martedì 20 novembre 2007

I forchettoni rossi alla carica del potere

Il Velino del 20 novembre del 2007
(POL) Libri, il “fochettonismo rosso” di Roberto Massari
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 20 nov (Velino) - Con la sinistra di Governo è nato il fenomeno del “forchettonismo rosso”. Ne parla Roberto Massari, autore di “I forchettoni rossi. La sottocasta della sinistra radicale” (ed. Massari) un saggio di aperta critica alla cosiddetta sinistra ideologica che ha abdicato i propri ideali per regalarsi agli interessi del Governo Prodi. “Secondo me – afferma Massari -, i prodromi del forchettonismo rosso risalgono al 1969. Da quell’anno ho una naturale diffidenza di tutto ciò che è estrema sinistra. Ho sempre avuto una pessima opinione dei gruppi dirigenti di Avanguardia operaia, di Lotta Continua, di Potere operaio. E poi, più pessima che non si poteva di Democrazia proletaria. Penso che questi gruppi politici non abbiano dei progetti politici, non hanno delle linee alle quali si attengono nell’arco di 15 anni”. Per Massari “l’obiettivo dei dirigenti di questi gruppi è il loro successo personale che, in una prima fase si limitava alla conquista della segreteria e poi è diventata altre cose. In quegli anni, i forchettoni rossi erano alle loro prime armi. Il 46 per cento dei forchettoni viene da una carriera interna di partito”. Se si tratta di carriere “onorevoli”, Massari le definisce meglio di “cursus disonorum. Nel libro che ho curato insieme ad altri – aggiunge -, spiego che il criterio fondamentale per diventare forchettone rosso è quello di dare sempre ragione al segretario, schierarsi sempre con le maggioranze, uniformarsi alle dichiarazioni del leader anche se questo dice che gli asini volano”.
Massari sostiene inoltre che l’accusa ai cosiddetti forchettoni è “utilizzare la menzogna su questioni come la guerra. Negli altri partiti c’è una linea più chiara e più ‘onesta’. Il forchettonismo è unito da un fattore immorale molto importante: la menzogna. I forchettoni dicono: ‘Noi siamo comunisti, però votiamo a favore delle leggi sul capitale; noi siamo pacifisti, però votiamo a favore della missione in Afghanistan; noi siamo anticlericali, ma però votiamo per mantenere l’esenzione Ici al Vaticano. Questa è una grande menzogna che li accomuna ideologicamente”. I forchettoni quindi costituiscono una sottocasta, per Massari che precisa: “Penso che tutti i membri del Parlamento costituiscano una casta. Sociologicamente si può parlare di gruppo burocraticamente chiuso. Personalmente penso che la ‘casta’ della sinistra radicale – conclude - abbia una sua specificità. Questo è il vero problema teorico sul quale sono disposto ad accettare ogni critica. Se la sinistra radicale dichiara di essere una cosa e poi in Parlamento attua un altro comportamento. Se questo comportamento è tenuto da un gruppo di forze parlamentari senza defezioni (si tratta di 110 parlamentari, quasi 11 per cento della rappresentanza parlamentare italiana), penso che questo sia un fenomeno da studiare”.
(pal) 20 nov 11:16

venerdì 16 novembre 2007

L'Urss e la parola uccisa

Biennale Venezia 1977, le origini del dissenso
IL VELINO SERA del 16 novembre del 2007

di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra la poetessa Anna Achmatova nel 1927)


