sabato 21 luglio 2007

Goria, l'uomo che sapeva leggere il bilancio dello Stato

Quando Cossiga offrì a Goria l'abito adatto per il Colle
IL VELINO CULTURA, 21 luglio 2007

di Lanfranco Palazzolo
(A destra Goria durante il dibattito sulla fiducia al suo Governo)

Roma - Venti anni fa, il 28 luglio 1987, entrava in carica il governo guidato da Giovanni Goria, che così diventava il più giovane presidente del Consiglio della storia repubblicana. Il nuovo premier aveva 43 anni ed era ritenuto un politico in grado di poter gestire un momento molto difficile per il paese. Uno dei pregi riconosciuti a Goria era quello di essere dotato di grande comunicativa e serenità anche nei momenti più difficili. Lo testimonia la vicenda del “Venerdì nero” della lira quando, nel luglio del 1985, il dollaro balzò da 1.870 a 2.200 lire e lui, all’epoca ministro del Tesoro, insieme al governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, offrirono le dimissioni al presidente del Consiglio Bettino Craxi. Eppure, a dispetto di quella serenità, il suo mandato da premier fu tra i più tormentati della nostra storia recente. A dispetto dell’immagine che gli venne affibbiata da Forattini nei mesi di governo, quando veniva dipinto come un uomo senza volto con la barba intorno, quasi a sottolineare che a palazzo Chigi ci fosse un uomo senza personalità, Goria riuscì ad affrontare difficoltà su cui altri sarebbero caduti prima. Francesco Cossiga ricorda Goria come “giovane segretario della Dc ad Asti” all’epoca in cui era ministro dell’Interno. Giovanni Marcora lo segnalò al futuro presidente della Repubblica: “Dalle parti di Asti c’è un giovane molto promettente, fai una scappata in città e cerca di arruolarlo”. Nel 1976 era già sui banchi del gruppo parlamentare democristiano e nel 1982 assunse l’incarico di ministro del Tesoro nel quinto governo Fanfani. Goria aveva una qualità che forse molti esponenti politici hanno perso: sapeva leggere con intelligenza e capacità il bilancio dello Stato. Come ricorda Bruno Tabacci, la “colpa” di Goria fu senza dubbio quella “di essere capace di parlare alla gente, di bucare il video, ma senza darsi le arie da superuomo”. Dopo le elezioni politiche del 1987, il segretario della Democrazia cristiana Ciriaco De Mita avrebbe voluto assumere la guida del governo per attuare il patto di alternanza tra Dc e Psi, ma in quella fase non si riuscirono a creare le condizioni politiche per una svolta. Bettino Craxi non ne voleva proprio sapere di De Mita a palazzo Chigi. Il leader della Dc ripiegò allora su Goria, convinto che quel giovane preparato ed intelligente non avrebbe retto a lungo. Quando il 13 luglio del 1987 Cossiga lo convocò al Quirinale per affidargli l’incarico, Goria era talmente impreparato alla chiamata da non avere neppure l’abito adatto per salire al Colle. Appena Cossiga seppe di questo problema disse al segretario generale del Quirinale che avrebbe provveduto lui a pagare il vestito al giovane presidente del Consiglio. Il suo esordio al Senato non fu meno brillante grazie alla performance del missino Romano Misserville che lo interruppe immediatamente esibendosi in aula con una maschera a gas. Nonostante la simpatia della stampa e il tentativo apparente della Dc di darsi un nuovo volto, il cammino di Goria si presentò pieno di difficoltà. I franchi tiratori della sinistra Dc e il Pci erano in agguato. Avere come punto di riferimento la “Base”, la corrente moderata della Dc, fu il suo limite perché gli impedì di tessere le trame in cui erano abili Craxi e De Mita. Con il governo massacrato dai franchi tiratori democristiani, Goria annunciò in aula che avrebbe rassegnato al capo dello Stato le dimissioni. Ad applaudirlo, in quell’occasione, non furono gli uomini della Dc, ma i parlamentari del Psdi, del Pri, del Psi e del Pli, quasi a sottolineare l’abbandono in cui lo aveva lasciato il suo partito. Ma per Goria ci sarebbe stata una rivincita nel 1989, alle elezioni europee. Se ne accorsero Mino Martinazzoli e Roberto Formigoni che in quella tornata elettorale furono superati dal giovane enfant prodige della Dc che raccolse quasi 700 mila voti di preferenza. Tra i più grandi limiti di De Mita va annoverato il fatto di non aver compreso le qualità di Goria e, più in generale, delle nuove leve della Balena bianca. Il politico di Nusco avrebbe pagato questo suo limite dimostrando di non essere in grado di fare meglio di Goria una volta che prese il suo posto a palazzo Chigi. (pal)

