sabato 27 ottobre 2007

La famiglia Clinton di fronte alla questione felina

I Clinton e quel gatto “poco presidenziale”
--IL VELINO CULTURA--27 ottobre 2008

di Lanfranco Palazzolo (A destra "SOCKS")

Roma, 27 ott (Velino) - Il Sunday Times ha dedicato ampio spazio a “Socks”, il gattino della ex first lady, Hillary Clinton, “abbandonato” durante il trasloco dalla Casa Bianca alla fine del 2000. Secondo alcuni fini psicologi, questo comportamento della aspirante presidente degli Stati Uniti rivelerebbe il suo punto debole. Per la cronaca, il gatto fu affidato a Betty Currie, la segretaria personale del presidente: la motivazione ufficiale è stata che per “Socks” (letteralmente “Calzini”) nella nuova casa non ci sarebbe stato abbastanza spazio. Un comportamento che avrebbe dato il fianco a molte critiche all’indirizzo di Hillary Clinton. Ma ad aprire il fuoco e a orientare il Sunday times contro la signora Clinton è stata la bellissima Caitlin Flanagan sulle pagine di The Atlantic Monthly. La Flanagan, che è anche un’autorevole giornalista del The New Yorker, è una donna molto sensibile, ma è soprattutto una sociologa che segue il comportamento della donna moderna. Per questa ragione ha accusato Hillary di avere un comportamento “freddo e calcolatore”. Soprattutto sulla stampa italiana, qualcuno è arrivato anche ad azzardare una perdita di voti da parte della senatrice democratica in vista delle elezioni primarie del suo partito. Ma Flanagan torna su una notizia largamente risaputa senza toccare il dualismo tra cani e gatti all’interno della Casa Bianca. Quando ha lasciato la Casa Bianca, la famiglia Clinton ha abbandonato il gatto, ma non ha lasciato invece il cane Buddy che ha invece, per qualche mese, ha trovato una comoda cuccia nella sua nuova abitazione, la villa di Chappaqua, alla periferia di New York. Dove in realtà c’era posto anche per il gatto Socks. Ma la sorte del labrador Buddy non è stata felice. I Clinton non si sono curati più di tanto di lui e nel gennaio del 2002 l’opinione pubblica mondiale è stata informata che il cane era stato investito da un’auto mentre i coniugi erano altrove. Bill e Hillary Clinton fecero un comunicato nel quale scrissero: “È stato un compagno leale. Siamo rattristati per questa perdita”. Però quel cane non meritava di morire abbandonato così. E pensare che quando Bill Clinton presentò Buddy alla stampa citò una frase di Harry Truman: “Se vuoi contare su un amico a Washington, hai bisogno di avere un cane”. Clinton fece questa mossa per soppiantare il gatto Socks che indeboliva la sua immagine di presidente. Infatti, quando nel novembre del 1992 i Clinton fecero il loro ingresso alla Casa bianca, il pubblicitario Mike Deaver, che aveva seguito la presidenza di Ronald Reagan (1981-1988) disse con disappunto: “Il cane è presidenziale, il gatto no. Il cane rievoca immagini di caccia, di virilità, di divertimento e di schiettezza. Al contrario, il gatto è infido, femmineo, lunatico”. Per questa ragione, ogni volta che i giornalisti sono entrati nella Casa Bianca e hanno incontrato Clinton, nelle loro cronache non mancava mai la presenza di Buddy. Il cane è presente nelle conversazioni tra Bill Clinton e Walter Veltroni nel gennaio del 2001. Ritroviamo il cane anche nelle trattative di Washington tra Yasser Arafat e Beniamin Netanyahu. Clinton lo accarezza labrador mentre dispensa consigli alle parti che devono raggiungere un difficile accordo nell’ottobre del 1998. Nel giugno dello stesso anno, il cane interrompe abbaiando una conversazione tra Boris Eltsin e il presidente americano. La notizia rimbalza su tutti i mezzi di informazione nazionali e internazionali. Un altro episodio illuminante avviene nel luglio del 2000 quando Bill Clinton ratifica online la legge sulla firma elettronica utilizzando la password Buddy in onore del suo cane. L’animale domestico è vicino alla famiglia Clinton nei momenti difficili del “caso Lewinsky”. E il gatto Socks cosa ha fatto in questo periodo? A lui ci ha pensato in qualche modo Hillary Clinton che ha pubblicato Dear Socks, Dear Buddy: Kids Letters to the First Pets (Simon & Schuster – 2003). Il libro ha venduto 500 mila copie. Una bella fortuna per i Clinton che hanno devoluto il ricavato di quel volume in beneficenza. Nel libro c’era anche un capitolo nel quale veniva insegnato ai bambini come prendersi cura degli animali domestici. Rileggere oggi quella lezione è singolare se si pensa che i due animali, non appena i Clinton hanno lasciato la loro prestigiosa dimora, sono finiti rispettivamente in affidamento alla segretaria e l’altro è stato investito da una macchina. Negli otto anni alla Casa Bianca questi due fatti non si sarebbero mai verificati.

