473 riviste esaminate, il 67 per cento è stato giudicato “non conforme”. La legge del 1996 definisce film o riviste “esplicitamente sessuali” quei materiali in cui le immagini o le descrizioni delle altrui grazie sono il “tema dominante”. Un parametro che lascia ampi margini di interpretazione. Come la commissione abbia infatti deciso l’inammissibilità di 317 riviste resta un mistero. Forse avranno seguito i consigli di Potter Stewart, ex giudice della Corte Suprema, che soleva dire: “Riconosco la pornografia non appena la vedo”. A contrastare questa decisione ci ha pensato l’Alliance Defence Fund. La potente lobby cristiana ha fatto pressione sul Pentagono affinché bandisse anche le altre 156 pubblicazioni che avevano superato il vaglio, sostenendo che la loro circolazione potrebbe incitare i soldati a commettere atti di violenza sessuale. I rapporti tra Playboy e l’esercito americano non sono molto buoni in questo periodo. Per alcuni esponenti politici queste riviste non devono circolare nelle basi Usa. Roscoe Bartlett, il deputato del congresso che sponsorizzò la legge nel 1996, ha detto al Times che le “basi militari sono ambienti chiusi in cui vivono anche famiglie e bambini. Queste riviste trattano le donne come oggetti sessuali ed è una offesa, nonché un rischio, per le nostre soldatesse, che potrebbero essere vittime di abusi da parte dei loro commilitoni”. Eppure, di violenza istigata da Playboy non c’è ombra e non ne ha mai istigata. In realtà molte donne soldatesse vorrebbero finire volentieri nel paginone centrale della rivista. È di qualche mese fa la notizia che Michelle Manhart, prosperosa trentenne in forze all’Us Air Force, è stata degradata lo scorso marzo, dopo essere stata in un primo tempo sospesa, per avere posato nuda nelle pagine del più famoso mensile per soli uomini. La donna, sposata con figli, lavorava alla base di Lackland, vicino a San Antonio, in Texas, e non pensava che le sue foto avrebbero sollevato un tale polverone. Parlando con la tv americana Abc, la Manhart ha definito la decisione presa dalle autorità militari profondamente scorretta. Dopo essere stata degradata, Manhart è stata rispedita alla Guardia nazionale dell’Iowa, cui apparteneva, ma ha chiesto di essere rimossa dall’incarico. Carol Shaya, invece, è la prima poliziotta ad apparire nuda su Playboy nel lontano 1994. In alcune immagini posava con le manette, la pistola e lo sfollagente. Il commissario William Bratton a quel punto l’ha licenziata dopo che la sua apparizione sulla rivista patinata aveva raccolto il consenso dei colleghi del distretto di polizia. Magari, se fosse rimasta, qualche delinquente si sarebbe fatto catturare più volentieri. Questi due casi mettono in evidenza la popolarità di queste riviste. Del resto, nelle basi americane hanno tutto l’interesse a vendere queste riviste. Non si sa mai. Domani in copertina potrebbe esserci la sottotenente nuda. (pal)

mercoledì 5 dicembre 2007

Il forum del Pd attacca il "Parolaio rosso"

Cosa pensano gli internauti democratici di Fausto Bertinotti?
Il Velino del 4 dicembre del 2007
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - L’intervista su la Repubblica del presidente della Camera Fausto Bertinotti non ha ottenuto un grande successo tra gli iscritti al forum del Partito democratico (www.ulivo.it). Gli internauti hanno accusato il presidente di aver varcato gli argini istituzionali che la carica ricoperta gli imporrebbe di rispettare e di aver parlato da leader di partito. Per di più, decretando il fallimento del Governo. Matleo ha scritto: “Bertinotti è stato un vile opportunista. Ha stilettato Prodi in maniera indegna dopo che lo ha aiutato a diventare quello a cui ambiva moltissimo: presidente della Camera. Ma il ‘parolaio rosso’ è sempre stato infido, nel sindacato come in politica. Stavolta, poi, ha svilito l’incarico istituzionale a fini di parte. Indecoroso”. Mariok ci va giù duro: “Credo che abbia dato conferma, anche in questa occasione, di essere uno dei peggiori presidenti della Camera, secondo solo alla Pivetti. D’altra parte le modalità con le quali si è ‘imposto’ nella terza carica dello Stato, usando sin dall’inizio della legislatura l’arma del ricatto, la dicono lunga sul personaggio. Credo che nemmeno ai tempi della Pivetti abbiamo sentito un presidente della Camera definire ‘un moribondo’ il presidente del Consiglio”. FabioPd considera finita la sinistra ideologica: “Il loro problema è che il mondo del lavoro non è più quello degli anni ‘60/‘70: certi slogan non valgono più niente. I voti persi l’anno scorso passando dal Senato alla Camera per Rifondazione comunista indicano che il loro bacino elettorale si sta prosciugando. Conta di più fare proposte sul lavoro che siano realistiche anche se non ottimali: chi crede ancora nella rivolta proletaria? Su questo terreno il Pd si gioca buona parte del suo elettorato, specialmente quello proveniente dai Ds”. Paolo11 critica Bertinotti, ma considera le sue parole giuste: “Sicuramente Bertinotti ha sbagliato a parlare. Specialmente per il ruolo che ha alla Camera. Attenti non voglio difendere nessuno. Ricordo solamente la persona nel passato. So solamente che Bertinotti viene dal sindacato, nella sua carriera ha trattato con governi, Confindustria ecc... Penso che sappia come vanno le cose”. Anche il giudizio di Perrynic è impetoso: “Forse il fallito sarà Bertinotti. Sicuramente come presidente della Camera ha fallito miseramente, vista la carica istituzionale che ricopre uno che parla da leader di partito può solo dare le dimissioni. Non si rende conto che questa legislatura è l’ultima occasione per lui per far finta di essere qualcuno di importante. Dalla prossima dovrà rassegnarsi a diventare opposizione perenne fino alla notte dei tempi che verrà; con il ruolo di semplice deputato o senatore, e magari nemmeno quello se si potesse fare un bel maggioritario a doppio turno”. Paolo65 avanza la tesi dell’alleanza Bertinotti-Berlusconi: “Sono sempre stato convinto che la sinistra comunista è la quinta colonna del centrodestra, perché indirettamente lo aiuta a ritornare al Governo. La gara tra Cannavò e Bertinotti è interessante: una sfida a chi si sorpassa più a sinistra, ma che fa solo cadere il centrosinistra nel burrone”. (pal)

lunedì 3 dicembre 2007

Il degrado ferroviario della linea Roma-Ancona

"Il Velino" del 3 dicembre del 2007
Il disagio del viaggiatore corre sulla linea Roma-Ancona
Di Lanfranco Palazzolo
(A destra la scrittrice Dacia Maraini. Sulla Ancona-Roma non ha liberato il posto di un passeggero che aveva occupato con le valigie).

