venerdì 28 dicembre 2007

Dossetti in Vaticano, una polemica inutile

I gesuiti contro Dossetti
IL VELINO SERA del 28 dicembre del 2007
Di Lanfranco Palazzolo
(A destra l'onorevole Dossetti ai tempi dell'Assemblea costituente, 1946-1947)

Roma - Nulla di nuovo su Dossetti. Nei giorni in cui si discute dell’anniversario della nascita della Costituzione italiana, il Corriere della Sera lo scorso 22 dicembre ha pubblicato un articolo in cui si dipinge il deputato democristiano Giuseppe Dossetti come “un fedele alleato del Vaticano” durante i lavori della Costituente. Prima di entrare nel merito su questi risvolti dell'avventura politica dell'allora vicesegretario della Dc è il caso di ricordare che Dossetti, per sua stessa ammissione, non ha conservato nessun documento che oggi possa aiutarci a comprendere compiutamente cosa abbia fatto nei due anni della Costituente. Detto questo, le rivelazioni sul padre della sinistra cattolica scaturiscono dal lavoro svolto da padre Giuseppe Sale che pubblicherà tra breve “Il Vaticano e la Costituzione”(Jaca Books). In questo libro, vengono pubblicati dei documenti appartenenti al fondo dell’ex direttore di Civiltà Cattolica Giacomo Martegani. In un appunto è rivelato il “prezioso” ruolo svolto dal giovane deputato scuudocrociato sull’articolo 7 della Costituzione. “Questa mattina - è scritto in una nota Vaticana del 19 novembre del 1946 – è ritornato in segreteria di Stato l’onorevole Dossetti. Gli ho detto che, sostanzialmente, gli articoli proposti sono stati giudicati buoni. ( ...) L'on. Dossetti si è incontrato anche con Sua Em. Rev.mo Mons. Tardini, dal quale ha avuto le opportune direttive. Si è rimasti intesi che i membri democristiani della prima sottocommissione presenteranno e difenderanno tali articoli. L'on. Dossetti ha assicurato che tempestivamente informerà la Segreteria di Stato sulle eventuali difficoltà che i membri democristiani avessero da incontrare nella discussione. All'onorevole Dossetti ho detto che si sarebbe pensato di fare avvicinare gli onorevoli (Roberto) Lucifero e (Ottavio) Mastrojanni perché sostengano i democristiani”. Simili annotazioni erano state riportate in un articolo scritto da Sergio Soave sul Foglio del 14 dicembre 2006 dal titolo “Domani l’On. Dossetti tornerà per ricevere le opportune direttive”. Quindi nulla di nuovo. Ricordiamo che il dibattito sul ruolo del Vaticano nella Costituente era stato aperto nel giugno 2006 dalla rivista 30Giorni. che aveva pubblicato l’opuscolo “La Civiltà Cattolica e la Costituzione italiana”. Nel testo veniva spiegato come la rivista dei gesuiti, su indicazione di Pio XII, avesse elaborato tre progetti alternativi riguardanti quello che sarebbe diventato l’articolo 7 della Costituzione. Il proposito più ardito dei gesuiti era che nella Carta fosse scritto: “La religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato, gli altri culti sono tollerati”. Questo progetto testimonia quale disegno ambizioso muovesse i gesuiti i quali cercavano ovunque alleati pur di ottenere il massimo vantaggio dai lavori della Costituente. In un articolo del 9 giugno 2006 su Repubblica, Filippo Ceccarelli scrisse: “Il documento venne affidato ai democristiani allora chiamati a presiedere le commissioni o designati come relatori alla Costituente: Dossetti, La Pira, Moro. Ma fu fatto anche arrivare nelle mani di parlamentari qualunquisti, liberali e soprattutto in quelle di Meuccio Ruini, presidente di quella Commissione dei 75 incaricata di elaborare il progetto di Costituzione da sottoporre all'Assemblea. Lì, poi, certo, avvenne tutto alla luce del sole. Compreso il voto del Pci sull'articolo 7, che tanto stava a cuore alla Chiesa”. In questo quadro il ruolo di Dossetti fu simile a quello di tanti altri cattolici della Dc presenti alla Costituente. In un’intervista rilasciata a Panorama il 13 aprile 1972, Dossetti rievocò i suoi primi passi nell’agone parlamentare: “Arrivai ad essere un politico per caso; rapidamente mi trovai implicato nel gioco fino al collo, senza averlo voluto realmente. Non avevo neppure un minimo di preparazione ‘tecnica’; avevo letto pochissimi libri di politica e ne ricordavo uno soltanto, di Benedetto Croce”. Non c’è dubbio che il libro di cui parla Dossetti sia “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, consapevole del ruolo che avrebbe svolto tra il 1946 e il 1947. Tuttavia, gli stretti rapporti tra il Vaticano e Dossetti non furono mai negati dal diretto interessato soprattutto quando questi fu defenestrato da De Gasperi il 20 aprile 1948: “Ricordo con particolare chiarezza l'incontro con Alcide De Gasperi, a casa sua, due giorni dopo il 18 aprile del '48. Stavamo seduti su un divano rosso; gli dissi che da quel momento il partito doveva cambiare rotta, preparare un programma di rinnovamento delle antiquate strutture sociali del Paese. De Gasperi fu duro: replicò che il partito doveva operare verso il progresso, sì, ma con prudenza. In sostanza indicò una linea di opportunismo politico che io ho sempre rifiutato. Per me fu la più grande delusione della mia breve vita politica e décisi di lasciare tutto”. Paolo Glisenti di Panorama gli chiese perché allora decise di non abbandonare la Dc: “Fu Giovanni Battista Montini”, rispose Dossetti, “allora sostituto alla Segreteria di Stato, che mi scrisse una lettera, di dieci pagine a macchina, invitandomi a rimanere. Capii che non ero più padrone della mia vita, e siccome ho sempre pensato che ognuno di noi deve svolgere una missione, accettai. Per la stessa ragione risposi di sì quando Giacomo Lercaro mi chiese, nel '56, di presentarmi candidato alle elezioni amministrative di Bologna”. A rileggere oggi queste parole di Dossetti si comprende la sua buona fede. Come ha scritto giustamente lo storico Alberto Melloni sul Corriere della Sera lo scorso 23 dicembre, era dal 1993 che si era a conoscenza delle visite di Dossetti in Vaticano. Ma ciò non significa che Dossetti sia stato uno strenuo alleato della Santa Sede, altrimenti il suo atteggiamento nei confronti di De Gasperi avrebbe subito dei mutamenti nel tempo. E così non fu. Un altro errore in cui cadono spesso gli studiosi è quello di considerare il dossettismo come il germe dell’attuale cattocomunismo. In difesa di Dossetti e della peculiarità del suo pensiero, il 22 giugno 2006 intervenne Francesco Cossiga che al Corriere della sera dichiarò: “Il dossettismo, ispirato filosoficamente al tomismo con forti tentazioni rosminiane, era una concezione globale della società in cui egemone era la Chiesa, intesa come comunità dei credenti, e di cui doveva essere proiezione salvifica, ma autonoma della società politica, lo Stato secondo quella che era in fondo la concezione di Jacques Maritain. Il dialogo con i comunisti non era altro che il mezzo per ricomporre l’unità spezzata dell’unico popolo, che era insieme il popolo di Dio e il popolo della società temporale”. E allora a cosa serve oggi parlare delle visite assidue di Dossetti in Vaticano? (pal)

