sabato 24 marzo 2007

Il Pci contro i Trattati di Roma

IL VELINO CULTURA, 24 marzo del 2007
(A destra Pietro Ingrao, che pronunciò il "No" comunista al MEC nel dibattito del luglio del 1957 alla Camera).

Roma, 24 mar (Velino) - Oggi è importante pubblicare e rileggere con attenzione gli atti della seduta della Camera dei deputati del 30 luglio del 1957 (vedi la sezione Documenti sul sito www.ilvelino.it) nel corso della quale furono approvati i trattati di Roma firmati in Campidoglio il 25 marzo del 1957. In questi giorni è stato pubblicato il libro di Luciana Castellina dal titolo Cinquant’anni d’Europa. Una lettura antiretorica (Utet). Nell’introduzione si legge: “Quando, nel marzo del 1957, fu solennemente firmato il Trattato di Roma, l'evento restò piuttosto marginale nella vita politica dei sei paesi che ne avevano costituito il primo embrione (..) La Comunità, riduttivamente chiamata dai più Mec, non fu accolta con entusiasmo dalla destra e fu decisamente osteggiata dalla maggioranza della sinistra europea non solo comunista”. A partire da questa considerazione, Luciana Castellina svolge la sua riflessione. Ma i presupposti non appaiono corretti: è errato pensare infatti che la sinistra in blocco aveva osteggiato quella scelta. Certo, il partito comunista votò contro quel patto con la motivazione espressa da Pietro Ingrao: “Votando contro questi trattati intendiamo indicare alla classe operaia una prospettiva di autonomia e di lotta, intendiamo chiamare la classe operaia a battersi assieme a tutte le forze sane e minacciate da questi trattati per dare un corso diverso alla politica internazionale” (pagina 34.803). Un anno dopo i fatti di Ungheria, questa considerazione lasciò i parlamentari di tutti gli altri gruppi di sasso. Ed è un errore, oggi, pensare che la destra accettò con scetticismo quei trattati. Il Msi si espresse a favore e con grande convinzione. Il deputato Augusto De Marsanich disse in Aula: “Diamo la nostra leale adesione e il nostro voto a questi trattati, confidando che essi possano in realtà produrre un incremento di civiltà in Italia e in tutta Europa” (pagina 34.798). Anche il gruppo parlamentare del Partito monarchico, attraverso l’onorevole Roberto Cantalupo, espresse il suo voto favorevole: “Ricusiamo a priori quella (scelta, ndr) della nostra entrata nel sistema dell’economia panslava e pancomunista. Resta l’alternativa dell’isolamento assoluto dell’Italia, dell’autarchia impotente e pericolosissima, alla quale siamo impreparati” (pagina 34.787). La Camera approvò i trattati con 311 voti favorevoli, e 144 voti contrari. Il gruppo comunista era composto di 142 deputati. Praticamente tutti i deputati del Pci votarono contro. Una compattezza che raramente si è ripetuta alla Camera. La Castellina oggi può essere ben sicura di scrivere quello che sostiene nel suo libro in merito all’avversione comune della destra e della sinistra ai trattati di Roma. Infatti, queste posizioni politiche oggi vengono occultate dalla saggistica italiana. Basta andare a leggere il volume pubblicato dagli editori Laterza dal titolo L’Europa in Parlamento 1948-1979, a cura di Vincenzo Guizzi, cui mezzi di informazione hanno dato grande risalto, per trovare alcuni stralci di questa seduta. Coloro che leggeranno questo volume non troveranno i due interventi che abbiamo citato, i quali sono stati totalmente tagliati. Ecco perché rileggere questo stenografico è utile per sfatare alcuni luoghi comuni su quei mesi e sulla cattiva letteratura che qualcuno vorrebbe imporre su una parte importante della nostra storia.

(Lanfranco Palazzolo) 24 mar 2007 11:37

Trattati di Roma, quei protocolli firmati in bianco


IL VELINO CULTURA, 24 marzo del 2007, di Lanfranco Palazzolo (Nella foto a sinistra il Presidente del Consiglio Antonio Segni e il ministro degli Esteri Gaetano Martino firmano i trattati di Roma).