Roma, 3 dic (Velino) - Ancora non sappiamo se Trenitalia riuscirà a ottenere l’aumento del 15 per cento sulle tariffe di alcune tra le più importanti tratte ferroviarie. Ci auguriamo che questo non avvenga sull’antichissima linea Roma-Ancona. È da diverso tempo che i viaggiatori sono sul piede di guerra contro le ferrovie per i disagi incontrati su questa tratta. Qualcuno ha addirittura evocato Pio IX che la fece inaugurare nel lontano 1866. Mastai Ferretti aveva in cuor suo il sogno di vedere Roma collegata con Senigallia attraverso la strada ferrata, e fece di tutto per unire la sponda tirrenica con quella adriatica. La Società generale delle strade ferrate romane (detta anche Società Pio centrale) si mise al lavoro nel 1856 per completare i lavori nell’aprile del 1866. Ma a quel tempo Pio IX era avvilito perché non avrebbe potuto percorrere quella linea per arrivare a Senigallia: dopo la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860) le Marche, infatti, erano passate al Regno d’Italia. Sei anni dopo, l’inaugurazione della tratta passò sotto silenzio a causa della difficile situazione internazionale che aveva portato allo scoppio della terza guerra d’Indipendenza. La situazione economica di quella linea fu da subito disastrosa. Nei pochi mesi della sua gestione lo Stato pontificio non riuscì a far fronte ai debiti maturati con i creditori ai quali erano stati espropriati i terreni. Così questi fecero sequestrare gli incassi delle biglietterie delle poche stazioni pontificie nella tratta tra Roma e Orte.
Forse oggi non arriviamo a tanto ma i viaggiatori che percorrono questa linea trovano sempre più spesso le biglietterie chiuse o rischiano di soffocare in carrozza. Sul Corriere della sera del 28 luglio del 2007 lo scrittore-saggista Vittorio Emiliani denuncia di aver viaggiato, il 20 luglio del 2007, in una vettura della tratta Ancona-Roma senza aria condizionata: “In quell’afoso pomeriggio non siamo stati avvertiti tempestivamente, non abbiamo potuto aprire i finestrini ovviamente sigillati, né ci sono state date alternative di sorta alla calura. Una tortura durata oltre tre ore che ha provocato alcuni malori. Una mia vicina mi aveva raccontato che la stessa sorte le era capitata, sempre sulla vettura 4, una settimana prima”. Il 25 luglio, un altro lettore del quotidiano, tale Gianpaolo Sicuro, aveva denunciato lo stesso problema nella vettura numero 4 sulla stessa linea. Il problema della tratta in questione è che le vetture che vengono utilizzate sono quelle degli ex pendolini per i quali si pagano le stesse tariffe degli eurostar delle cosiddette linee di serie. Ma sulla Roma-Ancona i problemi non si fermano qui. È del 28 novembre scorso la notizia, riportata dall’Adnkronos, che la Polfer di Ancona ha assicurato alla giustizia un pluripregiudicato di 28 anni, il quale all’interno di un bagno dell’eurostar aveva occultato due valigie, un lettore mp3 e le chiavi di tre diverse autovetture. In questa circostanza le forze dell’ordine sono riuscite a fare qualcosa. Ma in altre circostanze non possono fare nulla per garantire ai viaggiatori una permanenza tranquilla.
È il caso verificatosi venerdì scorso sulla linea da Rimini a Roma. Al termine dello sciopero di quel giorno chi ha viaggiato nella carrozza numero tre del treno 9337 si è dato alla fuga perché un gruppo di napoletani ha cominciato ad ascoltare le musichette del cellulare e a cantarci sopra. I controllori che si sono alternati nei vari tratti di quella linea non hanno avuto il coraggio di dire niente ai cantanti napoletani e hanno invitato le vittime della sinfonia partenopea ad andare in un’altra carrozza. Il treno era pienissimo. Molti hanno preferito continuare il viaggio in piedi in un’altra carrozza piuttosto che sentire quel concerto. E ancora: Giuseppe tornava lunedì 26 novembre da Jesi per andare a Roma. Una volta arrivato alla stazione della città marchigiana, ha trovato la biglietteria chiusa e quella automatica guasta. In cambio, erano funzionanti quelle per i biglietti regionali. Ma non gli servivano perché doveva prendere l’eurostar 9331 delle 15.31. Un altro caso riguarda una passeggera che viaggia tutte le settimane in questa linea. Ha raccontato di aver trovato nel 2005 il suo posto in prima classe occupato dalla scrittrice Dacia Maraini che ha riempito di valigie la poltrona dirimpetto alla sua. Morale: si è dovuta accomodare in un altro posto. Michele, universitario di 26 anni, venerdì 23 novembre voleva lavorare alla sua tesi durante il viaggio sulla linea Roma-Rimini (treno 9332). Ha trovato il suo posto senza tavolino. Il biglietto non gli è stato rimborsato.

(pal) 3 dic 2007 13:54

Quante cittadinanze onorarie per la Baraldini

Tutti gli intellettuali per Silvia
IL VELINO CULTURA, 4 dicembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - L’ultimo comune che le ha concesso questo titolo è l’amministrazione di Venaria, in provincia di Torino. Ma prima di questa città erano state altre le amministrazioni locali che avevano dato all’ex terrorista Silvia Baraldini la cittadinanza onoraria. Si tratta dei comuni di Palermo, Venezia, Grosseto, Bologna, L’Aquila, Napoli, Rovigo, Teramo, Caserta, Lecce, San Benedetto del Tronto, Fidenza, Cesena, Torremaggiore, Eboli e Pieve Emanuele. Nata nel 1949 a Roma, condannata nel 1984 a 43 anni (poi ridotti a 22) per associazione sovversiva negli Stati Uniti, la Baraldini passerà alla storia come il detenuto italiano che ha goduto della maggiore attenzione della sinistra italiana, dei suoi intellettuali e degli aiuti più sfrontati. Il nostro paese non si è fatto scrupolo pur di ingannare il dipartimento della Giustizia americano, al quale aveva garantito che la nostra cittadina avrebbe scontato per intero la pena comminatale, per poi liberarla dopo aver ottenuto la sua estradizione durante il primo governo D’Alema nell’agosto del 1999. Edmondo Berselli, un pensatore vicino a Romano Prodi è sempre rimasto perplesso nei confronti dell’atteggiamento della sinistra nei confronti della Baraldini definendola come “santa terrorista”. In un articolo sul Sole 24 ore scrive: “Silvia Baraldini è riuscita a diventare un simbolo. Simbolo di che cosa non si sa” (25 agosto del 1999). Ma non ci vuole molto a capire di cosa sia il simbolo la Baraldini. Lo spiega meglio Sergio Romano che riesce a darsi una spiegazione sul perché la sinistra ideologica è riuscita a farsi sentire sulla vicenda che ha riguardato l’ex terrorista: “Non credo che i Ds al Governo condividano ora i sentimenti della sinistra perdonista antiamericana. Ma alcuni di essi li hanno probabilmente condivisi negli anni della gioventù e non possono comunque, anche per ragioni elettorali, rompere del tutto i vincoli familiari che li uniscono all’ala più massimalista del loro schieramento” (Panorama, 10 maggio 2001). Ecco perché autorevoli esponenti del mondo della cultura come Leonardo Mondadori hanno messo 30 mila dollari a disposizione per la liberazione della Baraldini. Altrettanto ha fatto l’imprenditrice Marialina Marcucci che ha dato quattromila dollari per l’ex terrorista. Ma a chiarire meglio quali sono state le cifre per la cauzione che ha dato il via libera all’estradizione della Baraldini dagli Stati Uniti all’Italia ci pensa l’allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Secondo quanto riporta il quotidiano Milano Finanza del 14 gennaio del 2001, lo Stato italiano ha versato 25.600 dollari per la cauzione che si sommano ai 23.400 dollari raccolti da alcuni degli amici della Baraldini e dai suoi familiari. Ad aiutare la Baraldini ci pensa anche il Comune di Roma che dà all’ex terrorista una consulenza di dodicimila euro lordi l’anno. Il caso di questa consulenza viene sollevato dal consigliere comunale in Campidoglio di Alleanza nazionale Marco Marsilio (La Repubblica, 20 giugno del 2003). Dopo Diliberto, un altro Guardasigilli rivolge la propria attenzione alla vicenda: si tratta di Piero Fassino che risponde direttamente alla Baraldini dalle pagine della Stampa. Al taccuino di Guido Ruotolo, Fassino dà garanzie all’ex terrorista sulla qualità della sua detenzione: “Vorrei però, assicurare la detenuta che, dal primo settembre, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento carcerario, anche lei usufruirà dei benefici previsti” (26 agosto del 2000). Eppure la Baraldini nelle patrie galere era sembrata una persona ritrovata , come aveva spiegato il senatore dei Verdi Athos De Luca: “Non credevo di trovare la signora Baraldini così perfettamente integrata nella realtà del carcere di Rebibbia. M’è parsa una donna felice” (Corriere della Sera, 3 settembre del 1999). Ma qualche mese dopo il suo avvocato, Grazia Volo, illustra una nuova realtà: “Negli Stati Uniti Silvia era una segregata di lusso, come lo si può essere in un paese ricco. Qui è una segregata e basta” (Corriere della Sera, 14 febbraio del 2000). Bastano queste condizioni per far mobilitare decine di intellettuali. Nel marzo del 2001 scendono in campo Norberto Bobbio, Rita Levi Montalcini, Dacia Maraini, Roberto Benigni e Carla Fracci per chiedere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi un atto di grazia che non arriva (La Repubblica, 28 marzo del 2001). Ma è questione di tempo per la fine della pena. Quando nel settembre del 2006 la Baraldini beneficia dell’indulto il presidente della commissione Giustizia della Camera Gaetano Pecorella è sorpreso: “L’indulto non poteva essere concesso (alla Baraldini, ndr) in relazione a condanne inflitte da uno Stato straniero, anche se l’esecuzione avviene in Italia” (Messaggero, 27 settembre 2006). Ma per la Baraldini tutto è possibile. E in fondo chi se ne frega se avevamo dato assicurazioni agli Stati Uniti che la pena sarebbe stata scontata secondo la condanna che le era stata inflitta. Di questa comportamento discutibile ne avrebbero fatto le spese altri nostri connazionali che non hanno ottenuto l’estradizione dagli Stati Uniti all’Italia. Se ne accorge il ministro della Giustizia Clemente Mastella nell’ottobre del 2006 quando, ai sensi della convenzione di Strasburgo chiede l’estradizione di 25 connazionali detenuti in Usa per reati comuni. La risposta del dipartimento della Giustizia non è confortante: “Il meccanismo di recente si è bloccato perché gli americani non sono contenti di come si è concluso il caso di Silvia Baraldini” (Corriere della Sera, 22 ottobre del 2006). (pal)