mercoledì 18 luglio 2007

Piccola storia degli appoggi esterni

Governo e appoggi esterni, quando l’ipotesi piaceva a Mastella --IL VELINO SERA--18 luglio 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Il ministro della Giustizia Clemente Mastella non ha proprio mandato giù la proposta del segretario dello Sdi Enrico Boselli che, senza troppi problemi, ha ipotizzato di ritirare la delegazione del suo partito dal governo mantenendo però l’appoggio esterno a Prodi. Boselli ha avanzato questa proposta più per far contento il costituente socialista Gianni De Michelis che per sostenere l’iniziativa delle dimissioni revocabili di Emma Bonino. Interpellato dalla stampa, il guardasigilli si è rivolto polemicamente al leader socialista: “Ma gli appoggi esterni non erano uno strumento della Prima Repubblica? Sia chiaro che per noi questa eventualità non esiste. Qualora qualcuno pensasse a un appoggio esterno verrebbe a mancare il nostro appoggio al governo”. L’affermazione di Mastella è dura, ma il leader dell’Udeur è uno di quei politici che ha fatto ricorso alla minaccia dell’appoggio esterno. Il 21 ottobre del 2005 aveva riunito la direzione del suo partito per discutere l’appoggio esterno al governo che sarebbe nato dopo le politiche del 2006. La proposta di Mastella era scaturita dalla scelta di Margherita e Ulivo di presentare una lista insieme dopo una netta affermazione alle elezioni primarie. L’iniziativa però non viene portata avanti. Mastella utilizza il deterrente dell’appoggio esterno anche in occasione delle trattative per la formazione del governo Prodi II. Il 13 maggio dello scorso anno non vuole rinunciare assolutamente al ministero della Difesa e spiega: “Se anche questa volta ci tratteranno da figli di un Dio minore, se anche questa volta pensano che ci accontentiamo di una pacca sulla spalla resteremo fuori dal governo. Appoggio esterno, niente scherzi, né trattative: questo non è un gioco tra venditori di tappeti” (Il Giornale del 13 maggio 2006). E qualche giorno dopo anche il segretario del Pdci Oliviero Di liberto utilizza il mezzo dell’appoggio esterno al governo. Per tutta risposta, Mastella attacca il partito dei comunisti italiani: “Sti copioni”. La sua mossa successiva è quella di riunire l’ufficio politico del partito e alla fine della riunione fa sapere: “L’appoggio esterno lo minaccio io” (Il Messaggero del 17 maggio del 2006). Finora Mastella si è dimostrato leale con il governo. Ma tra quelli che hanno teorizzato l’appoggio esterno c’è anche chi è passato da uno schieramento all’altro. È il caso del segretario dell’Udc Marco Follini che il 19 aprile del 2005 fa sapere di essere leale al governo Berlusconi pur chiedendo al suo partito l’appoggio esterno (Vedi a pagina 11 del Corriere della Sera: “L’amarezza di Follini: saremo leali, appoggio esterno”). Al metodo dell’appoggio esterno avrebbe fatto ricorso Rifondazione comunista al momento di discutere della presidenza della Camera secondo quanto ha scritto Il Messaggero: “La bomba atomica a Rifondazione l’hanno giocata sotto traccia, ma a quel che si è saputo, l’hanno usata: si chiama appoggio esterno. È l’ipotesi che minaccia in maniera sussurrata e non gridata (…) se non si dovesse decidere per la presidenza a Fausto Bertinotti” (21 aprile 2006). E pensare che qualche giorno fa, al termine della riunione della segreteria del Prc sulle pensioni, a Giordano avevano chiesto se fosse vera l’ipotesi dell’appoggio esterno a Prodi. Il segretario guarda l’intervistatore e con meraviglia gli risponde: “Miserie della discussione politologica” (Corriere della Sera del 12 giugno 2007). (pal)

venerdì 13 luglio 2007

Tin Tin sotto tiro


Fumetti / Va ritirato il “Tin Tin” del 1930: è razzista
IL VELINO SERA del 13 luglio del 2007

