sabato 27 gennaio 2007

Keynes come non lo avete mai visto

Il "vero" Keynes riletto da La Malfa
IL VELINO CULTURA del 27 gennaio 2007
di Lanfranco Palazzolo


Roma - In questi giorni è uscito in libreria il saggio J. M. Keynes visto da Giorgio La Malfa, (Luiss University Press, Roma 2006). Il volume, curato dal presidente del partito repubblicano italiano, ribadisce la prevalenza del capitalismo sulle economie di tipo dirigista. Nel saggio, La Malfa sostiene che i sistemi capitalistici hanno prevalso storicamente sui sistemi socialisti grazie alla loro superiore capacità di offrire condizioni di vita adeguate e crescenti. Keynes ha dato certamente il suo determinante contributo a questa superiorità teorica. Tuttavia, il recupero di John Maynard Keynes lascia aperti tanti interrogativi. Il padre della moderna macroeconomia e dell’intervento statale in economia si presta a tante e troppe interpretazioni. Il dubbio è che in Italia si sia persa una reale capacità di comprensione dell’illustre economista. L’osservazione non è una critica al saggio di La Malfa che, con questa pubblicazione, offre una delle poche occasioni in cui si può rileggere il Keynes da conoscere. Il vero atto di accusa dovrebbe essere invece rivolto al recente premio Nobel dell’economia Edmund Phelps, che è stato criticato per aver snaturato, con la complicità di Milton Friedman, la teoria sulla curva di Alban Phillips, vera architrave del pensiero keynesiano. Ma per capire quanta confusione c’è stata sulle teorie dell’economista liberale, basterebbe leggere l’ampia e ambigua pubblicistica che ci è stata consegnata in questi anni. Probabilmente sono in pochi a chiedersi dov’è il vero Keynes nelle lodi che abbiamo visto intorno all’autore del saggio The general theory of employment, interest and money. Dopo anni di aperto linciaggio da parte del neoliberismo, nel 1998 Keynes veniva preso ad esempio dal leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti: “Nel 1930 John Keynes prevedeva per il 2000 un orario settimanale di lavoro di 15 ore. Noi stiamo pensando di scendere da 40 a 35 ore” (Il Mondo, 1 maggio 1998). Nel numero speciale di Marxism today, il quotidiano ufficiale del partito comunista britannico, Eric Hobsbawn scriveva: “Keynes conosceva bene il mondo degli affari, e sapeva che non è vero che i governi devono dare agli uomini di affari tutto ciò che è indispensabile a renderli felici” (novembre 1998). Ma il baricentro politico di Keynes si sposta. L’economista francese Jean-Paul Fitoussi affermava che “si potrebbe dedurre che gli effettivi sviluppi degli ultimi decenni si siano conformati agli insegnamenti della teoria keynesiana” (la Repubblica, 17 novembre 1998). Ma ecco dalla pioggia dei commenti favorevoli spuntare Massimo D’Alema che spiega all’Internazionale socialista come il keynesismo sia “inadeguato” (giugno 1999). Nessuno muove un dito per Keynes. La sinistra italiana si adegua fino a quando Piero Ostellino ricorda come “l’ultimo grande liberale che ha risposto anche alla domanda come risolvere i problemi del suo tempo è stato John Maynard Keynes. Ma né Manconi, né Veltroni, con tutto il rispetto, mi pare abbiano niente a che spartirci” (Corriere della Sera, 15 luglio 2000). E a questo punto la strada si apre a nuovi ammiratori. Su Panorama del 4 ottobre del 2001 Giampiero Cantoni applica una sua teoria keynesiana dopo l’attacco alle torri gemelle. Citando la teoria economica keynesiana delle buche da aprire e da chiudere per stimolare la domanda, Cantoni scrive: “La guerra crea buchi che vanno riempiti. La guerra, che deve finire presto, per carità, è una condizione in cui l’economia americana è paradossalmente cresciuta”. Ma la ripresa non arriva in Europa. L’economista Paolo Savona torna a invocare lo studioso liberale spiegando che “occorre un Keynes, o occorre un circolo intellettuale europeo come il suo, capace di rompere gli attuali equilibri istituzionali che producono effetti economici e sociali perversi” (Il Sole 24 ore del 7 marzo 2003). Ma oggi Keynes non c’è più per spiegarci che cosa sia meglio e di fronte a questi giudizi resterebbe disorientato al punto da apprezzare le teorie marxiste. Ed è per questo che torna utile leggere il saggio di La Malfa. Almeno li sarà possibile apprezzare il vero Keynes. (pal)