martedì 20 novembre 2007

I forchettoni rossi alla carica del potere

Il Velino del 20 novembre del 2007
(POL) Libri, il “fochettonismo rosso” di Roberto Massari
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 20 nov (Velino) - Con la sinistra di Governo è nato il fenomeno del “forchettonismo rosso”. Ne parla Roberto Massari, autore di “I forchettoni rossi. La sottocasta della sinistra radicale” (ed. Massari) un saggio di aperta critica alla cosiddetta sinistra ideologica che ha abdicato i propri ideali per regalarsi agli interessi del Governo Prodi. “Secondo me – afferma Massari -, i prodromi del forchettonismo rosso risalgono al 1969. Da quell’anno ho una naturale diffidenza di tutto ciò che è estrema sinistra. Ho sempre avuto una pessima opinione dei gruppi dirigenti di Avanguardia operaia, di Lotta Continua, di Potere operaio. E poi, più pessima che non si poteva di Democrazia proletaria. Penso che questi gruppi politici non abbiano dei progetti politici, non hanno delle linee alle quali si attengono nell’arco di 15 anni”. Per Massari “l’obiettivo dei dirigenti di questi gruppi è il loro successo personale che, in una prima fase si limitava alla conquista della segreteria e poi è diventata altre cose. In quegli anni, i forchettoni rossi erano alle loro prime armi. Il 46 per cento dei forchettoni viene da una carriera interna di partito”. Se si tratta di carriere “onorevoli”, Massari le definisce meglio di “cursus disonorum. Nel libro che ho curato insieme ad altri – aggiunge -, spiego che il criterio fondamentale per diventare forchettone rosso è quello di dare sempre ragione al segretario, schierarsi sempre con le maggioranze, uniformarsi alle dichiarazioni del leader anche se questo dice che gli asini volano”.
Massari sostiene inoltre che l’accusa ai cosiddetti forchettoni è “utilizzare la menzogna su questioni come la guerra. Negli altri partiti c’è una linea più chiara e più ‘onesta’. Il forchettonismo è unito da un fattore immorale molto importante: la menzogna. I forchettoni dicono: ‘Noi siamo comunisti, però votiamo a favore delle leggi sul capitale; noi siamo pacifisti, però votiamo a favore della missione in Afghanistan; noi siamo anticlericali, ma però votiamo per mantenere l’esenzione Ici al Vaticano. Questa è una grande menzogna che li accomuna ideologicamente”. I forchettoni quindi costituiscono una sottocasta, per Massari che precisa: “Penso che tutti i membri del Parlamento costituiscano una casta. Sociologicamente si può parlare di gruppo burocraticamente chiuso. Personalmente penso che la ‘casta’ della sinistra radicale – conclude - abbia una sua specificità. Questo è il vero problema teorico sul quale sono disposto ad accettare ogni critica. Se la sinistra radicale dichiara di essere una cosa e poi in Parlamento attua un altro comportamento. Se questo comportamento è tenuto da un gruppo di forze parlamentari senza defezioni (si tratta di 110 parlamentari, quasi 11 per cento della rappresentanza parlamentare italiana), penso che questo sia un fenomeno da studiare”.
(pal) 20 nov 11:16

venerdì 16 novembre 2007

L'Urss e la parola uccisa

Biennale Venezia 1977, le origini del dissenso
IL VELINO SERA del 16 novembre del 2007

di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra la poetessa Anna Achmatova nel 1927)


Roma, 16 nov (Velino) - “Scrivete la verità perché la parola viva, perché nascosto sotto il velo, il pensiero, avvolto come una molla, scattando all’improvviso, uccida”. Con questa frase gli intellettuali sovietici volevano mettere in evidenza il difficile rapporto che avevano con il potere negli anni Sessanta in Urss. Questa epigrafe era contenuta in Feniks 66, una raccolta realizzata da Juri Galanksov nel 1966. Erano i primi anni del potere di Leonid Breznev. E per gli intellettuali la questione intorno al termine “verità” ebbe un valore enorme. Va ricordato che il dissenso sovietico non nacque come una battaglia di carattere politico, ma i suoi sviluppi primordiali furono esclusivamente di carattere letterario. Il 14 agosto del 1946 il Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica approvò una risoluzione contro due riviste sovietiche. Si trattava di Zvedza e di Leningrad. L’accusa nei confronti di queste due pubblicazioni era “gravissima”. Avevano osato pubblicare delle opere che venivano definite “apolitiche”. Per un regime come quello comunista era impensabile che esistessero opere che parlassero di temi privati e superficiali. Il Congresso degli scrittori dell’Unione Sovietica si schierò immediatamente contro gli autori incriminati: Michail Zoschenko e Anna Achmatova. Negli anni Ottanta il poeta Josif Brodskij, che fu premiato con il Nobel della letteratura, spiegò agli accademici svedesi che il Pcus non poteva sopportare che l’arte sovietica potesse in qualche modo insegnare qualcosa nella dimensione privata dell’uomo. In una realtà finalizzata in ogni suo settore alla realizzazione dell’uomo attraverso il lavoro, questo concetto non era gradito alla politica ufficiale del Pcus. Ecco perché l’Unione Sovietica ha conosciuto per decenni intellettuali che praticarono l’autocensura. Questo metodo però non poteva restare nel dna della cultura sovietica abituata a spaziare più in alto. La morte di Stalin fu l’occasione di un risveglio della cultura sovietica. Nel 1953, alla scomparsa del dittatore, gli intellettuali mostrarono un insospettato rinvigorimento. Al centro di questa attività si pose la rivista Novji Mir. Il direttore di questa rivista, Aleksandr Tvardovskij non era un dissidente. Anzi, era un uomo del realismo sovietico che non si discostava molto dai dettami del partito come dimostrò nelle sue opere pubblicate nel corso della seconda guerra mondiale. Eppure, Tvardovskij fu allontanato da quella rivista dopo aver pubblicato un articolo dal titolo “Della sincerità in letteratura”. Questi fatti sono un passaggio fondamentale per comprendere quali furono le motivazioni della protesta di molti intellettuali sovietici che sfociò negli anni Settanta nella cosiddetta Biennale del dissenso. Gli scrittori e gli artisti del dissenso avevano idee profondamente diverse tra loro. I principi comuni che li univano possono essere sintetizzati nel rispetto dei diritti civili, nella libertà di movimento e nell’applicazione del trattato della Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del 1948 e dell’atto finale della conferenza di Helsinki del 1975 sui diritti umani. Il termine più giusto per definire il dissenso sovietico è questo: inakomysljascie, coloro che la pensano in modo diverso. Ed è proprio intorno a coloro che la pensavano in modo diverso che la rivista Cronaca degli avvenimenti correnti riuscì a coagulare intorno a sé un gruppo nuovo di intellettuali. Quella rinascita fu senza dubbio frutto della segreteria del Pcus di Nikita Chruscev che abbandonò la strategia del terrore. Era un passo indietro del Pcus. Ma non era abbastanza. Lo fu per far dar fuoco alla miccia del dissenso. Naturalmente questo non impedì a Breznev, che fu il successore di Chruscev di mandare in galera intellettuali di grande rilievo come i due scrittori Julij Daniel e Andrei Sinjavsky, semisconosciuti in Urss. Questi due arresti aprirono un fronte di polemica vastissimo che provocò un dibattito internazionale molto ampio. Ma fu Andrej Sacharov con la sua opera “Considerazioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale” a dare un colpo alla dirigenza del Pcus che nel 1972 uscì allo scoperto con una serie di arresti di massa. Per molti intellettuali sovietici sembrò essere giunto l’oblio. Ma il premio Nobel della letteratura a Sacharov e la conferenza di Helsinki aprirono lo spazio per nuovi argomenti di polemica che Carlo Ripa di Meana riuscì a mettere in evidenza nella Biennale. Argomenti che avrebbero messo in crisi l’Urss e tanti intellettuali italiani che di questi temi evitavano di parlarne.