Roma, 24 mar (Velino) - Alcuni protocolli dei trattati di Roma del 25 marzo del 1957 furono firmati in bianco. Lo ha rivelato l’ambasciatore Pasquale Baldocci. Il diplomatico ha ricoperto numerosi incarichi durante la sua lunga carriera: ha prestato servizio a Zagabria, Parigi (rappresentanza all’Ocse), Saint Louis, Bucarest, Copenaghen, Basilea, Ankara, Berna. Inoltre, ha negoziato programmi bilaterali di cooperazione allo sviluppo con vari paesi dell’Africa e dell’Asia. Ambasciatore in Tanzania nel 1989, Baldocci è stato direttore generale dell’Istituto Italo-Africano. Dal 1992 insegna Stile diplomatico e Storia dell’integrazione europea al corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Trieste. Ecco cosa racconta di quanto accadde a Roma in quei giorni di marzo del ‘57. “Ero da poco a palazzo Chigi – allora era quella la sede del ministero degli Esteri – ero stato assunto e assegnato all’ufficio trattati, quello che si sarebbe occupato dell’ultima fase del negoziato. La fase preparatoria di quegli accordi si svolse in Belgio, in un castello vicino a Bruxelles, e l’ultima parte a Roma, in uno dei palazzi del Campidoglio dove il 25 marzo furono firmati i trattati. Fu un’esperienza unica nella storia della diplomazia - ricorda Baldocci -. In quei giorni erano stati posti tavoli e scrivanie all’interno dei Musei capitolini per redigere gli accordi. Ogni giorno dovevamo lavorare sotto gli occhi delle statue dell’antichità romana e fra opere del Rinascimento, in un’atmosfera di collaborazione culturale. Io non avevo un ruolo negoziale. Dovevo partecipare a un gruppo di lavoro – spiega Baldocci – che doveva controllare la coincidenza tra il testo francese e quello italiano. Incontrammo delle difficoltà per la lingua olandese perché alla Farnesina nessun diplomatico in servizio la parlava. Trovammo però degli interpreti italiani senza ricorrere all’ambasciata olandese perché il nostro Paese doveva custodire quei trattati e se ne assumeva tutta la responsabilità. Quindi, alla base di quella scelta, ci fu una ragione di cerimoniale, ma anche una precisa scelta politica”. “Il capo dell’ufficio trattati – prosegue Baldocci –, il consigliere d’ambasciata Giuseppe Setti, mi chiamò per chiedermi di vegliare che i giornalisti e gli operatori della televisione non si accorgessero, subito dopo la firma, che alcune pagine di due o tre protocolli addizionali al trattato del Mec, che non erano fondamentali e riguardavano i dazi doganali, erano rimaste in bianco perché non c’era stato tempo di redigerle e stamparle da parte della tipografia del ministero degli Esteri. Quei punti erano stati definiti solo i giorni precedenti la firma dei trattati”. I diplomatici cosa dissero? “I plenipotenziari manifestarono le loro perplessità chiedendosi come fosse possibile compiere un atto irregolare firmando dei trattati con dei protocolli addizionali che non erano stati ancora redatti. Ci fu anche una discussione sull'argomento, della quale non si seppe quasi nulla. Alcuni erano preoccupati perché pensavano che l’opinione pubblica non avrebbe capito questo ritardo e avrebbe pensato che erano sorte delle perplessità sul Mec per ritardare questa approvazione. L’effetto sarebbe stato negativo. Per il bene dell’Europa si decise di firmare in bianco”. In quella occasione “il mio compito consisteva nel sottrarre alla visione della stampa e della televisione i due volumi dei trattati firmati che erano redatti in quattro lingue dopo aver mostrato agli operatori delle radio e delle Tv la pagina finale degli accordi”. Se un Paese avesse voluto denunciare gli accordi e recedere dai trattati istitutivi della Cee avrebbe potuto farlo opponendo questa irregolarità negli anni successivi, ma, dice l'ambasciatore Baldocci, “in quegli anni la volontà di costruire l’Europa era molto più forte di quanto non lo sia oggi. Non ci pensò mai nessuno”. “Riuscii a far vedere e chiudere i volumi senza far capire nulla a nessuno - rposegue Baldocci -. Non ebbi problemi o timori per la chiusura del volume sull’Euratom perché il trattato era stato stampato completamente, mentre in quello della Cee alcune pagine erano in bianco. Ripeto che non si trattava di protocolli fondamentali e erano punti su cui i negoziatori dei ‘Sei’ avevano trovato un accordo unanime”. Però rischiò di arrivare in ritardo… “Arrivai al palazzo dei Conservatori con una piccola automobile del ministero degli Esteri. Avevo con me due contenitori. Nel primo dovevo mettere i testi dei trattati da portare immediatamente a palazzo Chigi. Nell’altra cartella erano contenuti i ‘pieni poteri’ per i dodici plenipotenziari dei ‘Sei’ paesi della costituenda Comunità. Quando arrivai allo scalone del palazzo, la polizia non mi voleva far entrare perché non avevo l’invito ufficiale alla cerimonia, ma solo il cartellino di palazzo Chigi. Gli agenti mi dissero che quel cartellino non era sufficiente per entrare - ricorda l'ambasciatore -. Dissi alla polizia che se non entravo i trattati non sarebbero stati firmati e feci vedere ai poliziotti i documenti che attestavano i pieni poteri per i plenipotenziari. Rimasero sorpresi di vedere quei documenti con le firme dei capi di stato dei ‘Sei’ paesi della Comunità con i nastri e i sigilli. Mi fecero entrare immediatamente raccomandandomi di non dire che mi avevano fatto passare”. A quel tempo “ero giovane, e il compito che mi era stato affidato mi preoccupava moltissimo. Ma ero anche orgoglioso di un simile incarico. Fu affidato a me perché al ministero erano convinti che nessuno avrebbe badato a un funzionario giovane, assolutamente sconosciuto che andava via dal Campidoglio con due enormi contenitori”. Il ministro degli Esteri Gaetano Martino la ringraziò? “No. Dopo aver firmato gli accordi non ebbi l’occasione di parlare con lui. Lo ricordo come una persona distinta ed elegante che parlava piuttosto bene l’inglese e che dava l’impressione di essere un signore della politica più che di un docente universitario - conclude l'ambasciatore Baldocci -. Per la Cee fu una svolta”.