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 13 lug (Velino) - Nell’anno in cui si celebrano i cento anni della nascita di Georges Remì (1907-1983), il fumettista noto come Hergé, la Commissione britannica per l’uguaglianza razziale (Cre) ha chiesto alle autorità di ritirare dal mercato britannico tutte le copie di una storia del celebre fumetto belga pubblicata da Hergé, per la prima volta, nel lontano 1930. Si tratta di Tin Tin in Congo. La polemica non interessa molto gli italiani che hanno sempre guardato con molto distacco la figura del fumettista belga e il suo fortunatissimo personaggio. Per quel poco che possiamo sapere in Italia, Tin Tin ha sempre goduto di grande stima e nessuno ha mai sollevato particolari polemiche su questo fumetto. Tin Tin è un giovane reporter che gira il mondo e spiega ai bambini come funziona (secondo un’ottica legata al cattolicesimo conservatore). Il personaggio riscosse subito un grande successo presso i piccoli lettori. Alla fine della sua prima avventura in Unione Sovietica, numerosissimi furono i bambini che accorsero alla stazione di Bruxelles per festeggiarne il ritorno dall’est: venne pagato e truccato un attore, infatti, con al guinzaglio un foxterrier bianco, affinché impersonasse il protagonista. I bambini belgi rimasero estasiati da questo ragazzo poco più grande di loro che viaggiava da solo, sfuggendo a mille pericoli. A quanto pare, la richiesta della Cre ha scatenato aspre polemiche in Gran Bretagna, dove la catena di librerie Borders ha rimosso prontamente il controverso libro dalle sezioni per l’infanzia spostandolo in quelle riservate agli adulti. Il Cre ha probabilmente preso una decisione affrettata su una segnalazione dell’avvocato David Enright specializzato in diritti umani. Tin Tin in Congo, ha denunciato l’avvocato, “contiene immagini e parole di odioso pregiudizio razziale”, con gli indigeni rappresentati come “selvaggi molto simili alle scimmie” che si comportano sempre “da imbecilli”. La pubblicazione di Tin Tin in Congo iniziò il 5 giugno 1930 sul giornale Petit Vingtième (supplemento del quotidiano cattolico di destra XX siècle) per terminare l’11 giugno 1931. L’album è stato poi pubblicato dalle edizioni Casterman che riuscirono ad assicurarsi la pubblicazione delle avventure di Tin Tin in esclusiva. L’album venne ripubblicato nel 1946, dopo la seconda guerra mondiale. Al fumetto fu aggiunto il colore e ridotto il volume da 110 a 62 pagine. Nell’occasione fu anche modificato lo stile colonialista e l’ideologia razzista del racconto con la conseguenza che vennero cambiate molte scene del fumetto. La lezione di geografia sulla “Vostra patria del Belgio” fu sostituita, ad esempio, con una di matematica e altre edizioni furono precedute da una nota esplicativa concernente i dialoghi considerati razzisti. Non sappiamo se la polemica su Tin Tin sia destinata a restare in piedi. Mentre in Italia escono libri come quello di Tom Mc Carthy Tin Tin e il segreto della letteratura, pubblicato dalla casa editrice Piemme e Steven Spielberg sogna di realizzare una serie di film su Tin Tin, qualcuno pensa ancora di riaprire un processo politico postumo contro un fumetto che lo stesso Hergé modificò cambiando il contenuto di alcune scene. I fumetti a cui si riferisce il Cre nella denuncia sono delle copie per collezionisti che certo non possono avere la portata di un manifesto razzista. La verità è che probabilmente si è cercato di guastare il centenario del fumettista che ebbe la colpa di lavorare al quotidiano Le Soir durante il periodo dell’occupazione nazista del Belgio. Alla liberazione del Belgio, il suo nome comparve nella lista nera a causa di accuse di collaborazionismo con il regime fascista belga. Hergé venne arrestato più volte e poi rilasciato, correndo ogni volta il rischio di essere condannato alla pena capitale. Quando tutto sembrava perso, in suo soccorso intervenne Raymond LeBlanc, importante partigiano belga e appassionato lettore delle strisce quotidiane di Tin Tin su Le Soir. LeBlanc decise di fare anche una rivista su Tin Tin, procurando a Hergé i certificati necessari alla pubblicazione. Nel 1952 nacque così la rivista Tintin, indirizzata ai bambini e laica, di cui Hergé naturalmente divenne direttore artistico.