(pal) 16 nov 2007 20:06

lunedì 12 novembre 2007

Mamma Rai: ultime balle sul mito di Carosello

--IL VELINO CULTURA--12 novembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni, Espresso e Repubblica stanno pubblicizzando una serie di dvd nei quali vengono riproposti gli spot più famosi di Carosello, la pubblicità serale della Rai che, tra il 1957 e il 1977, ha caratterizzato una parte della storia della televisione italiana. Per ovvie ragioni pubblicitarie, il settimanale non ha mancato di tessere le lodi di questi siparietti con l’intervento di un fine intellettuale: Edmondo Berselli. Tessendone la magnificenza delle scenette, nel suo articolo pubblicato sull’Espresso dello scorso 8 novembre, Berselli scrive che “Carosello detta modelli di comportamento, a cui la società via via si adegua, mentre la pubblicità provvederà poi a rafforzare comportamenti e atteggiamenti dei ceti medi presenti e futuri, e a programmare modalità comportamentali ulteriori, ancora più ‘avanzate’”. Berselli parla della fine del Carosello con termini simili a quelli in voga nel Ventennio: “Il solco è stato tracciato, la semina è stata abbondante, e i frutti sono sotto gli occhi di tutti noi”. È difficile tuttavia accodarsi alla tesi di Berselli sul progresso dettato dalla pubblicità di Stato di Carosello: il pensatore cult del Partito democratico sa benissimo che non aveva questo ruolo. In un articolo che avevamo pubblicato il 3 gennaio del 2007 avevamo spiegato quale fosse il valore, nei giochi di spartizione, della pubblicità di Carosello gestita dalla Sipra in collaborazione con i partiti politici. Così, mentre oggi tutti si affannano a lodarne lo spettacolo, pochi si sono preoccupati di raccontare e spiegare quali meccanismi si nascondevano dietro quel sistema di veicolare la pubblicità autorizzata dai vertici Rai nei limiti temporali stabiliti sempre da loro, al quale anche i registi di sinistra si erano adeguati senza particolari travagli interiori. La realtà è che la Rai, attraverso la Sipra, gestiva da monopolista il mercato della pubblicità discriminando questa o quella azienda, questo o quel produttore di messaggi pubblicitari. Una sorta di incubo per alcuni degli aspiranti inserzionisti di quegli anni. Eppure, di questa sorta di repressione della libertà non esiste traccia nei resoconti di quella stagione. Nessuno sembra si sia mai ribellato a un sistema di spartizione pubblicitaria come quello. Neppure i cosiddetti registi impegnati: tutti, o quasi, schierati con il magnifico mondo di Carosello a cominciare dai fratelli Taviani, autori del film pubblicitario per la Leacril. Quegli stessi registi che non avrebbero esitato a schierarsi con Walter Veltroni alla fine degli anni ‘80 per lanciare la crociata contro gli spot di Berlusconi all’interno dei film prima che questo metodo, in voga ovunque nel mondo dove si è sviluppato il pluralismo televisivo grazie alla nascita della televisione commerciale, divenisse una consuetudine anche per la Rai. Chissà, forse molti dei registi che producevano le scenette per le aziende ammesse a Carosello pensavano di frenare sin da allora l’arrivo degli spot brevi, del pluralismo che avrebbe consentito l'apertura del mercato televisivo e anche di quello della pubblicità, rendendo più liberi i consumatori e più liberale la società italiana. Carosello è l’icona della pubblicità gestita dallo Stato e anche di Stato. E questo aveva forse risolto i dubbi di coscienza di comici come Dario Fo e Franca Rame che probabilmente non si sarebbero prestati a fare la pubblicità per un’azienda petrolifera come invece fecero per Supercortemmaggiore alla fine degli anni ‘50. Comunque, sbagliava certamente il suo giudizio John O’Toole quando scriveva nel suo saggio dal titolo The trouble with adversiting (Times books, 1981) che “non appena l’influenza del Partito comunista sull’attività governativa aumentò Carosello fu tolto di mezzo”. In realtà fu tolto di mezzo dal presidente socialista della Rai Beniamino Finocchiaro che in una lettera del 14 aprile del 1976, quindi prima delle elezioni politiche di quell’anno, annunciò l’intenzione di farla finita con quelle trasmissioni. Ugo Gregoretti ha ammesso nel 1976 su Repubblica che “i piccoli telespettatori di Carosello sono invece quelli che hanno fatto il sessantotto, sono gli stessi protagonisti della ‘nuova sinistra’”. E non solo. Tra gli attori di quei lunghi spot comparve anche Giusva Fioravanti, terrorista dei Nuclei armati rivoluzionari, che nello spot della Kraft gioca a tirassegno. Uno “sport” che diventerà una tragica realtà per le sue vittime. Fuori dal coro erano i cattolici di Civiltà cattolica. Nel 1976, il periodico dei gesuiti scrisse: “Non lo rimpiangeranno quanti ritengono che è tutt’altro compito di un’azienda praticamente di Stato avallare, per vent’anni, come servizio pubblico una pubblicità quale Carosello che, più di altre rubriche, ha identificato l’essere con il sembrare, il dovere con il piacere, la felicità col possesso, il senso sociale con il consumismo”. Eppure, quando Ninetto Davoli chiese a Pier Paolo Pasolini se fosse giusto girare i Caroselli della Saiwa il regista lo incoraggiò parlando di esperienza carina. A Bruno Bozzetto fu vietato invece di far vedere il finale della pubblicità della Perugina nella quale un cosacco, pago di aver mangiato i cioccolatini, se ne andava in vacanza alle Hawaii. Per la censura non era possibile far vedere un cosacco che andava a spassarsela negli Stati Uniti. Ferdinando Camon non utilizza lo stesso stereotipo di Berselli per parlare di Carosello ricordando che “Carosello è la menzogna sociale ridotta a sistema. E quindi è uno strumento politico di straordinaria efficacia: esso ha spostato e attenuato le rivendicazioni operaie, che invece di chiedere un cambiamento di condizione per star meglio chiedevano più denaro per comprare di più” (Il Giorno, 25 agosto, 1976). Ecco perché forse è meglio dimenticare quell’Italia che ci aveva dato un’immagine diversa da quello che era il Paese reale, dove i registi di sinistra avevano un ruolo di primo piano e gli inserzionisti erano discriminati se non indirizzavano la pubblicità in favore di certi partiti. Chi voleva pianificare la pubblicità di una penna alla televisione si sentiva chiedere dieci milioni per la pubblicità sui quotidiani, e dodici milioni per dei periodici. In un sistema monopolistico e ricattatorio come quello della Rai degli anni ‘70 i clienti si trovavano, nei confronti della Sipra, nella spiacevole condizione di “prendere o lasciare”, così molte aziende erano costrette a vedersi destinare la propria pubblicità su spazi per i quali non avevano interessi. Quel sistema aveva permesso quello che spesso viene rimproverato alla Sipra: il finanziamento occulto dei partiti. Infatti, nel cartello delle testate gestite dalla Sipra, fino alla fine di fatto del monopolio, vi erano organi ufficiali di partito: Il Popolo, L’Unità e Rinascita, L’Avanti! e Mondoperaio, L’Umanità e Ragionamenti; la pubblicità in esubero nel sistema televisivo indirizzata verso queste testate favoriva economicamente i partiti interessati. Se questo era il magnifico mondo di Carosello allora forse è meglio non ricordarlo o ricordarlo, comunque, per quello che realmente era. (pal)

venerdì 9 novembre 2007

La prima denuncia contro la casta

Dalla denuncia di Giovanni Berlinguer a oggi
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino 9 novembre 2007