giovedì 27 dicembre 2007

Lamberto Dini e il sogno delle grandi intese

La proposta di Lamberto Dini
IL VELINO SERA, 22 dicembre 2007
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - Che cosa si augura Lamberto Dini auspicando la caduta del governo di Romano Prodi non è certo un mistero e nemmeno una sorpresa. Già nell’intervista rilasciata il 13 dicembre del 2007 al Corriere della Sera, l’ex ministro degli Esteri aveva spiegato chiaramente: “Quello che servirebbe al paese è un governo di larghe intese appoggiato da tutte le grandi forze politiche e dalle forze vive della nazione, con un programma chiaro e semplice per affrontare il declino. Vedremo quello che succede”. Questa mattina lo ha ribadito, ma l’ex premier aveva fatto la stessa analisi anche più di un anno fa, nell’autunno del 2006. In quella circostanza Dini fu intervistato dal Giorno. Ad Andrea Cangini, Dini aveva detto: “Spero che Prodi non cada. Ma se ciò capitasse, la nostra Costituzione dice che il capo dello Stato dovrà verificare la possibilità che in parlamento si crei una nuova maggioranza. Dopo il risultato elettorale mi augurai invano che questa prospettiva potesse realizzarsi. Per cui, nella malaugurata ipotesi di una crisi, bisognerà valutare se il clima politico consentirà la nascita di un governo istituzionale di programma. Certo, un governo che poggia su un consenso trasversale potrebbe fare quelle riforme di cui il paese ha un disperato bisogno. E dovrebbe modificare, in senso maggioritario, l’attuale legge elettorale” (27 ottobre del 2006). Il tema delle larghe intese era stato evocato da Dini anche durante la discussione sul Documento di programmazione economica e finanziaria approvato nell’estate del 2006. In quella circostanza Dini aveva detto: “Il rischio del tirare a campare (per Prodi) è reale. Ed è certo che solo un governo di larghe intese potrebbe permettersi di sciogliere quei nodi che ostacolano la crescita e la modernizzazione del paese” (Il Giorno, 19 luglio 2006). Ma ci sono altri aspetti da valutare per comprendere le cause della sfiducia consolidata di Dini nel governo e in Prodi. L’ex ministro degli Esteri non ha mai accettato di buon grado il sacrificio di non far parte del governo, mentre altri non si sono fatti scrupolo di entrare da ministri e sottosegretari conservando il seggio senatoriale. In pratica, Dini si è sacrificato fidandosi che tutti avrebbero rispettato le regole sull’incompatibilità tra i due incarichi enunciate da Prodi. Del resto, lo stesso Dini ha spiegato a Libero del 26 maggio del 2007: “Il dodecalogo di Prodi prevede le dimissioni (dal Governo o dal Senato) di chi ha il doppio incarico e io sono deluso che lui (Prodi) non lo porti avanti”. Ma il punto di maggiore dissenso è legato alla politica fiscale attuata dal Governo Prodi e dall’uomo che l’ha messa in pratica: Vincenzo Visco. Alla vigilia del voto delle elezioni politiche del 2006, Dini aveva criticato Berlusconi per le sue accuse alla sinistra sulle tasse: “Questo è solo terrorismo. Lo fanno per mettere paura ai cittadini” (La Nazione del 23 marzo del 2006). Ma interpellato sul decreto Visco il 29 ottobre del 2006 dal Sole 24 Ore, Dini ha risposto così: “Da liberale dico che lo Stato non si può intromettere nei diritti individuali delle persone, nei fatti più privati delle famiglie come i conti correnti bancari. Se lo chiede anche l’authority della privacy. Si tratta di norme onnicomprensive che la stessa pubblica amministrazione non sarà in grado di gestire. Per questo dico che sono vessatorie e non necessariamente efficaci”. Un altro aspetto che Dini ha messo in discussione della politica prodiana è stato l’atteggiamento del presidente del Consiglio sulla legge elettorale. Già nella citata intervista al Giorno dell’ottobre del 2006 Dini aveva chiesto un ritorno al maggioritario. Poi è stato un crescendo in parallelo alla scelta di segno opposto di Prodi che ha invece deciso di porsi, e lo ha ribadito anche questa mattina, come il garante dei “nanetti”, che considera ormai quasi un’assicurazione sulla vita. Inevitabile la rotta di collisione. (pal)

venerdì 21 dicembre 2007

Perchè le Br "ignorarono" Moro fino al rapimento?