Roma, 16 nov (Velino) - “Scrivete la verità perché la parola viva, perché nascosto sotto il velo, il pensiero, avvolto come una molla, scattando all’improvviso, uccida”. Con questa frase gli intellettuali sovietici volevano mettere in evidenza il difficile rapporto che avevano con il potere negli anni Sessanta in Urss. Questa epigrafe era contenuta in Feniks 66, una raccolta realizzata da Juri Galanksov nel 1966. Erano i primi anni del potere di Leonid Breznev. E per gli intellettuali la questione intorno al termine “verità” ebbe un valore enorme. Va ricordato che il dissenso sovietico non nacque come una battaglia di carattere politico, ma i suoi sviluppi primordiali furono esclusivamente di carattere letterario. Il 14 agosto del 1946 il Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica approvò una risoluzione contro due riviste sovietiche. Si trattava di Zvedza e di Leningrad. L’accusa nei confronti di queste due pubblicazioni era “gravissima”. Avevano osato pubblicare delle opere che venivano definite “apolitiche”. Per un regime come quello comunista era impensabile che esistessero opere che parlassero di temi privati e superficiali. Il Congresso degli scrittori dell’Unione Sovietica si schierò immediatamente contro gli autori incriminati: Michail Zoschenko e Anna Achmatova. Negli anni Ottanta il poeta Josif Brodskij, che fu premiato con il Nobel della letteratura, spiegò agli accademici svedesi che il Pcus non poteva sopportare che l’arte sovietica potesse in qualche modo insegnare qualcosa nella dimensione privata dell’uomo. In una realtà finalizzata in ogni suo settore alla realizzazione dell’uomo attraverso il lavoro, questo concetto non era gradito alla politica ufficiale del Pcus. Ecco perché l’Unione Sovietica ha conosciuto per decenni intellettuali che praticarono l’autocensura. Questo metodo però non poteva restare nel dna della cultura sovietica abituata a spaziare più in alto. La morte di Stalin fu l’occasione di un risveglio della cultura sovietica. Nel 1953, alla scomparsa del dittatore, gli intellettuali mostrarono un insospettato rinvigorimento. Al centro di questa attività si pose la rivista Novji Mir. Il direttore di questa rivista, Aleksandr Tvardovskij non era un dissidente. Anzi, era un uomo del realismo sovietico che non si discostava molto dai dettami del partito come dimostrò nelle sue opere pubblicate nel corso della seconda guerra mondiale. Eppure, Tvardovskij fu allontanato da quella rivista dopo aver pubblicato un articolo dal titolo “Della sincerità in letteratura”. Questi fatti sono un passaggio fondamentale per comprendere quali furono le motivazioni della protesta di molti intellettuali sovietici che sfociò negli anni Settanta nella cosiddetta Biennale del dissenso. Gli scrittori e gli artisti del dissenso avevano idee profondamente diverse tra loro. I principi comuni che li univano possono essere sintetizzati nel rispetto dei diritti civili, nella libertà di movimento e nell’applicazione del trattato della Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del 1948 e dell’atto finale della conferenza di Helsinki del 1975 sui diritti umani. Il termine più giusto per definire il dissenso sovietico è questo: inakomysljascie, coloro che la pensano in modo diverso. Ed è proprio intorno a coloro che la pensavano in modo diverso che la rivista Cronaca degli avvenimenti correnti riuscì a coagulare intorno a sé un gruppo nuovo di intellettuali. Quella rinascita fu senza dubbio frutto della segreteria del Pcus di Nikita Chruscev che abbandonò la strategia del terrore. Era un passo indietro del Pcus. Ma non era abbastanza. Lo fu per far dar fuoco alla miccia del dissenso. Naturalmente questo non impedì a Breznev, che fu il successore di Chruscev di mandare in galera intellettuali di grande rilievo come i due scrittori Julij Daniel e Andrei Sinjavsky, semisconosciuti in Urss. Questi due arresti aprirono un fronte di polemica vastissimo che provocò un dibattito internazionale molto ampio. Ma fu Andrej Sacharov con la sua opera “Considerazioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale” a dare un colpo alla dirigenza del Pcus che nel 1972 uscì allo scoperto con una serie di arresti di massa. Per molti intellettuali sovietici sembrò essere giunto l’oblio. Ma il premio Nobel della letteratura a Sacharov e la conferenza di Helsinki aprirono lo spazio per nuovi argomenti di polemica che Carlo Ripa di Meana riuscì a mettere in evidenza nella Biennale. Argomenti che avrebbero messo in crisi l’Urss e tanti intellettuali italiani che di questi temi evitavano di parlarne.