Roma, 9 nov (Velino) - I dibattiti sulla cosiddetta “casta” proseguono mentre il governo continua a discutere sul numero dei parlamentari e Grillo inveisce contro i politici. Ieri sera, Porta a Porta si è occupata di questo argomento. Tra gli ospiti della trasmissione era presente il senatore Cesare Salvi, esponente di Sinistra democratica, che è stato presentato da Bruno Vespa come uno dei precursori del confronto sulla casta dopo aver pubblicato il libro dal titolo Il costo della democrazia (Mondadori). In realtà, il primo a sollevare il tema sull’argomento è stato un rappresentante della stessa area politica di Salvi. Stiamo parlando di Giovanni Berlinguer autore de I duplicanti. Politici in Italia (Laterza, pp. 160, 1991), un saggio che passò del tutto inosservato e che oggi è fuori catalogo. Nel libro si parlava dei politici in Italia come di una casta pericolosamente incline all’autoriproduzione, cresciuta a dismisura negli ultimi quarant’anni, in un contagioso meccanismo di moltiplicazione che, assecondando appetiti e intrighi, sfornava nuove province, Usl, prefetture, provveditorati agli studi, questure, intendenze di finanza, motorizzazioni civili, Inps, Inail, provveditorati, e tant’altre amministrazioni pubbliche. Rileggere questo libro oggi è una sorpresa per comprendere come certe critiche sono sempre state fatte, ma volutamente ignorate da tutti per la paura dei politici nei confronti della magistratura, in tempi in cui questa sembrava non voler risparmiare nulla a nessuno di loro. “Ora che è stato sciolto a Mosca il Soviet Supremo siamo la prima potenza mondiale per numero di parlamentari”, disse sorridendo Berlinguer nel presentare il suo lavoro. E pensare che egli stesso viene da tre generazioni di politici tutti rigorosamente di opposizione: repubblicano il nonno Enrico Berlinguer, deputato del pre e del post fascismo il padre Mario, segretario del Pci il fratello maggiore Enrico.
Tuttavia, Giovanni Berlinguer ha sempre nutrito una certa antipatia verso la casta. Sentimento accresicuto durante l’esperienza da segretario regionale del Pci nel Lazio. “Allora potei osservare che il maggior numero di ore lavorative e di logoranti riunioni erano sempre dedicate alla quotidiana fatica di affrontare questioni interne di inquadramento, di candidature per le elezioni, di designazioni in organismi più o meno direttamente controllati. Svolsi, in sostanza, forse più che le funzioni politiche d’un segretario, quelle d’un capo del personale. Senza avere peraltro una particolare vocazione per questo mestiere”. Infatti, al momento della trasformazione del Pci in Pds, criticò la pletora di rappresentanti politici all’interno del suo partito: “Proprio a questo aumento insensato dedicai il mio intervento al 20esimo congresso, quello costitutivo del Pds. Il fenomeno, dissi, ci richiama alla mente la legge di Parkinson, secondo la quale, nella storia della marina britannica, la moltiplicazione degli ammiragli ha sempre accompagnato la riduzione dei marinai e delle navi. Gli applausi dei congressisti furono generosi, l’esito della mia solitaria protesta fu catastrofico. Le conseguenze nel partito sono evidenti: minore frequenza delle riunioni, potere crescente degli apparati e degli esecutivi, maggiore tendenza al leaderismo. Ma c’è un caso ancor peggiore di sovrabbondanza: l’assemblea nazionale del Psi, che non si riunisce mai”. Nel capitolo dal titolo La riproduzione del ceto Berlinguer denunciò alcuni enti inutili: “Mi ha incuriosito la persistenza d’un istituto, con sede a Torino, che si occupa dell’educazione correttiva dei minorenni dell’antico regno sardo: pur conoscendo la longevità della nostra razza, mi sono domandato quanti di essi siano ancora in vita”. Rileggere oggi I duplicanti è senza dubbio un esercizio utile per comprendere l’onestà intellettuale di Giovanni Berlinguer che introdusse il tema del burocratismo politico nella Sinistra e nel sindacato. Infatti, nel libro è presente anche un attacco al sindacato. Berlinguer si scagliò contro il distacco sindacale che “s’è andato trasformando in questi anni in un distacco dai lavoratori. Succede spesso che, nelle commissioni di concorso o in quegli organismi che decidono le assunzioni e le promozioni, i sindacalisti, anziché far pesare la propria forza per garantire a tutti la correttezza delle procedure e la valutazione dei meriti, finiscano per legittimare arbitri e spartizioni. Con effetti comici: come nel caso della promozione a capo servizio di ricerca, all’Enea, di un addetto ai giardini che aveva fatto tutta la sua carriera all’interno del sindacato”.
(pal) 9 nov 2007 15:34

martedì 6 novembre 2007

E' morto Enzo Biagi

La scomparsa di Biagi, una vita tra Rai e carta stampata
--IL VELINO SERA--di Lanfranco Palazzolo


Roma - Nato nel 1920 a Pianaccio, un paese sugli appennini bolognesi, Enzo Biagi è stato probabilmente il giornalista più prolifico della storia dell’informazione italiana. I problemi cardiaci che lo hanno accompagnato per tutta la vita e che non gli hanno permesso di svolgere il servizio militare non sono stati mai un ostacolo per l’autorevole giornalista. Nel dicembre del 1993, Biagi fu colpito da una crisi anginosa alla vigilia di un’importante intervista con Silvio Berlusconi sulla sua possibile discesa in campo in politica. Una delle sue prime frasi dopo il malore fu questa: “Chiamate Panorama e dite che comunque il mio pezzo è pronto, il compito l'ho fatto”. Biagi vedeva nello svolgimento della professione un ruolo salvifico: “Ho sempre sognato di fare il giornalista: lo immaginavo come un ‘vendicatore’ capace di riparare torti e ingiustizie”. I suoi esordi giornalistici sono legati al quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia. Ma nel 1940 passa al quotidiano bolognese Il Resto del Carlino. L’anno successivo diventa professionista. In quegli anni, Biagi collabora anche con il periodico quindicinale di cultura Il Primato di Bruno Bottai. Biagi approda alla rivista culturale attraverso il gruppo dei Giovani universitari fascisti (GUF) che si raccoglievano attorno alla testata bolognese Architrave che nel 1940 apre le pubblicazioni esprimendo una grande fiducia nel corporativismo fascista come nuova civiltà del lavoro per ripiegare poi su posizioni critiche verso la dittatura mussoliniana. Fu proprio sulla scia di queste critiche che Biagi maturò la scelta di combattere contro nazisti e fascisti nelle brigate di Giustizia e libertà del Partito d’Azione. E sarà proprio lui nell’aprile del 1945 ad annunciare a Radio Bologna Libera la cacciata dei nazisti della città. Subito dopo la guerra, Biagi riprende a lavorare al Carlino che, come molti giornali del ventennio, aveva cambiato testata chiamandosi Il Giornale dell’Emilia. Fu proprio durante questo secondo periodo nel quotidiano bolognese che Biagi fu cacciato per la sua adesione all’appello di Stoccolma del marzo del 1950, promosso dai partigiani della pace, contro la bomba atomica. Quel documento raccolse nel mondo 16 milioni di firme. La cacciata dal giornale bolognese fu la sua fortuna. Negli anni Cinquanta Biagi si trasferì a Milano per dirigere il settimanale Epoca, trasformandolo nel primo autorevole rotocalco italiano. Ci resta fino a quando non pubblica un articolo critico nei confronti del governo di centrodestra guidato da Fernando Tambroni e degli scontri di Modena del 1960 che seguirono il congresso del Msi a Genova. Biagi ricorda così il suo abbandono e la successiva assunzione alla Stampa come inviato speciale: “I grandi giornali erano tutti filoliberali, confindustriali e anticomunisti perché, non dimentichiamoci, allora il mondo era diviso in due blocchi, da una parte i comunisti, dall'altra quelli che non li volevano. Però questo fronte stampa non era monolitico. La Stampa, giornale degli Agnelli, doveva essere sempre filogovernativa perché la Fiat lo è sempre stata. Ma io, licenziato da Epoca nel 1960 per intervento del presidente del Consiglio Tambroni, sono stato assunto il mattino dopo da Giulio De Benedetti, il grande direttore del quotidiano torinese”. Biagi arrivò nel 1961 in televisione. Quell’anno, a ottobre, fu nominato direttore del telegiornale nazionale per volontà di Ettore Bernabei che voleva dare un segno di apertura a sinistra con l’arrivo di Biagi. Insieme a quell’incarico arrivò anche il settimanale Rotocalco Televisivo. Il nuovo direttore del telegiornale del primo canale restò in sella meno di un anno (la Dc non gli perdonò un reportage di Ugo Gregoretti sulle raccomandazioni di un deputato democristiano). Ma il suo nemico numero uno fu Giuseppe Saragat che non perdonava a Nenni di averlo sostenuto alla guida del tg e anche perché Biagi tagliava puntualmente le inaugurazioni alle quali partecipava il leader del Psdi. Ma si trattò di una parentesi lampo, prima dell'avvento dei direttori filogovernativi degli anni Sessanta. Tuttavia, il suo Tg porta nelle case degli italiani la mafia e anche molta cronaca nera. Nel 1963 ritorna a La Stampa e inizia a scrivere per il Corriere della Sera e per il settimanale Europeo. Alla fine degli anni Sessanta Ettore Bernabei lo richiama. In questi anni Biagi realizza strordinarie trasmissioni di approfondimento giornalistico come “Dicono di lei” (1969) e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe. Nel 1972 Biagi torna al Carlino dopo la cacciata del 1950. Ma ci resta solo pochi mesi: “Credo di non essere piaciuto al ministro delle finanze Luigi Preti, molto vicino al cavalier Monti, l'editore”. Ogni giorno appariva sul Carlino un parere, un'intervista, e al lunedì il punto sul calcio del ministro Preti. Una volta la settimana Preti scriveva l'articolo di fondo: “A me sembra troppo”, annuncia Biagi alla redazione. Da quel momento cominciano i fastidi, addirittura una lettera con la quale il ministro critica il direttore troppo disinvolto. Biagi la pubblica, ma non resiste a sorridere di Luigi Preti in un corsivo intitolato “Grand'Hotel”. Negli anni successivi continua a scrivere sul Corriere e sostiene Indro Montanelli nello sforzo di fondare Il Giornale. Gli anni Ottanta di Biagi sono caratterizzati dallo scontro con il Psi di Bettino Craxi e dalle collaborazione con Panorama e Repubblica. Ma è nel 1986 che Silvio Berlusconi cerca di portarlo a Mediaset provando a sottoporgli un contratto nel quale è Biagi a stabilire il compenso. Il giornalista rifiuta. Nei primi anni Novanta, Biagi realizza soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), "Una storia" (1992), sulla lotta alla mafia. Ottiene un particolare successo con "Processo al processo su tangentopoli", (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994). La trasmissione "Il Fatto" è il suo ultimo grande successo. Nella trasmissione Rai tra il 1995 e il 2001 Biagi intervista i personaggi più noti del momento. Ma nella fase conclusiva della campagna per le elezioni politiche del 2001 provoca le ire del centrodestra intervistando Indro Montanelli e Roberto Benigni. Quello di Benigni, in particolare, fu un vero e proprio comizio di chiusura, contro Berlusconi. Che non se ne stette zitto e denunciò l’infrazione delle regole. Il 18 aprile del 2002, parlò di uso “criminoso” del mezzo televisivo da parte di Enzo Biagi e di altri conduttori televisivi. Nella stagione televisiva successiva (2002-2003) "Il Fatto" non è stato incluso nel palinsesto. Gli anni passati lontano dalla Rai hanno ferito il giornalista. In quel periodo, Biagi ha tenuto un diario nel quale ha annotato tutti gli eventi che avrebbe voluto trattare se Il Fatto fosse ancora andato in onda regolarmente, trasponendo queste annotazioni in un libro dal titolo Quello che non si doveva dire (Rizzoli, pagg. 317, euro 18). Nel 2007 era tornato in Rai con Rotocalco Televisivo, lo stesso nome della fortunata trasmissione del 1961. Aveva aperto il suo ultimo ciclo di trasmissioni così: “Scusate, sono tanto contento di rivedervi. E confesso che sono anche commosso. Ma c' è stato qualche inconveniente tecnico che ci ha impedito di continuare il nostro lavoro. L'intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica”. Aveva appena fatto in tempo a vederla diradare. E anche a ricevere i complimenti di Berlusconi. "Ho assistito alla prima delle due puntate e l'ho trovata veramente avvincente, quindi complimenti al dottor Biagi per questa nuova trasmissione", disse il Cavaliere dai microfoni di Radio anch' io. In quell'occasione, pur negando di aver mai chiesto la chiusura de "Il fatto", Berlusconi concesse: "Forse ho calcato la mano quando dissi che Biagi e gli altri facevano un uso criminoso della tv pubblica". Asciutto il ringraziamento di Biagi rivolto a "tutti quelli che hanno apprezzato il nostro lavoro e in particolare Silvio Berlusconi per il giudizio lusinghiero espresso su RT rotocalco televisivo". (pal)

