sabato 26 maggio 2007

Il "fuoco" dello stalinista che voleva la pace

Grandi ritorni / Ristampato “Il fuoco” di Henri Barbusse
IL VELINO CULTURA del 26 maggio del 2007
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra, la copertina de "Il fuoco" edizione Flammarion).

Roma, 26 mag (Velino) - Torna in questi giorni nelle librerie italiane Il fuoco (Kaos Edizioni), la novella che rese celebre lo scrittore francese Henri Barbusse (1873-1935), autore controverso le cui opere vanno valutate tenendo conto adeguatamente della sua militanza politica. Il fuoco, testo che colpisce per la crudezza e il realismo, tratta dell’esperienza vissuta da Barbusse nella prima guerra mondiale alla quale partecipò come volontario nell’esercito francese. Dopo essere stato ricoverato in seguito ad alcune ferite rimediate al fronte, Barbusse cominciò a raccogliere appunti sul conflitto combattuto nei pressi di Vimy, località al confine tra Belgio e Francia. Proprio in questi giorni la prima guerra mondiale è protagonista sui nostri schermi televisivi grazie a L’amore e la guerra che ha raccolto un indiscutibile successo di pubblico (vedi il VELINO del 15 maggio Ascolti tv:”Porta a porta” trionfa. Rivincita di Liotti e Stella). La fiction televisiva ci racconta dell’amore fra la contessina Albertina Regis (Martina Stella) e il sergente di umili origini Rocco Parri (Daniele Liotti). I due (senza mai incontrarsi), fanno crescere i propri sentimenti grazie alla corrispondenza che le donne d’alto ceto in tempo di guerra tengono con i soldati al fronte. Albertina decide di raggiungere Rocco come crocerossina contrariando il padre, che osteggia la relazione, e mettendo a repentaglio la propria vita pur di conoscere l’autore delle lettere. La fiction si è liberamente ispirata ai libri Addio alle armi di Ernest Hemingway e La guerra sulle montagne di Rudyard Kipling, autore, quest’ultimo, che si è occupato della Grande guerra anche con France at War, nel quale raccontò la tragica esperienza della morte del suo unico figlio nella battaglia di Loos del 1915. Ne Il fuoco non ci sono crocerossine innamorate di persone mai viste o ufficiali desiderosi di romantiche avventure. I protagonisti della novella di Barbusse sono lasciati a se stessi e al loro amaro destino in una guerra che non lascia scampo. Il libro ebbe un immediato successo e in Italia venne pubblicato nel 1918 dalla casa editrice Sonzogno che lo rilanciò nel lontano 1950. Da allora è sparito dalla circolazione. Alla sua uscita, nel 1916, il volume vinse il premio Goncourt, tuttora molto prestigioso in Francia. Ma forse al lettore che si vorrà gustare questa novella va detto che Barbusse non è uno scrittore pacifista. Affibbiare questo termine allo scrittore francese è alquanto improprio. Lo storico George Mosse così scrisse nel 1990 nel suo libro Le guerre mondiali: dalla tragedia al mito dei caduti (Laterza): “Le feu di Henri Barbusse, un libro in cui il ritratto realistico di una squadra di soldati in trincea lasciava un ben scarso margine per qualsiasi ambiguità nella condanna della guerra. Ma personalmente Barbusse non era un pacifista. Egli odiava soltanto le guerre cosiddette imperialistiche, e non le guerre combattute nell’interesse dell’Unione Sovietica, o di quanti giudicava appartenere alla categoria degli oppressi”. Del resto, la storia di Barbusse parla chiaro. Negli anni Venti si recò in Unione Sovietica dove scrisse il controverso Staline. Un monde nouveau vu à travers un homme (Paris 1935 – Flammarion,) nel quale rilasciò il seguente giudizio sul dittatore comunista: “Si è messo e resta in contatto con il popolo operaio, contadino e intellettuale dell’URSS e con i rivoluzionari del mondo, che amano con tutto il cuore la loro patria, vale a dire molto più di duecento milioni di persone”. E aggiunse: “Quest’uomo nitido e perspicace era un uomo semplice… Rideva come un bambino… Per molti versi rassomigliava allo straordinario V.I. Lenin; la stessa profonda conoscenza della teoria, lo stesso senso della pratica, la stessa risolutezza… È in Stalin, più che in ogni altra persona, che si trovano il pensiero e la parola di Lenin. È il Lenin dei nostri giorni”. Ovviamente la novella pubblicata nel 1916 merita una grande attenzione nonostante la partigianeria di Barbusse. Di fronte alle manipolazioni della letteratura operate oggi dalla televisione, è doveroso leggerla perché solo la scrittura sa raccontare gli eventi con dovizia di particolari. In altre parole è meglio bruciarsi con Il fuoco che evitare la scottatura di un dramma che oggi ci appare molto lontano.