(pal) 13 lug 2007 20:06

mercoledì 11 luglio 2007

Nuovi miti yugoslavi: Jovanka è alla fame

Nuovi miti / Mentre infuria la Titomania, Jovanka fa quasi la fame --IL VELINO CULTURA--11 luglio 2007
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Quanto è “bello” il Tito style. Il dittatore jugoslavo continua a far discutere al di la dei suoi demeriti politici. Ne ha scritto il Corriere della Sera che ha recensito il libro Tito’s cookbook (Laguna) di Anja Drulovic, uscito nel 2005. Nel suo articolo dal titolo Nostalgia di Tito, Francesco Battistini - che sostiene la recente uscita del Tito’s cookbook nelle librerie di Belgrado e di Zagabria - descrive i fasti del compagno Josip Broz “Tito”. Il volume della Drulovic è pieno di aneddoti curiosi sulla bella vita “culinaria” di Tito. Il Corriere scrive: “In Jugoslavia ci fu un comunista con stile che i re volevano alla loro tavola e le attrici di Hollywood andavano ad incontrare. Uno che si permetteva di ospitare la Royal Family britannica nelle campagne di Leskovac e accendere la carbonella del barbecue, o invitare Sophia Loren a Brioni (1974) perché gli cucinasse gli spaghetti al pomodoro”. Al di là delle annotazioni del Corriere su Tito, negli ultimi anni la figura superficiale di questo dittatore è stata utilizzata molto come immagine da vendere. È nato addirittura un sito internet (Tito’s homepage) nel quale vengono magnificati i fasti del regime titino con materiale inedito e testimonianze dei suoi 35 anni di potere. Quello che per noi italiani è apparso come un dittatore odioso, come il massacratore di Goli otok, il mandante delle stragi nelle foibe, oggi è un oggetto prezioso da vendere al mercato. Secondo il Venerdì di Repubblica, “la Jugo-nostalgia è diffusa in tutte e sei le Repubbliche. Dappertutto, sui muri dei villaggi, si legge ‘il vecchio era meglio’, oppure, ‘torna tutto è perdonato’. A Lubiana il bar ‘Tito’ è diventato il punto di riferimento tra i giovani socialisti. A Novi Sad, un ricco assicuratore ha salvato dalla fusione i busti di bronzo celebrativi, e lavora per preparare un futuro museo. Nell’isola croata di Brioni, dove il maresciallo trascorreva le vacanze, le t-shirt con le immagini del capo di Stato da giovane sono tra le più richieste” (19 settembre del 2003). Un anno dopo, Pietro Veronese di Repubblica spiega ai lettori del quotidiano che nella “Tito renaissance c’è un duplice paradosso. Il primo è che non ha nulla di politico. La nostalgia di Tito non significa affatto un rimpianto dalla Jugoslavia socialista, del vecchio statalismo, della stella rossa sulla bandiera e ancora meno del partito unico (…). Dietro la rinnovata simpatia per il padre fondatore non stanno annidati vecchi comunisti in cerca di rivincita” (15 luglio 2004). A questo punto gli eredi del dittatore non potevano stare fermi. Joska Tito, nipote del dittatore, nel 2006 ha avuto la brillante idea di registrare il volto e il nome di Tito per lo sfruttamento dell’immagine dell’illustre nonno: “Negli ultimi anni”, spiega Joska, “ho potuto constatare un’invasione di oggetti marchiati con l’immagine di mio nonno, dalle t-shirt, ai cappelli, alle tazze per il tè, a certi cd pirata, il tutto spacciato a turisti o connazionali da bancarelle e negozi senza alcun limite. Adesso è venuto il momento di dire basta” (La Stampa del 6 agosto del 2006). Accanto a questi fasti nostalgici abbiamo assistito alle miserie dell’ultima moglie di Tito, Jovanka, che vive in una casa fatiscente a Belgrado. Ironia delle sorte, mentre oggi tutti si arricchiscono con il commercio di Tito, la persona che gli era accanto è rimasta vittima di una “legge varata poco dopo i funerali solenni del consorte, in base alla quale tutto quanto appartenuto a Tito spetta allo Stato” (Corriere della sera del 27 febbraio del 2006). E così, mentre il mito di Tito continua a rendere tanti dinari, la sua vedova non riesce nemmeno a pagarsi le spese del tetto da dove continua a entrare acqua nei giorni di pioggia. (pal)

martedì 10 luglio 2007

Ciak, le Br rapiscono Cossiga.....

"Italia ultimo atto?", trent'anni fa il film che fotografò le Br
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino, 10 luglio 2007
(a destra la locandina del film)

