sabato 29 settembre 2007

Il Quirinale e la televisione

Quirinale e tv / Breve storia di un rapporto mai idilliaco
--IL VELINO CULTURA--
di Lanfranco Palazzolo - 29 settembre 2008


Roma - Farà ancora molto discutere l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla presenza dei politici in televisione e il loro ricorso alla “passerella” negli studi tv. Non è un attacco diretto al mezzo televisivo quello del capo dello Stato, ma al modo con il quale la politica trascura altre forme di rapporto diretto con i cittadini a scapito delle istituzioni. Del resto bisogna anche dire che il rapporto tra tv e Quirinale non è mai stato idilliaco. E che vi è stato un tempo in cui il Quirinale ha rappresentato l’ago della bilancia nella concorrenza tra trasmissioni televisive, riuscendo persino a battere il calcio. È accaduto con Francesco Cossiga ai tempi del suo settennato presidenziale. Nel giugno del 1991, all’indomani del referendum sulla preferenza unica, infatti, lo stesso Cossiga tenne un’intervista trasmessa lunedì 10 dalle tre reti Rai: venne vista da 9.902.000 telespettatori, superando di gran lunga l’ascolto della “soap” Beautiful (sette milioni), della partita Italia-Danimarca, trasmessa mercoledì 12 giugno del 1991 su Raidue e della sintesi Italia-Urss, trasmessa domenica 16 giugno su Raitre. Solo la partita Norvegia-Italia, trasmessa mercoledì 5 su Raidue superò, con 11.502.000 telespettatori, l’ascolto raggiunto da Cossiga. Oscar Luigi Scalfaro, invece, è passato alla storia come il primo presidente della Repubblica che ha pianto in diretta televisiva. È accaduto nel corso del messaggio di fine anno del 31 dicembre 1992. Qualche giorno dopo Scalfaro si giustificò per quella “debolezza”: “È vero, mi sono emozionato davanti alle telecamere. E sapete perché mi è successo? Perché da quando sono presidente ho assistito a grandi sofferenze, davanti a me, dal vivo, alla mia scrivania, e ho ricevuto innumerevoli lettere di persone delle fedi più diverse, colpite in egual misura dai patimenti più gravi e che mi dicono: presidente, lei deve aiutare l’Italia a rinascere”. La tendenza a mettere sotto accusa la televisione nasce con Carlo Azeglio Ciampi. Anche se a cominciare l’attacco alla televisione ci ha pensato sua moglie Franca affermando che la televisione “è deficiente” e invitando i giovani “a leggere” invece di stare sul piccolo schermo (premio Grinzane, 27 novembre 2001). Nonostante le critiche di Franca, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi telefona alla trasmissione Buona domenica per invitare Marco Pannella e il deputato della Margherita Roberto Giachetti a smettere di fare lo sciopero della fame per la mancata nomina di due giudici della Corte costituzionale. Nel corso della diretta del 21 aprile del 2002 su Canale 5 Ciampi annuncia quindi un suo messaggio alle Camere: “Alcuni giornali oggi hanno fatto riferimento all’ipotesi di un mio messaggio. È una possibilità, a me ben presente, nel caso di deprecabili, ulteriori ritardi”. Ma le critiche della signora Franca fanno breccia al Quirinale. Il 27 aprile del 2004 Carlo Azeglio lancia critiche alla tv dopo le polemiche sull’agghiacciante intervista realizzata da Paolo Bonolis con il serial killer Donato Bilancia durante la trasmissione Domenica In: “I cittadini chiedono sempre più informazione su modelli e comportamenti positivi, d’impegno sociale, nobiltà d’ animo, dedizione al prossimo, sentimenti”, avverte. E sono “stanchi” di negatività, ansia e preoccupazioni “diffuse in tutti gli spazi dell’informazione. Tutto deve essere raccontato senza censure o autocensure se non quelle poste da circostanze professionali e umane”. L’anno dopo Ciampi ribadisce le sue critiche a Cremona, attaccando frontalmente la tv “spazzatura”: “Non si può delegare agli altri la trasmissione di principi-guida validi per tutta l’esistenza. È bene che lo ricordino i padri di famiglia” (6 dicembre 2005). Giorgio Napolitano lascia intendere agli esordi del proprio mandato che la televisione non gode della sua stima anche perché ha il demerito di penalizzare altre forme di comunicazione e di spettacolo accusando i “pubblici poteri e anche televisione e radio di non aiutare il teatro”. Nel corso della cerimonia per la consegna di un premio teatrale, il capo dello Stato spiega ad alcuni artisti: “Il piccolo schermo ha accresciuto la popolarità di molti di voi, ma forse non ha contribuito come avrebbe potuto e potrebbe a diffondere nel grande pubblico l’amore per il teatro…”. Oggi è toccato alle istituzioni curarsi le ferite dai danni della televisione. (pal)