(pal) 26 mag 2007 12:07

lunedì 7 maggio 2007

Satira & politica, quando il passato fa "Male"


IL VELINO SERA, di Lanfranco Palazzolo, 7 maggio del 2007
(A sinistra uno dei falsi de "Il Male", il falso arresto di Ugo Tognazzi "accusato" di essere stato il capo delle BR).

Roma, 7 mag (Velino) - In questi giorni la casa editrice Rizzoli ha voluto ricordare i cinque anni terribili della satira italiana riportando alla memoria degli italiani l’avventura de Il Male, il settimanale che fece arrabbiare tutto il mondo politico italiano con le sue vignette feroci. Il volume si intitola Il Male – 1978-1982. I cinque anni che cambiarono la satira. Il Male, che fu fondato da Giuseppe Zaccaria nel febbraio del 1978, amava mischiare la realtà con il falso. Questo settimanale resterà nella memoria degli italiani anche grazie ai numerosi falsi delle prime pagine dei quotidiani italiani. L’autore di questo volume è il vignettista Vincino che, con la collaborazione di Franco Giubilei e di Pasquale La Forgia, ci accompagna nella storia della satira di quegli anni. Questo libro è anche la storia di come la satira riesce involontariamente ad anticipare la storia. Tra le prime pagine false de Il Male c’è quella del Bild del 29 febbraio 1980 che anticipa di nove anni la caduta muro di Berlino. Vincino si vanta di questa anticipazione e spiega: “Ma la cosa più bella non è tanto aver anticipato l’unificazione della Germania…No, la cosa più bella è aver intuito quale sarebbe stata l’immagine fotografica che avrebbe rappresentato questo evento: la gente che entra ed esce dalla porta di Brandeburgo! È questo il punto, la magia di quel falso: non si limita a raccontare qualcosa di strambo e improbabile, ma cattura anche l’iconografia, l’immagine che nel 1989 avrebbe rappresentato il tutto”. Vincino definisce questa come una delle “magie” più riuscite de Il Male. Ma il settimanale, che agli inizi aveva una cadenza quindicinale, non fu certo portatore di magie, ma fotografò il disastro della politica italiana di quegli anni. La sua satira si scontrava spesso con il dolore delle tragedie della politica italiana e con la morte dei grandi statisti di allora. Tutti ricordano che i repubblicani acquistarono centinaia di copie de Il Male, per poi bruciarle, dopo che il settimanale aveva titolato sulla morte di Ugo La Malfa paragonandola alla scomparsa di una tartaruga. Nel caso del rapimento Moro, il settimanale fu duro e impietoso riproducendo l’immagine dello statista nelle mani delle Br intento a lavare i piatti o mentre si scusa con gli italiani perché nelle istantanee delle Brigate rosse non indossava abiti Marzotto. Vincino scrive nel libro: “Di quel periodo ricordo la nostra incapacità di accettare il ricatto ipocrita dell’‘O con lo Stato o con le Br’. Sembra che non ci fosse altra scelta, che a nessuno interessasse la vita di quell’uomo”. Nell’edizione successiva al ritrovamento del cadavere di Moro, Il Male pubblica una “distorsione storica” nella quale viene raccontata la liberazione di Moro e l’imbarazzo del mondo politico italiano che si ritrova lo statista Dc di nuovo libero e arrabbiato al punto che rifiuta di incontrare Benigno Zaccagnini che è costretto a entrare in casa Moro vestito da spazzacamino. Il Male criticò duramente anche il Pci e il suo modo di fare politica, attaccato alle poltrone e ai voti. Nel volume c’è un’intervista (falsa) con Giorgio Napolitano che spiega come il Pci riuscì a conquistare i voti dei calvi e degli stempiati dopo il fallimento delle elezioni del 18 aprile del 1948 attraverso il sacrificio dello scalpo del futuro presidente della Repubblica. Ma nel libro c’è spazio anche contro Romano Prodi e i tecnici che portò al ministero dell’Industria nel morente governo Andreotti IV. In una vignetta vengono mostrati i tecnici portati dall’economista al ministero di Via Veneto incapaci di mangiare tanto erano arretrati e retrogradi. Tuttavia, questo libro è una conferma come e quanto la satira oggi si ponga tanti limiti nel ricordo. Nel volume, pubblicato da Rizzoli, mancano espliciti riferimenti alla scoperta delle trame della P2 (maggio 1981), uno scandalo che travolse la stessa Rizzoli. Nel libro manca almeno una vignetta che ci parli di questo aspetto drammatico del compromesso storico raccontato con dovizia di particolari da Gianluigi Da Rold nel Da Ottone alla P2 (SugarCo) dell’aprile del 1982. In questo piccolo saggio venivano spiegati gli intrecci della loggia massonica di Licio Gelli con la politica del compromesso storico. Oggi, rivedendo la storia della satira di quegli anni del Male (1978-1982) riusciamo a capire la drammaticità di quel periodo senza sapere quale fu l’ironia del settimanale sulla P2. Grazie alla Rizzoli, una volta tanto la satira di Vincino si è data un limite ai ricordi.