La Kaos edizioni pubblica Dossier Brigate Rosse
IL VELINO CULTURA del 21 dicembre del 2007
Di Lanfranco Palazzolo


Roma - Che cosa hanno scritto le Brigate rosse? Di libri sul partito armato ne sono stati pubblicati moltissimi. Il copione di queste opere è scontato: un giornalista intervista il brigatista che racconta la sua versione dei fatti, la quale spesso non coincide con la verità processuale e contraddice quello che hanno già detto altri brigatisti in altri volumi. Un mosaico senza fine. Di questo andazzo troviamo traccia ne “L'ultimo brigatista” di Aldo Grandi (Rizzoli). A rompere questa “tradizione saggistica” arriva ora il volume “Dossier Brigate rosse (1976-1978)” (Kaos) a cura di Lorenzo Ruggiero. In questo libro, che segue “Dossier Brigate rosse (1969-1975)" pubblicato lo scorso gennaio, vengono divulgati tutti i documenti e i comunicati delle Brigate rosse nel primo periodo della gestione di Mario Moretti, il discusso e misterioso erede di Renato Curcio. Di libri contenenti carte dei brigatisti o riguardanti la loro ideologia ce ne sono stati veramente pochi e oggi queste opere sono introvabili. Il primo volume di questa scarna serie fu pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, la quale aiutò Soccorso Rosso a far uscire “Brigate rosse. Che cosa fanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto”, pubblicato nel lontanissimo 1976. Dopo Soccorso rosso ci ha pensato la cooperativa Sensibili alle foglie, gestita dallo stesso Curcio, a far uscire nel 1996 “Le parole scritte”, un testo nel quale, per la verità, ci sono pochi documenti brigatisti. Viene da chiedersi perché tanta ritrosia nel pubblicare questo materiale. Oltre a questo interrogativo ci sono altre perplessità sul perché il Parlamento non abbia mai sentito il bisogno di pubblicare i documenti della commissione Stragi che non sono mai stati né classificati né ordinati e giacciono “morti” in casse di legno nel deposito dell'archivio del Senato. Gli stessi funzionari dell’archivio non fanno molto per rendere consultabili le carte. In questo sforzo è riuscito invece Lorenzo Ruggiero che in pochi mesi di lavoro è riuscito a trovare e raccogliere il materiale cercando negli atti processuali, nell'archivio della Camera e negli atti della commissione d'inchiesta su Aldo Moro. Il risultato del lavoro è ragguardevole. Nella sua introduzione, il curatore scrive: “Come dimostrano i documenti fin qui raccolti, fino al momento del sequestro, le Br avevano completamente ignorato Aldo Moro, rivolgendo le loro farneticanti invettive contro Andreotti (presidente del Consiglio), Cossiga (ministro dell'Interno), Fanfani (leader della destra democristiana) e contro Berlinguer (il segretario comunista fautore dell'intesa governativa con la Dc). Eppure, già alla fine del 1975 Moretti aveva collocato la base romana delle Brigate rosse in via Gradoli, cioè a poca distanza dall'abitazione di Aldo Moro e da via Fani, e in un edificio amministrato da un fiduciario dei servizi segreti del Viminale. Un palazzo gremito di appartamenti intestati a società gestite da fiduciari del servizio segreto civile”. Oltre all'assenza di attacchi contro Moro, il volume mette in risalto anche il cambiamento del linguaggio dell'“era Moretti” che rinuncia al marxismo-leninismo per scagliarsi a fondo contro il Pci. Se le Br di Curcio vedevano nel Pci un partito potenzialmente rivoluzionario “inquinato” dai suoi dirigenti, nella fase morettiana, dal 1976 in poi, il vertice di Botteghe Oscure venne condannato come ultrarevisionista e indicato come forza da combattere anche se non ci furono mai azioni dirette contro suoi esponenti. Il volume è arricchito da due appendici: la prima riguarda “Luigi Cavallo, lo scienziato della provocazione” e l'altra “Il Covo di Stato e la censura”. Il riferimento è al covo di via Gradoli, scoperto dalla polizia il 18 aprile del 1978. Il curatore non si stupisce del silenzio che ha accompagnato il primo volume e che probabilmente accompagnerà anche il secondo: “Non c'è stata alcuna reazione pubblica al primo volume né positiva, né negativa. Il motto è quello che è meglio tacere e far finta di niente. Da parte dei lettori c'è stato invece un consenso unanime se non altro per lo sforzo che abbiamo fatto. Del resto, prima di noi, a pubblicare integralmente questo materiale non ci aveva pensato quasi nessuno”. (pal)

