sabato 26 maggio 2007

Il "fuoco" dello stalinista che voleva la pace

Grandi ritorni / Ristampato “Il fuoco” di Henri Barbusse
IL VELINO CULTURA del 26 maggio del 2007
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra, la copertina de "Il fuoco" edizione Flammarion).

Roma, 26 mag (Velino) - Torna in questi giorni nelle librerie italiane Il fuoco (Kaos Edizioni), la novella che rese celebre lo scrittore francese Henri Barbusse (1873-1935), autore controverso le cui opere vanno valutate tenendo conto adeguatamente della sua militanza politica. Il fuoco, testo che colpisce per la crudezza e il realismo, tratta dell’esperienza vissuta da Barbusse nella prima guerra mondiale alla quale partecipò come volontario nell’esercito francese. Dopo essere stato ricoverato in seguito ad alcune ferite rimediate al fronte, Barbusse cominciò a raccogliere appunti sul conflitto combattuto nei pressi di Vimy, località al confine tra Belgio e Francia. Proprio in questi giorni la prima guerra mondiale è protagonista sui nostri schermi televisivi grazie a L’amore e la guerra che ha raccolto un indiscutibile successo di pubblico (vedi il VELINO del 15 maggio Ascolti tv:”Porta a porta” trionfa. Rivincita di Liotti e Stella). La fiction televisiva ci racconta dell’amore fra la contessina Albertina Regis (Martina Stella) e il sergente di umili origini Rocco Parri (Daniele Liotti). I due (senza mai incontrarsi), fanno crescere i propri sentimenti grazie alla corrispondenza che le donne d’alto ceto in tempo di guerra tengono con i soldati al fronte. Albertina decide di raggiungere Rocco come crocerossina contrariando il padre, che osteggia la relazione, e mettendo a repentaglio la propria vita pur di conoscere l’autore delle lettere. La fiction si è liberamente ispirata ai libri Addio alle armi di Ernest Hemingway e La guerra sulle montagne di Rudyard Kipling, autore, quest’ultimo, che si è occupato della Grande guerra anche con France at War, nel quale raccontò la tragica esperienza della morte del suo unico figlio nella battaglia di Loos del 1915. Ne Il fuoco non ci sono crocerossine innamorate di persone mai viste o ufficiali desiderosi di romantiche avventure. I protagonisti della novella di Barbusse sono lasciati a se stessi e al loro amaro destino in una guerra che non lascia scampo. Il libro ebbe un immediato successo e in Italia venne pubblicato nel 1918 dalla casa editrice Sonzogno che lo rilanciò nel lontano 1950. Da allora è sparito dalla circolazione. Alla sua uscita, nel 1916, il volume vinse il premio Goncourt, tuttora molto prestigioso in Francia. Ma forse al lettore che si vorrà gustare questa novella va detto che Barbusse non è uno scrittore pacifista. Affibbiare questo termine allo scrittore francese è alquanto improprio. Lo storico George Mosse così scrisse nel 1990 nel suo libro Le guerre mondiali: dalla tragedia al mito dei caduti (Laterza): “Le feu di Henri Barbusse, un libro in cui il ritratto realistico di una squadra di soldati in trincea lasciava un ben scarso margine per qualsiasi ambiguità nella condanna della guerra. Ma personalmente Barbusse non era un pacifista. Egli odiava soltanto le guerre cosiddette imperialistiche, e non le guerre combattute nell’interesse dell’Unione Sovietica, o di quanti giudicava appartenere alla categoria degli oppressi”. Del resto, la storia di Barbusse parla chiaro. Negli anni Venti si recò in Unione Sovietica dove scrisse il controverso Staline. Un monde nouveau vu à travers un homme (Paris 1935 – Flammarion,) nel quale rilasciò il seguente giudizio sul dittatore comunista: “Si è messo e resta in contatto con il popolo operaio, contadino e intellettuale dell’URSS e con i rivoluzionari del mondo, che amano con tutto il cuore la loro patria, vale a dire molto più di duecento milioni di persone”. E aggiunse: “Quest’uomo nitido e perspicace era un uomo semplice… Rideva come un bambino… Per molti versi rassomigliava allo straordinario V.I. Lenin; la stessa profonda conoscenza della teoria, lo stesso senso della pratica, la stessa risolutezza… È in Stalin, più che in ogni altra persona, che si trovano il pensiero e la parola di Lenin. È il Lenin dei nostri giorni”. Ovviamente la novella pubblicata nel 1916 merita una grande attenzione nonostante la partigianeria di Barbusse. Di fronte alle manipolazioni della letteratura operate oggi dalla televisione, è doveroso leggerla perché solo la scrittura sa raccontare gli eventi con dovizia di particolari. In altre parole è meglio bruciarsi con Il fuoco che evitare la scottatura di un dramma che oggi ci appare molto lontano.

(pal) 26 mag 2007 12:07