mercoledì 24 gennaio 2007

Scusate il ritardo: Di Pietro su Youtube

Politica sul web, se Di Pietro “copia” Formigoni e la Merkel
--IL VELINO SERA--24 gennaio 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Antonio Di Pietro bruciato da Roberto Formigoni. Il ministro delle Infrastrutture parla su YouTube inaugurando il suo ciclo di lezioni di politica nel quale, “Consiglio dei ministri per Consiglio dei ministri”, spiegherà cosa accade nel “Palazzo”, quali sono i temi affrontati e le decisioni prese. La scelta di Antonio Di Pietro non sorprende. Il ministro delle Infrastrutture si è chiaramente ispirato al “modello tedesco” per comunicare la propria politica. I più attenti osservatori della rete sanno che era stato il cancelliere tedesco Angela Merkel a inaugurare l’ingresso della grande politica su “YouTube”. Il Corriere della Sera del 4 agosto del 2006 aveva riportato la notizia che la Merkel aveva fatto pubblicare sul YouTube un diario sul Reichstag: “Ecco, ho deciso di farvi vedere il posto dove lavoro”. Il Frankfurter Allgemeine Zeitung aveva parlato di “cancelliera digitale”. Ma in quella occasione la Merkel si era limitata a fare la “guida” al palazzo senza spiegare cosa accade nel palazzo. In casa nostra, invece, Di Pietro è stato preceduto da un altro politico italiano. Il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni aveva annunciato, nell’edizione milanese del Corriere della Sera del 13 gennaio del 2007 (pagina 5), che avrebbe pubblicato su YouTube tutte le tappe della sua missione in India iniziata il 14 gennaio. La scelta di Antonio Di Pietro non mancherà di far discutere. Molti si chiederanno se la sua versione del Consiglio dei ministri sia analoga a quella collegiale del governo. E pensare che pochi giorni fa lo stesso Di Pietro si era scagliato contro Marco Pannella che aveva deciso di trasmettere la "diretta" del vertice del centrosinistra a Caserta con il cellulare e senza mediazioni. La scelta di Pannella era stata commentata così da Maria Laura Rodotà su il Corriere della Sera del 12 gennaio 2007: “Pannella ultrasettantenne si è quasi qualificato per entrare nella generazione YouTube”. La giornalista, che nell’articolo aveva dato ragione alle critiche di Di Pietro, non immaginava certo che il ministro avrebbe realizzato una controffensiva più audace dell’ultrasettantenne Pannella. Ma perché Di Pietro ha preso questa decisione? Per capirlo è il caso di leggere Panorama del 18 gennaio del 2007 che ci informa della scelta del ministro Di Pietro di utilizzare YouTube per diffondere i suoi comunicati. L’esito del test effettuato tra dicembre e gennaio parla di 30mila accessi secondo quanto ha comunicato la Casaleggio associati, la società che cura questo tipo di comunicazione per il ministro del governo Prodi. Di Pietro è stato anche incoraggiato dalla scarsa dimestichezza dei nostri politici con la rete. Basti pensare alla figuraccia del ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni il cui sito è stato bombardato dallo spam pornografico. Di fronte a queste forme di comunicazione approssimativa, la sperimentazione di Di Pietro balza agli occhi, ma nello stesso tempo mette alla prova il governo, che dovrà in qualche modo rispondere, suo malgrado, a una strada che il ministro Di Pietro ha aperto mettendolo in difficoltà. (pal)