Roma, 10 lug (Velino) - Trent’anni fa, nel luglio 1977, arrivava nelle sale cinematografiche Italia ultimo atto? (L’attentato) l’unico film che in quegli anni tentava di analizzare il fenomeno delle Br mentre il terrorismo rosso stava progettando l’assalto al cuore dello Stato. A farlo arrivare nelle sale ci pensò un giovane regista della sinistra indipendente, Massimo Pirri, stufo di vedere sugli schermi film di commissari vendicativi, di cittadini che si ribellano e di polizie che si incazzano. Il soggetto del film prendeva lo spunto da “l’operazione Pettirosso”, una manovra scoperta dal Sid che riteneva come tra il 1970 e il 1974, c’era chi preparava nel nostro paese un golpe. Nel piano era prevista l’uccisione del ministro dell’Interno. La trama di Italia ultimo atto? viene raccontata così dal Morandini: “Condensata nel giro di un giorno, è la cronaca di un attentato che tre terroristi di sinistra (Luc Merenda, operaio; Marcella Michelangeli, ricca borghese; Andrea Franchetti, pregiudicato) compiono a Roma contro il ministro degli Interni, uccidendolo insieme a molti del suo seguito. Uno dei tre muore; gli altri due si ammazzano tra loro. Vittoriosa controffensiva della reazione e dei suoi carri armati”. Il film, ambientato quasi profeticamente nel marzo del 1977, lo steso mese in cui un anno dopo fu consumato il rapimento di Aldo Moro, fu immediatamente stroncato dalla critica e addirittura vietato ai minori di 18 anni. Eppure questo film è stato ampiamente rivalutato dalla recente saggistica in due volumi: Schermi di piombo (Il terrorismo e il cinema italiano), scritto da Christian Uva (Rubbettino), uscito nel marzo del 2007 e da Italia odia di Roberto Curti (Lindau). E pensare che fino all’uscita nelle sale di Italia ultimo atto? le Br avevano fatto solo alcune “comparsate” nel cinema italiano come era accaduto nei Gabbiani volano basso di Giorgio Cristallini, dove un facoltoso industriale si sentiva minacciato dalle Brigate rosse.
Di questo film, realizzato da una cooperativa, è quasi impossibile trovare la videocassetta o il dvd che comunque vengono rivenduti a prezzi proibitivi. Se E-bay, il vhs è messo in vendita a 38 euro. È curioso che nel cinema italiano impegnato di quegli anni sia stato fatto solo questo tentativo per analizzare il fenomeno delle Brigate rosse. E pensare che Pirri aveva identificato benissimo il dualismo all’interno dell’organizzazione terroristica caratterizzando in due dei brigatisti del commando che deve uccidere il ministro dell’Interno la figura del moderato (simile alla figura di Renato Curcio) e quella dell’estremista in cerca di sangue (Mario Moretti). E aveva individuato bene l’obiettivo dei terroristi nel ministro dell’Interno, carica allora ricoperta da Francesco Cossiga. E tutto questo ancora prima che le Br preparassero la risoluzione strategica del novembre del 1977 che prevedeva l’attacco alla Dc. Ma Pirri riesce nel suo lavoro “profetico” nonostante tutto. Su Il Messaggero del 4 settembre del 1977 viene spiegato che “per realizzare il film il regista, che si definisce un ‘indipendente di sinistra’, racconta di aver avuto contatti frequenti con autentici rivoluzionari e teorici dell’attentato, aggiunge di aver ricevuto minacce e telefonate minatorie, ma assicura di non essersi spaventato per niente: ‘È ora di finirla con i film intimisti o solo psicologici. Il cinema oggi deve riferirsi alla realtà, alla situazione reale delle cose, l’unica in grado di offrire spunti per il cinema’”.
Nella sua stroncatura sul Corriere della Sera del 7 maggio del 1978 Giovanni Grazzini è costretto ad ammettere sul regista di Italia ultimo atto? che: “La sua descrizione del retroterra sociologico dei tre terroristi è superficiale, ma la rappresentazione dei loro comportamenti, nati dal sonno della ragione, è abbastanza persuasiva: non è difficile credere che molti personaggi venuti alla ribalta della cronaca nera, ai quali il film spesso allude senza farne il nome, abbiano i loro connotati isterici, vivano nel reciproco sospetto e siano portati ad autodistruggersi”. Peccato che nella realtà delle cose i terroristi, soprattutto i pentiti, abbiamo dimostrato il contrario. Comunque