lunedì 5 novembre 2007

Quando calcio e porno si incontrano

Svezia, il porno entra nella squadra di re Carlo
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino, 5 novembre del 2007
(A destra Berth Milton Jr con la divisa dell'AIK)


Roma, 5 nov (Velino) - Il re del porno svedese ha comprato il dieci per cento dell’AIK, una delle società calcistiche più note che può contare anche su una compagine femminile. Per consolidata tradizione il club annovera tra i suoi membri re Carlo XVI Gustavo di Svezia. A rendersi protagonista di questo acquisto è Berth Milton junior, 52 anni, boss del Private Media Group, società di fama internazionale che pubblica e distribuisce riviste e dvd a luci rosse. Milton non si vuole fermare qui: “Voglio avere maggiore influenza nel club, voglio convincere i tifosi che il calcio non è una battaglia”. L’AIK, club di un quartiere a Nord di Stoccolma (Solna), è stato quinto nell’ultimo campionato, da anni deve fare i conti con una tifoseria che si è spesso segnalata per comportamenti violenti. All’interno della società, la dirigenza non ne vuole sapere di un azionista che naviga nel mondo della pornografia. Eppure, le intenzioni di Milton sono proprio quelle di calmare quella turbolenta tifoseria spiegando che vuole impedire la trasformazione di questo sport “in una battaglia”. In Italia la notizia di questo acquisto ha suscitato un certo stupore. Sul sito www.calcioblog.it hanno scritto: “Certo, pensare al nostro campionato in cui per esempio una squadra di mezza classifica viene acquisita da una famosa rivista hard o da una sorta di Magic America (una società di sex shop, ndr) fa un po’ sorridere, ma d’altronde la Svezia è nota anche per il modus vivendi libertino e quindi tutto è concesso, anche l’hard nel calcio. Tutto, anche se non a tutti è gradito questo cambio di rotta”. Ancora una volta Berth Milton decide di stupire tutti con un mossa che deve essere letta con una certa attenzione. Negli ultimi anni egli ha conquistato il mercato della pornografia dando a questo genere una rispettabilità da kolossal americano. Dal 2002 i contenuti della Private sono disponibili sui telefoni cellulari. Nel 2003 la società ha realizzato il film più costoso mai realizzato, Gladiator (diretto da un regista italiano, Antonio Adamo), ma l’impegno economico viene ampiamente ripagato: il titolo vende oltre 350mila copie in tutto il mondo. Nel 2004, in Inghilterra, parte il sexy-reality show Private Stars. Per Milton è un successo senza precedenti. Nello stesso anno, l’azienda apre un sexy shop nell’aeroporto internazionale di Zurigo. Nel 2006 la società replica aprendo un altro negozio, in collaborazione con Beate Uhse, nell’aeroporto di Monaco.
A questi successi si sono contrapposte le vicissitudini del produttore con il fisco. Lo scorso 20 ottobre il quotidiano Svenska Dagbladet ha annunciato che l’uomo dovrà pagare presumibilmente 650 milioni di Corone (101 milioni di sterline) per aver dichiarato la sua residenza a Barcellona e aver evaso le imposte al fisco svedese negli anni ‘90. Il distretto fiscale di Stoccolma deve ancora quantificare con precisione questa somma dopo un’inchiesta durata anni. Entrando nella quota azionaria del club svedese, l’obiettivo di Milton non è quello di far vincere lo scudetto all’AIK ma di portare “l’amore” negli spalti visto che in curva se le danno di santa ragione: “Penso di essere un’icona per la gente che lotta. Penso che a queste persone interessi ascoltare ciò che ho da dire”, ha affermato Milton. L’intenzione del produttore della Private è di controllare il 49 per cento del club, che è il massimo consentito dalla Confederazione del calcio svedese in base alle sue regole (molto socialdemocratiche). Il presidente dell’AIK, Per Bysted, che ha assistito impotente all’escalation violenta del tifo del club, teme che la precaria reputazione di questo sia offuscata dall’ingresso del produttore. Ma forse la sua preoccupazione è dettata dal fatto che la presenza di Milton potrebbe determinare l’allontanamento del tifoso più illustre della squadra, il re di Svezia. Secondo alcuni, per vendicarsi della multa subita dal fisco, Milton avrebbe deciso di entrare a far parte della società calcistica. Un bel colpo per la monarchia svedese che vedrebbe il suo re supporter di una società finanziata dai proventi del porno. Tuttavia ci sarebbe anche un aspetto positivo in questa vicenda: la squadra di Stoccolma vanterebbe un primato unico nel mondo riunendo sotto i suoi colori il re di Svezia e quello del porno.

(pal) 5 nov 2007 12:07

Caccia al francobollo su Fiume

Il Velino del 5 novembre 2007
Filatelia: caccia al francobollo con Fiume italiana su e-bay, di Lanfranco Palazzolo
(a destra il francobollo "incriminato", sotto la prima della Domenica del Corriere sulla visita del Re a Fiume nel 1924)