giovedì 20 dicembre 2007

Il Governo difeso dalle mogli

Ecco come i ministri e mariti del centrosinistra vengono salvati dalle consorti
"Il Velino" del 20 dicembre del 2008
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Non c’è dubbio che questo esecutivo non riscuota molti consensi. L’episodio che ha visto Romano Prodi e la moglie Flavia ieri a Roma in piazza Colonna ne è la conferma. Nella difesa di Flavia Prodi verso il marito dagli attacchi di un’anziana signora che lo invitava ad andare via si è ripetuto un copione che vede nelle mogli dei leader politici di questo governo le ultime difese. È capitato anche a Clemente Mastella di essere attaccato in pubblico e di vedere il pronto intervento della moglie Sandra. L’episodio è stato riportato lo scorso 24 settembre dal quotidiano la Repubblica. Mastella racconta: “Ero al ristorante con mia moglie. Al tavolo accanto due coppie, una americana di origini cinesi e l’altra italiana, mi guardavano e parlavano in inglese. La coppia italiana si lamentava della politica. Mi additavano come uno della casta”. A quel punto è intervenuta la moglie del ministro della Giustizia Sandra Mastella. Dopo che la donna ha smentito alcuni “luoghi comuni” sulla politica italiana le due coppie “si sono fotografate con me”, ha scritto Clemente Mastella nel suo blog. Questo episodio poco conosciuto testimonia che le consorti giocano un ruolo politico d’immagine rispetto ai propri mariti. Tra le mogli che giocano in difesa troviamo anche Donatella Dini. La consorte del presidente della Commissione Esteri del Senato spiega che in questo periodo si sente particolarmente vicina al marito: “Farò i nomi dei nemici politici di mio marito e miei nel libro che ho cominciato a scrivere un anno fa e che presto pubblicherò”, spiega lady Dini dalle pagine di Chi in edicola dal 19 dicembre, aggiungendo: “Credo che per me sia adatto un ruolo organizzativo nel partito di mio marito rispetto a un seggio in Parlamento”. Un’altra moglie che riesce a sostituire il consorte, ma non vuole apparire come la sua estrema difesa, è Lella Bertinotti. Se il marito non può essere presente a una manifestazione della sinistra radicale arriva lei. Gabriella Faglio Bertinotti spiega in tutta tranquillità: “Sono qui unicamente a rappresentare me stessa. Ho salutato centinaia di compagni e sono molto soddisfatta”. Per il cronista Fabrizio Rondolino non ci sono dubbi sul fatto che la donna che ha il posto migliore come estremo difensore del marito è Sandra Mastella: “Se Flavia Prodi e Lella Bertinotti incarnano un modello di first lady che tende a farne l’emissario, l’ambasciatore, il testimonial e qualche volta il segnaposto del marito, più modernamente Sandra Lonardo Mastella presiede il Consiglio regionale della Campania: e cioè direttamente impegnata in politica, e insieme al marito ha dato vita a una sorta di consociata, un po’ come hanno fatto e fanno i Clinton in America” (La Stampa 22 ottobre 2007). Ecco perché le critiche al ristorante a Clemente Mastella hanno fruttato una foto di gruppo e forse un brindisi al ristorante. Flavia Prodi, invece, è stata costretta tornare in tutta fretta a Palazzo Chigi con il marito, probabilmente ferito dalle critiche. (pal)

mercoledì 12 dicembre 2007

Il sistema giudiziario e penitenziario di Adolf Hitler

Recensione de “Le prigioni di Hitler” di Nikolaus Wachsmann
IL VELINO CULTURA del 12 dicembre del 2007,
di Lanfranco Palazzolo
(A destra il giurista nazista Otto Georg Thierack, 1889-1946. Si suicidò dopo essere stato catturato dagli alleati)