(pal) 27 ott 2007 11:15

sabato 20 ottobre 2007

Allende come non lo avete mai visto

Libri / Quando Allende sosteneva tesi da Terzo Reich
--IL VELINO CULTURA--di Lanfranco Palazzolo
20 ottobre 2007

Roma, 20 ott (Velino) - “È più facile morire in battaglia che dire la verità in politica”. Con questa massima di Gilbert Keith Chesterton, uno degli scrittori inglesi che conobbe le difficoltà della piccola editoria inglese, si apre il volume del germanista e docente di filosofia Victor Farìas Salvatore Allende. La fine di un mito (Medusa), uno dei libri più controcorrente dell’ultimo decennio. Farìas ha dovuto faticare le cosiddette sette camicie per riuscire a far entrare nel mercato editoriale cileno questo libro che oggi giunge nelle librerie italiane. Sono state almeno 16 le case editrici che gli hanno sbattuto la porta in faccia, fino a quando la piccola Editorial Maye gli ha concesso la possibilità di far uscire il suo precedente libro Salvador Allende, antisemitismo y eutanasia. Farìas ha avuto il merito di riportare alla luce in questi due libri il passato del leader di Unidad Popular, un passato legato all’antisemitismo e all’intolleranza contro gli omosessuali e favorevole all’eugenetica. Colpisce il fatto di vedere nell’album dei ricordi del presidente cileno, personaggi quali Cesare Lombroso e Nicola Pende, uno degli studiosi che sottoscrisse il manifesto fascista per la difesa della razza. Farìas parte da una domanda semplice “Chi era realmente Salvator Allende?”. Nel libro si mischiano le ricerche storiche e le esperienze personali dell’autore che ricorda quando, trovandosi in coda per entrare in un cinema di Santiago, vide irrompere il senatore Allende che evitò la fila pretendendo immediatamente il biglietto scavalcando i clienti della sala. Ricordi che fanno male soprattutto a chi ha sempre speso una parola di stima per il presidente cileno morto durante il colpo di Stato dell’11 settembre del 1973. Il volume analizza passo per passo la tesi di laurea di Salvator Allende dal titolo Higiene mental y delinquencia (1933), approvata “con giudizio medio” dalla commissione universitaria, nella quale l’aspirante medico chirurgo copiò le tesi di Nicola Pende sostenendo la necessità di “classificare gli umani inquadrandoli entro analogie somatiche e psichiche similari”. Secondo Allende, il “parassitismo sociale” includeva il “pazzoide sociale”, “lo zingaro”, “il gitano”, “il mendicante” e “il vagabondo”. Farìas è stato dipinto da molti come un mitomane alla ricerca di popolarità. Una tesi poco credibile, dal momento che si tratta di uno studioso di tutto rispetto, che ha scritto saggi di rilievo come Heidddger e il nazismo e che per il libro su Allende si è avvalso dell’aiuto di docenti universitari di medicina dell’antichità come Mariacarla Gadebusch Bondio. Ma Farìas segue Allende anche quando questi diviene ministro della Salute nel 1939 e cerca di mettere in pratica i suoi studi universitari presentando, durante il governo frontista di Pedro Aguirre Cerda, un progetto di legge teso a sterilizzare i malati di mente e gli alcolisti. Bisogna dire che il quadro della sinistra sudamericana dei decenni precedenti è raccapricciante se pensiamo che Josè Carlo Maratergui escluse cinesi e negri nel Partito comunista peruviano a causa della mancanza di radici nella terra in cui erano insediati. Non fu da meno Carlos Altamirano, segretario del Partito socialista cileno, che arrivò a “mandare al diavolo Mosè” e a scrivere: “Mosè è un vecchio infelice, un vecchio impotente ed amareggiato; l’unica cosa che ha fatto è stata traumatizzare l’umanità per duemila anni”. Questo terreno ideologico ha forse impedito ad Allende e al suo partito di sostenere con forza l’espulsione dal Cile del criminale nazista Walter Rauff, incaricato da Himmler di preparare un commando per sterminare i 600.000 ebrei della Palestina nel caso di una vittoria italo tedesca nel 1942 in Egitto. La Corte suprema del Cile non si pronunciò a favore dell’estradizione e nemmeno Allende decise di pronunciarsi a favore della cacciata di Rauff dal paese. Ma l’aspetto più sorprendente è che alcune tesi elaborate in passato da Allende sono state riprese oggi dai politici cileni. Farìas scrive: “Quando il lavoro era già terminato, m’imbattei in un brillante articolo di Fernando Orrego Vicùna, docente alla facoltà di Medicina dell’università del Cile e dell’università di Los Andes, che denunciava come nel 2000 il ministero della Salute del governo di Riccardo Lagos avesse introdotto, in forma surrettizia e senza consultarsi o confrontarsi con l’opinione pubblica e con il Parlamento, alcune norme che legalizzavano la sterilizzazione di massa e forzata di malati di mente, anche per disposizione di ‘terzi’ non meglio definiti. Orrego Vicuna scrive, a ragione, che questa politica ricordava le campagne di sterilizzazione naziste. La disposizione ministeriale era firmata da Michelle Bachelet Jeria e suonava, ovviamente, come la resurrezione macabra e velata del progetto di sterilizzazione del suo celebre predecessore socialista”.
(pal) 20 ott 2007 11:04