(Lanfranco Palazzolo) 7 mag 2007 20:03

Le mille giravolte di BHL su Segolene Royal

Il Velino del 7 maggio del 2007

Bernard Henry-Levy e il mito di “Biancaneve-Royal”
di Lanfranco Palazzolo

(A destra BHL con Segolene Royal).

Roma, 7 mag (Velino) - Chissà cosa penseranno i posteri quando andranno a guardare l’edizione di questa mattina del Corriere della Sera per leggere i commenti sulle elezioni presidenziali francesi. Sulla prima pagina del quotidiano di via Solferino campeggia un articolo del filosofo Bernard Henry-Levy. In questo commento al voto delle presidenziali francesi, lo studioso piange della sconfitta di Ségolène Royal. In “Segò sconfitta dalla misoginia”, il filosofo ricorda la campagna delle elezioni per l’Eliseo puntualizzando che “innanzitutto, la Royal è stata demonizzata. Si è parlato molto – e a ragione – del tentativo di demonizzazione di cui è stata vittima il suo avversario politico (Nicolas Sarkozy). Ma molto più insidiosa, e dunque più dannosa, è stata la demonizzazione che l’ha seguita sin dai suoi primi passi. Tacciata d’incompetenza, quando teneva la bocca chiusa; di aggressività quando si esprimeva…”. Ora non vogliamo fare le pulci a Bernard Henry-Levy e al suo tormentato rapporto con il suo maestro Andrè Glucksmann, che ha votato il candidato dell’Ump, Nicolas Sarkozy. Tuttavia, oggi è bene ricordare che se la Royal ha perso è stato perché ci sono stati dei detrattori come BHL che l’anno attaccata sin dal primo momento. Per questa ragione l’articolo di oggi sul Corriere balza agli occhi più di qualsiasi osservazione sulle analisi del voto soprattutto perché manca di autocritica.
Bernard Henry –Levy aveva scritto della Royal quanto segue al momento della sua investitura: “Sorvoliamo sul personaggio stesso di Ségolène Royal, un’insieme instabile di demagogia e carattere, di narcisismo estremo e vera audacia politica; sorvoliamo sull’aspetto Biancaneve e Dame Blanche, Giovanna D’Arco per epoca catodica e immacolata concezione neosocialista; sorvoliamo su quell’aderite al mio tailleur color crema, imprimete su di esso i vostri sogni, lamentele e desideri” (Corriere della Sera del 25 novembre del 2006 – “Il dilemma Segolene”). Concludendo questo stesso articolo BHL annotò: “Attorno a questo royalismo, garantito da una provincia contro Parigi e al cento per cento di tradizione francese, aleggia un profumo di lavoro, famiglia, patria che non promette nulla di buono”. Il 31 gennaio del 2007, Levy torna, sempre sul Corriere, a parla de “le inettitudini di Ségolène Royal” ricordando che la candidata socialista aveva dimenticato il tema dell’Europa nella sua agenda elettorale. E all’inizio di febbraio arriva il fatidico incontro tra i due in un ristorante di Parigi. Bernard Henry-Levy non si è ancora pronunciato sul voto al primo turno. Ma in compenso traccia un impietoso ritratto della candidata socialista e alla fine la paragona quasi a una giraffa: “Un uomo, seduto al tavolo vicino, si è alzato per venire a dire che l’ammirava. Si è alzata anche lei, stranamente commossa, più rosa del rosa del suo tailleur, contenta con il suo lungo bel collo che sembrava allungarsi ancora per la soddisfazione” (Corriere della Sera del 9 febbraio 2007).
Ma poi BHL decide di sostenere la Royal. Perché? Alla fine dello scorso marzo viene arrestato in Brasile il terrorista Cesare Battisti. Il filosofo critica duramente il ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy per l’arresto del pregiudicato sottolineando che “la sua polizia ha miracolosamente ritrovato le tracce Cesare Battisti”, alludendo a un presunto miracolo elettorale (vedi il Corriere della Sera del 21 marzo 2007). Poco più di due settimane dopo arriva il sostegno di BHL alla candidata socialista dopo aver contribuito a demolirne l’immagine per mesi. E questa mattina, Henry-Levy ha avuto il coraggio di lodare la candidata socialista per il suo silenzio sul ‘68: “Madame Royal ha resistito a tali discorsi. Fedele alla linea mantenuta, a ragione o torto, dai nostri ultimi due presidenti, ha cercato di arginare questo fiume di odio e di rancore. E anche di questo le sono grato”. E meno male che c’era Biancaneve.