(Lanfranco Palazzolo) 24 mar 2007 11:37

martedì 6 marzo 2007

Il "giocatore di carta" che non piaceva ai nazisti

Governato racconta Mathias Sindelar
IL VELINO SERA, 6 marzo 2007

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 6 mar (Velino) - Il mito del “giocatore di carta” in un romanzo. Nello Governato è stato un buon calciatore. Nel corso della sua carriera ha militato nel Torino, nella Lazio, nel Vicenza e nel Como. Una volta messi gli scarpini al chiodo ha fatto il direttore sportivo per la Juventus, per la Lazio, per il Bologna e la Fiorentina. Nonostante questo strettissimo rapporto con il mondo del calcio, Governato ha deciso di raccontare la sua esperienza professionistica e quella da direttore sportivo in alcuni libri interessanti. Non si tratta di piccoli saggi che raccontano le malefatte del nostro calcio, ma di racconti romanzati nei quali l’ex calciatore ha messo la sua esperienza al servizio della fantasia. E attraverso questa tecnica di narrazione, Governato ha scritto pagine che non ci parlano di grandi campioni, ma di calciatori viziati e onnipotenti, di signori del calciomercato, di allenatori invasati, di procuratori senza scrupoli e di presidenti troppo appassionati o troppo furbi. Del resto, i titoli dei suoi romanzi parlano chiaro: nel 2002 Governato pubblica Sporco amore con Limina, nel 2004 esce Gioco sporco con Rizzoli tanto per fare due esempi. In questi giorni è uscito a sorpresa La partita dell’addio - Mathias Sindelar il campione che non si piegò ad Hitler. L’idea di Nello Governato è coraggiosa. Attraverso la fantasia romanzesca viene narrata la biografia del più grande campione di calcio austriaco, il giocatore di carta, scomparso il 23 gennaio del 1939 con la sua compagna a Vienna a causa delle esalazioni della stufa a gas della sua abitazione. Sindelar era un giocatore coraggioso. Da solo fu in grado di mettere paura alla nazionale inglese e riuscì anche a sconfiggere la squadra azzurra di Vittorio Pozzo in una memorabile partita al Prater di Vienna il 20 marzo del 1932. In quell’occasione Sindelar riuscì a infilare la nazionale italiana per ben due volte e nell’arco di due minuti. Per la cronaca la partita si concluse 2 a 1. Per molti versi quel match fu decisivo per la vita di Sindelar perché gli italiani, due anni dopo, nel timore di ripetere l’esperienza del Prater, commisero ogni genere di scorrettezza nei suoi confronti durante la semifinale della coppa del Mondo disputata in Italia. Stavolta il marcatore di Sindelar era un oriundo argentino, tale Luisito Monti, che lo avrebbe mandato diritto all’ospedale di Milano. La partita fu vinta dagli uomini di Pozzo che volarono a Roma vincendo la finalissima contro la Cecoslovacchia. Durante la degenza, Sindelar avrebbe conosciuto Camilla Castagnola, una donna italiana di origine ebraica, che lo avrebbe seguito in Austria andando a vivere con l’attaccante a Vienna. Nei mesi che precedettero Anchluss, ovvero l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, il calciatore sarebbe stato l’oggetto dei desideri della nazionale di calcio tedesca e del suo allenatore Sepp Herberger che avrebbe voluto vincere i mondiali di calcio in Francia grazie al contributo del giocatore di carta. Il 