lunedì 22 gennaio 2007

Un poeta contro la Coca-Cola

La Coca cola e il massacro di piazza Tienanmen
--IL VELINO SERA--22 gennaio 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Edoardo Sanguineti, candidato alle primarie del centrosinistra per il comune di Genova, non finisce mai di stupire. Ieri è intervenuto sul massacro di piazza Tienanmen nel 1989 criticando gli studenti cinesi che protestavano contro il regime comunista: “Quelli erano veramente dei ragazzi, poveretti, sedotti da mitologie occidentali, un poco come quelli che esultarono quando cadde il muro; ma insomma, erano dei ragazzi che volevano la Coca Cola”. Una lettura a dir poco riduttiva rispetto alle motivazioni della rivolta, questa di Sanguineti, che peraltro non ha giustificato il massacro consumato dall’esercito di Pechino. E ci mancherebbe. Ma la battuta del poeta è indicativa dell’odio di una certa sinistra contro la Coca cola, diventata un simbolo dell’impero del male. Un odio che allunga le sue radici nel tempo. Negli anni Cinquanta Antonello Trombadori, storico dirigente del Pci, si rifiutava di citare quella bevanda definendola su Vie Nuove come la “Bibita zeta-zeta”. Lo stesso Palmiro Togliatti, nel corso di un intervento alla Camera dei deputati contro il Patto Atlantico, si rivolse a un parlamentare della Dc così: “Onorevole Tonengo, si auguri che con l’approvazione della Nato non venga approvata qualche clausola segreta con la quale s’imponga persino a lei di bere la Coca cola anziché il vino dei colli dell’astigiano”. Le cose oggi non cambiano di molto. Se durante il fascismo, ci furono alcuni professori che non giurarono fedeltà al fascismo, oggi abbiamo docenti universitari che decidono di bandire la bevanda dall’Università RomaTre, come è accaduto nel corso della riunione del Senato accademico dell’ateneo nel marzo del 2005. Anche al Comune del kennediano Walter Veltroni la Coca cola è stata boicottata. Hanno messo al bando la bibita gli uffici del VI, del X e dell’XI municipio (vedi Repubblica del 10 marzo del 2005). Lo scrittore Vittorio Emiliani precisa sull’Unità del 15 marzo del 2005 che per essere critici contro la Coca cola “non c’è poi bisogno di essere antiamericani”. Emiliani ha ragione: basta essere militanti di una certa sinistra. Nel novembre del 2005, ben dodici consiglieri comunali (Rc-Lega-DS-Pdci e Verdi) sono riusciti a far approvare un ordine del giorno in cui si auspica "l’esclusione delle bevande prodotte dalla Coca-cola" negli uffici dell’amministrazione comunale. Repubblica del 26 novembre del 2005 riferisce che Fausto Bertinotti ha rifiutato un invito a visitare gli stabilimenti della multinazionale americana in Colombia. Infine, tra gli avversari della Coca cola troviamo anche il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni. L’esponente del governo Prodi non vuole che “la fuoriclasse cup”, un programma didattico-sportivo per gli studenti sponsorizzato dalla Coca cola, sia pubblicizzato dalla multinazionale americana: “Troppe convenzioni, la scuola non è un franchising, occorre rivedere tutto”. Sanguineti approverebbe. (pal)

sabato 20 gennaio 2007

Ernesto Rossi contro Jfk

L'epistolario inedito di Ernesto Rossi
IL VELINO CULTURA del 20 gennaio del 2007
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Jfk parla nel corso della convention democratica del 13 luglio del 1960).