giovedì 27 settembre 2007

Marcia indietro su Vincenzo

Visco, Di Pietro ci ripensa: applausi e attacchi sul blog
--IL VELINO SERA--27 settembre 2007
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Alla fine, il ministro Antonio Di Pietro e il suo gruppo parlamentare al Senato ci hanno ripensato e hanno fatto marcia indietro sulla mozione che chiedeva il ritiro delle deleghe al viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. Nel blog del numero uno delle Infrastrutture gli attacchi contro il viceministro dell’Economia non sono stati graditi da tutti. Tuttavia, i sostenitori di Di Pietro si sono divisi su Visco. Nel suo blog, Di Pietro ha postato la lettera che ha inviato al Corriere della Sera il 24 settembre scorso chiedendo un parere ai suoi sostenitori. F. Pellegrino di Belluno ringrazia comunque Di Pietro: “Abbiamo bisogno di gente come te e come Grillo gente come Visco e Mastella sono una vergogna nazionale. Resta una persona semplice e sarai seguito!”. Naturalmente c’è stato anche chi non ha gradito la temporanea convergenza del ministro con la Cdl, come ha scritto Aless: “Allora, on. Di Pietro, che cosa cerca di ottenere appoggiando la risoluzione della Casa Circondariale della Libertà contro il ministro delle finanze, Suo collega? La lotta per un Parlamento Pulito di cui Lei è alfiere è cosa sacrosanta; ma mettersi con la Casa dell’impunità, questo proprio no!”. Luigi Nigri, funzionario dell’Unione europea, invita Di Pietro a lasciar stare Visco: “Non si accanisca sul povero Visco, persona capace e volenterosa. Il suo contributo alla legalità ripristinata grazie alla lotta all’evasione fiscale è notevole e non va sottovalutato”. Lella Silvi non comprende Di Pietro: “Non riesco a capire questo attacco a Visco da parte sua On. Di Pietro. Credo che la sua storia professionale l’abbia portata ad avere buoni rapporti con gli uomini della Guardia di Finanza, che in un periodo storico difficile della nostra Repubblica hanno contribuito a far luce sulla corruzione della nostra classe politica; credo anche che i militari (compresa la Guardia di Finanza) siano molto gelosi della loro autonomia e della loro ‘indipendenza’, e che mal sopportano l’ingerenza dei civili anche se politici”. Pasquale Fantuzzi spiega di schierarsi contro Visco: “Non si baratta la giustizia con il potere! Butta fuori Visco dal governo, senza temere le conseguenze. Sono un ex elettore dell’IDV (ora passato a Rif. comunista ) che ha voglia di Ri-votarti”. Gabriele Lasca dichiara che non avrebbe votato più Di Pietro se avesse portato avanti le mozioni contro Visco: “Sono un elettore dell’Idv e sono sempre stato favorevole alle sue iniziative. Mi permetta di dirle che stavolta mi trova in disaccordo e se per questo motivo dovesse cadere il governo alle prossime elezioni (ammesso che ci siano prossime elezioni) non so se potrà contare ancora sul mio voto”. Gennaro Colucci arriva anche all’insulto: “Onorevole ministro Di Pietro, ha veramente rotto i marroni Lei e il caso Visco. Pensi a fare il ministro... non a sfasciare il governo di cui Lei fa parte”. Enzo Corsi legge i commenti sulle mozioni che riguardano Visco affermando: “Non si lasci impressionare: si tratta di elementi politicamente schierati che in ogni occasione devono esprimere solidarietà al Governo, anche se in quei casi la correttezza, la serietà e il rispetto delle regole si vanno a far benedire. Altra cosa è la fedeltà al Governo, che mi pare Lei non ha mai messo in forse. Vada avanti così, esprimendo i suoi giudizi, se ritiene che siano corretti, senza ‘sottomettersi’ ai pareri dei più”. (pal)