3 aprile del 1938 la nazionale austriaca giocò la sua ultima partita prima del referendum che sancirà l’annessione del Paese alla Germania. L’incontro si rivelò un vero e proprio disastro per i tedeschi. Tutti si aspettavano un pareggio tra le due squadre. Ma così non fu. La partita finì male per i tedeschi che vennero ridicolizzati. Il tabellino riporta il risultato di 2 a 0 per l’Austria con uno dei due gol segnati proprio da Sindelar. Di questo libro sorprende un passo scritto per presentare il romanzo nel risvolto di copertina: “Paradossalmente, il calcio non fu mai così democratico mentre si consolidavano in Europa i regimi totalitari che avrebbero fatto sprofondare il mondo nelle tenebre della guerra”. Mentre nello stesso romanzo è citato un brutto episodio che ci ricorda quando “prima di un Napoli-Inter due grandi calciatori, Vincenzi e Meazza, capitani delle due squadre, si erano stretti la mano a centrocampo”. La Federazione italiana di calcio li avrebbe ammoniti e poi diffidati. Era vietato stringersi la mano a centrocampo. L’obbligo era quello di fare il saluto fascista. Lo stesso episodio, senza squalifica, accadde a Sindelar alla fine delle partita dell’Anchluss. Quasi tutti i calciatori tedeschi e austriaci si riunirono a centrocampo per il saluto nazista. Il 35enne Sindelar restò a centrocampo immobile quasi come se il saluto non lo interessasse. Ma quello che interessava alla nazionale tedesca era di reclutare Sindelar. La nuova squadra doveva essere composta di austriaci e tedeschi per sancire la superiorità dell’annessione di Vienna. Il giocatore declinò l’invito. Secondo alcuni, da quel “no” maturò la fine della squadra teutonica ai mondiali di Francia del 1938. Nelle prime due partite contro la Svizzera la Germania fu di nuovo sconfitta: 1 a 1 all’andata e 4 a 2 al ritorno contro gli elvetici. E pensare che alla vigilia di quel mondiale il quotidiano tedesco Volkischer Beobachter aveva scritto “Sessanta milioni di tedeschi giocheranno a Parigi!”. Gli rispose lo Zurich sport all’indomani della sconfitta con gli svizzeri: “Sessanta milioni di tedeschi stavano giocando (...) A noi sono bastati undici giocatori”. Ma leggendo questi fatti non si può pensare che il calcio di allora fosse democratico come sostiene Nello Governato. Non era forse così. È più giusto dire che il calcio allora come oggi era imprevedibile. Forse è proprio per questo che non è possibile pensare che Sindelar sia stato ucciso dai nazisti nel gennaio del 1939 per vendicare “la partita dell’addio”. Non ci sono prove e nessuno le ha mai trovate. Oggi è difficile credere a questa versione così come prendere per buona la versione di Governato che Sindelar era stato “progressivamente emarginato”. Appena un mese prima di morire, il 26 dicembre del 1939, Sindelar era sceso in campo con l’Austria Vienna contro l’Herta Berlino nella capitale tedesca. Fu la sua ultima partita. Riuscì a segnare il gol del pareggio definitivo sotto la neve: 2 a 2. Forse era proprio quella bravura e quella grandezza, sconosciuta al calcio tedesco dell’epoca, che ha creato il mito del martire del nazismo. Un mito che è giunto fino a oggi e che viene alimentato da questo romanzo tutto da leggere.

(pal) 6 mar 2007 11:02