martedì 16 ottobre 2007

Le ultime 24 ore di Pio IX statista

“L'ultimo giorno del Papa Re”
IL VELINO CULTURA, 16 ottobre del 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - È uscito in questi giorni il libro di Roberto Di Pierro L’ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia (Mondadori), un volume che racconta come i romani vissero la drammatica giornata che pose fine allo Stato della Chiesa e al potere temporale dei papi. Di Pierro ha concepito un libro scorrevole, raccontando gli eventi di quel giorno come se si svolgessero al presente, descrivendoci ora dopo ora la situazione dentro e fuori le mura di Roma. L’assenza delle note è compensata da un’ampia bibliografia finale e dalla descrizione dei luoghi della memoria romana del 20 settembre 1870. Di Pierro aveva scelto lo stesso tipo di narrazione anche per il suo precedente libro: Il sacco di Roma. 6 maggio 1527: l’assalto dei Lanzichenecchi (Mondadori, 2002). Da cronista corretto e puntuale, Di Pierro esce fuori dalla retorica patriottica del Risorgimento per descrivere i fatti di quel giorno come avvennero realmente. Lo stesso autore ammette che il “20 settembre non ci fu affatto nulla di eroico anche se i pontifici e l’esercito del Regno fecero di tutto per parlare”. La Roma di Di Pierro è la città che ci hanno presentato tanti storici che hanno avuto modo di raccontare i drammi della Capitale nei momenti difficili, come fece egregiamente Aurelio Lepre in Via Rasella: leggenda e realtà della Resistenza a Roma (Laterza, 1996). Città più sporca d’Italia dopo Napoli, come narrano le cronache di allora, Roma assistette immobile e quasi indifferente all’ingresso dei bersaglieri a Porta Pia. Lo testimoniano in qualche modo le parole del cardinale Gioacchino Pecci che irruppe gridando nel palazzo della Consulta la sera del 19 settembre del 1870 in una sala dove alcuni alti prelati erano impegnati a giocare a calabresella: “Ma che calabresella, altro che calabresella. Domani gli italiani entrano e voi giocate a carte”. Gli alti prelati non si scomposero più di tanto pensando che il giorno dopo non sarebbe accaduto nulla. Chi non rimase sorpreso dall’attacco fu il generale Hermann Kanzler, comandante dell’esercito pontificio, che non ci stava a compiere una difesa puramente simbolica della capitale. Dal suo quartier generale di Palazzo Wedekind (oggi sede del quotidiano Il Tempo), Kanzler cercò in ogni modo di ritardare l’ordine di resa delle truppe pontificie e aveva studiato anche un piano di contrattacco con un sogno proibito: sconfiggere l’odiato Nino Bixio che aveva promesso vendetta contro il clero romano dopo la disfatta della Repubblica romana nel 1849. Del resto, il Vaticano temeva il suo arrivo e pensavano che con lui ci fosse anche l’odiato Garibaldi. Tra le vicende meno conosciute ricordate da Di Pierro va sottolineata quella riguardante il capitano Enrico Roversi e il maggiore Fortunato Rivalta, alti ufficiali dell’esercito pontificio che nel 1849 avevano combattuto con i garibaldini per poi essere riammessi nei quadri delle truppe papaline. In particolare, Roversi aveva avuto l’onore di ricevere una lettera di elogi dallo stesso Garibaldi nella quale l’eroe dei due mondi scrisse “che il cittadino tenente Roversi merita singolare considerazione”. Quel 20 settembre 1870 Roversi e Rivalta si trovarono schierati contro Nino Bixio. Viene ricordata anche la vicenda del fante italiano Giuseppe Spagnolo, catturato dai soldati pontifici e portato all’ospedale Santo Spirito dopo aver combattuto la sera del 19 nella zona di San Lorenzo. Prima di morire, Spagnolo si confessò al sacerdote dicendo di essersi pentito di aver attaccato la città del papa: “Che cosa volete padre mio, non ero forse costretto?”. L’assalto dei bersaglieri a Porta Pia fu l’immagine dell’incertezza del nascente Regno d’Italia. I soldati spuntarono fuori dalle radure intorno a Porta Pia e finirono per arrivare sotto la breccia in maniera disordinata. Per gli zuavi del papa fu un gioco da ragazzi uccidere e ferire quei bersaglieri che cercavano confusamente di entrare nella città. Non appena fu decretata la resa, inoltre, alcuni patrioti romani improvvisarono una manifestazione di gioia in largo di Santa Susanna con il rischio di essere uccisi dai soldati pontifici in ritirata verso piazza San Pietro. Li salvò la delegazione pontificia che si stava recando a villa Albani per trattare la resa con il generale Raffaele Cadorna. Ma per capire il clima che regnava nella Città Eterna bisogna andare in Campidoglio. La mattina del 20 settembre non si presentò nessuno negli uffici dell’amministrazione romana. Su ordine di Nino Costa, capo provvisorio dell’amministrazione capitolina, i soldati italiani andarono a prelevare nelle loro abitazioni i funzionari e i dipendenti del Comune invitandoli a continuare il loro lavoro per il bene della città. “Nessuno ha battuto ciglio, né ha detto verbo”, scrisse lo stesso Nino Costa in seguito. E la città riprese a vivere anche senza il Papa Re. (pal)