Roma - In questi giorni è uscito nelle librerie italiane il volume che pubblica la corrispondenza di Ernesto Rossi, intitolato Epistolario 1943-1967. A curare il testo, edito da Laterza, ci ha pensato Mimmo Franzinelli che ha avuto modo di studiare e curare altre pubblicazioni del polemista fondatore del Partito d’Azione. Qualche quotidiano ha già avuto modo di parlare di questo libro. Tuttavia, nessuno ancora ha parlato di come il volume riveli alcune paure infondate di Rossi sulla politica americana. Tutti sanno che un elemento caratterizzante di Rossi è stata la sua battaglia contro la Chiesa cattolica italiana. Ne Il manganello e l’aspersorio, recentemente ripubblicato dalla Kaos edizioni, Rossi aveva ben documentati i rapporti tra il Vaticano e un abilissimo Benito Mussolini che, in qualità di presidente del Consiglio, era riuscito a conquistare la Chiesa e a farne un alleato per la propria ascesa. Alla vigilia delle elezioni americane del 1960, che avevano concluso gli otto anni di presidenza repubblicana di Dwight D. Eisenhower, il presidente uscente era stato impeccabile nel mantenere fede alla rigida separazione tra Stato e Chiesa evitando di allacciare i rapporti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Lo stesso Marco Pannella, seguace di Ernesto Rossi, pontificherà il celebre discorso di addio del gennaio del 1961 di Ike al Congresso degli Stati Uniti, nel quale il presidente uscente denunciava il complesso politico militare che gravava sugli Stati Uniti. Alla fine del doppio mandato presidenziale di Eisenhower, la figura emergente di John Fitzgerald Kennedy metteva paura ad Ernesto Rossi. Perché tanti timori? Per capirlo è il caso di tornare indietro al 1939, anno della morte di Pio XI e dell’elezione al soglio pontificio di Papa Pacelli con il nome di Pio XII. Gli Stati Uniti, che solitamente evitavano accuratamente di far partecipare esponenti della propria diplomazia a iniziative o cerimonie della Santa Sede, in occasione dell’insediamento del nuovo pontefice inviarono Joseph Kennedy, padre del futuro presidente degli Stati Uniti, in qualità di ambasciatore americano a Londra. Quella sua presenza riaccese polemiche infinite negli Stati Uniti su un possibile riconoscimento della Santa Sede da parte di Washington. Per questa ragione Ernesto Rossi era convinto che l’arrivo del figlio di Joseph alla casa Bianca sarebbe stato un “pericolo” per gli Usa. Il 21 maggio del 1960 Rossi scrisse ad Alberto Apponi: “Sto muovendomi nel miglior modo possibile contro la candidatura di Kennedy”. In piena contesa elettorale, il 22 settembre del 1960, Manlio Rossi Doria scrisse a Rossi circa la diffidenza di quest’ultimo su John Fitzgerald Kennedy: “Ad impedire che Kennedy si asservisca al Vaticano ce n’è di gente sufficiente intorno a lui, ma se vince Nixon qualcuno di ben peggiore vincerà oltre al Vaticano. È, quindi, tempo che intorno a queste cose si parli più seriamente senza prestarsi al gioco dei repubblicani di mettere in primo piano la questione religiosa. Anche io sarei molto contento se tu andassi in America e conoscessi la tanta brava gente che sta combattendo là la sua battaglia come tu combatti la tua”. Per imporsi nelle elezioni presidenziali del novembre del 1960, Kennedy venne costretto dai fatti a pronunciare queste parole per vincere le diffidenze dell’elettorato che teneva alla sopravvivenza della laicità americana: “Io non sono il candidato cattolico alla guida degli Stati Uniti. Io sono il candidato del Partito democratico al quale capita anche di essere cattolico. Io non parlo a nome della mia Chiesa su argomenti pubblici, e la Chiesa non parla per me”. Probabilmente quelle parole ebbero un effetto positivo anche per Rossi che nella lettera inviata a Ernesto Bolaffio il 12 novembre del 1960, pochi giorni dopo la vittoria di Jfk, scrisse: “Per le elezioni americane ho perso una bottiglia scommessa con mio nipote Carlo, ma l’ho persa volentieri perché – nonostante tutto quello che ho detto contro un presidente cattolico, prima della scelta dei candidati – un presidente Kennedy mi sembra ancor un minor male rispetto a un presidente Nixon. Almeno Kennedy è sperabile si sappia contornare di buoni consiglieri. Se la situazione internazionale fosse meno pericolosa di quanto effettivamente è oggi, avrei preferito Nixon, per non aprire la porta ai presidenti cattolici. Ma, ora, il problema numero uno è, per tutti, quello della pace”. (pal)

martedì 16 gennaio 2007

"Io credo" di vincere a Sanremo

Musica e politica, quando l'onorevole sogna di vincere Sanremo
--IL VELINO SERA-- 16 gennaio 2007

di Lanfranco Palazzolo (A sinistra, l'on Turnaturi)