Roma, 5 nov (Velino) - Caccia al francobollo. In queste ore si è scatenata una caccia senza quartiere al francobollo sulla città di Fiume con la scritta “Terra orientale già italiana”. Nei giorni scorsi il ministero delle Comunicazioni ne aveva bloccato l’uscita dopo le polemiche con il governo croato che aveva espresso le sue perplessità circa l’emissione di questo francobollo “irredentista”. Molti si sono chiesti se la divisione filatelica del ministero guidato dal ministro Paolo Gentiloni abbia aggirato il blocco del francobollo e lo abbia venduto in ogni dove. In realtà è stata tutta colpa della burocrazia. Secondo il sito specializzato Philweb (http://www.philweb.it) le cose si sono svolte in questo modo: “Nella tarda serata di lunedì (29 ottobre), la Divisione Filatelia riceve un'apposita informativa con la quale il ministero delle Comunicazioni comunica la decisione appena presa dal ministro Gentiloni di sospendere l'emissione. Verrebbe naturale pensare che, di fronte ad un tale improvviso provvedimento, la struttura filatelica di Poste abbia inviato immediatamente un ordine esecutivo di blocco del francobollo a tutti gli uffici postali del Paese. Ma non è così! La Divisione Filatelia, difatti, non può autonomamente inviare alcun tipo di ordine o comunicazione agli uffici postali, ma deve farlo attraverso la superstruttura che si occupa di gestire la rete territoriale, ossia il Chief Network and Sales Office (Cns)”. Il problema è sorto proprio a questo punto.
La burocrazia italiana riserva tante sorprese. Infatti, martedì 30 ottobre la procedura viene rispettata ma non ne resta traccia. Secondo la versione di Philweb, “sembra che la comunicazione di stop all'emissione non sia stata inviata tramite e-mail, bensì tramite il sistema ‘Net Send’. Per chi non abbia particolari conoscenze informatiche, spieghiamo che ‘Net Send’ è un sistema di messaggistica istantanea molto usato dalle reti aziendali: la comunicazione, in pratica, allorché raggiunge ciascuno dei terminali collegati in rete, viene visualizzata sotto forma di messaggio istantaneo, rimanendo sullo schermo sino a quando l'operatore non prema il tasto ‘invio’, dopodichè, al contrario delle tradizionali e-mail, scompare e sul computer non ne rimane più traccia”. Ma in questa procedura c’è stata un’altra cosa che non è quadrata: il messaggio con il quale si è bloccata la vendita del francobollo: “Si invita formalmente a non porre in vendita domani 30 ottobre 2007 il francobollo dedicato a ‘Fiume-Terra Orientale già italiana’, la cui emissione è stata sospesa...”. Anche qui il messaggio non è stato chiaro. Tra un invito formale e un ordine ce ne passa. E probabilmente non tutti gli sportelli filatelici, sono 294 in Italia, hanno valutato il messaggio come un blocco della vendita. Il risultato è che il francobollo sta spopolando su e-bay. Infatti, è in atto una corsa contro il tempo per aggiudicarsi questo “Gronchi rosa” del XXI secolo. Sul sito in questione le aste hanno raggiunto cifre considerevoli. A Serravalle, nella Repubblica di San Marino, un utente di e-bay ha raggiunto la cifra di vendita di 61,10 euro. Mentre un collezionista di Firenze è arrivato alla quotazione di vendita di 80,75 euro. Il francobollo è stato utilizzato e annullato in una spedizione. Il risultato è che la busta viene venduta da un utente di e-bay di Mirabello a 201 euro. Altri annullamenti hanno raggiunto un’offerta di 176 euro. I collezionisti di e-bay che hanno messo in vendita il prezioso francobollo si dividono sulle generalità della preziosa reliquia filatelica. Ad esempio, Gabriele171 parla di francobollo “emesso il 30 ottobre”. Ma altri come andreabubi86 parla di francobollo “non emesso”. Cosa risponde il ministro Gentiloni?

(pal) 5 nov 2007 15:18

venerdì 2 novembre 2007

Il bacio della crisi

Svezia, governo in crisi per il bacio della segretaria di Stato --IL VELINO SERA--2 novembre 2008

Roma - Ulrica Schenström, la trentacinquenne segretaria di Stato nell’ufficio del primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, si è dimessa ieri per un bacio. Il quotidiano svedese Aftonbladet ha mostrato la Schenström, che nel governo ricopre il delicato incarico della protezione civile, mentre sorseggiava vino e si scambiava un bacio con Anders Pihlblad, cronista politico dell’emittente Tv4. I fatti risalgono allo scorso 23 ottobre. Sul quotidiano è apparsa la foto della segretaria di Stato mentre bacia il giornalista, dopo aver bevuto ben 19 bicchieri di vino, come ha riportato l’agenzia France Press. Nessuno ha ancora appurato se quella sera la Schenström era in servizio o no. Tuttavia, il primo ministro Reinfledt è stato travolto dalle critiche della stampa svedese e non ha potuto far altro che indurre la donna alle dimissioni. Anche il giornalista di Tv4 ha cercato disperatamente di difenderla senza riuscirci. Non è la prima volta che il governo Reinfledt è costretto alle dimissioni di alcuni suoi membri. Nell’ottobre 2006 il ministro del Commercio con l’Estero Maria Borelius, il ministro delegato alla Cultura Cecilia Stego Chilo e ministro dell’Immigrazione Tobias Bilstroem furono costretti a lasciare i loro incarichi rispettivamente per aver pagato in nero delle bambinaie e per non aver provveduto al pagamento del canone televisivo. Chissà se le dimissioni della Schenström faranno contento Gian Antonio Stella. Il giornalista del Corriere, infatti, in occasione dell’abbandono degli incarichi da parte dei tre ministri dell’attuale governo conservatore svedese, scrisse che dopo quelle dimissioni molti italiani “hanno desiderato essere svedesi”. Da allora è passato un anno. In questo periodo, il governo Reinfledt ha guidato bene il Paese: ha abolito la patrimoniale e privatizzato tutti gli antichi templi dell’antica e arretrata socialdemocrazia. Un bel successo che è messo in forse da questa vicenda. Dare un bacio è spesso costato il posto a qualche politico. Ne sa qualcosa l’ex ministro della Giustizia israeliano Haim Ramon (Kadima, ex laburista). Il tribunale di Tel Aviv, nel febbraio di quest’anno, l’ha giudicato colpevole di atti osceni per aver baciato sulla bocca una soldatessa nel luglio del 2006. Ramon non ha avuto alcun dubbio: ha subito rimesso il mandato nelle mani del premier, Ehud Olmert, non per un’ammissione di colpa, ma al contrario perché era talmente convinto di non aver commesso alcun reato che, dopo essersi dimesso, ha persino rinunciato all’immunità per essere processato al più presto. Del resto la soldatessa non aveva opposto resistenza, ma aveva denunciato il fatto solo successivamente. Alla fine, Ramon è stato condannato a passare 130 ore a svolgere servizi sociali in stalla con i cavalli. Ma nel luglio del 2007, scontata la pena, ha fatto il suo ingresso nel nuovo governo Olmert in qualità di vicepremier. Non sappiamo se per la Schenström ci sarà una nuova chance politica. Sappiamo per certo che gli svedesi sono molto sensibili al rapporto tra pubblico e privato. Molti si sono chiesti se la Schenstorm abbia la fibra necessaria a una politica che deve fronteggiare una crisi nazionale. In Svezia la vita privata dei personaggi pubblici non viene vista con moralismo, ma in funzione del ruolo politico e della capacità ad affrontare i problemi. Ne sanno qualcosa i socialdemocratici che hanno pagato cara la loro incapacità di riuscire ad affrontare una crisi come quella dello Tsunami in Thailandia, dove morirono ben 543 svedesi. Il principale collaboratore del premier Goran Persson fu costretto alle dimissioni per manifesta incapacità. Memori di quella figuraccia, contro la Schenström è sceso in campo il vertice del partito socialdemocratico svedese. Il segretario del partito Marita Ulvskog ha sostenuto che con questo comportamento “significa che non si può avere alcuna fiducia su di lei”. Il vicesegretario, invece, Håkan Juholt, membro della commissione difesa, ha detto che le foto pubblicate dal tabloid svedese indicano nella Schenström “una minaccia per la sicurezza nazionale”, a causa del suo incarico nel governo nel campo della gestione delle crisi. Anche per il primo ministro conservatore sarebbe stato un problema farsi vedere pubblicamente con la Schenström che era considerata una delle artefici della sua vittoria elettorale alle politiche del 2006 e appariva al suo fianco. Ulf Bjereld, politologo dell’università di Goteborg, ha spiegato che con questo scandalo i margini di vantaggio di Reinfledt si assottigliano e che deve sperare che altri casi come questi non si ripetano. Per gli svedesi sarebbe troppo. (pal)

sabato 27 ottobre 2007

La famiglia Clinton di fronte alla questione felina

I Clinton e quel gatto “poco presidenziale”
--IL VELINO CULTURA--27 ottobre 2008

di Lanfranco Palazzolo (A destra "SOCKS")