sabato 22 settembre 2007

Come il calcio italiano ha dimenticato Arpad Weisz

Un allenatore colpito dalle leggi razziali
IL VELINO CULTURA del 22 settembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Forse sono in pochi a sapere che le leggi razziali del fascismo hanno provocato una vittima illustre. Si tratta di Arpad Weisz, allenatore dell’Ambrosiana e poi del Bologna. Weisz portò al successo dello scudetto queste due squadre. Se lo facesse oggi, sarebbe considerato un genio insuperabile del calcio. Lo seppe fare tra gli anni ’20 e ’30, riuscendo in un impresa che solo in pochi hanno raggiunto. Il nome di questo allenatore ebreo di nazionalità ungherese è stato dimenticato da tutti. L’unica traccia visibile dell’insegnamento di Weisz è rimasto nella bravura di Fulvio Bernardini che riuscì a vincere lo scudetto con il Bologna negli anni ’60. Nel 1938 fu costretto a lasciare il nostro Paese per l’introduzione delle leggi contro i cittadini italiani e stranieri di religione ebraica. Fu un vero peccato per il calcio italiano. La sua cacciata dal mondo calcistico italiano fu passata sotto silenzio da tutti i mezzi di informazione e dimenticata dalla saggistica sul calcio. A ricordarne la figura ci ha pensato Matteo Marani, giornalista del Guerin Sportivo che ha pubblicato con Aliberti editore Dallo Scudetto ad Auschwitz - Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. Questo libro merita un plauso speciale perché Marani ha saputo dare una risposta esauriente a un interrogativo che si ponevano in molti senza trovare risposte. Enzo Biagi qualche anno fa si era chiesto: “Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chissà come è finito”. Come fosse finito Weisz non lo sa nemmeno Simon Kuper che pubblica nel 2003 con ISBN il volume Ajax, la squadra del ghetto. Weisz aveva allenato tra il 1939 e il 1941 una squadra olandese, il FC Dordrecht. Ma del suo nome non c’è traccia. Si parla una sola volta di Weisz in Calcio e fascismo (Mondadori) di Simon Martin. Il giornalista inglese ricorda che “gli ungheresi Ugo Meisl e Arpad Weisz avevano contribuito grandemente alla modernizzazione del calcio italiano. In effetti, con crudele disprezzo del suo contributo allo sviluppo del calcio italiano, Weisz, l’ebreo ungherese, fu costretto a rinunciare alla sua professione nel gennaio del 1939, in seguito all’introduzione delle leggi razziali. Venne in seguito deportato e morì in campo di concentramento” (pagina 85). La fine dell’esperienza dell’allenatore ungherese fu accompagnata dal silenzio dei mezzi di informazione sportiva. Ad emettere la sua condanna a morte ci pensò lo stesso Benito Mussolini che modificò il decreto sulla discriminazione degli ebrei che imponeva a quanti di loro fossero stranieri di lasciare l’Italia. La prima stesura aveva previsto l’espulsione per gli ebrei che risiedevano in Italia nel 1933. Ma il presidente del Consiglio pensò di anticipare la data dell’espulsione al 1919. Il Calcio illustrato aveva descritto Weisz così nel 1937: “Troverete rilievi originali e profondi, e nel complesso la prova di un’intelligenza purtroppo non comune nei nostri allenatori. Non per nulla questo ungherese ha vinto, sinora, tutti i campionati a girone unico lasciati liberi dalla Juventus”. Ma quando l’allenatore ungherese fu costretto a lasciare l’Italia, lo stesso Calcio illustrato liquidò quell’allenatore “intelligente” con due righe: “Quanto a Veisz (il nome autarchico stabilito dal fascismo, ndr) sembra che lascerà l’Italia a fine anno”. In Italia nessuno riuscì davvero a comprendere le ragioni che avevano spinto Weisz in Italia. L’allenatore cercò fortuna a Parigi dove trovò una città nella quale l’ideologia nazista aveva fatto strada prima della guerra. Tra il gennaio del 1938 e l’inizio della primavera di quell’anno Weisz cercò un ingaggio con una squadra francese e trovò solo l’ostilità di un ambiente calcistico prevenuto verso gli ebrei. Ne è un esempio Alexandrè Villaplane, capitano della nazionale francese ai mondiali di calcio del 1930, che divenne nel 1940 collaboratore della Gestapo e fu condannato a morte nel 1944 dopo la liberazione della Francia. Una possibilità di riscatto per Weisz arrivò da una squadra olandese di prima divisione, il FC Dordrecht. Weisz riuscì a guidare questa formazione per tre stagioni, collezionando una salvezza e due cinque posti da ricordare per la sconfitta inflitta per due volte al Feyenoord, una delle squadre più forti dell’epoca. L’invasione nazista del suo Paese avrebbe ucciso ogni speranza della famiglia dell’allenatore olandese che fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. Per Weisz il passaggio dal campionato italiano a quello olandese fu traumatico. L’allenatore pensava spesso all’Italia e a quel calcio che aveva abbandonato e avrebbe pagato la follia di una guerra inutile che avrebbe travolto tutto. Anche quel calcio che Weisz amava e che aveva contribuito ad innovare con la sua bravura. (pal)

