martedì 6 marzo 2007

Il "giocatore di carta" che non piaceva ai nazisti

Governato racconta Mathias Sindelar
IL VELINO SERA, 6 marzo 2007

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 6 mar (Velino) - Il mito del “giocatore di carta” in un romanzo. Nello Governato è stato un buon calciatore. Nel corso della sua carriera ha militato nel Torino, nella Lazio, nel Vicenza e nel Como. Una volta messi gli scarpini al chiodo ha fatto il direttore sportivo per la Juventus, per la Lazio, per il Bologna e la Fiorentina. Nonostante questo strettissimo rapporto con il mondo del calcio, Governato ha deciso di raccontare la sua esperienza professionistica e quella da direttore sportivo in alcuni libri interessanti. Non si tratta di piccoli saggi che raccontano le malefatte del nostro calcio, ma di racconti romanzati nei quali l’ex calciatore ha messo la sua esperienza al servizio della fantasia. E attraverso questa tecnica di narrazione, Governato ha scritto pagine che non ci parlano di grandi campioni, ma di calciatori viziati e onnipotenti, di signori del calciomercato, di allenatori invasati, di procuratori senza scrupoli e di presidenti troppo appassionati o troppo furbi. Del resto, i titoli dei suoi romanzi parlano chiaro: nel 2002 Governato pubblica Sporco amore con Limina, nel 2004 esce Gioco sporco con Rizzoli tanto per fare due esempi. In questi giorni è uscito a sorpresa La partita dell’addio - Mathias Sindelar il campione che non si piegò ad Hitler. L’idea di Nello Governato è coraggiosa. Attraverso la fantasia romanzesca viene narrata la biografia del più grande campione di calcio austriaco, il giocatore di carta, scomparso il 23 gennaio del 1939 con la sua compagna a Vienna a causa delle esalazioni della stufa a gas della sua abitazione. Sindelar era un giocatore coraggioso. Da solo fu in grado di mettere paura alla nazionale inglese e riuscì anche a sconfiggere la squadra azzurra di Vittorio Pozzo in una memorabile partita al Prater di Vienna il 20 marzo del 1932. In quell’occasione Sindelar riuscì a infilare la nazionale italiana per ben due volte e nell’arco di due minuti. Per la cronaca la partita si concluse 2 a 1. Per molti versi quel match fu decisivo per la vita di Sindelar perché gli italiani, due anni dopo, nel timore di ripetere l’esperienza del Prater, commisero ogni genere di scorrettezza nei suoi confronti durante la semifinale della coppa del Mondo disputata in Italia. Stavolta il marcatore di Sindelar era un oriundo argentino, tale Luisito Monti, che lo avrebbe mandato diritto all’ospedale di Milano. La partita fu vinta dagli uomini di Pozzo che volarono a Roma vincendo la finalissima contro la Cecoslovacchia. Durante la degenza, Sindelar avrebbe conosciuto Camilla Castagnola, una donna italiana di origine ebraica, che lo avrebbe seguito in Austria andando a vivere con l’attaccante a Vienna. Nei mesi che precedettero Anchluss, ovvero l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, il calciatore sarebbe stato l’oggetto dei desideri della nazionale di calcio tedesca e del suo allenatore Sepp Herberger che avrebbe voluto vincere i mondiali di calcio in Francia grazie al contributo del giocatore di carta. Il 3 aprile del 1938 la nazionale austriaca giocò la sua ultima partita prima del referendum che sancirà l’annessione del Paese alla Germania. L’incontro si rivelò un vero e proprio disastro per i tedeschi. Tutti si aspettavano un pareggio tra le due squadre. Ma così non fu. La partita finì male per i tedeschi che vennero ridicolizzati. Il tabellino riporta il risultato di 2 a 0 per l’Austria con uno dei due gol segnati proprio da Sindelar. Di questo libro sorprende un passo scritto per presentare il romanzo nel risvolto di copertina: “Paradossalmente, il calcio non fu mai così democratico mentre si consolidavano in Europa i regimi totalitari che avrebbero fatto sprofondare il mondo nelle tenebre della guerra”. Mentre nello stesso romanzo è citato un brutto episodio che ci ricorda quando “prima di un Napoli-Inter due grandi calciatori, Vincenzi e Meazza, capitani delle due squadre, si erano stretti la mano a centrocampo”. La Federazione italiana di calcio li avrebbe ammoniti e poi diffidati. Era vietato stringersi la mano a centrocampo. L’obbligo era quello di fare il saluto fascista. Lo stesso episodio, senza squalifica, accadde a Sindelar alla fine delle partita dell’Anchluss. Quasi tutti i calciatori tedeschi e austriaci si riunirono a centrocampo per il saluto nazista. Il 35enne Sindelar restò a centrocampo immobile quasi come se il saluto non lo interessasse. Ma quello che interessava alla nazionale tedesca era di reclutare Sindelar. La nuova squadra doveva essere composta di austriaci e tedeschi per sancire la superiorità dell’annessione di Vienna. Il giocatore declinò l’invito. Secondo alcuni, da quel “no” maturò la fine della squadra teutonica ai mondiali di Francia del 1938. Nelle prime due partite contro la Svizzera la Germania fu di nuovo sconfitta: 1 a 1 all’andata e 4 a 2 al ritorno contro gli elvetici. E pensare che alla vigilia di quel mondiale il quotidiano tedesco Volkischer Beobachter aveva scritto “Sessanta milioni di tedeschi giocheranno a Parigi!”. Gli rispose lo Zurich sport all’indomani della sconfitta con gli svizzeri: “Sessanta milioni di tedeschi stavano giocando (...) A noi sono bastati undici giocatori”. Ma leggendo questi fatti non si può pensare che il calcio di allora fosse democratico come sostiene Nello Governato. Non era forse così. È più giusto dire che il calcio allora come oggi era imprevedibile. Forse è proprio per questo che non è possibile pensare che Sindelar sia stato ucciso dai nazisti nel gennaio del 1939 per vendicare “la partita dell’addio”. Non ci sono prove e nessuno le ha mai trovate. Oggi è difficile credere a questa versione così come prendere per buona la versione di Governato che Sindelar era stato “progressivamente emarginato”. Appena un mese prima di morire, il 26 dicembre del 1939, Sindelar era sceso in campo con l’Austria Vienna contro l’Herta Berlino nella capitale tedesca. Fu la sua ultima partita. Riuscì a segnare il gol del pareggio definitivo sotto la neve: 2 a 2. Forse era proprio quella bravura e quella grandezza, sconosciuta al calcio tedesco dell’epoca, che ha creato il mito del martire del nazismo. Un mito che è giunto fino a oggi e che viene alimentato da questo romanzo tutto da leggere.

(pal) 6 mar 2007 11:02