l’elogio per il film da parte di Grazzini si limitava a questo aspetto. Avrebbe scritto ben peggio Tullio Kezich sul Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, (Oscar Mondadori): “Nonostante il continuo ricorso al monologo interiore, le motivazioni del terzetto restano poco chiare; come del resto sfumano nel generico i connotati della loro organizzazione, gli eventuali collegamenti internazionali e il reale disegno della politica eversiva. Fin dal titolo il film si allinea alle più pessimistiche visioni della situazione attuale e non dovrebbe dispiacere al senatore Saragat, che accanto al cadavere di Moro vide quello della Prima Repubblica”. Strano che i critici abbiano attaccato Pirri senza porsi l’interrogativo sul perché il cinema italiano non abbia fatto film sulle Br. Il risultato paradossale è che oggi la critica arriva a elogiare il film di Pirri come un piccolo gioiello. Christian Uva scrive sul recente Schermi di piombo: “In più di un punto Pirri si dimostra attento a una fedeltà alla realtà che sfiora la profezia. Da questo punto di vista risulta curioso l’aneddoto del regista a proposito di un orologio che, in una scena, riportava la data del giorno in cui, da lì a un anno avrebbe avuto luogo l’attentato ad Aldo Moro e alla sua scorta…”.
Eppure, i registi di allora erano motivati politicamente. Elio Petri disse in quegli anni: “Per me il nemico della classe operaia in questo momento non è Fanfani, ma Moro” (l’Espresso del 16 giugno del 1976). Gianpaolo Pansa fu molto più crudo, rivolgendosi ad Adolfo Sarti (Dc) che non era pensabile fare un film di denuncia contro la sinistra: “Voi non riuscirete a fare un film feroce verso la sinistra neanche quando la sinistra sarà al potere. Non ne avrete le capacità” (l’Espresso citato). Il problema che si poneva la sinistra allora era quello di essere in grado di dire “la verità”. Alla fine degli anni ‘60 Dacia Maraini disse: “Gli intellettuali (guarda caso sempre di sinistra) sono gli unici (guarda caso sempre di sinistra) a dire la verità” (Paese sera del 7 maggio del 1969). Ed ecco che nel maggio del 1978 spunta un intellettuale di sinistra che ricorda, “a coloro che dicono sempre la verità”, che il cinema italiano scappa di fronte al terrorismo. È Pierre Billard che sulle pagine de Le Point del maggio del 1978 a scrivere questo articolo di denuncia: “Questi gruppuscoli terroristici quando i nostri cineasti italiani li hanno messi sotto accusa? Mai. Quali film hanno dedicato al reclutamento, alla preparazione, all’organizzazione di questi fanatici criminali? Nessuno”. Billard definisce questa come una “singolare mancanza, straordinario silenzio, da parte di artisti così lucidi, così realistici, così coraggiosi”. La risposta dei registi italiani è negativa e quasi snobistica di fronte a questo attacco. Francesco Rosi gli risponde: “Vorrebbe che in quattro e quattr’otto si imbastisse un bel film sul sequestro Moro da mandare magari al prossimo festival di Cannes per il piacere di recensori come lui”.
La realtà è che i cineasti italiani non volevano confrontarsi e il sistema di produzione cinematografia di allora lo impediva. Basta prendere esempio da Ugo Pirro, lo sceneggiatore di Un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che propose un soggetto di un terrorista nichilista che arriva a Roma con l’obiettivo di uccidere il Papa (Titolo provvisorio: Crimini oscuri nell’estremo occidente). Se fosse andato in porto il progetto, sarebbe stata realizzata un’altra opera che avrebbe anticipato un fatto come l’attentato in piazza San Pietro del maggio del 1981. Ma allora il progetto fu bocciato perché non bisognava occuparsi di nulla che fosse pericoloso. La conferma viene anche da un altro regista di allora come Damiano Damiani che rivela a l’Espresso del 14 maggio 1978: “Perchè non faccio un film sulle Br? Ma perché per esempio le condizioni attuali della produzione cinematografica in Italia non me lo consentirebbero”. E allora oggi non ci resta che ringraziare Massimo Pirri che allora ebbe il coraggio di fare, nonostante le minacce ricevute, quello che lo “star system italo marxista” non fu in grado di fare perché aveva paura.