Piccola storia dell'insulto parlamentare

Quando Montecitorio diventa un “ring”
IL VELINO CULTURA del 22 settembre del 2007
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Giancarlo Pajetta)

Roma - Qualche giorno fa, la Corte di cassazione si è pronunciata in merito a un ricorso presentato dal primo cittadino del Comune di Buccino (Ba) che era stato accusato da un consigliere comunale di clientelismo e di voto di scambio. Con la sentenza numero 34.849 della quinta sezione penale, il ricorso ad affermazioni volgari o insulti per stigmatizzare gli avversari è stato però giudicato non perseguibile, in quanto, questa la motivazione, “il linguaggio di molti politici di livello nazionale, ed in alcuni casi addirittura dei leaders, si è talmente involgarito ed è divenuto così aggressivo, che non deve meravigliare se poi rappresentanti politici locali imitino i propri capi”. Sarà, ma la motivazione convince fino a un certo punto. Soprattutto la dove si afferma che il linguaggio politico si è involgarito ed è divenuto così aggressivo “negli ultimi tempi”. la verità è che il linguaggio dei politici è sempre stato molto volgare, e molto spesso, e dai tempi dei tempi, Montecitorio è stato trasformato in un ring dove non sono certo state risparmiate parolacce e insulti feroci. Ai tempi della I legislatura (1948-1953) l’ex partigiana Gina Borellini si rivolse al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi apostrofandolo come un “assassino”. Per giustificarsi, la parlamentare del Pci spiegò poi che aveva rivolto al capo del Governo un’accusa di natura politica. Renzo Laconi, noto a Montecitorio come il sosia di Giulio Andreotti, prima di diventare capogruppo del Pci attaccò duramente Mario Scelba definendolo come “un criminale assassino, con le mani sporche si sangue” (1 dicembre 1949). Giancarlo Pajetta fu molto duro con il ministro del Commercio con l’Estero Ugo La Malfa definendolo come “un lustrascarpe di ogni ambasciatore americano” (30 aprile del 1952). Non è andata certo meglio a Giovanni Roberti (Msi) che porta a casa questo bel complimento dallo stesso Pajetta il 3 luglio del 1956: “Servo degli hitleriani!”. Randolfo Pacciardi nega di essere d’accordo con Giovanni Leone specificando che se lo fosse, lui ed altri sarebbero “Cornuti e razziati!” (19 luglio 1958). Il deputato missino Clemente Manco si ispira alle sacre scritture quando definisce Aldo Moro come “ipocrita, gesuita!” (5 agosto del 1960). A Manco si associa Domenico Leccisi che apostrofa lo statista che sarebbe stato assassinato dalle Br come un “fariseo!”. Mario Alicata (Pci) critica il parlamentare della Dc Renato Quintieri. Prima gli ricorda che gli fa “pietà” e poi lo definisce uno “stupido” (2 aprile del 1965). Alfredo Covelli accusa Ugo La Malfa di essere “un vile”, e il segretario del Pri gli risponde con fierezza: “Io la disprezzo!” (2 maggio del 1967). Intanto, l’immancabile Pajetta si tiene in allenamento e si rivolge ad Aldo Moro con “lei è un servo” (13 luglio del 1967). Il più grosso incassatore della storia parlamentare è senza dubbio Pannella che si è beccato gli sputi di Pajetta al grido di “mascalzone!” ai tempi del dibattito per l’autorizzazione all’arresto di Toni Negri nel 1983. Il leader radicale ha collezionato nella VII legislatura centinaia di “buffone” e “cialtrone”. Un eccellente allievo di Pajetta è stato Mario Pochetti, frusta del gruppo comunista alla Camera, che non ha mai sopportato Pannella interrompendolo in ogni occasione. Una volta lo provocò: “Da quando ha preso a nitrire, Pannella?”. Pannella gli rispose: “Da quanto ti sento ragliare per solidarietà di specie” (6 marzo 1986). La Cassazione è servita. (pal)

sabato 8 settembre 2007

Madre Teresa, per Licio Gelli nessun miracolo....