(pal) 7 mag 2007 10:23

venerdì 4 maggio 2007

Le Brigate Rosse e la Chiesa

Inediti Br: attaccavano la morale cattolica, non le gerarchie
IL VELINO SERA del 4 maggio del 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 4 mag (Velino) - Quante volte le Brigate Rosse hanno attaccato la Chiesa cattolica e le gerarchie ecclesiastiche? Il tema è tornato d’attualità dopo le assurde minacce rivolte al presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco. Abbiamo provato a verificarlo consultando i documenti delle Br. A fornirci lo spunto per questa ricerca è stata la Kaos edizioni che ha dato alle stampe e distribuirà la prossima settimana il primo volume di Dossier Brigate Rosse (1969-1975), a cura di Lorenzo Ruggiero. Il libro è utile perché consente di risalire e di consultare tutti i documenti di questo gruppo terroristico. Il volume è stato realizzato con grande difficoltà perché molti documenti delle Brigate rosse sono stati ingiustamente occultati dall’Archivio storico del Senato che non ha provveduto a schedarli. Una parte doveva essere pubblicata al termine del lavoro svolto dalla commissione Stragi nel 2001, ma questi preziosi documenti sono sfuggiti alla pubblicazione della biblioteca della Camera e del Senato e poi sono finiti in alcuni scatoloni dell’archivio di Palazzo Madama senza che nessuno si preoccupasse di schedarli. Lo stesso archivio storico del Senato ha posto molte difficoltà per la ricerca dei documenti, sebbene i presidenti dei due rami del Parlamento (all’epoca Luciano Violante e Nicola Mancino) avessero dato l’esplicita autorizzazione alla pubblicazione. Nella sterminata documentazione a disposizione della Kaos emergono solo due riferimenti alla Chiesa cattolica distanti tra loro. Il primo è relativo alla sanguinosa “Campagna di primavera: cattura, processo, esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro”. In questo proclama del marzo del 1979 i terroristi scrivevano: “... E allora, questo ‘ardore fanatico in difesa dello Stato’, così rigido e sorprendente, di cui la Dc ha dato pubblico spettacolo, dove attingeva il suo sacro fuoco? La tentazione delle risposte schematiche è sempre molto forte ma siamo convinti che componenti diverse si siano aggrovigliate nelle coscienze degli uomini di potere democristiani. Tra le altre: (...) una volontà a metà tra il conscio e l’inconscio, di liquidare Moro, da parte degli amici, residuo tribale del rito di uccidere il capo, mangiarsi il dio come fanno i cattolici, e diventare così più forti e più potenti (oppure... anche col prendere il suo posto!), un condizionamento ideologico della tradizione cattolica che affida alla provvidenza il compito di risolvere ogni cosa. (...)”. Per trovare un altro riferimento ai cattolici bisogna arrivare alla primavera del 1999, quando fu ucciso il giuslavorista Massimo D’Antona: “(...) Infine, altro aspetto, è l’impossibilità di azzerare la soggettività politica sulla base del criterio della opportunità di introdurre formule di ingegneria istituzionale. È il caso per esempio, del Ppi erede di quella componente della Dc che più di tutte ha rappresentato gli interessi della frazione dominante della borghesia imperialista, in equilibrio tra interessi atlantici ed europei, inquadrando intorno ad essi, componenti sociali quali Cisl, primo tra i sindacati a proporsi in un ruolo neocorporativo e a rinnovarlo con il coinvolgimento dell’associazionismo e della finanza cattolica, componente politica che ha espresso il suo ruolo anche attraverso le massime figure istituzionali”. Nei due documenti sono evidenti gli attacchi alla morale cattolica, ma i termini non toccano mai esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Il “salto di qualità” è arrivato adesso.