(pal) 10 lug 2007 16:01

sabato 7 luglio 2007

L'Eroe dei due blocchi contrapposti

Garibaldi / Quando venne celebrato oltre la Cortina di ferro
--IL VELINO CULTURA--7 luglio 2008


Roma, 7 lug (Velino) - Il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi è stato condito da numerose polemiche. Lo scontro a palazzo Madama tra il presidente del Senato Franco Marini e il senatore dell’Mpa Giovanni Pistorio e l’atteggiamento della Lega, che ha dichiarato il proprio lutto per le celebrazioni garibaldine, hanno riempito le cronache più del dibattito su Garibaldi. Molti osservatori hanno notato come le celebrazioni del bicentenario si siano svolte in tono sommesso. Nulla a che vedere con quelle che si tennero nel 1982, in occasione del primo centenario della scomparsa dell’eroe dei due mondi. Mentre oggi vediamo nella Lega e negli autonomisti siciliani gli avversari principali di Garibaldi, venticinque anni fa ad attaccare il generale nizzardo furono soprattutto i radicali e il Pdup che mal sopportarono quelle commemorazioni. Ma c’è un fatto curioso da ricordare riguardo le celebrazioni tenutesi nel 1982. Allora i paesi del blocco sovietico e Cuba si mobilitarono per ricordare Garibaldi. Un atteggiamento piuttosto stupefacente vista la scarsa simpatia provata da Karl Marx nei confronti dell’eroe dei due mondi. Basta ricordare, infatti, che all’atto della fondazione della Prima Internazionale, nel 1864, Marx non si unì ai saluti dei delegati indirizzati a Garibaldi e anzi lo tenne a distanza, salvo un tardivo riconoscimento in mera funzione strumentale antimazziniana. Ma la storia e la memoria non sempre vanno di pari passo. Il 31 maggio del 1982, il sindaco di Roma Ugo Vetere giunse all’Avana dove il giorno dopo avrebbe inaugurato una lapide posta nel centro della capitale cubana che ricordava il soggiorno di Garibaldi nell’isola caraibica. La presenza di Vetere fu sollecitata dall’allora sindaco dell’Avana in occasione della conferenza dell’unione interparlamentare della quale era presidente Giulio Andreotti. Sulla lapide a ricordo di Garibaldi, fu incisa una frase del patriota e scrittore cubano José Martì, il quale nel 1898 aveva fondato a New York, dove aveva trovato rifugio, il partito rivoluzionario cubano. Lo stesso giorno dell’arrivo di Vetere a Cuba, anche la Bulgaria si mobilitò a favore di Garibaldi. Per celebrare il centenario della morte del generale in camicia rossa, venne tenuto un convegno organizzato dall’Accademia bulgara delle scienze al quale parteciparono personalità della cultura e docenti universitari. Garibaldi godeva e gode tuttora in Bulgaria di grande popolarità, perché nell’Ottocento il risorgimento nazionale trasse esempio e ispirazione dalle sue gesta e dal pensiero di Mazzini. Non a caso il progetto insurrezionale bulgaro del 1876 aveva previsto la costituzione di un corpo dei “mille”. I padri del risorgimento bulgaro, Gheorghi Rakovski, Christo Botev e Vasil Levski ricevettero messaggi, consigli e incoraggiamenti dall’Italia, mentre volontari italiani andarono a combattere in Bulgaria contro gli Ottomani, così come volontari bulgari avevano combattuto nel nostro paese a fianco dei garibaldini. Anche in Romania si tennero delle celebrazioni il 2 giugno di venticinque anni fa. Alla presenza dell’ambasciatore d’Italia Benedetto Santarelli, il vice presidente del consiglio municipale Nicolae Iordache, in rappresentanza del sindaco di Bucarest, accompagnato da rappresentanti del ministero, pose una corona di fiori davanti al busto dell’eroe dei due mondi in una piazza della capitale rumena. Anche l’allora Jugoslavia non fu da meno. La biblioteca nazionale serba di Belgrado ospitò il 3 ottobre una mostra su Garibaldi composta da documenti e cimeli provenienti dal museo del Risorgimento di Milano e dal museo Correr di Venezia (fotoriproduzioni di lettere autografe, ordini del giorno, atti relativi alla vita dell’eroe), forniti dal comune di Firenze (92 foto di piazze italiane che innalzano un monumento a Garibaldi), da collezioni private italiane (fra cui antiche cartoline di Caprera e una lettera di Ricciotti Garibaldi) e dalla biblioteca nazionale di Belgrado (le edizioni in italiano e in serbo-croato di Un garibaldino sulla drina, opera del patriota Barbanti Brodano). L’apertura della mostra coincise con una conferenza in serbo-croato del professore Eros Sequi dell’università di Belgrado su “Garibaldi e gli slavi del sud” e con una lettura di testi garibaldini, in italiano e in serbo croato. Celebrazioni sull’eroe dei due mondi furono organizzate anche dalla Società cecoslovacca per le relazioni internazionali. Il 18 ottobre all’università di Praga si tenne un convegno al quale presero parte, tra gli altri, Josef Polisenski e Vaklav Zacek.

(pal) 7 lug 2007 12:46

martedì 3 luglio 2007

Elogio delle stronzate

Silvio, l’“adorabile gaffeur”
--IL VELINO SERA--3 luglio 2008

di Lanfranco Palazzolo

Roma - Elogio delle stronzate. Qual è il miglior pregio di Berlusconi? Probabilmente è quello di ricorrere a espressioni considerate politicamente non corrette. Ma soltanto quando le pronuncia lui. Proprio ieri a margine di un incontro alla Fiera di Milano, l’ex presidente del Consiglio ha dichiarato: “Ho perso tempo a rispondere in tv alle stronzate di Prodi”. Non è la prima volta che il termine viene citato da Berlusconi. L’anno scorso, in piena campagna elettorale, Prodi aveva accusato le tv di Berlusconi di proporre modelli agli antipodi dei principi cristiani. In quella occasione Berlusconi gli aveva detto: “Mi sono stancato di rispondere a delle stronzate” (Vedi il Corriere della Sera del 5 aprile 2006, pagina 2, “Silvio l’adorabile gaffeur” di Gian Antonio Stella). Il termine passa anche sulla bocca di uomini di sinistra e non ha cittadinanza e colore. Il termine è legato a un sentimento spontaneo, quando si ritiene che l’avversario dica cose che non stanno né in cielo, né in terra. Quando ad Alfiero Grandi (Ds) chiedono perché i sindacalisti non hanno successo in politica, risponde seccamente: “A me sembrano stronzate. Non capisco dove sia il problema” (Il Foglio, 11 maggio 2005). Nel 2005, prima di diventare presidente del Senato, Franco Marini partecipa ad una riunione della Margherita e propone un approccio gradualista per la nascita dei gruppi parlamentari dell’Ulivo, Arturo Parisi lo interrompe: “Franco, hai parlato di cazzate per un listone alla Camera e al Senato. Al massimo forse volevi dire stronzate”. Marini gli risponde così: “No, proprio cazzate. Va fatto solo in un ramo del parlamento. Se no perdiamo voti” (la Repubblica del 19 ottobre del 2005). Il 23 gennaio del 2005 l’Unità, utilizza per la prima volta il termine secondo i dettami volteriani criticando Adriano Celentano per aver fatto riferimento al referendum sulla procreazione assistita nel corso di un suo show: “Noi difendiamo il suo diritto di dire stronzate”. Il Corriere della Sera chiede a Umberto Bossi se suo figlio diventerà il suo successore alla guida del carroccio. Il senatur risponde: “Scrivono stronzate, mio figlio deve fare ancora la gavetta, ci vuole esperienza per fare il segretario” (29 gennaio 2007). Quante stronzate. (pal)