Roma - Chissà perché, la politica non ha mai avuto un buon rapporto con il festival di Sanremo. L’edizione di quest’anno si è distinta per l’esclusione di una canzone “scritta” da Rita Levi Montalcini ed eseguita dai Jalisse. Eppure, in passato c’è stato un parlamentare che ha corso il rischio di vincerlo davvero il festival di Sanremo, entrando nella serata finale. Si trattava di Francesco Turnaturi, deputato della Democrazia cristiana scomparso nel gennaio del 2005. Il parlamentare voleva andare al festival con una sua canzone e aveva anche il sogno segreto di battere tutti gli altri concorrenti. Nel 1975, annus horribilis del festival di Sanremo, Turnaturi, già sottosegretario alla marina mercantile nel governo Tambroni e al Lavoro in quello Leone, riuscì a far ammettere il suo brano dal titolo “Io credo”. Una sorte diversa, dunque, dal testo della Montalcini, che figura tra i “grandi esclusi” di quest’anno insieme con Alda Merini, che non vedrà eseguita la sua canzone “Sull'orlo della grandezza”, l’astrofisica Margherita Hack e il poeta Edoardo Sanguineti. Turnaturi non era un parlamentare come gli altri che erano immersi nel dibattito politico dalla mattina alla sera. Il deputato amava rifugiarsi da solo nel Transatlantico per scrivere le sue canzoni. Una volta che la commissione approvò il suo motivo non restava che scegliere il cantante. Turnaturi sperava che Gianni Nazzaro o Peppino Gagliardi scegliessero di eseguire il suo brano. Ma le cose non andarono bene da questo punto di vista. La canzone fu cantata da Nico dei Gabbiani, al secolo Nino Tirone che cercava di rinverdire il successo di “Cento campane”, il brano che fu portato al successo da Lando Fiorini all’inizio degli anni Settanta. Il brano “Io credo” era un motivetto melodico che parlava della necessità di avere fiducia nella vita nonostante le avversità della vita. Nonostante l’iniezione di fiducia, la canzone si classificò all’ottavo posto in quell’edizione anonima. Per capire la levatura dei brani dell’epoca basterebbe scorgere chi si classificò prima di “Io Credo”. Per esempio, al quarto posto spiccava il brano “Come Humphrey Bogart” eseguito da Franco e le Piccole Donne. Sia Turnaturi, sia Nico Tirone abbandonarono i loro sogni di gloria. Il primo non avrebbe mai più visto un suo motivo eseguito a Sanremo, mentre Nico dei Gabbiani ci sarebbe tornato qualche anno dopo per curare i collegamenti della trasmissione Domenica In con il festival. (pal)

venerdì 5 gennaio 2007

Perchè gli ulivisti odiano Craxi?

Forum Ulivo: Apologia di reato dedicare una via a Craxi
--IL VELINO SERA--5 gennaio 2007

di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra una foto che testimonia
una delle vili aggressioni contro Craxi)