(pal) 16 nov 2007 20:06

lunedì 12 novembre 2007

Mamma Rai: ultime balle sul mito di Carosello

--IL VELINO CULTURA--12 novembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni, Espresso e Repubblica stanno pubblicizzando una serie di dvd nei quali vengono riproposti gli spot più famosi di Carosello, la pubblicità serale della Rai che, tra il 1957 e il 1977, ha caratterizzato una parte della storia della televisione italiana. Per ovvie ragioni pubblicitarie, il settimanale non ha mancato di tessere le lodi di questi siparietti con l’intervento di un fine intellettuale: Edmondo Berselli. Tessendone la magnificenza delle scenette, nel suo articolo pubblicato sull’Espresso dello scorso 8 novembre, Berselli scrive che “Carosello detta modelli di comportamento, a cui la società via via si adegua, mentre la pubblicità provvederà poi a rafforzare comportamenti e atteggiamenti dei ceti medi presenti e futuri, e a programmare modalità comportamentali ulteriori, ancora più ‘avanzate’”. Berselli parla della fine del Carosello con termini simili a quelli in voga nel Ventennio: “Il solco è stato tracciato, la semina è stata abbondante, e i frutti sono sotto gli occhi di tutti noi”. È difficile tuttavia accodarsi alla tesi di Berselli sul progresso dettato dalla pubblicità di Stato di Carosello: il pensatore cult del Partito democratico sa benissimo che non aveva questo ruolo. In un articolo che avevamo pubblicato il 3 gennaio del 2007 avevamo spiegato quale fosse il valore, nei giochi di spartizione, della pubblicità di Carosello gestita dalla Sipra in collaborazione con i partiti politici. Così, mentre oggi tutti si affannano a lodarne lo spettacolo, pochi si sono preoccupati di raccontare e spiegare quali meccanismi si nascondevano dietro quel sistema di veicolare la pubblicità autorizzata dai vertici Rai nei limiti temporali stabiliti sempre da loro, al quale anche i registi di sinistra si erano adeguati senza particolari travagli interiori. La realtà è che la Rai, attraverso la Sipra, gestiva da monopolista il mercato della pubblicità discriminando questa o quella azienda, questo o quel produttore di messaggi pubblicitari. Una sorta di incubo per alcuni degli aspiranti inserzionisti di quegli anni. Eppure, di questa sorta di repressione della libertà non esiste traccia nei resoconti di quella stagione. Nessuno sembra si sia mai ribellato a un sistema di spartizione pubblicitaria come quello. Neppure i cosiddetti registi impegnati: tutti, o quasi, schierati con il magnifico mondo di Carosello a cominciare dai fratelli Taviani, autori del film pubblicitario per la Leacril. Quegli stessi registi che non avrebbero esitato a schierarsi con Walter Veltroni alla fine degli anni ‘80 per lanciare la crociata contro gli spot di Berlusconi all’interno dei film prima che questo metodo, in voga ovunque nel mondo dove si è sviluppato il pluralismo televisivo grazie alla nascita della televisione commerciale, divenisse una consuetudine anche per la Rai. Chissà, forse molti dei registi che producevano le scenette per le aziende ammesse a Carosello pensavano di frenare sin da allora l’arrivo degli spot brevi, del pluralismo che avrebbe consentito l'apertura del mercato televisivo e anche di quello della pubblicità, rendendo più liberi i consumatori e più liberale la società italiana. Carosello è l’icona della pubblicità gestita dallo Stato e anche di Stato. E questo aveva forse risolto i dubbi di coscienza di comici come Dario Fo e Franca Rame che probabilmente non si sarebbero prestati a fare la pubblicità per un’azienda petrolifera come invece fecero per Supercortemmaggiore alla fine degli anni ‘50. Comunque, sbagliava certamente il suo giudizio John O’Toole quando scriveva nel suo saggio dal titolo The trouble with adversiting (Times books, 1981) che “non appena l’influenza del Partito comunista sull’attività governativa aumentò Carosello fu tolto di mezzo”. In realtà fu tolto di mezzo dal presidente socialista della Rai Beniamino Finocchiaro che in una lettera del 14 aprile del 1976, quindi prima delle elezioni politiche di quell’anno, annunciò l’intenzione di farla finita con quelle trasmissioni. Ugo Gregoretti ha ammesso nel 1976 su Repubblica che “i piccoli telespettatori di Carosello sono invece quelli che hanno fatto il sessantotto, sono gli stessi protagonisti della ‘nuova sinistra’”. E non solo. Tra gli attori di quei lunghi spot comparve anche Giusva Fioravanti, terrorista dei Nuclei armati rivoluzionari, che nello spot della Kraft gioca a tirassegno. Uno “sport” che diventerà una tragica realtà per le sue vittime. Fuori dal coro erano i cattolici di Civiltà cattolica. Nel 1976, il periodico dei gesuiti scrisse: “Non lo rimpiangeranno quanti ritengono che è tutt’altro compito di un’azienda praticamente di Stato avallare, per vent’anni, come servizio pubblico una pubblicità quale Carosello che, più di altre rubriche, ha identificato l’essere con il sembrare, il dovere con il piacere, la felicità col possesso, il senso sociale con il consumismo”. Eppure, quando Ninetto Davoli chiese a Pier Paolo Pasolini se fosse giusto girare i Caroselli della Saiwa il regista lo incoraggiò parlando di esperienza carina. A Bruno Bozzetto fu vietato invece di far vedere il finale della pubblicità della Perugina nella quale un cosacco, pago di aver mangiato i cioccolatini, se ne andava in vacanza alle Hawaii. Per la censura non era possibile far vedere un cosacco che andava a spassarsela negli Stati Uniti. Ferdinando Camon non utilizza lo stesso stereotipo di Berselli per parlare di Carosello ricordando che “Carosello è la menzogna sociale ridotta a sistema. E quindi è uno strumento politico di straordinaria efficacia: esso ha spostato e attenuato le rivendicazioni operaie, che invece di chiedere un cambiamento di condizione per star meglio chiedevano più denaro per comprare di più” (Il Giorno, 25 agosto, 1976). Ecco perché forse è meglio dimenticare quell’Italia che ci aveva dato un’immagine diversa da quello che era il Paese reale, dove i registi di sinistra avevano un ruolo di primo piano e gli inserzionisti erano discriminati se non indirizzavano la pubblicità in favore di certi partiti. Chi voleva pianificare la pubblicità di una penna alla televisione si sentiva chiedere dieci milioni per la pubblicità sui quotidiani, e dodici milioni per dei periodici. In un sistema monopolistico e ricattatorio come quello della Rai degli anni ‘70 i clienti si trovavano, nei confronti della Sipra, nella spiacevole condizione di “prendere o lasciare”, così molte aziende erano costrette a vedersi destinare la propria pubblicità su spazi per i quali non avevano interessi. Quel sistema aveva permesso quello che spesso viene rimproverato alla Sipra: il finanziamento occulto dei partiti. Infatti, nel cartello delle testate gestite dalla Sipra, fino alla fine di fatto del monopolio, vi erano organi ufficiali di partito: Il Popolo, L’Unità e Rinascita, L’Avanti! e Mondoperaio, L’Umanità e Ragionamenti; la pubblicità in esubero nel sistema televisivo indirizzata verso queste testate favoriva economicamente i partiti interessati. Se questo era il magnifico mondo di Carosello allora forse è meglio non ricordarlo o ricordarlo, comunque, per quello che realmente era. (pal)

venerdì 9 novembre 2007

La prima denuncia contro la casta

Dalla denuncia di Giovanni Berlinguer a oggi
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino 9 novembre 2007