lunedì 2 luglio 2007

L'ultimo canestro di Ualter

Veltroni, il basket e quegli incarichi politici nello sport
--IL VELINO SERA--2 luglio 2009
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Walter Veltroni, il leader in pectore del Pd, è sempre stato un appassionato sportivo, ma anche un amante delle regole nello sport. Agli esordi della sua attività da parlamentare, il sindaco di Roma si interessò immediatamente dello sport attaccando uno dei big politici di allora: Gianni De Michelis, del Partito socialista italiano. Basta leggere l'interrogazione che presentò il 5 ottobre del 1987 (pagina 60) al ministro del Turismo e dello spettacolo, Franco Carraro: “A quanto si apprende sarebbe imminente la nomina dell'onorevole Matarrese a presidente della Federazione italiana gioco calcio. Già la Lega basket è presieduta da un deputato, l'onorevole De Michelis”. Per questo l’attuale sindaco di Roma chiedeva a Carraro “se sia nelle sue intenzioni assumere, come appare necessario, iniziative e misure per stabilire le necessarie incompatibilità tra incarichi di gestione dello sport italiano e responsabilità politiche e istituzionali. Una scelta di questa natura appare indispensabile per salvaguardare l'autonomia dello sport”. Bravo! Peccato che venti anni dopo, il 7 novembre 2007, il sindaco di Roma sarebbe stato nominato presidente onorario della Lega basket, accogliendo questa nomina con grande gioia: “Per un appassionato di basket come me che crede fortemente nelle possibilità di ulteriore sviluppo di questo meraviglioso sport, il riconoscimento costituisce non solo un motivo di orgoglio, ma anche una grande gioia per la quale mi sento di dover ringraziare tutti i componenti dell'Assemblea che hanno voluto concedermi questo onore”. Il primo cittadino della capitale sottolinea in questa occasione che “essendo (la presidenza onoraria, ndr) una carica onorifica e non operativa non inciderà sul tempo dedicato al lavoro di sindaco”. La frase viene smentita nel febbraio successivo, quando il quotidiano Il Messaggero del 13 febbraio del 2007 ricorda che Veltroni è in visita negli Stati Uniti “per promuovere cinema e basket”. A pagina 32 è riportato che “a partire da venerdì prossimo il primo cittadino si trasferirà a Las Vegas dove incontrerà Andrea Bargnani, stella romana della Nba e testimonial dello sport italiano negli Stati Uniti. Per Veltroni, grande appassionato di basket, se non è il massimo, ci manca poco”. Ma i tifosi dell'Olimpia Milano, la popolare squadra di pallacanestro meneghina, non apprezzano. Olimpiaforever non ci crede: “Ma è uno scherzo....”. Meccanodeonte spiega: “Premesso che stimo Veltroni, non è in un certo qual modo un conflitto di interessi?”. Campari non la prende bene e sostiene: “Ma...Porco Cazzo!!! Ma questo deve stare sempre in mezzo a tutte le minestre? Ma faccia il sindaco!!!”. Hobbit ritiene che “Veltroni è da mo' che si occupa di basket, e non solo ristretto all'ambito romano. In fondo la carica non dovrebbe comportare particolari intromissioni, ma avere un politico di un certo peso coinvolto può aiutare tutto il movimento ad avere più peso nelle stanze del potere”. Ah Boh crede che questa presidenza onoraria possa avere degli effetti positivi: “A me farebbe solo piacere che il sindaco della mia città si sbatta 1minimo per il basket...che poi sia magari una trovata per farsi 'vedere' è indiscutibile ma per ora è positivo...vedi i suns dove sono andati....”. Ed ecco che m200 ricorda proprio la presidenza di De Michelis alla Lega basket che lo stesso Veltroni aveva contestato nell'interrogazione del 1987: “Chi si ricorda la mitica presidenza di De Michelis e il faraonico contratto televisivo Rai dell'epoca?”. Non appena incoronato come il leader in pectore del Partito democratico, Veltroni si lascia andare a una frase che evoca il suo impegno per la pallacanestro: “Il basket mi piace sempre di più perché è rapido, è come vorrei che fosse la politica, facile da seguire, entusiasmante, con dei capovolgimenti di fronte” (La Stampa, 28 giugno 2007, pagina 4, “La mia politica? È come il basket”). Già come quello che riguarda gli incarichi dei politici ai vertici delle federazioni sportive! (pal)