Roma - I militanti dell’Ulivo dimostrano di destestare Craxi e a distanza di anni continuano a trattarlo come se fosse un delinquente comune. Ecco cosa abbiamo letto nel forum dei ragazzi ulivisti sulla possibilità di dedicare una strada allo statista socialista. Soniasezzi apre questa discussione affermando: “A me pare che la frase di Prodi di intitolare una via di Sigonella a Craxi sia stata una battuta anche molto carina”. Giusi aggiunge: “Sonia, io spero che fosse solo una battuta, perchè l'dea di intitolargli qualcosa mi disgusta profondamente. Chissà cosa ne direbbero gli abitanti di Sigonella, casomai lasciamo decidere a loro! Se vogliono intitolargli qualcosa in Tunisia avranno i loro buoni motivi, d'altronde Craxi ha passato là gli anni della sua latitanza e avrà lasciato sicuramente dei buoni ricordi. Era un turista generoso, dicono”. Perrynic sottolinea: “Per me Craxi resta un pregiudicato, latitante con parecchie sentenze passate in giudicato e mai scontate. La risposta di Prodi è stata una sottile ironia ben studiata”. Pitrotu, forumista con le mani pulite, si esibisce nella sua lezione di morale: “Ma per me e per le persone che con la Giustizia non hanno avuto mai a che fare sempre un LATITANTE è rimasto”. Per PaoloF: “Dedicarla a Craxi sarebbe come dedicarne una a Grazianeddu Mesina, o a Sindona. Non si può. Sarebbe apologia di reato”. Cif riconosce dei meriti a Craxi ma…: “Secondo me Craxi vale 100 Rutelli, niente da dire. Ma nonostante questo ritengo sbagliato intitolare una via a lui...un dato su tutti: negli anni nel craxismo insieme alla Dc hanno portato il debito pubblico dal 60 al 120%!!!! Le conseguenze le pagheranno i giovani per molto tempo. Io do pienamente ragione a Berlinguer”. Anche Biker attacca l’ex capo del Governo: “...mi sento assolutamente sereno a sostenere che buona parte dei mali italiani hanno avuto un notevole contributo da parte del sig. Craxi. Ultimo in ordine di tempo, tale Silvio Berlusconi”. Lodes distrugge Craxi evocando tutto l’inventario delle contestazioni che certa sinistra gli ha mosso negli anni in cui era al potere. Eccone due per tutte: “Craxi è stato quello che di fronte al tragico rapimento di Moro si è pronunciato a favore di una trattativa con le BR. A mio modo di vedere questa idea che può essere espressa da un cittadino normale fa di un politico non un uno statista o un grande, ma un corsaro a cui interessava solo mettere in difficoltà DC e PCI. Craxi ha reso scientifica la prassi delle lottizzazioni. Chi non ricorda i personaggi senza alcun merito e qualità messi nei vari posti di sottogoverno nazionale e locale perché in quota PSI. Con l'aggiunta che la quota PSI era sempre sovradimensionata rispetto al peso elettorale”. (pal)