giovedì 11 ottobre 2007

Veltroni e l'indulto

Veltroneide /1. L’indulto, critica senza autocritica
IL VELINO CULTURA, 11 ottobre del 2007
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Il leader in pectore del Pd attacca l’indulto: “Ho visto le conseguenze nella mia città, a Roma, e non sono state positive”. Con queste dichiarazioni al settimanale Gente il sindaco di Roma ha riaperto il dibattito sul provvedimento di clemenza approvato al Parlamento lo scorso anno. Queste dichiarazioni hanno indispettito il ministro della Giustizia Clemente Mastella che gli ha risposto: “Il suo partito ha votato l’indulto se il suo partito non l’avesse fatto non ci sarebbe stato l’indulto. Se uno se ne ricorda dopo un anno...”. Mastella si sbaglia a indicare solo il partito. In realtà proprio Veltroni ha fatto della battaglia per l’indulto una sua bandiera, sia da segretario dei Ds che da sindaco di Roma. Forse la critica del primo cittadino della capitale sarebbe dovuta essere accompagnata da un’assunzione di responsabilità politica precisa. Dell’opportunità di varare un indulto del resto parlò per primo, tra i leader politici, proprio Veltroni nel giugno del 2000 per rispondere, durante l’Anno santo, alle sollecitazioni di Giovanni Paolo II e venne illustrata dal responsabile giustizia dei Democratici di sinistra Carlo Leoni in un’intervista al Manifesto il 28 giugno del 2000 nella quale sosteneva che “questo (l’indulto, ndr) è lo strumento più adatto per intervenire con rapidità” (“Il nostro indulto”, il Manifesto. Quando il 14 novembre del 2002 il Papa parlò alle Camere il sindaco di Roma concordò con la proposta di Giovanni Paolo II di un atto di clemenza nei confronti dei detenuti. All’indomani dell’intervento in aula del Santo Padre, Veltroni chiese infatti di far seguire “agli applausi al Papa le decisioni”. Il sindaco della Capitale ritornò sull’indulto qualche settimana dopo pronunciando queste parole: “Il Papa ha ricevuto applausi unanimi in Parlamento, c’è da augurarsi che agli applausi seguano comportamenti coerenti”. Il sindaco di Roma Walter Veltroni pronunciò queste parole il 27 dicembre del 2002 durante la presentazione delle borse-lavoro sostenute dal Campidoglio per il reinserimento lavorativo di 10 detenuti. Tre anni dopo, alla vigilia di Natale del 2005, il sindaco di Roma dichiarò di aderire alla marcia a favore dell’indulto assicurando che Roma avrebbe accolto la marcia “con lo spirito che è proprio a essa, aperto e solidale”. Ma le iniziative veltroniane a favore dell’indulto non finiscono qui. Alla fine di luglio del 2006, dopo l’approvazione dell’indulto, il Comune annunciò un piano cittadino (il piano viene presentato il primo agosto) che aveva lo scopo di assistere e facilitare il reinserimento sociale dei detenuti che sono “in condizioni di fragilità” e che “lasceranno il carcere in seguito all’indulto approvato dal Parlamento”. In quella occasione, il sindaco Veltroni sottolineò che “è dovere di una comunità cercare di favorirne il ritorno a una vita normale, lontana il più possibile da ogni forma di criminalità”. (pal)