Roma, 9 nov (Velino) - I dibattiti sulla cosiddetta “casta” proseguono mentre il governo continua a discutere sul numero dei parlamentari e Grillo inveisce contro i politici. Ieri sera, Porta a Porta si è occupata di questo argomento. Tra gli ospiti della trasmissione era presente il senatore Cesare Salvi, esponente di Sinistra democratica, che è stato presentato da Bruno Vespa come uno dei precursori del confronto sulla casta dopo aver pubblicato il libro dal titolo Il costo della democrazia (Mondadori). In realtà, il primo a sollevare il tema sull’argomento è stato un rappresentante della stessa area politica di Salvi. Stiamo parlando di Giovanni Berlinguer autore de I duplicanti. Politici in Italia (Laterza, pp. 160, 1991), un saggio che passò del tutto inosservato e che oggi è fuori catalogo. Nel libro si parlava dei politici in Italia come di una casta pericolosamente incline all’autoriproduzione, cresciuta a dismisura negli ultimi quarant’anni, in un contagioso meccanismo di moltiplicazione che, assecondando appetiti e intrighi, sfornava nuove province, Usl, prefetture, provveditorati agli studi, questure, intendenze di finanza, motorizzazioni civili, Inps, Inail, provveditorati, e tant’altre amministrazioni pubbliche. Rileggere questo libro oggi è una sorpresa per comprendere come certe critiche sono sempre state fatte, ma volutamente ignorate da tutti per la paura dei politici nei confronti della magistratura, in tempi in cui questa sembrava non voler risparmiare nulla a nessuno di loro. “Ora che è stato sciolto a Mosca il Soviet Supremo siamo la prima potenza mondiale per numero di parlamentari”, disse sorridendo Berlinguer nel presentare il suo lavoro. E pensare che egli stesso viene da tre generazioni di politici tutti rigorosamente di opposizione: repubblicano il nonno Enrico Berlinguer, deputato del pre e del post fascismo il padre Mario, segretario del Pci il fratello maggiore Enrico.
Tuttavia, Giovanni Berlinguer ha sempre nutrito una certa antipatia verso la casta. Sentimento accresicuto durante l’esperienza da segretario regionale del Pci nel Lazio. “Allora potei osservare che il maggior numero di ore lavorative e di logoranti riunioni erano sempre dedicate alla quotidiana fatica di affrontare questioni interne di inquadramento, di candidature per le elezioni, di designazioni in organismi più o meno direttamente controllati. Svolsi, in sostanza, forse più che le funzioni politiche d’un segretario, quelle d’un capo del personale. Senza avere peraltro una particolare vocazione per questo mestiere”. Infatti, al momento della trasformazione del Pci in Pds, criticò la pletora di rappresentanti politici all’interno del suo partito: “Proprio a questo aumento insensato dedicai il mio intervento al 20esimo congresso, quello costitutivo del Pds. Il fenomeno, dissi, ci richiama alla mente la legge di Parkinson, secondo la quale, nella storia della marina britannica, la moltiplicazione degli ammiragli ha sempre accompagnato la riduzione dei marinai e delle navi. Gli applausi dei congressisti furono generosi, l’esito della mia solitaria protesta fu catastrofico. Le conseguenze nel partito sono evidenti: minore frequenza delle riunioni, potere crescente degli apparati e degli esecutivi, maggiore tendenza al leaderismo. Ma c’è un caso ancor peggiore di sovrabbondanza: l’assemblea nazionale del Psi, che non si riunisce mai”. Nel capitolo dal titolo La riproduzione del ceto Berlinguer denunciò alcuni enti inutili: “Mi ha incuriosito la persistenza d’un istituto, con sede a Torino, che si occupa dell’educazione correttiva dei minorenni dell’antico regno sardo: pur conoscendo la longevità della nostra razza, mi sono domandato quanti di essi siano ancora in vita”. Rileggere oggi I duplicanti è senza dubbio un esercizio utile per comprendere l’onestà intellettuale di Giovanni Berlinguer che introdusse il tema del burocratismo politico nella Sinistra e nel sindacato. Infatti, nel libro è presente anche un attacco al sindacato. Berlinguer si scagliò contro il distacco sindacale che “s’è andato trasformando in questi anni in un distacco dai lavoratori. Succede spesso che, nelle commissioni di concorso o in quegli organismi che decidono le assunzioni e le promozioni, i sindacalisti, anziché far pesare la propria forza per garantire a tutti la correttezza delle procedure e la valutazione dei meriti, finiscano per legittimare arbitri e spartizioni. Con effetti comici: come nel caso della promozione a capo servizio di ricerca, all’Enea, di un addetto ai giardini che aveva fatto tutta la sua carriera all’interno del sindacato”.
(pal) 9 nov 2007 15:34

martedì 6 novembre 2007

E' morto Enzo Biagi

La scomparsa di Biagi, una vita tra Rai e carta stampata
--IL VELINO SERA--di Lanfranco Palazzolo