mercoledì 3 gennaio 2007

Premiata ditta: Prima Repubblica & Carosello


Il Velino Cultura del 3 gennaio del 2007, di Lanfranco Palazzolo


Roma, 3 gen (Velino) - È davvero strano che nessuno si sia accorto dell’anniversario della fine di Carosello. La pubblicità amata per venti anni dai bambini non ha meritato il ricordo da parte di nessuno. Proprio il primo gennaio del 1977 calò l’ultimo siparietto che aprì lo spazio a una nuova stagione pubblicitaria. La colpa di quella abolizione aveva delle responsabilità politiche precise che “denunciò” Lietta Tornabuoni sul Corriere della Sera del 5 gennaio del 1977: “Poche chiacchiere: Carosello abolito per fare più soldi e per le proteste dei socialisti, che lo consideravano un vantaggio troppo squilibrante e sleale a favore del primo canale, non è morto. Si è soltanto striminzito, raccorciato e come capita in vecchiaia, è diventato più ingordo e impaziente”. In realtà quando si pensa a Carosello non si riflette sugli interessi che c’erano dietro quel mercato pubblicitario depresso e non si è mai ragionato su quali siano state le conseguenze di quel tipo di pubblicità. Troppo facile prendersela oggi con Berlusconi e mettere il sistema pubblicitario degli anni ’80 in contrapposizione con il fantastico mondo di Carosello. In un paese come il nostro era lecito chiedersi perché Pier Paolo Pasolini e tanti altri registi di primo piano dovevano cimentarsi negli spot pubblicitari quando avrebbero potuto fare di meglio e di più. Ma negli anni ’70 con chi dovevano misurarsi le imprese per vedere la realizzazione del lavoro di tanti anni? Carosello conteneva quattro o cinque messaggi pubblicitari di una lunghezza che oggi sarebbe considerata impensabile.
Eppure, per capire come funzionava quel bel sistema pubblicitario bisognerebbe analizzare quale fosse il ruolo di chi amministrava quegli spazi. La gestione degli spazi pubblicitari fu affidata alla Società italiana pubblicità radiofonica e affini, una società con partecipazione maggioritaria dell’Iri e della Rai, che già esisteva dal 1926 con lo scopo di raccogliere e gestire i proventi pubblicitari per la radio. Questa società ebbe, con l’avvento della televisione, un grande sviluppo e si trasformò in uno degli strumenti più potenti di sottogoverno del paese e in un organo di censura. Ogni ciclo di spot costava circa un milione e mezzo di lire e la produzione era affidata completamente ai privati, ma con la supervisione della Sipra stessa che poteva decidere sulla messa in onda o meno del ciclo e che, quindi, svolgeva vere e proprie funzioni di censura. Ma l'importanza che assunse la Sipra per il mondo politico è legata al poco spazio destinato alla pubblicità televisiva dalla Rai, di gran lunga inferiore a quanto le imprese erano disposte a investire. Cosa determinava questa situazione e quali squilibri provocava? Tra domanda e offerta di spazi pubblicitari vi era una forte sproporzione che non poteva essere equilibrata dal libero gioco del mercato perché le tariffe pubblicitarie della Rai erano determinate da accordi tra il governo e gli editori di giornali e venivano tenute basse, al di sotto del prezzo di mercato, sempre per non danneggiare gli altri mezzi di comunicazione. Così la Sipra, grazie al meccanismo del “minimo garantito” e al sistema del “traino”, in modo del tutto discrezionale, gestiva la pubblicità non televisiva pilotando le concessioni di spazi pubblicitari anche verso veicoli pubblicitari poco appetibili come, ad esempio, alcuni giornali di partito. Il “minimo garantito” consisteva nel garantire ai giornali che le affidavano la raccolta della propria pubblicità, ancora prima di iniziare la raccolta vera e propria, delle inserzioni con un minimo annuale.
Non riuscendo a procurare l'eccessiva pubblicità garantita a certe testate, la Sipra ricorreva a un certo tipo di richiesta: ammetteva a far pubblicità in radio o in televisione solo le aziende che accettavano di stipulare contratti pubblicitari con giornali o riviste. Così, le ditte di detersivi erano costrette a fare pubblicità sul Carabiniere, e la campagna della MiraLanza dell'olandesina finiva sulle pagine di qualche giornale di partito. Il mercato risultava falsato. Chi voleva pianificare la pubblicità di una penna alla televisione si sentiva chiedere dieci milioni di pubblicità di quotidiani, e dodici milioni per dei periodici. In un sistema monopolistico come quello della rai degli anni ‘70, i clienti si trovavano, nei confronti della Sipra, nella spiacevole condizione di “prendere o lasciare”, così molte aziende erano costrette a vedersi destinare la propria pubblicità su spazi per i quali non avevano interessi. Quel sistema aveva permesso quello che spesso viene rimproverato alla Sipra, il finanziamento occulto dei partiti, infatti, nel cartello delle testate gestite dalla Sipra, fino alla fine di fatto del monopolio, vi erano organi ufficiali di partito: Il Popolo, L'Unità e Rinascita, l'Avanti! e Mondoperaio, l'Umanità e Ragionamenti; la pubblicità in esubero nel sistema televisivo indirizzata verso queste testate favoriva economicamente i partiti interessati. A quel punto i bambini erano felici e Susanna, Calmiero, Jo Condor e Capitan Trinchetto potevano vivere felici e contenti nel loro mondo.