lunedì 8 ottobre 2007

Le rumorose bataglie del comandante Mark

Corriere della Sera, pagina 30
8 ottobredel 2007
di Carlo Vulpio
Recensione di "A sinistra del Pci"
Quando Grillo si chiamava Pannella era il 1976. E infatti, Pannella Giacinto detto Marco, eletto deputato con il Partito radicale, apostrofava così i colleghi della Camera: «Cosa saremmo noi radicali, antiparlamentari, perché chiediamo al Parlamento di attuare la Costituzione? Antiparlamentari siete voi!».
Qualcuno può dire in coscienza che l’invettiva del «comandante Mark» contro «il regime Dc-Pci-Psdi-Pri-Psi-Pli» (sembra il leit motiv di una famosa canzone di Rino Gaetano di qualche anno dopo, ma è pura prosa pannelliana) sia tanto diversa da quella lanciata l’8 settembre scorso da Beppe Grillo («Noi l’antipolitica? L’antipolitica siete voi»)? Difficile.
E su destra e sinistra? Se poco poco non le si considera categorie dello spirito e si osa chiedere pragmaticamente conto del loro contenuto, ecco scattare gli stessi anatemi di «qualunquismo» e «sfascismo». Sembra una malattia recidiva. Accade a Beppe Grillo oggi, ma era già successo a Pannella trent’anni fa. Con alcune aggravanti. Primo, Pannella (e Mellini, Spadaccia, Faccio, Aglietta, Bonino) faceva parte di un gruppo parlamentare di 18 deputati e 3 senatori, che arrivò a raccogliere un milione e trecentomila voti. Secondo, Pannella meritava, alla luce degli avvenimenti di questo trentennio, più d’essere ascoltato allora che non sentirsi dare ragione oggi. Terzo, le critiche più feroci a Pannella vennero (come a Grillo) soprattutto da sinistra.
Le ragioni di questa sorta di psicotica «coazione a ripetere» si capiscono meglio leggendo la raccolta ragionata, curata da Lanfranco Palazzolo, dei discorsi parlamentari del leader radicale nel triennio 1976-79 (Marco Pannella. A sinistra del Pci, Kaos edizioni, pp. 516, € 23). Pannella aveva già chiarito cosa intendesse dire per «stare a sinistra del Pci» prima che i radicali entrassero in Parlamento. Lo aveva fatto in un’intervista a Pierpaolo Pasolini pubblicata da il Mondo nel 1974.
«In fondo un libertario di oggi, pur restando sostanzialmente fedele alla destra storica - disse Pannella -, si colloca politicamente alla sinistra del Pci». E così fece, quando nel ‘76 i radicali entrarono per la prima volta in parlamento e cercarono di occupare i banchi alla sinistra del Pci. La reazione dei comunisti fu durissima. «Dalla Resistenza in poi - scrive Giorgio Galli nell’introduzione - il Pci era sempre stato impegnato a impedire che si formassero competitori alla sua sinistra». Figuriamoci un competitore come il Partito radicale, che Si proponeva come «una presenza originale, sincretica, le cui posizioni spaziavano dal liberalismo al socialismo libertario», e che del Pci contestò, da subito, il «consociativismo» con la Dc, il suo sistematico venir meno al ruolo che in ogni democrazia che si rispetti devono svolgere le forze di opposizione. Altrimenti, diceva Pannella, allora accusato di fare spettacolo dai politici «seri» non meno di quanto oggi lo showman Grillo venga «accusato» di far politica, la democrazia diventa una finzione e trasmuta in partitocrazia e quindi in regime. Ecco allora Pannella invocare «un antagonismo serio, onesto, appassionato, invece di questa commedia degli inchini, delle riverenze e dei riconoscimenti reciproci». Ecco le sue accuse allo «Stato fuorilegge», che avalla «le stragi di legalità, senza pudore» e ignora le lezioni di Ernesto Rossi «contro questo Stato corporativo e contro questo capitalismo privato e di Stato». E poi il concordato fra lo Stato e la Chiesa cattolica, i diritti civili, il divorzio, l’aborto e le leggi di polizia, l’esportazione illecita di capitali e la giungla retributiva. «Pannella è forse il solo politico italiano di lungo corso che oggi possa rileggersi senza imbarazzi - scrive ancora Galli -, forse il solo che non sia costretto a rimuovere il proprio passato, una pratica nella quale è impegnatissima l’intera classe politica della cosiddetta Seconda Repubblica».
Forse è anche per questo che Pannella, nel nascente Partito democratico, non ce lo vogliono. E che non ce lo vogliano soprattutto gli ex pci, alla cui sinistra Pannella osò pensare di potersi collocare.

