sabato 27 gennaio 2007

Keynes come non lo avete mai visto

Il "vero" Keynes riletto da La Malfa
IL VELINO CULTURA del 27 gennaio 2007
di Lanfranco Palazzolo


Roma - In questi giorni è uscito in libreria il saggio J. M. Keynes visto da Giorgio La Malfa, (Luiss University Press, Roma 2006). Il volume, curato dal presidente del partito repubblicano italiano, ribadisce la prevalenza del capitalismo sulle economie di tipo dirigista. Nel saggio, La Malfa sostiene che i sistemi capitalistici hanno prevalso storicamente sui sistemi socialisti grazie alla loro superiore capacità di offrire condizioni di vita adeguate e crescenti. Keynes ha dato certamente il suo determinante contributo a questa superiorità teorica. Tuttavia, il recupero di John Maynard Keynes lascia aperti tanti interrogativi. Il padre della moderna macroeconomia e dell’intervento statale in economia si presta a tante e troppe interpretazioni. Il dubbio è che in Italia si sia persa una reale capacità di comprensione dell’illustre economista. L’osservazione non è una critica al saggio di La Malfa che, con questa pubblicazione, offre una delle poche occasioni in cui si può rileggere il Keynes da conoscere. Il vero atto di accusa dovrebbe essere invece rivolto al recente premio Nobel dell’economia Edmund Phelps, che è stato criticato per aver snaturato, con la complicità di Milton Friedman, la teoria sulla curva di Alban Phillips, vera architrave del pensiero keynesiano. Ma per capire quanta confusione c’è stata sulle teorie dell’economista liberale, basterebbe leggere l’ampia e ambigua pubblicistica che ci è stata consegnata in questi anni. Probabilmente sono in pochi a chiedersi dov’è il vero Keynes nelle lodi che abbiamo visto intorno all’autore del saggio The general theory of employment, interest and money. Dopo anni di aperto linciaggio da parte del neoliberismo, nel 1998 Keynes veniva preso ad esempio dal leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti: “Nel 1930 John Keynes prevedeva per il 2000 un orario settimanale di lavoro di 15 ore. Noi stiamo pensando di scendere da 40 a 35 ore” (Il Mondo, 1 maggio 1998). Nel numero speciale di Marxism today, il quotidiano ufficiale del partito comunista britannico, Eric Hobsbawn scriveva: “Keynes conosceva bene il mondo degli affari, e sapeva che non è vero che i governi devono dare agli uomini di affari tutto ciò che è indispensabile a renderli felici” (novembre 1998). Ma il baricentro politico di Keynes si sposta. L’economista francese Jean-Paul Fitoussi affermava che “si potrebbe dedurre che gli effettivi sviluppi degli ultimi decenni si siano conformati agli insegnamenti della teoria keynesiana” (la Repubblica, 17 novembre 1998). Ma ecco dalla pioggia dei commenti favorevoli spuntare Massimo D’Alema che spiega all’Internazionale socialista come il keynesismo sia “inadeguato” (giugno 1999). Nessuno muove un dito per Keynes. La sinistra italiana si adegua fino a quando Piero Ostellino ricorda come “l’ultimo grande liberale che ha risposto anche alla domanda come risolvere i problemi del suo tempo è stato John Maynard Keynes. Ma né Manconi, né Veltroni, con tutto il rispetto, mi pare abbiano niente a che spartirci” (Corriere della Sera, 15 luglio 2000). E a questo punto la strada si apre a nuovi ammiratori. Su Panorama del 4 ottobre del 2001 Giampiero Cantoni applica una sua teoria keynesiana dopo l’attacco alle torri gemelle. Citando la teoria economica keynesiana delle buche da aprire e da chiudere per stimolare la domanda, Cantoni scrive: “La guerra crea buchi che vanno riempiti. La guerra, che deve finire presto, per carità, è una condizione in cui l’economia americana è paradossalmente cresciuta”. Ma la ripresa non arriva in Europa. L’economista Paolo Savona torna a invocare lo studioso liberale spiegando che “occorre un Keynes, o occorre un circolo intellettuale europeo come il suo, capace di rompere gli attuali equilibri istituzionali che producono effetti economici e sociali perversi” (Il Sole 24 ore del 7 marzo 2003). Ma oggi Keynes non c’è più per spiegarci che cosa sia meglio e di fronte a questi giudizi resterebbe disorientato al punto da apprezzare le teorie marxiste. Ed è per questo che torna utile leggere il saggio di La Malfa. Almeno li sarà possibile apprezzare il vero Keynes. (pal)