(Lanfranco Palazzolo) 3 gen 2007 11:41

martedì 2 gennaio 2007

Il capo delle guardie elvetiche e le donne

Guardia Svizzera,
quando Elmar disse “Forbidden” alle donne
--IL VELINO SERA--2 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra il capo delle guardie svizzere E. T. Mader)

Roma - Le guardie svizzere non hanno mai amato particolarmente il loro capo, Elmar Theodore Mader. Un (ri)sentimento che è tornato alla ribalta nei giorni scorsi quando il quotidiano britannico The Independent ha insinuato l’ipotesi di un ammutinamento delle guardie papali, le quali non avrebbero potuto partecipare alle feste di capodanno. “I militari sono furenti – ha scritto The Independent - per il fatto che la regola che vieta loro di uscire di notte per Roma dopo la mezzanotte sia stata rigidamente applicata durante le giornate di festività, mentre lo stesso capitano Mader è spesso fuori dal Vaticano per partecipare a feste fino alle prime ore dell'alba”. Mader non ha preso bene questi pettegolezzi e ha minacciato immediatamente querele nei confronti di chi ha osato gettare fango sull’armonia che regna nel Corpo. Le notizie riportate dal quotidiano britannico “sono del tutto false – ha affermato -: nessuna disposizione è stata data circa il capodanno se non quella di prolungamento dell'orario di rientro in caserma”. Per questo lo stesso comandante “si riserva di adire alle vie legali contro chi ha diffuso queste notizie false che ledono il buon nome del Corpo delle Guardie Svizzere”. Tuttavia, l’eccessiva severità non è l’unica “colpa” che le reclute imputano al colonnello comandante Mader. Il risentimento della truppa elvetica nei confronti del comandante della Svizzera tedesca può essere fatto risalire al 2004, quando Mader pose un netto rifiuto alla presenza di donne nell’esercito del Papa. È stato infatti Mader a mettere la dicitura “Forbidden” alle domande giunte in Vaticano da ragazze di nazionalità elvetica che chiedevano di entrare a far parte del Corpo della Guardia Svizzera, che in quel periodo si apprestava a celebrare i 500 anni di servizio al Papa. Del resto, tra i requisiti per l’ammissione al Corpo – consultabili alla pagina http://www.vatican.va/roman_curia/swiss_guard/index_it.htm - non c’è la discriminante sessuale. Per questo anche molte ragazze avevano mandato una richiesta di ammissione. Il 4 maggio 2004, il colonnello comandante Elmar Mader espose i rischi di una scelta simile: “È difficile pensare, anche in futuro, a un servizio misto”. Secondo l'ufficiale, infatti, “sarebbero troppi gli aspetti negativi e troppi i problemi. Questa riforma non avverrà di sicuro sotto il mio comando”. Pur ammettendo che “di sicuro non sarebbe un problema adattare il costume” disegnato da Michelangelo, ai giornalisti il comandante elencava ben tre diverse ragioni per il “no”. Si trattava di ragioni logistiche e non di carattere religioso: “Primo: gli spazi limitati che abbiamo a disposizione per la caserma e per gli alloggi. Se entrassero le donne dovremmo prevedere un doppio standard, ma per far questo bisognerebbe allargare il Vaticano. Secondo: ci sarebbero altissimi costi di ristrutturazione. Abbiamo appena finito di ristrutturare gli alloggi e sappiamo bene quanto è costato. Se entrassero le donne dovremmo ricominciare tutto da capo. Terzo: avremmo problemi di natura disciplinare. Immaginiamo di far vivere sotto lo stesso tetto 110 guardie sotto i 30 anni. Ci sarebbero gelosie, problemi che disturberebbero il nostro servizio. Non voglio dare la colpa alle donne, ma la realtà è questa e dobbiamo tenerne conto”. Le guardie svizzere allora non la presero molto bene cercando di “consolarsi” con la “dolce vita” romana. Ma anche su questo fronte devono rispondere al comandante Mader. (pal)