venerdì 5 ottobre 2007

Date a Giorgio Bocca quello che è di Giorgio Bocca

Giorgio Bocca il papà del “bamboccione”
IL VELINO SERA del 5 ottobre 2007
di Lanfranco Palazzolo
(I bamboccioni hanno trovato il loro papà: Giorgio Bocca)

Roma - Abbiamo fatto una ricerca per cercare di scoprire chi ha fatto largo uso del termine bamboccione in passato e per capire chi ha tirato in ballo questo termine prima del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Il “colpevole” è lo scrittore e giornalista Giorgio Bocca che aveva utilizzato il termine in due circostanze. In un articolo su Repubblica del 23 agosto del 1992, Giorgio Bocca scriveva a proposito dell’operazione dell’esercito italiano contro la mafia dopo l’assassinio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “E se lo Stato, per iniziativa dell’onorevole Andò è così incauto da fornirgli un obiettivo con la presenza di un esercito che sta in piedi solo per forza di gravità, che non crede in se stesso, che non sa bene che cosa ci stia a fare, che è circondato da un mammismo ridicolo e anche un po’ umiliante, con queste associazioni di parenti di militari privi di senso dello stato, trepidanti per i loro bamboccioni tirati su a nutella, allora la tentazione di rompere la noia e la irrilevanza inventandosi un nemico occupante che come tutti i nemici occupanti insidia le donne del posto e una guerra o guerriglia di indipendenza diventa irresistibile”. Nel suo libro dal titolo “L’ Italia l’è malada” (Feltrinelli, pagine 164, euro 15) Bocca attacca Silvio Berlusconi e “l’informazione sovrabbondante e contraddittoria”, che, scortando il Pifferaio di palazzo Chigi, sogna di rivolgersi a “un’umanità di bamboccioni eterodiretti, di imbecilli portati al pascolo”. (pal)

mercoledì 3 ottobre 2007

Il "Mostro" del bicameralismo perfetto

Il Velino del 3 ottobre del 2007
La polemica sulla “Casta" / Come nacque l'armata dei "mille"
di Lanfranco Palazzolo

(A sinistra Francesco Saverio Nitti. Si schierò contro il bicameralismo perfetto).