(pal) 4 mag 2007 20:31

giovedì 3 maggio 2007

Il '68 non si seppellisce

Sarkozy e il '68, gli ex (e non solo):
La storia non si cancella
IL VELINO SERA-- 3 maggio 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 3 mag (Velino) - La storia non si cancella. È questa l’opinione unanime degli esponenti politici nostrani interpellati dal VELINO riguardo le dichiarazioni di Nicolas Sarkozy, il quale nei giorni scorsi ha attaccato duramente il Sessantotto proponendosi come becchino di quella stagione: “Da allora”, ha affermato il candidato dell’Ump alla presidenza della Repubblica francese “non si può più parlare di morale in politica. Il “maggio francese” ci ha imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno imposto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori”. Le parole di Sarkozy non hanno raccolto un grande successo in Italia né tra i reduci del ’68 né tra quelli del ’77, appendice della prima contestazione studentesca. Gaetano Pecorella negli anni Sessanta era uno studente universitario di sinistra. Oggi, parlamentare di Forza Italia, dichiara che voterebbe il candidato dell’Ump Nicolas Sarkozy seppure non condivida le sue parole sul “maggio francese”: “Sono dichiarazioni di tipo populista. Sono parole che vengono dette quando si deve convincere una parte del paese che magari risente ancora di certe deviazioni legate ai fenomeni del ’68. La storia non si cancella e il ’68 ha portato in tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti passando per la Francia e l’Italia, cambiamenti importanti, situazioni di rinnovamento della politica, di valori morali e alcune libertà fondamentali. Ma Pecorella non salva tutto: “Se vediamo il ’68 dal punto di vista degli epigoni, dei gruppi terroristici, dei gruppi armati, della violenza, dei pestaggi e così via, è chiaro che questi aspetti vadano cancellati. Il terrorismo che oggi sta prendendo fiato in Italia è svincolato dalle grandi battaglie popolari delle università. In quegli anni ero iscritto all’università e ho vissuto in prima persona le lotte dei lavoratori. Come in tutte le cose vi è un ’68 molto positivo e uno negativo. Se quello che si vuole cancellare è l’effetto violento del ’68 non si può che essere d’accordo con Sarkozy. Credo che quello del candidato dell’Ump sia stato un messaggio di tipo elettorale con la consapevolezza che quello che la storia doveva cancellare sia già stato cancellato”. Per il deputato dei Verdi Marco Boato, quella di Sarkozy “è una frase molto sciocca”. Alla fine degli anni Sessanta, Boato fondò, assieme ad Adriano Sofri, Mauro Rostagno, Guido Viale, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi, il movimento politico di estrema sinistra “Lotta continua”. Per l’attuale esponente dei Verdi, la frase di Sarkozy “è banale per un uomo che banale non è. Non so se il leader dell’Ump vincerà le elezioni presidenziali anche se le sue probabilità sono buone. La sua campagna elettorale è stata molto efficace. Sarkozy ha neutralizzato l’estrema destra e ha catalizzato su di sé dei consensi trasversali che un anno fa sarebbero stati inediti. Per questa ragione non mi sarei mai aspettato da lui una banalità del genere. È ovvio che non si può cancellare la storia e nemmeno il ’68 che ha lasciato dei segni tangibili. Quindi la pretesa di Sarkozy è stata sciocca”. Boato individua un preciso parallelo: “Ho trovato quelle parole come una sorta di dichiarazione di identità gollista rispetto allo scontro politico molto forte che si è verificato in Francia. Non dimentichiamoci che, a differenza del ’68 italiano che durò a lungo, oltralpe quella stagione ebbe una propria peculiarità. In Francia, il presidente della Repubblica in carica – lo ha rivelato recentemente il generale Wojciech Jaruzelsky (vedi Repubblica del 30 aprile) – si recò personalmente a Baden Baden dal generale Jacques Massu, che era stato esiliato in Germania, per chiedere la fedeltà delle truppe francesi lì dislocate nel caso si fosse arrivati a una emergenza dell’ordine pubblico. Questo fu un episodio al limite dell’eversione istituzionale. Questi fatti in Italia non si sono verificati. Sarkozy, a distanza