Roma - Nato nel 1920 a Pianaccio, un paese sugli appennini bolognesi, Enzo Biagi è stato probabilmente il giornalista più prolifico della storia dell’informazione italiana. I problemi cardiaci che lo hanno accompagnato per tutta la vita e che non gli hanno permesso di svolgere il servizio militare non sono stati mai un ostacolo per l’autorevole giornalista. Nel dicembre del 1993, Biagi fu colpito da una crisi anginosa alla vigilia di un’importante intervista con Silvio Berlusconi sulla sua possibile discesa in campo in politica. Una delle sue prime frasi dopo il malore fu questa: “Chiamate Panorama e dite che comunque il mio pezzo è pronto, il compito l'ho fatto”. Biagi vedeva nello svolgimento della professione un ruolo salvifico: “Ho sempre sognato di fare il giornalista: lo immaginavo come un ‘vendicatore’ capace di riparare torti e ingiustizie”. I suoi esordi giornalistici sono legati al quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia. Ma nel 1940 passa al quotidiano bolognese Il Resto del Carlino. L’anno successivo diventa professionista. In quegli anni, Biagi collabora anche con il periodico quindicinale di cultura Il Primato di Bruno Bottai. Biagi approda alla rivista culturale attraverso il gruppo dei Giovani universitari fascisti (GUF) che si raccoglievano attorno alla testata bolognese Architrave che nel 1940 apre le pubblicazioni esprimendo una grande fiducia nel corporativismo fascista come nuova civiltà del lavoro per ripiegare poi su posizioni critiche verso la dittatura mussoliniana. Fu proprio sulla scia di queste critiche che Biagi maturò la scelta di combattere contro nazisti e fascisti nelle brigate di Giustizia e libertà del Partito d’Azione. E sarà proprio lui nell’aprile del 1945 ad annunciare a Radio Bologna Libera la cacciata dei nazisti della città. Subito dopo la guerra, Biagi riprende a lavorare al Carlino che, come molti giornali del ventennio, aveva cambiato testata chiamandosi Il Giornale dell’Emilia. Fu proprio durante questo secondo periodo nel quotidiano bolognese che Biagi fu cacciato per la sua adesione all’appello di Stoccolma del marzo del 1950, promosso dai partigiani della pace, contro la bomba atomica. Quel documento raccolse nel mondo 16 milioni di firme. La cacciata dal giornale bolognese fu la sua fortuna. Negli anni Cinquanta Biagi si trasferì a Milano per dirigere il settimanale Epoca, trasformandolo nel primo autorevole rotocalco italiano. Ci resta fino a quando non pubblica un articolo critico nei confronti del governo di centrodestra guidato da Fernando Tambroni e degli scontri di Modena del 1960 che seguirono il congresso del Msi a Genova. Biagi ricorda così il suo abbandono e la successiva assunzione alla Stampa come inviato speciale: “I grandi giornali erano tutti filoliberali, confindustriali e anticomunisti perché, non dimentichiamoci, allora il mondo era diviso in due blocchi, da una parte i comunisti, dall'altra quelli che non li volevano. Però questo fronte stampa non era monolitico. La Stampa, giornale degli Agnelli, doveva essere sempre filogovernativa perché la Fiat lo è sempre stata. Ma io, licenziato da Epoca nel 1960 per intervento del presidente del Consiglio Tambroni, sono stato assunto il mattino dopo da Giulio De Benedetti, il grande direttore del quotidiano torinese”. Biagi arrivò nel 1961 in televisione. Quell’anno, a ottobre, fu nominato direttore del telegiornale nazionale per volontà di Ettore Bernabei che voleva dare un segno di apertura a sinistra con l’arrivo di Biagi. Insieme a quell’incarico arrivò anche il settimanale Rotocalco Televisivo. Il nuovo direttore del telegiornale del primo canale restò in sella meno di un anno (la Dc non gli perdonò un reportage di Ugo Gregoretti sulle raccomandazioni di un deputato democristiano). Ma il suo nemico numero uno fu Giuseppe Saragat che non perdonava a Nenni di averlo sostenuto alla guida del tg e anche perché Biagi tagliava puntualmente le inaugurazioni alle quali partecipava il leader del Psdi. Ma si trattò di una parentesi lampo, prima dell'avvento dei direttori filogovernativi degli anni Sessanta. Tuttavia, il suo Tg porta nelle case degli italiani la mafia e anche molta cronaca nera. Nel 1963 ritorna a La Stampa e inizia a scrivere per il Corriere della Sera e per il settimanale Europeo. Alla fine degli anni Sessanta Ettore Bernabei lo richiama. In questi anni Biagi realizza strordinarie trasmissioni di approfondimento giornalistico come “Dicono di lei” (1969) e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe. Nel 1972 Biagi torna al Carlino dopo la cacciata del 1950. Ma ci resta solo pochi mesi: “Credo di non essere piaciuto al ministro delle finanze Luigi Preti, molto vicino al cavalier Monti, l'editore”. Ogni giorno appariva sul Carlino un parere, un'intervista, e al lunedì il punto sul calcio del ministro Preti. Una volta la settimana Preti scriveva l'articolo di fondo: “A me sembra troppo”, annuncia Biagi alla redazione. Da quel momento cominciano i fastidi, addirittura una lettera con la quale il ministro critica il direttore troppo disinvolto. Biagi la pubblica, ma non resiste a sorridere di Luigi Preti in un corsivo intitolato “Grand'Hotel”. Negli anni successivi continua a scrivere sul Corriere e sostiene Indro Montanelli nello sforzo di fondare Il Giornale. Gli anni Ottanta di Biagi sono caratterizzati dallo scontro con il Psi di Bettino Craxi e dalle collaborazione con Panorama e Repubblica. Ma è nel 1986 che Silvio Berlusconi cerca di portarlo a Mediaset provando a sottoporgli un contratto nel quale è Biagi a stabilire il compenso. Il giornalista rifiuta. Nei primi anni Novanta, Biagi realizza soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), "Una storia" (1992), sulla lotta alla mafia. Ottiene un particolare successo con "Processo al processo su tangentopoli", (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994). La trasmissione "Il Fatto" è il suo ultimo grande successo. Nella trasmissione Rai tra il 1995 e il 2001 Biagi intervista i personaggi più noti del momento. Ma nella fase conclusiva della campagna per le elezioni politiche del 2001 provoca le ire del centrodestra intervistando Indro Montanelli e Roberto Benigni. Quello di Benigni, in particolare, fu un vero e proprio comizio di chiusura, contro Berlusconi. Che non se ne stette zitto e denunciò l’infrazione delle regole. Il 18 aprile del 2002, parlò di uso “criminoso” del mezzo televisivo da parte di Enzo Biagi e di altri conduttori televisivi. Nella stagione televisiva successiva (2002-2003) "Il Fatto" non è stato incluso nel palinsesto. Gli anni passati lontano dalla Rai hanno ferito il giornalista. In quel periodo, Biagi ha tenuto un diario nel quale ha annotato tutti gli eventi che avrebbe voluto trattare se Il Fatto fosse ancora andato in onda regolarmente, trasponendo queste annotazioni in un libro dal titolo Quello che non si doveva dire (Rizzoli, pagg. 317, euro 18). Nel 2007 era tornato in Rai con Rotocalco Televisivo, lo stesso nome della fortunata trasmissione del 1961. Aveva aperto il suo ultimo ciclo di trasmissioni così: “Scusate, sono tanto contento di rivedervi. E confesso che sono anche commosso. Ma c' è stato qualche inconveniente tecnico che ci ha impedito di continuare il nostro lavoro. L'intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica”. Aveva appena fatto in tempo a vederla diradare. E anche a ricevere i complimenti di Berlusconi. "Ho assistito alla prima delle due puntate e l'ho trovata veramente avvincente, quindi complimenti al dottor Biagi per questa nuova trasmissione", disse il Cavaliere dai microfoni di Radio anch' io. In quell'occasione, pur negando di aver mai chiesto la chiusura de "Il fatto", Berlusconi concesse: "Forse ho calcato la mano quando dissi che Biagi e gli altri facevano un uso criminoso della tv pubblica". Asciutto il ringraziamento di Biagi rivolto a "tutti quelli che hanno apprezzato il nostro lavoro e in particolare Silvio Berlusconi per il giudizio lusinghiero espresso su RT rotocalco televisivo". (pal)