Roma - Sotto la toga l’orrore. Ogni volta che si parla del regime nazista si pensa sempre ai campi di concentramento che il Reich hitleriano aveva messo in piedi per sterminare gli ebrei. Forse è stato un grossolano errore non parlare anche del sistema ordinario dell’amministrazione tedesca della giustizia. Ci offre questa opportunità Nikolaus Wachsmann che ha pubblicato in Italia il volume dal titolo “Le prigioni di Hitler” (Mondadori). L’autore è un docente universitario tedesco di storia contemporanea che insegna all’università di Sheffield. Il merito di Wachsmann è stato quello di aprire un varco su un argomento su cui la storiografia europea si era cimentata ben poco. Eppure, nel sistema penitenziario nazista, tra il 1933 e il 1945 finirono molte più persone di quante caddero nella rete dei campi di concentramento finalizzati allo sterminio delle minoranze religiose. Anche i criminali comuni non ebbero vita facile nel Terzo Reich e il sistema penitenziario si occupò duramente di loro definendoli “elementi estranei alla collettività”. Queste persone furono oggetto di un piano di sterminio di massa molto diverso da quello che sarebbe toccato agli ebrei. Il sistema penale nazista si divideva in due tipi di pena: quello del carcere e quello della durissima detenzione nel penitenziario. La seconda era molto più grave. In questo caso il carcerato era totalmente annientato al punto da diventare pazzo. Lo scopo di queste strutture era di marchiare a vita i condannati e di disonorarli. Molto spesso, però, la condizione dei carcerati era determinata dal mutamento delle condizioni politiche e civili all’esterno del carcere al quale l’amministrazione della giustizia era sensibilissima. Ecco perché lo scoppio della guerra radicalizzò moltissimo la durezza e l’efferatezza del sistema giudiziario e penitenziario tedesco. Forse non si è studiato abbastanza quale sia stata l’influenza di Hitler riguardo a questo processo e nemmeno quale fu il comportamento del ministro della Giustizia del Reich Franz Gurter che diede spaziò alla legislazione repressiva delle SS senza rendersi conto che lo scopo della polizia nazista era quello di rendere permanenti delle norme infami. La polizia prese il sopravvento in un sistema dove i giuristi avevano sempre meno la possibilità di decidere come avrebbe dovuto essere amministrata la giustizia. Ma i tedeschi approvarono quel tipo di amministrazione della giustizia: “Molti tedeschi comuni non si limitavano ad appoggiare in modo passivo il terrore nazista, ma contribuivano in concreto a renderlo possibile con una marea di denunce”. Lo studio “Le prigioni di Hitler” non si limita solo a questi aspetti, ma indaga anche su un’altra pagina bianca della storia tedesca, quella del sistema carcerario della Repubblica di Weimar, mai studiato abbastanza. Anche gli studiosi che hanno cercato di analizzare questa realtà non sono mai entrati nel merito di quel tipo di sistema. Non lo ha fatto Lothar Grauchmann che si è prodotto in un lungo saggio di circa 1.300 pagine, “Justiz im Dritten Reich” (“La giustizia nel Terzo Reich”). Gli studiosi hanno sempre cercato di scagionare da ogni colpa i membri del sistema penitenziario tedesco. Hermann Weinkauff, ex presidente della Corte suprema tedesca federale, ebbe a dire nel 1968 che ogni dipendente del sistema giudiziario tedesco era stato “preda inerme della pressione terroristica dello Stato e del partito”. Weinkauff però non era credibile perché era stato nominato nel 1937 alla guida della Corte suprema e restò in quella carica anche dopo la fine della guerra e del regime nazista. Egli si guardò bene dal descrivere quali fossero le condizioni dei confinati di sicurezza, che per aver commesso reati comuni come il furto furono messi nella condizione di non uscire mai più dal carcere. È il caso della povera Magdalena S., trasferita nel 1936 nell’istituto di Aichach. A 33 anni questa donna aveva accumulato 16 condanne per furto e prostituzione. Magdalena fu nutrita di solo pane e acqua e deperì anche dal punto di vista mentale giungendo a comportamenti sempre più disturbati, come lanciare le feci contro le guardie, gridare e stracciarsi le vesti. Per tutta risposta, i funzionari inasprirono le pene contro di lei. La prostituta Rosa S. rubò nel 1934 ben 40 marchi dalle tasche di un operaio con il quale aveva avuto un rapporto sessuale a pagamento. Il procuratore la condannò sulla base di una sentenza del 1927 nella quale veniva definita come una “puttana di strada sradicata e pericolosa”. La condanna ufficiale al confino di sicurezza fu di 16 mesi. Le chiesero cosa avrebbe voluto fare una volta uscita di prigione. La donna rispose: “In primo luogo non voglio tornare qui... Mi comprerò una macchina per cucire e un letto... Voglio rattoppare, cucire e ricamare”. Invece morì in carcere di stenti. L’uomo che portò alle estreme conseguenze questo sistema fu il ministro della Giustizia Otto Georg Thierack, nominato nel 1942 da Adolf Hitler. Il 20 agosto di quell’anno, non appena lo aveva nominato nel governo, il Fuhrer aveva detto a Thierack che era “estremamente pericoloso proteggere i truffatori e le canaglie”. Neanche un mese dopo il ministro, morto suicida durante la sua permanenza in un carcere alleato nel 1946, aveva messo in atto quell’ordine consegnando alla polizia un ingente numero di detenuti per “l’eliminazione mediante il lavoro”. Al termine del conflitto, la corte di Norimberga riuscì a coniare una definizione veritiera di quello che fu quel sistema giudiziario: “Il pugnale dell'assassino era nascosto sotto la toga del giurista”. Una definizione azzeccatissima per “Le prigioni di Hitler”. (pal)

giovedì 6 dicembre 2007

Playboy bandito dalla basi militari Usa?

Ecco come si è salvato Playboy dal fanatismo censorio
IL VELINO SERA del 6 docembre del 2007
(A sinistra la soldatessa, degradata, Michelle Manhart in posa per Playboy)
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Pare che negli Stati Uniti stia diventando un caso nazionale la decisione del Pentagono di non bandire dalle basi militari americane le riviste Playboy, Penthouse o Playmates In Bed. Da mesi le forze politiche di ispirazione religiosa sono sul piede di guerra contro le prestigiose riviste internazionali. Il Pentagono aveva istituito una commissione ad hoc alla quale aveva dato l’incarico di giudicare quali pubblicazioni ledessero la legge sull’onore e la decenza militare siglata nel 1996, il Military Honour Decency Act, che proibiva la vendita di qualunque “materiale dal carattere esplicitamente sessuale”. La commissione ha concluso che queste riviste non potevano essere definite, nella loro interezza, come “esplicitamente sessuali”. Se Playboy ce l’ha fatta, altre pubblicazioni come Girls’ Night In e Blonde and Beyond non oltrepasseranno il filo spinato. Sulle 473 riviste esaminate, il 67 per cento è stato giudicato “non conforme”. La legge del 1996 definisce film o riviste “esplicitamente sessuali” quei materiali in cui le immagini o le descrizioni delle altrui grazie sono il “tema dominante”. Un parametro che lascia ampi margini di interpretazione. Come la commissione abbia infatti deciso l’inammissibilità di 317 riviste resta un mistero. Forse avranno seguito i consigli di Potter Stewart, ex giudice della Corte Suprema, che soleva dire: “Riconosco la pornografia non appena la vedo”. A contrastare questa decisione ci ha pensato l’Alliance Defence Fund. La potente lobby cristiana ha fatto pressione sul Pentagono affinché bandisse anche le altre 156 pubblicazioni che avevano superato il vaglio, sostenendo che la loro circolazione potrebbe incitare i soldati a commettere atti di violenza sessuale. I rapporti tra Playboy e l’esercito americano non sono molto buoni in questo periodo. Per alcuni esponenti politici queste riviste non devono circolare nelle basi Usa. Roscoe Bartlett, il deputato del congresso che sponsorizzò la legge nel 1996, ha detto al Times che le “basi militari sono ambienti chiusi in cui vivono anche famiglie e bambini. Queste riviste trattano le donne come oggetti sessuali ed è una offesa, nonché un rischio, per le nostre soldatesse, che potrebbero essere vittime di abusi da parte dei loro commilitoni”. Eppure, di violenza istigata da Playboy non c’è ombra e non ne ha mai istigata. In realtà molte donne soldatesse vorrebbero finire volentieri nel paginone centrale della rivista. È di qualche mese fa la notizia che Michelle Manhart, prosperosa trentenne in forze all’Us Air Force, è stata degradata lo scorso marzo, dopo essere stata in un primo tempo sospesa, per avere posato nuda nelle pagine del più famoso mensile per soli uomini. La donna, sposata con figli, lavorava alla base di Lackland, vicino a San Antonio, in Texas, e non pensava che le sue foto avrebbero sollevato un tale polverone. Parlando con la tv americana Abc, la Manhart ha definito la decisione presa dalle autorità militari profondamente scorretta. Dopo essere stata degradata, Manhart è stata rispedita alla Guardia nazionale dell’Iowa, cui apparteneva, ma ha chiesto di essere rimossa dall’incarico. Carol Shaya, invece, è la prima poliziotta ad apparire nuda su Playboy nel lontano 1994. In alcune immagini posava con le manette, la pistola e lo sfollagente. Il commissario William Bratton a quel punto l’ha licenziata dopo che la sua apparizione sulla rivista patinata aveva raccolto il consenso dei colleghi del distretto di polizia. Magari, se fosse rimasta, qualche delinquente si sarebbe fatto catturare più volentieri. Questi due casi mettono in evidenza la popolarità di queste riviste. Del resto, nelle basi americane hanno tutto l’interesse a vendere queste riviste. Non si sa mai. Domani in copertina potrebbe esserci la sottotenente nuda. (pal)