Madre Teresa / Chiese il Nobel per Gelli e consolò Andreotti
IL VELINO CULTURA dell'8 settembre 2007

di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni si è scritto molto per ricordare i dieci anni dalla scomparsa di Madre Teresa di Calcutta. La stampa italiana si è interessata della beata albanese per un falso scoop sui suoi tormenti religiosi, ma nessuno ha pensato di ricordare che tipo di rapporti ha avuto Madre Teresa di Calcutta con alcuni personaggi pubblici italiani. La prima curiosità che salta agli occhi è relativa ai rapporti della beata con Licio Gelli. Lo scorso anno, il venerabile maestro della P2 ha consegnato all’archivio di Stato il suo archivio personale. La documentazione relativa alle carte di Gelli viene esaminata da un gruppo di studiosi che selezionano alcuni dei documenti più importanti. In uno di questi c’è l’appoggio da parte di Madre Teresa di Calcutta per la candidatura di Gelli al premio Nobel per la cultura. Quella di Madre Teresa è una delle 59 lettere di appoggio a Gelli che ha sempre amato la poesia. A fare la scoperta sono stati Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema, e lo storico Aldo A. Mola che giustifica così il tentativo di Gelli di concorrere al Nobel: “La loggia P2 era stata appena scagionata da ogni imputazione di cospirazione politica. Le ambizioni di Gelli si spiegano con il tentativo di sfruttare il momento favorevole ribaltando l’onda della vergogna in un clamoroso successo” (Corriere della Sera del 17 febbraio del 2006). Chi invece si trovava nell’onda della vergogna all’inizio degli anni ‘90 era Giulio Andreotti. Il senatore a vita ha raccontato nel 1999 che Madre Teresa “venne da me nella primavera del 1993”, nel periodo più duro delle accuse di collusione dell’esponente della Dc con la mafia. Ad Andreotti, Madre Teresa di Calcutta disse: ‘Non ti preoccupare, non ti devi preoccupare’. Allora pensai - ricorda l'ex premier - a un semplice incoraggiamento. Ora rivedo i suoi grandi occhi fissi e buoni su di me. Voleva dirmi che sarei stato assolto, ora io penso. Non so se ne abbia parlato al Papa” (Il Giorno del 25 ottobre del 1999). Anche Pier Paolo Pasolini ha incontrato la suora albanese all’inizio degli anni ’60 senza però ottenere alcuna rassicurazione o lettera di sostegno. Di questo incontro resta una traccia nel libro L’odore dell’India (Longanesi - 1962). “Ho conosciuto dei religiosi cattolici. E devo dire che mai lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce; un trapianto splendidamente riuscito. A Calcutta, Moravia, la Morante e io siamo andati a conoscere Suor Teresa, una suora che si dedica ai lebbrosi. (...) Suor Teresa è una donna anziana, bruna di pelle perché è albanese, alta, asciutta, con due mascelle quasi virili e l’occhio dolce, che, dove guarda, ‘vede’. Assomiglia in modo impressionante a una famosa Sant’Anna di Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali, senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica”. (pal)

lunedì 3 settembre 2007

Lizzani ei tempi di "Roma fascista"

Cinema e antisemitismo/
Lizzani da Suss l’ebreo a Hotel Meina
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 3 settmbre 2008
(A destra la locandina di Suss l'ebreo)