Roma - In questi mesi di aspra discussione sul numero dei parlamentari abbiamo pensato di ricordare in quale clima è nato “l’esercito” dei mille parlamentari che i critici della politica cercano di mettere in discussione in ogni occasione e che oggi nessuno, almeno a parole, vuole difendere. A sessant'anni dai lavori dell’Assemblea costituente forse sarebbe il caso di ricostruire il clima in cui si è formata l’idea del cosiddetto bicameralismo perfetto, proprio nell’ottobre del 1947, quando i costituenti scrissero gli articoli che ne determinarono la nascita. Nei giorni scorsi, il giornalista e scrittore del Corriere della Sera Gian Antonio Stella è risalito al 1919 per trovare le contestazioni di Luigi Einaudi contro la cosiddetta “casta” dei “padreterni”. Sarebbe stato forse più semplice prendere come modello Francesco Saverio Nitti e il suo monito contro la decisione di far nascere un Parlamento con mille membri che Roma avrebbe faticato a tenere nei suoi uffici di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ma andiamo con ordine. Alla fine dell’estate del 1947, nel pieno dei lavori della Costituente, l’ipotesi di una seconda Camera che ripetesse lo schema del Senato del Regno non era gradita al Pci. La sinistra non ideologica era profondamente divisa, ma gli azionisti del Pd’A, in grande maggioranza, volevano un sistema unicamerale eletto a suffragio universale. Non molto diversa era la posizione dei socialisti. Si va da chi come Massimo Severo Giannini era favorevole a una sola Camera, a Ludovico D'Aragona che propugnava l’idea di un bicameralismo ineguale, dove la seconda Camera avrebbe avuto il compito di garantire una migliore formulazione delle leggi. Il costituzionalista Costantino Mortati, democristiano, ripropose la tesi dei cattolici sulla rappresentanza organica delle categorie professionali: un Senato nuovo di zecca per raccogliere tutte le forze vive e produttive della Nazione. Ma per il Pci quella idea è troppo simile alle tesi fasciste. Piero Aimo nel suo saggio (“Bicameralismo e regioni: La Camera delle autonomie. Nascita e tramonto di un'idea. La genesi del senato alla costituente”, edizioni di Comunità, 1977) descrisse bene la confusione e le alleanze di quei giorni. Se il socialdemocratico Lami Starnuti proponeva un ordine del giorno in cui esprimeva parere favorevole al sistema bicamerale a condizione che la seconda Camera non sia costituita in modo da alterare sostanzialmente la fisionomia politica del paese, qual è stata rispecchiata dalla composizione della prima Camera, ecco pronto un secondo documento presentato dai costituenti Aldo Bozzi, Luigi Einaudi, Costantino Mortati e Pietro Castiglia in cui si affermava l’idea che il Senato avrebbe avuto il compito di dare completezza di espressione a tutte le forze vive della società nazionale. Una formula vaga che insospettì le sinistre ma che, messa ai voti, prevalse abbastanza nettamente tra i dubbi del Pci e del Psi. Luigi Einaudi propose il nome di Camera dei senatori. Mentre il comunista Umberto Nobile la chiamò Camera degli Anziani. Se il Senato nascerà, fu la tesi del Democristiano Gaspare Ambrosini, occorre che nasca vitale, non collocato in una posizione d’inferiorità di fronte alla Camera, né costituito sulla base dello stesso sistema di questo. Ci sono personalità, sostenne infatti Ambrosini, “di altissima esperienza e valore, che per il loro temperamento o il loro ufficio non vogliono o non possono prendere parte alle competizioni elettorali: privare la seconda Camera dell’apporto di tali uomini non è opportuno. Perciò può ammettersi che il Capo dello Stato possa procedere, sia pure in maniera limitata, alla nomina di tali uomini, predeterminandosi magari le categorie dalle quali sarebbe consentito di presceglierli. Non si parla più di Camera delle regioni, né di forze vive o di rappresentanza d’interessi, ma solo di un gruppo di eminenti personalità che, di limatura in limatura, si ridurranno agli attuali Senatori a vita”. Lo scontro sul Senato si svolse confuso. Tra le idee di quelle settimane - tra il settembre e l’ottobre del 1947 - Meucci Ruini auspicò una superCamera, una specie di Consiglio superiore della Nazione. Un’Assemblea nazionale, chiarì Ruini, e cioè il Parlamento, “che funziona a Camere riunite per atti di singolare importanza, come l’elezione del Presidente della Repubblica, il voto di fiducia e sfiducia al Governo, la dichiarazione di mobilitazione generale e dell’entrata in guerra....”. Francesco Saverio Nitti (Unione democratica nazionale) non accettava l’arrivo di questo esercito di politici di professione: “Questa nuova Camera non deve esistere. Questa nuova Camera - esplode - non ha scopo di esistere, non deve esistere! Potete ben immaginare quale numero di uffici, quale folla di funzionari! E questa cosiddetta Assemblea nazionale, con la Camera e il Senato riuniti, sarebbe composta di circa mille persone. Nessun palazzo di Roma potrebbe contenere una così enorme accolta di legislatori in forma duplicata”. Ma ad un certo punto è la DC che spinse perché il Senato avesse poteri e prestigio identici a quelli della Camera dei deputati. Mentre le sinistre, comunisti in testa, volevano conferire al Senato solo poteri consultivi, con l’esclusione di alcuni compiti fondamentali come la concessione della fiducia al Governo, l’approvazione dei bilanci, l’amnistia. E quando passò l'Ordine del giorno di Giovanni Leone (Dc) sulla parità di attribuzione tra le due Assemblee i comunisti gridarono immediatamente allo scandalo. Sull'Unità viene pubblicato un duro articolo intitolato così: “Destre e democristiani estendono i poteri della seconda Camera”. Compromesso dopo compromesso, vengono alla luce i due fratelli siamesi: un Senato che si differenzia dalla Camera dei deputati quasi soltanto per il numero dei componenti, per l’inclusione dei senatori a vita, per l’età degli eligendi e, soprattutto, per un metodo elettorale che assomiglia molto al sistema uninominale. La nuova creatura scontentò tutti. Il giudizio di Emilio Lussu fu eloquente: “Abbiamo lavorato per mesi per produrre un mostro”. Se fosse sceso in piazza oggi con questa protesta, il Partito d’Azione avrebbe raccolto una marea di voti e sarebbe resuscitato. (pal)