mercoledì 5 dicembre 2007

Il forum del Pd attacca il "Parolaio rosso"

Cosa pensano gli internauti democratici di Fausto Bertinotti?
Il Velino del 4 dicembre del 2007
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - L’intervista su la Repubblica del presidente della Camera Fausto Bertinotti non ha ottenuto un grande successo tra gli iscritti al forum del Partito democratico (www.ulivo.it). Gli internauti hanno accusato il presidente di aver varcato gli argini istituzionali che la carica ricoperta gli imporrebbe di rispettare e di aver parlato da leader di partito. Per di più, decretando il fallimento del Governo. Matleo ha scritto: “Bertinotti è stato un vile opportunista. Ha stilettato Prodi in maniera indegna dopo che lo ha aiutato a diventare quello a cui ambiva moltissimo: presidente della Camera. Ma il ‘parolaio rosso’ è sempre stato infido, nel sindacato come in politica. Stavolta, poi, ha svilito l’incarico istituzionale a fini di parte. Indecoroso”. Mariok ci va giù duro: “Credo che abbia dato conferma, anche in questa occasione, di essere uno dei peggiori presidenti della Camera, secondo solo alla Pivetti. D’altra parte le modalità con le quali si è ‘imposto’ nella terza carica dello Stato, usando sin dall’inizio della legislatura l’arma del ricatto, la dicono lunga sul personaggio. Credo che nemmeno ai tempi della Pivetti abbiamo sentito un presidente della Camera definire ‘un moribondo’ il presidente del Consiglio”. FabioPd considera finita la sinistra ideologica: “Il loro problema è che il mondo del lavoro non è più quello degli anni ‘60/‘70: certi slogan non valgono più niente. I voti persi l’anno scorso passando dal Senato alla Camera per Rifondazione comunista indicano che il loro bacino elettorale si sta prosciugando. Conta di più fare proposte sul lavoro che siano realistiche anche se non ottimali: chi crede ancora nella rivolta proletaria? Su questo terreno il Pd si gioca buona parte del suo elettorato, specialmente quello proveniente dai Ds”. Paolo11 critica Bertinotti, ma considera le sue parole giuste: “Sicuramente Bertinotti ha sbagliato a parlare. Specialmente per il ruolo che ha alla Camera. Attenti non voglio difendere nessuno. Ricordo solamente la persona nel passato. So solamente che Bertinotti viene dal sindacato, nella sua carriera ha trattato con governi, Confindustria ecc... Penso che sappia come vanno le cose”. Anche il giudizio di Perrynic è impetoso: “Forse il fallito sarà Bertinotti. Sicuramente come presidente della Camera ha fallito miseramente, vista la carica istituzionale che ricopre uno che parla da leader di partito può solo dare le dimissioni. Non si rende conto che questa legislatura è l’ultima occasione per lui per far finta di essere qualcuno di importante. Dalla prossima dovrà rassegnarsi a diventare opposizione perenne fino alla notte dei tempi che verrà; con il ruolo di semplice deputato o senatore, e magari nemmeno quello se si potesse fare un bel maggioritario a doppio turno”. Paolo65 avanza la tesi dell’alleanza Bertinotti-Berlusconi: “Sono sempre stato convinto che la sinistra comunista è la quinta colonna del centrodestra, perché indirettamente lo aiuta a ritornare al Governo. La gara tra Cannavò e Bertinotti è interessante: una sfida a chi si sorpassa più a sinistra, ma che fa solo cadere il centrosinistra nel burrone”. (pal)

lunedì 3 dicembre 2007

Il degrado ferroviario della linea Roma-Ancona

"Il Velino" del 3 dicembre del 2007
Il disagio del viaggiatore corre sulla linea Roma-Ancona
Di Lanfranco Palazzolo
(A destra la scrittrice Dacia Maraini. Sulla Ancona-Roma non ha liberato il posto di un passeggero che aveva occupato con le valigie).