di quarant’anni, vuole prendere questa bandiera gollista che è una bandiera ideologica alquanto mummificata”. Boato torna a sottolineare che il "maggio francese" durò appena un mese e che “nell’immediato venne sconfitto con un referendum da De Gaulle e dalla destra francese di allora. Però – prosegue l’esponente verde -, se c’è un pregio che la Francia ha avuto è stato quello di avviare una serie di riforme dell’università e del sindacato. Questa è stata l’altra faccia della repressione. La Francia ha saputo innovare e rinnovarsi. Oggi è banale immaginare di cancellare con una dichiarazione elettorale tutta quella fase storica”. Per l'esponente diessino Luciano Violante, che nel 1968 era un giovane magistrato alle prime armi, quella di Sarkozy “è una frase sbagliata e anche pericolosa perché i pezzi della storia non si cancellano. La pericolosità sta nella visione molto ideologica di quel processo. Trovo che il ’68 sia stato un grande processo di liberazione della scuola, della medicina, della psichiatria, dell’università e del giornalismo. Le libertà che abbiamo oggi nascono proprio da là. È innegabile che ci siano stati anche deragliamenti drammatici. Però schiacciare la libertà sul fronte del terrorismo credo sia un’operazione francamente reazionaria e da combattere”. Per il viceministro dell'Economia Vincenzo Visco, studente universitario a Berkley nel ’68, non ci sono dubbi: “Sarkozy cerca di prendersi i voti di Le Pen. Questa è la verità. Concordo con quanti in questi giorni hanno sostenuto che quella stagione fu un grande momento di liberazione, di evoluzione della nostra società. Ci fu anche un elemento di confusione che permane ancora adesso. Ma questa è la storia. Fare polemica su quella vicenda mi sembra una forma di infantilismo e di strumentalismo applicato alla situazione attuale”. Su cosa debba essere cancellato del ’68, Visco si arrabbia e dice: “Ho già detto cosa penso su tutte e due le cose!”. Secondo il sottosegretario all Economia Paolo Cento, “il tentativo, oggi, di ridiscutere quella stagione è alquanto patetico perché gli eventi ci hanno lasciato un’eredità profonda nelle cose positive e anche in quelle negative. Il ’68 non va salvaguardato come un’icona, ma come una parte della storia contemporanea”. Sui cattivi maestri, Cento spiega: “Se io guardo a come è andato il mondo, l’unico elemento non soddisfacente del ’68 è che a un certo punto i protagonisti di quella stagione si sono seduti pensando di aver acquisito un ruolo nella società. E questo ruolo di rilievo aveva risolto le contraddizioni per le quali era nato il ’68. Semmai il limite è stato di non essere andati avanti…”. In merito all’insuccesso politico delle forze eredi di quel periodo, il sottosegretario all’Economia ricorda: “Bisogna vedere se tra queste forze politiche vadano inseriti anche i socialisti francesi che oggi sono al ballottaggio. È sempre molto difficile parlare di un’eredità culturale e confonderla con quello che è stato il '68. Probabilmente il suo limite fu che venne interrotto a metà. Quella che era una rivoluzione indispensabile e necessaria si è fermata senza andare avanti. In Italia, in un contesto diverso, dopo il ’68 c’è stato il ’77. Questo in Francia non è accaduto. Questa è anche una delle ragioni della debolezza politica della sinistra transalpina”. Per il deputato dell'Ulivo Gerardo Bianco, eletto a Montecitorio per la prima volta nel 1968, questi temi vanno affrontati “con spirito storico e scientifico analizzando le specifiche situazioni: abbiamo visto un ’68 americano, uno francese e uno italiano tutti con storie diverse. Io penso che il problema non sia quello di cancellare, perché ciò che è avvenuto non si può eliminare. Piuttosto oggi dobbiamo capire. Io non sono uno di quelli che esalta il ’68. In quegli anni ci fu un processo di liberazione, ma anche l’esaltazione dell’ignoranza, l’idea che bastasse affermare alcuni slogan per essere promossi nelle università. Il lassismo fu una parte di questa operazione di liberazione. Oggi è bene ricordare questo capitolo della nostra storia per i limiti che tale processo si portò dietro”.

(pal) 3 mag 2007 20:16