sabato 20 gennaio 2007

Ernesto Rossi contro Jfk

L'epistolario inedito di Ernesto Rossi
IL VELINO CULTURA del 20 gennaio del 2007
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Jfk parla nel corso della convention democratica del 13 luglio del 1960).

Roma - In questi giorni è uscito nelle librerie italiane il volume che pubblica la corrispondenza di Ernesto Rossi, intitolato Epistolario 1943-1967. A curare il testo, edito da Laterza, ci ha pensato Mimmo Franzinelli che ha avuto modo di studiare e curare altre pubblicazioni del polemista fondatore del Partito d’Azione. Qualche quotidiano ha già avuto modo di parlare di questo libro. Tuttavia, nessuno ancora ha parlato di come il volume riveli alcune paure infondate di Rossi sulla politica americana. Tutti sanno che un elemento caratterizzante di Rossi è stata la sua battaglia contro la Chiesa cattolica italiana. Ne Il manganello e l’aspersorio, recentemente ripubblicato dalla Kaos edizioni, Rossi aveva ben documentati i rapporti tra il Vaticano e un abilissimo Benito Mussolini che, in qualità di presidente del Consiglio, era riuscito a conquistare la Chiesa e a farne un alleato per la propria ascesa. Alla vigilia delle elezioni americane del 1960, che avevano concluso gli otto anni di presidenza repubblicana di Dwight D. Eisenhower, il presidente uscente era stato impeccabile nel mantenere fede alla rigida separazione tra Stato e Chiesa evitando di allacciare i rapporti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Lo stesso Marco Pannella, seguace di Ernesto Rossi, pontificherà il celebre discorso di addio del gennaio del 1961 di Ike al Congresso degli Stati Uniti, nel quale il presidente uscente denunciava il complesso politico militare che gravava sugli Stati Uniti. Alla fine del doppio mandato presidenziale di Eisenhower, la figura emergente di John Fitzgerald Kennedy metteva paura ad Ernesto Rossi. Perché tanti timori? Per capirlo è il caso di tornare indietro al 1939, anno della morte di Pio XI e dell’elezione al soglio pontificio di Papa Pacelli con il nome di Pio XII. Gli Stati Uniti, che solitamente evitavano accuratamente di far partecipare esponenti della propria diplomazia a iniziative o cerimonie della Santa Sede, in occasione dell’insediamento del nuovo pontefice inviarono Joseph Kennedy, padre del futuro presidente degli Stati Uniti, in qualità di ambasciatore americano a Londra. Quella sua presenza riaccese polemiche infinite negli Stati Uniti su un possibile riconoscimento della Santa Sede da parte di Washington. Per questa ragione Ernesto Rossi era convinto che l’arrivo del figlio di Joseph alla casa Bianca sarebbe stato un “pericolo” per gli Usa. Il 21 maggio del 1960 Rossi scrisse ad Alberto Apponi: “Sto muovendomi nel miglior modo possibile contro la candidatura di Kennedy”. In piena contesa elettorale, il 22 settembre del 1960, Manlio Rossi Doria scrisse a Rossi circa la diffidenza di quest’ultimo su John Fitzgerald Kennedy: “Ad impedire che Kennedy si asservisca al Vaticano ce n’è di gente sufficiente intorno a lui, ma se vince Nixon qualcuno di ben peggiore vincerà oltre al Vaticano. È, quindi, tempo che intorno a queste cose si parli più seriamente senza prestarsi al gioco dei repubblicani di mettere in primo piano la questione religiosa. Anche io sarei molto contento se tu andassi in America e conoscessi la tanta brava gente che sta combattendo là la sua battaglia come tu combatti la tua”. Per imporsi nelle elezioni presidenziali del novembre del 1960, Kennedy venne costretto dai fatti a pronunciare queste parole per vincere le diffidenze dell’elettorato che teneva alla sopravvivenza della laicità americana: “Io non sono il candidato cattolico alla guida degli Stati Uniti. Io sono il candidato del Partito democratico al quale capita anche di essere cattolico. Io non parlo a nome della mia Chiesa su argomenti pubblici, e la Chiesa non parla per me”. Probabilmente quelle parole ebbero un effetto positivo anche per Rossi che nella lettera inviata a Ernesto Bolaffio il 12 novembre del 1960, pochi giorni dopo la vittoria di Jfk, scrisse: “Per le elezioni americane ho perso una bottiglia scommessa con mio nipote Carlo, ma l’ho persa volentieri perché – nonostante tutto quello che ho detto contro un presidente cattolico, prima della scelta dei candidati – un presidente Kennedy mi sembra ancor un minor male rispetto a un presidente Nixon. Almeno Kennedy è sperabile si sappia contornare di buoni consiglieri. Se la situazione internazionale fosse meno pericolosa di quanto effettivamente è oggi, avrei preferito Nixon, per non aprire la porta ai presidenti cattolici. Ma, ora, il problema numero uno è, per tutti, quello della pace”. (pal)