Roma, 3 dic (Velino) - Ancora non sappiamo se Trenitalia riuscirà a ottenere l’aumento del 15 per cento sulle tariffe di alcune tra le più importanti tratte ferroviarie. Ci auguriamo che questo non avvenga sull’antichissima linea Roma-Ancona. È da diverso tempo che i viaggiatori sono sul piede di guerra contro le ferrovie per i disagi incontrati su questa tratta. Qualcuno ha addirittura evocato Pio IX che la fece inaugurare nel lontano 1866. Mastai Ferretti aveva in cuor suo il sogno di vedere Roma collegata con Senigallia attraverso la strada ferrata, e fece di tutto per unire la sponda tirrenica con quella adriatica. La Società generale delle strade ferrate romane (detta anche Società Pio centrale) si mise al lavoro nel 1856 per completare i lavori nell’aprile del 1866. Ma a quel tempo Pio IX era avvilito perché non avrebbe potuto percorrere quella linea per arrivare a Senigallia: dopo la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860) le Marche, infatti, erano passate al Regno d’Italia. Sei anni dopo, l’inaugurazione della tratta passò sotto silenzio a causa della difficile situazione internazionale che aveva portato allo scoppio della terza guerra d’Indipendenza. La situazione economica di quella linea fu da subito disastrosa. Nei pochi mesi della sua gestione lo Stato pontificio non riuscì a far fronte ai debiti maturati con i creditori ai quali erano stati espropriati i terreni. Così questi fecero sequestrare gli incassi delle biglietterie delle poche stazioni pontificie nella tratta tra Roma e Orte.
Forse oggi non arriviamo a tanto ma i viaggiatori che percorrono questa linea trovano sempre più spesso le biglietterie chiuse o rischiano di soffocare in carrozza. Sul Corriere della sera del 28 luglio del 2007 lo scrittore-saggista Vittorio Emiliani denuncia di aver viaggiato, il 20 luglio del 2007, in una vettura della tratta Ancona-Roma senza aria condizionata: “In quell’afoso pomeriggio non siamo stati avvertiti tempestivamente, non abbiamo potuto aprire i finestrini ovviamente sigillati, né ci sono state date alternative di sorta alla calura. Una tortura durata oltre tre ore che ha provocato alcuni malori. Una mia vicina mi aveva raccontato che la stessa sorte le era capitata, sempre sulla vettura 4, una settimana prima”. Il 25 luglio, un altro lettore del quotidiano, tale Gianpaolo Sicuro, aveva denunciato lo stesso problema nella vettura numero 4 sulla stessa linea. Il problema della tratta in questione è che le vetture che vengono utilizzate sono quelle degli ex pendolini per i quali si pagano le stesse tariffe degli eurostar delle cosiddette linee di serie. Ma sulla Roma-Ancona i problemi non si fermano qui. È del 28 novembre scorso la notizia, riportata dall’Adnkronos, che la Polfer di Ancona ha assicurato alla giustizia un pluripregiudicato di 28 anni, il quale all’interno di un bagno dell’eurostar aveva occultato due valigie, un lettore mp3 e le chiavi di tre diverse autovetture. In questa circostanza le forze dell’ordine sono riuscite a fare qualcosa. Ma in altre circostanze non possono fare nulla per garantire ai viaggiatori una permanenza tranquilla.
È il caso verificatosi venerdì scorso sulla linea da Rimini a Roma. Al termine dello sciopero di quel giorno chi ha viaggiato nella carrozza numero tre del treno 9337 si è dato alla fuga perché un gruppo di napoletani ha cominciato ad ascoltare le musichette del cellulare e a cantarci sopra. I controllori che si sono alternati nei vari tratti di quella linea non hanno avuto il coraggio di dire niente ai cantanti napoletani e hanno invitato le vittime della sinfonia partenopea ad andare in un’altra carrozza. Il treno era pienissimo. Molti hanno preferito continuare il viaggio in piedi in un’altra carrozza piuttosto che sentire quel concerto. E ancora: Giuseppe tornava lunedì 26 novembre da Jesi per andare a Roma. Una volta arrivato alla stazione della città marchigiana, ha trovato la biglietteria chiusa e quella automatica guasta. In cambio, erano funzionanti quelle per i biglietti regionali. Ma non gli servivano perché doveva prendere l’eurostar 9331 delle 15.31. Un altro caso riguarda una passeggera che viaggia tutte le settimane in questa linea. Ha raccontato di aver trovato nel 2005 il suo posto in prima classe occupato dalla scrittrice Dacia Maraini che ha riempito di valigie la poltrona dirimpetto alla sua. Morale: si è dovuta accomodare in un altro posto. Michele, universitario di 26 anni, venerdì 23 novembre voleva lavorare alla sua tesi durante il viaggio sulla linea Roma-Rimini (treno 9332). Ha trovato il suo posto senza tavolino. Il biglietto non gli è stato rimborsato.