lunedì 5 novembre 2007

Quando calcio e porno si incontrano

Svezia, il porno entra nella squadra di re Carlo
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino, 5 novembre del 2007
(A destra Berth Milton Jr con la divisa dell'AIK)


Roma, 5 nov (Velino) - Il re del porno svedese ha comprato il dieci per cento dell’AIK, una delle società calcistiche più note che può contare anche su una compagine femminile. Per consolidata tradizione il club annovera tra i suoi membri re Carlo XVI Gustavo di Svezia. A rendersi protagonista di questo acquisto è Berth Milton junior, 52 anni, boss del Private Media Group, società di fama internazionale che pubblica e distribuisce riviste e dvd a luci rosse. Milton non si vuole fermare qui: “Voglio avere maggiore influenza nel club, voglio convincere i tifosi che il calcio non è una battaglia”. L’AIK, club di un quartiere a Nord di Stoccolma (Solna), è stato quinto nell’ultimo campionato, da anni deve fare i conti con una tifoseria che si è spesso segnalata per comportamenti violenti. All’interno della società, la dirigenza non ne vuole sapere di un azionista che naviga nel mondo della pornografia. Eppure, le intenzioni di Milton sono proprio quelle di calmare quella turbolenta tifoseria spiegando che vuole impedire la trasformazione di questo sport “in una battaglia”. In Italia la notizia di questo acquisto ha suscitato un certo stupore. Sul sito www.calcioblog.it hanno scritto: “Certo, pensare al nostro campionato in cui per esempio una squadra di mezza classifica viene acquisita da una famosa rivista hard o da una sorta di Magic America (una società di sex shop, ndr) fa un po’ sorridere, ma d’altronde la Svezia è nota anche per il modus vivendi libertino e quindi tutto è concesso, anche l’hard nel calcio. Tutto, anche se non a tutti è gradito questo cambio di rotta”. Ancora una volta Berth Milton decide di stupire tutti con un mossa che deve essere letta con una certa attenzione. Negli ultimi anni egli ha conquistato il mercato della pornografia dando a questo genere una rispettabilità da kolossal americano. Dal 2002 i contenuti della Private sono disponibili sui telefoni cellulari. Nel 2003 la società ha realizzato il film più costoso mai realizzato, Gladiator (diretto da un regista italiano, Antonio Adamo), ma l’impegno economico viene ampiamente ripagato: il titolo vende oltre 350mila copie in tutto il mondo. Nel 2004, in Inghilterra, parte il sexy-reality show Private Stars. Per Milton è un successo senza precedenti. Nello stesso anno, l’azienda apre un sexy shop nell’aeroporto internazionale di Zurigo. Nel 2006 la società replica aprendo un altro negozio, in collaborazione con Beate Uhse, nell’aeroporto di Monaco.
A questi successi si sono contrapposte le vicissitudini del produttore con il fisco. Lo scorso 20 ottobre il quotidiano Svenska Dagbladet ha annunciato che l’uomo dovrà pagare presumibilmente 650 milioni di Corone (101 milioni di sterline) per aver dichiarato la sua residenza a Barcellona e aver evaso le imposte al fisco svedese negli anni ‘90. Il distretto fiscale di Stoccolma deve ancora quantificare con precisione questa somma dopo un’inchiesta durata anni. Entrando nella quota azionaria del club svedese, l’obiettivo di Milton non è quello di far vincere lo scudetto all’AIK ma di portare “l’amore” negli spalti visto che in curva se le danno di santa ragione: “Penso di essere un’icona per la gente che lotta. Penso che a queste persone interessi ascoltare ciò che ho da dire”, ha affermato Milton. L’intenzione del produttore della Private è di controllare il 49 per cento del club, che è il massimo consentito dalla Confederazione del calcio svedese in base alle sue regole (molto socialdemocratiche). Il presidente dell’AIK, Per Bysted, che ha assistito impotente all’escalation violenta del tifo del club, teme che la precaria reputazione di questo sia offuscata dall’ingresso del produttore. Ma forse la sua preoccupazione è dettata dal fatto che la presenza di Milton potrebbe determinare l’allontanamento del tifoso più illustre della squadra, il re di Svezia. Secondo alcuni, per vendicarsi della multa subita dal fisco, Milton avrebbe deciso di entrare a far parte della società calcistica. Un bel colpo per la monarchia svedese che vedrebbe il suo re supporter di una società finanziata dai proventi del porno. Tuttavia ci sarebbe anche un aspetto positivo in questa vicenda: la squadra di Stoccolma vanterebbe un primato unico nel mondo riunendo sotto i suoi colori il re di Svezia e quello del porno.