lunedì 1 ottobre 2007

La rivolta dimenticata di Lhasa

1987-2007
Tibet, 20 anni dalla rivolta dei monaci
Il Velino del 1 ottobre del 2007
(Nella foto a destra le manifestazioni del 1 ottobre del 1987 in piazza a Lhasa).
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - La regione fu occupata dalla Cina nel lontano 7 ottobre del 1951. Il 1 ottobre 2007, invece, è caduto il 20mo anniversario della rivolta dei monaci tibetani. Rivolta repressa nel sangue da Pechino. Al grido indipendenza per il Tibet, una ventina di monaci buddisti, seguiti da migliaia di cittadini, sfilarono lunedì primo ottobre 1987 per le strade della capitale Lhasa, scontrandosi con la polizia. Il bilancio fu di 14 morti. I primissimi “disordini” erano iniziati il precedente 27 settembre ma le autorità cinesi non diedero peso a quelle avvisaglie. Il Dalai Lama, nel corso di una visita negli Stati Uniti nel settembre del 1987, aveva proposto la creazione di una zona smilitarizzata in Tibet, sollecitando l'apertura di una trattativa sullo status del paese. Immediata fu la replica del ministero degli Esteri cinese che definì la proposta del Dalai Lama alle autorità americane come un tentativo per dar vita a un Tibet indipendente. In quei giorni dell’ottobre del 1987, i pochi testimoni, per lo più turisti, che riuscirono ad assistere a quella manifestazione a Lhasa, la descrissero come una manifestazione improvvisa alla quale parteciparono migliaia di monaci buddisti. “L'atmosfera era arroventata” raccontò un turista australiano mentre vedeva la grande piazza di Lhasa riempirsi e la gente correre da tutte le parti gridando di volere la libertà e l’indipendenza per il Tibet. “Ci battiamo contro i cinesi”, proclamavano i dimostranti ai turisti stupiti per quella dimostrazione contro gli occupanti. Le manifestazioni proseguirono nei giorni successivi. A farne le spese fu anche una cittadina italiana, Paola Davico, studiosa della lingua cinese che fu immediatamente messa sotto controllo dalle autorità di Pechino e poi arrestata nel dicembre successivo con l’accusa di aver protetto un ricercato dalla polizia. Quei disordini misero in grave difficoltà il Partito comunista cinese che il 25 ottobre successivo avrebbe dovuto svolgere il suo congresso a Pechino. I disordini rafforzarono la posizione degli elementi conservatori contro gli innovatori guidati da Deng Xiaoping. Era stato proprio Deng a restituire al Tibet la libertà di culto che era stata violentemente repressa ai tempi della rivoluzione culturale di Mao. I mezzi di informazione cinesi diedero allora ampio spazio a quella rivolta. Molti rimasero stupiti per quell’atteggiamento di glasnost da parte delle autorità comuniste. Questo comportamento aveva una logica precisa. Il Daily people accusava direttamente il Dalai Lama di essere il principale responsabile del tentativo di rivolta “allo scopo di sabotare l'unificazione della madre patria....” . Ma alla fine arrivò il black out. Allora Internet non era per nulla diffuso e le autorità cinesi chiusero la regione e, in occasione dell’anniversario dell’occupazione, il 7 ottobre bloccarono ogni forma di comunicazione con l’esterno La regione era stata aperta al turismo appena nel 1985. Tutti i turisti stranieri furono invitati a lasciare la regione senza troppi complimenti. A poche ore dall’anniversario dell’occupazione cinese giunse anche il voto del Senato degli Stati Uniti che condannò quella repressione (98 voti favorevoli, nessuno contrario) invitando il presidente degli Usa, Ronald Reagan a incontrare i vertici cinesi. Per poche ore i rapporti tra gli Usa e la Cina tornarono tesi. Washington aveva riconosciuto nel 1978 l’occupazione cinese del Tibet e non voleva riaprire la questione con Pechino per quella piccola sommossa. La ragione che spingeva Reagan a mantenere quella politica di buone relazioni con Pechino era l’illusione che il governo cinese non avrebbe aiutato l’Iran nella guerra contro l’Iraq. Un calcolo del tutto sbagliato che rafforzò la politica cinese. Se ne sarebbero accorti tutti nella primavera del 1989 al momento della rivolta degli studenti di piazza Tien an men. (pal)