(pal) 3 dic 2007 13:54

Quante cittadinanze onorarie per la Baraldini

Tutti gli intellettuali per Silvia
IL VELINO CULTURA, 4 dicembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - L’ultimo comune che le ha concesso questo titolo è l’amministrazione di Venaria, in provincia di Torino. Ma prima di questa città erano state altre le amministrazioni locali che avevano dato all’ex terrorista Silvia Baraldini la cittadinanza onoraria. Si tratta dei comuni di Palermo, Venezia, Grosseto, Bologna, L’Aquila, Napoli, Rovigo, Teramo, Caserta, Lecce, San Benedetto del Tronto, Fidenza, Cesena, Torremaggiore, Eboli e Pieve Emanuele. Nata nel 1949 a Roma, condannata nel 1984 a 43 anni (poi ridotti a 22) per associazione sovversiva negli Stati Uniti, la Baraldini passerà alla storia come il detenuto italiano che ha goduto della maggiore attenzione della sinistra italiana, dei suoi intellettuali e degli aiuti più sfrontati. Il nostro paese non si è fatto scrupolo pur di ingannare il dipartimento della Giustizia americano, al quale aveva garantito che la nostra cittadina avrebbe scontato per intero la pena comminatale, per poi liberarla dopo aver ottenuto la sua estradizione durante il primo governo D’Alema nell’agosto del 1999. Edmondo Berselli, un pensatore vicino a Romano Prodi è sempre rimasto perplesso nei confronti dell’atteggiamento della sinistra nei confronti della Baraldini definendola come “santa terrorista”. In un articolo sul Sole 24 ore scrive: “Silvia Baraldini è riuscita a diventare un simbolo. Simbolo di che cosa non si sa” (25 agosto del 1999). Ma non ci vuole molto a capire di cosa sia il simbolo la Baraldini. Lo spiega meglio Sergio Romano che riesce a darsi una spiegazione sul perché la sinistra ideologica è riuscita a farsi sentire sulla vicenda che ha riguardato l’ex terrorista: “Non credo che i Ds al Governo condividano ora i sentimenti della sinistra perdonista antiamericana. Ma alcuni di essi li hanno probabilmente condivisi negli anni della gioventù e non possono comunque, anche per ragioni elettorali, rompere del tutto i vincoli familiari che li uniscono all’ala più massimalista del loro schieramento” (Panorama, 10 maggio 2001). Ecco perché autorevoli esponenti del mondo della cultura come Leonardo Mondadori hanno messo 30 mila dollari a disposizione per la liberazione della Baraldini. Altrettanto ha fatto l’imprenditrice Marialina Marcucci che ha dato quattromila dollari per l’ex terrorista. Ma a chiarire meglio quali sono state le cifre per la cauzione che ha dato il via libera all’estradizione della Baraldini dagli Stati Uniti all’Italia ci pensa l’allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Secondo quanto riporta il quotidiano Milano Finanza del 14 gennaio del 2001, lo Stato italiano ha versato 25.600 dollari per la cauzione che si sommano ai 23.400 dollari raccolti da alcuni degli amici della Baraldini e dai suoi familiari. Ad aiutare la Baraldini ci pensa anche il Comune di Roma che dà all’ex terrorista una consulenza di dodicimila euro lordi l’anno. Il caso di questa consulenza viene sollevato dal consigliere comunale in Campidoglio di Alleanza nazionale Marco Marsilio (La Repubblica, 20 giugno del 2003). Dopo Diliberto, un altro Guardasigilli rivolge la propria attenzione alla vicenda: si tratta di Piero Fassino che risponde direttamente alla Baraldini dalle pagine della Stampa. Al taccuino di Guido Ruotolo, Fassino dà garanzie all’ex terrorista sulla qualità della sua detenzione: “Vorrei però, assicurare la detenuta che, dal primo settembre, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento carcerario, anche lei usufruirà dei benefici previsti” (26 agosto del 2000). Eppure la Baraldini nelle patrie galere era sembrata una persona ritrovata , come aveva spiegato il senatore dei Verdi Athos De Luca: “Non credevo di trovare la signora Baraldini così perfettamente integrata nella realtà del carcere di Rebibbia. M’è parsa una donna felice” (Corriere della Sera, 3 settembre del 1999). Ma qualche mese dopo il suo avvocato, Grazia Volo, illustra una nuova realtà: “Negli Stati Uniti Silvia era una segregata di lusso, come lo si può essere in un paese ricco. Qui è una segregata e basta” (Corriere della Sera, 14 febbraio del 2000). Bastano queste condizioni per far mobilitare decine di intellettuali. Nel marzo del 2001 scendono in campo Norberto Bobbio, Rita Levi Montalcini, Dacia Maraini, Roberto Benigni e Carla Fracci per chiedere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi un atto di grazia che non arriva (La Repubblica, 28 marzo del 2001). Ma è questione di tempo per la fine della pena. Quando nel settembre del 2006 la Baraldini beneficia dell’indulto il presidente della commissione Giustizia della Camera Gaetano Pecorella è sorpreso: “L’indulto non poteva essere concesso (alla Baraldini, ndr) in relazione a condanne inflitte da uno Stato straniero, anche se l’esecuzione avviene in Italia” (Messaggero, 27 settembre 2006). Ma per la Baraldini tutto è possibile. E in fondo chi se ne frega se avevamo dato assicurazioni agli Stati Uniti che la pena sarebbe stata scontata secondo la condanna che le era stata inflitta. Di questa comportamento discutibile ne avrebbero fatto le spese altri nostri connazionali che non hanno ottenuto l’estradizione dagli Stati Uniti all’Italia. Se ne accorge il ministro della Giustizia Clemente Mastella nell’ottobre del 2006 quando, ai sensi della convenzione di Strasburgo chiede l’estradizione di 25 connazionali detenuti in Usa per reati comuni. La risposta del dipartimento della Giustizia non è confortante: “Il meccanismo di recente si è bloccato perché gli americani non sono contenti di come si è concluso il caso di Silvia Baraldini” (Corriere della Sera, 22 ottobre del 2006). (pal)