(pal) 5 nov 2007 12:07

Caccia al francobollo su Fiume

Il Velino del 5 novembre 2007
Filatelia: caccia al francobollo con Fiume italiana su e-bay, di Lanfranco Palazzolo
(a destra il francobollo "incriminato", sotto la prima della Domenica del Corriere sulla visita del Re a Fiume nel 1924)

Roma, 5 nov (Velino) - Caccia al francobollo. In queste ore si è scatenata una caccia senza quartiere al francobollo sulla città di Fiume con la scritta “Terra orientale già italiana”. Nei giorni scorsi il ministero delle Comunicazioni ne aveva bloccato l’uscita dopo le polemiche con il governo croato che aveva espresso le sue perplessità circa l’emissione di questo francobollo “irredentista”. Molti si sono chiesti se la divisione filatelica del ministero guidato dal ministro Paolo Gentiloni abbia aggirato il blocco del francobollo e lo abbia venduto in ogni dove. In realtà è stata tutta colpa della burocrazia. Secondo il sito specializzato Philweb (http://www.philweb.it) le cose si sono svolte in questo modo: “Nella tarda serata di lunedì (29 ottobre), la Divisione Filatelia riceve un'apposita informativa con la quale il ministero delle Comunicazioni comunica la decisione appena presa dal ministro Gentiloni di sospendere l'emissione. Verrebbe naturale pensare che, di fronte ad un tale improvviso provvedimento, la struttura filatelica di Poste abbia inviato immediatamente un ordine esecutivo di blocco del francobollo a tutti gli uffici postali del Paese. Ma non è così! La Divisione Filatelia, difatti, non può autonomamente inviare alcun tipo di ordine o comunicazione agli uffici postali, ma deve farlo attraverso la superstruttura che si occupa di gestire la rete territoriale, ossia il Chief Network and Sales Office (Cns)”. Il problema è sorto proprio a questo punto.
La burocrazia italiana riserva tante sorprese. Infatti, martedì 30 ottobre la procedura viene rispettata ma non ne resta traccia. Secondo la versione di Philweb, “sembra che la comunicazione di stop all'emissione non sia stata inviata tramite e-mail, bensì tramite il sistema ‘Net Send’. Per chi non abbia particolari conoscenze informatiche, spieghiamo che ‘Net Send’ è un sistema di messaggistica istantanea molto usato dalle reti aziendali: la comunicazione, in pratica, allorché raggiunge ciascuno dei terminali collegati in rete, viene visualizzata sotto forma di messaggio istantaneo, rimanendo sullo schermo sino a quando l'operatore non prema il tasto ‘invio’, dopodichè, al contrario delle tradizionali e-mail, scompare e sul computer non ne rimane più traccia”. Ma in questa procedura c’è stata un’altra cosa che non è quadrata: il messaggio con il quale si è bloccata la vendita del francobollo: “Si invita formalmente a non porre in vendita domani 30 ottobre 2007 il francobollo dedicato a ‘Fiume-Terra Orientale già italiana’, la cui emissione è stata sospesa...”. Anche qui il messaggio non è stato chiaro. Tra un invito formale e un ordine ce ne passa. E probabilmente non tutti gli sportelli filatelici, sono 294 in Italia, hanno valutato il messaggio come un blocco della vendita. Il risultato è che il francobollo sta spopolando su e-bay. Infatti, è in atto una corsa contro il tempo per aggiudicarsi questo “Gronchi rosa” del XXI secolo. Sul sito in questione le aste hanno raggiunto cifre considerevoli. A Serravalle, nella Repubblica di San Marino, un utente di e-bay ha raggiunto la cifra di vendita di 61,10 euro. Mentre un collezionista di Firenze è arrivato alla quotazione di vendita di 80,75 euro. Il francobollo è stato utilizzato e annullato in una spedizione. Il risultato è che la busta viene venduta da un utente di e-bay di Mirabello a 201 euro. Altri annullamenti hanno raggiunto un’offerta di 176 euro. I collezionisti di e-bay che hanno messo in vendita il prezioso francobollo si dividono sulle generalità della preziosa reliquia filatelica. Ad esempio, Gabriele171 parla di francobollo “emesso il 30 ottobre”. Ma altri come andreabubi86 parla di francobollo “non emesso”. Cosa risponde il ministro Gentiloni?