Roma, 27 ott (Velino) - Il Sunday Times ha dedicato ampio spazio a “Socks”, il gattino della ex first lady, Hillary Clinton, “abbandonato” durante il trasloco dalla Casa Bianca alla fine del 2000. Secondo alcuni fini psicologi, questo comportamento della aspirante presidente degli Stati Uniti rivelerebbe il suo punto debole. Per la cronaca, il gatto fu affidato a Betty Currie, la segretaria personale del presidente: la motivazione ufficiale è stata che per “Socks” (letteralmente “Calzini”) nella nuova casa non ci sarebbe stato abbastanza spazio. Un comportamento che avrebbe dato il fianco a molte critiche all’indirizzo di Hillary Clinton. Ma ad aprire il fuoco e a orientare il Sunday times contro la signora Clinton è stata la bellissima Caitlin Flanagan sulle pagine di The Atlantic Monthly. La Flanagan, che è anche un’autorevole giornalista del The New Yorker, è una donna molto sensibile, ma è soprattutto una sociologa che segue il comportamento della donna moderna. Per questa ragione ha accusato Hillary di avere un comportamento “freddo e calcolatore”. Soprattutto sulla stampa italiana, qualcuno è arrivato anche ad azzardare una perdita di voti da parte della senatrice democratica in vista delle elezioni primarie del suo partito. Ma Flanagan torna su una notizia largamente risaputa senza toccare il dualismo tra cani e gatti all’interno della Casa Bianca. Quando ha lasciato la Casa Bianca, la famiglia Clinton ha abbandonato il gatto, ma non ha lasciato invece il cane Buddy che ha invece, per qualche mese, ha trovato una comoda cuccia nella sua nuova abitazione, la villa di Chappaqua, alla periferia di New York. Dove in realtà c’era posto anche per il gatto Socks. Ma la sorte del labrador Buddy non è stata felice. I Clinton non si sono curati più di tanto di lui e nel gennaio del 2002 l’opinione pubblica mondiale è stata informata che il cane era stato investito da un’auto mentre i coniugi erano altrove. Bill e Hillary Clinton fecero un comunicato nel quale scrissero: “È stato un compagno leale. Siamo rattristati per questa perdita”. Però quel cane non meritava di morire abbandonato così. E pensare che quando Bill Clinton presentò Buddy alla stampa citò una frase di Harry Truman: “Se vuoi contare su un amico a Washington, hai bisogno di avere un cane”. Clinton fece questa mossa per soppiantare il gatto Socks che indeboliva la sua immagine di presidente. Infatti, quando nel novembre del 1992 i Clinton fecero il loro ingresso alla Casa bianca, il pubblicitario Mike Deaver, che aveva seguito la presidenza di Ronald Reagan (1981-1988) disse con disappunto: “Il cane è presidenziale, il gatto no. Il cane rievoca immagini di caccia, di virilità, di divertimento e di schiettezza. Al contrario, il gatto è infido, femmineo, lunatico”. Per questa ragione, ogni volta che i giornalisti sono entrati nella Casa Bianca e hanno incontrato Clinton, nelle loro cronache non mancava mai la presenza di Buddy. Il cane è presente nelle conversazioni tra Bill Clinton e Walter Veltroni nel gennaio del 2001. Ritroviamo il cane anche nelle trattative di Washington tra Yasser Arafat e Beniamin Netanyahu. Clinton lo accarezza labrador mentre dispensa consigli alle parti che devono raggiungere un difficile accordo nell’ottobre del 1998. Nel giugno dello stesso anno, il cane interrompe abbaiando una conversazione tra Boris Eltsin e il presidente americano. La notizia rimbalza su tutti i mezzi di informazione nazionali e internazionali. Un altro episodio illuminante avviene nel luglio del 2000 quando Bill Clinton ratifica online la legge sulla firma elettronica utilizzando la password Buddy in onore del suo cane. L’animale domestico è vicino alla famiglia Clinton nei momenti difficili del “caso Lewinsky”. E il gatto Socks cosa ha fatto in questo periodo? A lui ci ha pensato in qualche modo Hillary Clinton che ha pubblicato Dear Socks, Dear Buddy: Kids Letters to the First Pets (Simon & Schuster – 2003). Il libro ha venduto 500 mila copie. Una bella fortuna per i Clinton che hanno devoluto il ricavato di quel volume in beneficenza. Nel libro c’era anche un capitolo nel quale veniva insegnato ai bambini come prendersi cura degli animali domestici. Rileggere oggi quella lezione è singolare se si pensa che i due animali, non appena i Clinton hanno lasciato la loro prestigiosa dimora, sono finiti rispettivamente in affidamento alla segretaria e l’altro è stato investito da una macchina. Negli otto anni alla Casa Bianca questi due fatti non si sarebbero mai verificati.

(pal) 27 ott 2007 11:15

sabato 20 ottobre 2007

Allende come non lo avete mai visto

Libri / Quando Allende sosteneva tesi da Terzo Reich
--IL VELINO CULTURA--di Lanfranco Palazzolo
20 ottobre 2007

Roma, 20 ott (Velino) - “È più facile morire in battaglia che dire la verità in politica”. Con questa massima di Gilbert Keith Chesterton, uno degli scrittori inglesi che conobbe le difficoltà della piccola editoria inglese, si apre il volume del germanista e docente di filosofia Victor Farìas Salvatore Allende. La fine di un mito (Medusa), uno dei libri più controcorrente dell’ultimo decennio. Farìas ha dovuto faticare le cosiddette sette camicie per riuscire a far entrare nel mercato editoriale cileno questo libro che oggi giunge nelle librerie italiane. Sono state almeno 16 le case editrici che gli hanno sbattuto la porta in faccia, fino a quando la piccola Editorial Maye gli ha concesso la possibilità di far uscire il suo precedente libro Salvador Allende, antisemitismo y eutanasia. Farìas ha avuto il merito di riportare alla luce in questi due libri il passato del leader di Unidad Popular, un passato legato all’antisemitismo e all’intolleranza contro gli omosessuali e favorevole all’eugenetica. Colpisce il fatto di vedere nell’album dei ricordi del presidente cileno, personaggi quali Cesare Lombroso e Nicola Pende, uno degli studiosi che sottoscrisse il manifesto fascista per la difesa della razza. Farìas parte da una domanda semplice “Chi era realmente Salvator Allende?”. Nel libro si mischiano le ricerche storiche e le esperienze personali dell’autore che ricorda quando, trovandosi in coda per entrare in un cinema di Santiago, vide irrompere il senatore Allende che evitò la fila pretendendo immediatamente il biglietto scavalcando i clienti della sala. Ricordi che fanno male soprattutto a chi ha sempre speso una parola di stima per il presidente cileno morto durante il colpo di Stato dell’11 settembre del 1973. Il volume analizza passo per passo la tesi di laurea di Salvator Allende dal titolo Higiene mental y delinquencia (1933), approvata “con giudizio medio” dalla commissione universitaria, nella quale l’aspirante medico chirurgo copiò le tesi di Nicola Pende sostenendo la necessità di “classificare gli umani inquadrandoli entro analogie somatiche e psichiche similari”. Secondo Allende, il “parassitismo sociale” includeva il “pazzoide sociale”, “lo zingaro”, “il gitano”, “il mendicante” e “il vagabondo”. Farìas è stato dipinto da molti come un mitomane alla ricerca di popolarità. Una tesi poco credibile, dal momento che si tratta di uno studioso di tutto rispetto, che ha scritto saggi di rilievo come Heidddger e il nazismo e che per il libro su Allende si è avvalso dell’aiuto di docenti universitari di medicina dell’antichità come Mariacarla Gadebusch Bondio. Ma Farìas segue Allende anche quando questi diviene ministro della Salute nel 1939 e cerca di mettere in pratica i suoi studi universitari presentando, durante il governo frontista di Pedro Aguirre Cerda, un progetto di legge teso a sterilizzare i malati di mente e gli alcolisti. Bisogna dire che il quadro della sinistra sudamericana dei decenni precedenti è raccapricciante se pensiamo che Josè Carlo Maratergui escluse cinesi e negri nel Partito comunista peruviano a causa della mancanza di radici nella terra in cui erano insediati. Non fu da meno Carlos Altamirano, segretario del Partito socialista cileno, che arrivò a “mandare al diavolo Mosè” e a scrivere: “Mosè è un vecchio infelice, un vecchio impotente ed amareggiato; l’unica cosa che ha fatto è stata traumatizzare l’umanità per duemila anni”. Questo terreno ideologico ha forse impedito ad Allende e al suo partito di sostenere con forza l’espulsione dal Cile del criminale nazista Walter Rauff, incaricato da Himmler di preparare un commando per sterminare i 600.000 ebrei della Palestina nel caso di una vittoria italo tedesca nel 1942 in Egitto. La Corte suprema del Cile non si pronunciò a favore dell’estradizione e nemmeno Allende decise di pronunciarsi a favore della cacciata di Rauff dal paese. Ma l’aspetto più sorprendente è che alcune tesi elaborate in passato da Allende sono state riprese oggi dai politici cileni. Farìas scrive: “Quando il lavoro era già terminato, m’imbattei in un brillante articolo di Fernando Orrego Vicùna, docente alla facoltà di Medicina dell’università del Cile e dell’università di Los Andes, che denunciava come nel 2000 il ministero della Salute del governo di Riccardo Lagos avesse introdotto, in forma surrettizia e senza consultarsi o confrontarsi con l’opinione pubblica e con il Parlamento, alcune norme che legalizzavano la sterilizzazione di massa e forzata di malati di mente, anche per disposizione di ‘terzi’ non meglio definiti. Orrego Vicuna scrive, a ragione, che questa politica ricordava le campagne di sterilizzazione naziste. La disposizione ministeriale era firmata da Michelle Bachelet Jeria e suonava, ovviamente, come la resurrezione macabra e velata del progetto di sterilizzazione del suo celebre predecessore socialista”.
(pal) 20 ott 2007 11:04