Roma, 3 set (Velino) - Tra i film presentati al Festival del cinema di Venezia ha fatto molto discutere Hotel Meina diretto da Carlo Lizzani e tratto dall’omonimo romanzo di Marco Nozza. La pellicola ricostruisce una vicenda accaduta all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 tra gli Alleati e l’Italia. La vita di Noa, della sua famiglia e di tutti gli ospiti dell’albergo Meina sul lago Maggiore viene sconvolta dal brutale arrivo di un plotone delle SS che rinchiude gli ebrei costringendo tutti a una settimana di terrore e attesa. Drammaticamente combattuti tra il desiderio di fuga e la speranza della fine della guerra, i prigionieri vivranno un’assurda settimana chiusi in questa lussuosa gabbia di paura e dolore che è appunto l’hotel. Alla fine verranno uccise 56 persone. L’opera cinematografica non ha riscosso consensi unanimi. L’autore del film ha romanzato molto la realtà allargando le maglie della storia e inserendo nel film episodi non accaduti realmente. Lo scorso 25 febbraio la Stampa ha titolato: “Il film di Lizzani offende gli ebrei”. Il regista si è così difeso: “Penso che ogni volta in cui si decide di fare un film su vicende realmente accadute, ci si imbatte in qualche ostracismo da parte di familiari, amici e conoscenti di quelle persone. D’altronde – ha proseguito Lizzani -, quando si lavora con la finzione, bisogna anche potersi prendere delle libertà artistiche. Detto questo sono sicuro che i sopravvissuti alle vicende dell’hotel Meina troveranno il film assolutamente rispettoso riguardo ai fatti e alle vittime della strage”.
Becky Behar, unica sopravvissuta di quel massacro, aveva solo 13 anni quando si verificarono i tragici fatti. Oggi si schiera contro quel film: “Questa sceneggiatura non racconta i fatti accaduti all’hotel Meina, non racconta la mia storia né quella dei miei amici che ho visto morire – ha spiegato la Beahr -. Mai come ora le immagini influenzano e hanno più presa di quanta non ne abbia la parola scritta o una testimonianza. Che credibilità posso avere con i giovani dopo un film del genere?”. La Behar ha aggiunto che dopo aver letto la sceneggiatura di Lizzani non ha più dormito. Una delle ragioni del risentimento della donna, riguarda l’inserimento nel film della figura di un nazista buono che nella realtà non è mai esistito. Lizzani ha dichiarato di essere venuto incontro alla Behar dando l’assenso alle modifiche che aveva chiesto, tranne una: quella riguardante il permissivismo dei nazisti nei confronti degli ebrei che venivano lasciati liberi di uscire dall’albergo. Lizzani spiega: “I tedeschi lasciavano uscire alcuni prigionieri, avendone però i parenti in ostaggio. Crudele gioco del gatto con il topo” (Giornale dello scorso 24 agosto). Becky Behar non era presente a Venezia e molti dubitano che possa esserci un incontro di chiarimento tra lei e il regista.
Anna Cardano, presidente dell’Anpi di Novara ha denunciato: “Non hanno invitato Behar alla ‘prima’, né le hanno comunicato cambiamenti alla sceneggiatura o offerto di visionare scene del film. Non mi pare che siano segni di una disposizione positiva nei confronti delle sue legittime richieste di correzione”. Non è la prima volta che Lizzani è “protagonista” di una polemica con gli ebrei. Nel libro di Mirella Serri I redenti – Gli intellettuali che vissero due volte (Corbaccio, 2005) è stato ha ricordato l’appoggio che diede Lizzani alla principale opera cinematografica del nazismo antisemita, Suss l’ebreo, uscito alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il film era una manipolazione nazista dell’omonimo romanzo di Lion Feuchtwanger. Il gerarca nazista Heinrich Himmler ordinò la visione obbligatoria di Suss l’ebreo a tutte le truppe e alle SS. L’opera fu recensita su Roma fascista del 9 ottobre del 1941 dal giovane Lizzani che trovò il film bellissimo e “ottimamente riuscito”, aggiungendo che “è un organismo così accuratamente costruito (che) se calato nel tempo, ne sforza naturalmente i limiti, ne piega la presunta autorevolezza con il peso delle nuove tesi, al contrario, ad esempio di quanto avviene in alcuni assai citati film storici”.
In quel periodo Lizzani sosteneva la necessità di un intervento deciso della politica nel cinema “come un’arma di propaganda in mano allo Stato totalitario che deve esserlo sempre più” (Roma Fascista, 15 gennaio 1942). Nell’ottobre del 2005, nel corso di un dibattito su “Intellettuali italiani tra fascismo e postfascismo”, Lizzani affermò che era ora di farla finita di utilizzare la parola “fascista” come sinonimo di assassino e criminale facendo notare come la dittatura non fu solo oppressione e reazione culturale. Usando il lemma “fascista” come insulto, disse nell’occasione il regista, si è finiti per sottovalutare la “geniale” capacità di Mussolini nell’incoraggiare sviluppo e modernità. Il dibattito venne seguito il 18 ottobre 2005 dalla Stampa con un articolo firmato da Mirella Serri la quale, curiosamente, non fece menzione del passato fascista del giovane Lizzani di cui lei stessa aveva fornito ampia testimoniananza nel suo libro.

(pal) 3 set 2007 13:27