(pal) 5 nov 2007 15:18

venerdì 2 novembre 2007

Il bacio della crisi

Svezia, governo in crisi per il bacio della segretaria di Stato --IL VELINO SERA--2 novembre 2008

Roma - Ulrica Schenström, la trentacinquenne segretaria di Stato nell’ufficio del primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, si è dimessa ieri per un bacio. Il quotidiano svedese Aftonbladet ha mostrato la Schenström, che nel governo ricopre il delicato incarico della protezione civile, mentre sorseggiava vino e si scambiava un bacio con Anders Pihlblad, cronista politico dell’emittente Tv4. I fatti risalgono allo scorso 23 ottobre. Sul quotidiano è apparsa la foto della segretaria di Stato mentre bacia il giornalista, dopo aver bevuto ben 19 bicchieri di vino, come ha riportato l’agenzia France Press. Nessuno ha ancora appurato se quella sera la Schenström era in servizio o no. Tuttavia, il primo ministro Reinfledt è stato travolto dalle critiche della stampa svedese e non ha potuto far altro che indurre la donna alle dimissioni. Anche il giornalista di Tv4 ha cercato disperatamente di difenderla senza riuscirci. Non è la prima volta che il governo Reinfledt è costretto alle dimissioni di alcuni suoi membri. Nell’ottobre 2006 il ministro del Commercio con l’Estero Maria Borelius, il ministro delegato alla Cultura Cecilia Stego Chilo e ministro dell’Immigrazione Tobias Bilstroem furono costretti a lasciare i loro incarichi rispettivamente per aver pagato in nero delle bambinaie e per non aver provveduto al pagamento del canone televisivo. Chissà se le dimissioni della Schenström faranno contento Gian Antonio Stella. Il giornalista del Corriere, infatti, in occasione dell’abbandono degli incarichi da parte dei tre ministri dell’attuale governo conservatore svedese, scrisse che dopo quelle dimissioni molti italiani “hanno desiderato essere svedesi”. Da allora è passato un anno. In questo periodo, il governo Reinfledt ha guidato bene il Paese: ha abolito la patrimoniale e privatizzato tutti gli antichi templi dell’antica e arretrata socialdemocrazia. Un bel successo che è messo in forse da questa vicenda. Dare un bacio è spesso costato il posto a qualche politico. Ne sa qualcosa l’ex ministro della Giustizia israeliano Haim Ramon (Kadima, ex laburista). Il tribunale di Tel Aviv, nel febbraio di quest’anno, l’ha giudicato colpevole di atti osceni per aver baciato sulla bocca una soldatessa nel luglio del 2006. Ramon non ha avuto alcun dubbio: ha subito rimesso il mandato nelle mani del premier, Ehud Olmert, non per un’ammissione di colpa, ma al contrario perché era talmente convinto di non aver commesso alcun reato che, dopo essersi dimesso, ha persino rinunciato all’immunità per essere processato al più presto. Del resto la soldatessa non aveva opposto resistenza, ma aveva denunciato il fatto solo successivamente. Alla fine, Ramon è stato condannato a passare 130 ore a svolgere servizi sociali in stalla con i cavalli. Ma nel luglio del 2007, scontata la pena, ha fatto il suo ingresso nel nuovo governo Olmert in qualità di vicepremier. Non sappiamo se per la Schenström ci sarà una nuova chance politica. Sappiamo per certo che gli svedesi sono molto sensibili al rapporto tra pubblico e privato. Molti si sono chiesti se la Schenstorm abbia la fibra necessaria a una politica che deve fronteggiare una crisi nazionale. In Svezia la vita privata dei personaggi pubblici non viene vista con moralismo, ma in funzione del ruolo politico e della capacità ad affrontare i problemi. Ne sanno qualcosa i socialdemocratici che hanno pagato cara la loro incapacità di riuscire ad affrontare una crisi come quella dello Tsunami in Thailandia, dove morirono ben 543 svedesi. Il principale collaboratore del premier Goran Persson fu costretto alle dimissioni per manifesta incapacità. Memori di quella figuraccia, contro la Schenström è sceso in campo il vertice del partito socialdemocratico svedese. Il segretario del partito Marita Ulvskog ha sostenuto che con questo comportamento “significa che non si può avere alcuna fiducia su di lei”. Il vicesegretario, invece, Håkan Juholt, membro della commissione difesa, ha detto che le foto pubblicate dal tabloid svedese indicano nella Schenström “una minaccia per la sicurezza nazionale”, a causa del suo incarico nel governo nel campo della gestione delle crisi. Anche per il primo ministro conservatore sarebbe stato un problema farsi vedere pubblicamente con la Schenström che era considerata una delle artefici della sua vittoria elettorale alle politiche del 2006 e appariva al suo fianco. Ulf Bjereld, politologo dell’università di Goteborg, ha spiegato che con questo scandalo i margini di vantaggio di Reinfledt si assottigliano e che deve sperare che altri casi come questi non si ripetano. Per gli svedesi sarebbe troppo. (pal)