lunedì 3 settembre 2007

Lizzani ei tempi di "Roma fascista"

Cinema e antisemitismo/
Lizzani da Suss l’ebreo a Hotel Meina
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 3 settmbre 2008
(A destra la locandina di Suss l'ebreo)

Roma, 3 set (Velino) - Tra i film presentati al Festival del cinema di Venezia ha fatto molto discutere Hotel Meina diretto da Carlo Lizzani e tratto dall’omonimo romanzo di Marco Nozza. La pellicola ricostruisce una vicenda accaduta all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 tra gli Alleati e l’Italia. La vita di Noa, della sua famiglia e di tutti gli ospiti dell’albergo Meina sul lago Maggiore viene sconvolta dal brutale arrivo di un plotone delle SS che rinchiude gli ebrei costringendo tutti a una settimana di terrore e attesa. Drammaticamente combattuti tra il desiderio di fuga e la speranza della fine della guerra, i prigionieri vivranno un’assurda settimana chiusi in questa lussuosa gabbia di paura e dolore che è appunto l’hotel. Alla fine verranno uccise 56 persone. L’opera cinematografica non ha riscosso consensi unanimi. L’autore del film ha romanzato molto la realtà allargando le maglie della storia e inserendo nel film episodi non accaduti realmente. Lo scorso 25 febbraio la Stampa ha titolato: “Il film di Lizzani offende gli ebrei”. Il regista si è così difeso: “Penso che ogni volta in cui si decide di fare un film su vicende realmente accadute, ci si imbatte in qualche ostracismo da parte di familiari, amici e conoscenti di quelle persone. D’altronde – ha proseguito Lizzani -, quando si lavora con la finzione, bisogna anche potersi prendere delle libertà artistiche. Detto questo sono sicuro che i sopravvissuti alle vicende dell’hotel Meina troveranno il film assolutamente rispettoso riguardo ai fatti e alle vittime della strage”.
Becky Behar, unica sopravvissuta di quel massacro, aveva solo 13 anni quando si verificarono i tragici fatti. Oggi si schiera contro quel film: “Questa sceneggiatura non racconta i fatti accaduti all’hotel Meina, non racconta la mia storia né quella dei miei amici che ho visto morire – ha spiegato la Beahr -. Mai come ora le immagini influenzano e hanno più presa di quanta non ne abbia la parola scritta o una testimonianza. Che credibilità posso avere con i giovani dopo un film del genere?”. La Behar ha aggiunto che dopo aver letto la sceneggiatura di Lizzani non ha più dormito. Una delle ragioni del risentimento della donna, riguarda l’inserimento nel film della figura di un nazista buono che nella realtà non è mai esistito. Lizzani ha dichiarato di essere venuto incontro alla Behar dando l’assenso alle modifiche che aveva chiesto, tranne una: quella riguardante il permissivismo dei nazisti nei confronti degli ebrei che venivano lasciati liberi di uscire dall’albergo. Lizzani spiega: “I tedeschi lasciavano uscire alcuni prigionieri, avendone però i parenti in ostaggio. Crudele gioco del gatto con il topo” (Giornale dello scorso 24 agosto). Becky Behar non era presente a Venezia e molti dubitano che possa esserci un incontro di chiarimento tra lei e il regista.
Anna Cardano, presidente dell’Anpi di Novara ha denunciato: “Non hanno invitato Behar alla ‘prima’, né le hanno comunicato cambiamenti alla sceneggiatura o offerto di visionare scene del film. Non mi pare che siano segni di una disposizione positiva nei confronti delle sue legittime richieste di correzione”. Non è la prima volta che Lizzani è “protagonista” di una polemica con gli ebrei. Nel libro di Mirella Serri I redenti – Gli intellettuali che vissero due volte (Corbaccio, 2005) è stato ha ricordato l’appoggio che diede Lizzani alla principale opera cinematografica del nazismo antisemita, Suss l’ebreo, uscito alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il film era una manipolazione nazista dell’omonimo romanzo di Lion Feuchtwanger. Il gerarca nazista Heinrich Himmler ordinò la visione obbligatoria di Suss l’ebreo a tutte le truppe e alle SS. L’opera fu recensita su Roma fascista del 9 ottobre del 1941 dal giovane Lizzani che trovò il film bellissimo e “ottimamente riuscito”, aggiungendo che “è un organismo così accuratamente costruito (che) se calato nel tempo, ne sforza naturalmente i limiti, ne piega la presunta autorevolezza con il peso delle nuove tesi, al contrario, ad esempio di quanto avviene in alcuni assai citati film storici”.
In quel periodo Lizzani sosteneva la necessità di un intervento deciso della politica nel cinema “come un’arma di propaganda in mano allo Stato totalitario che deve esserlo sempre più” (Roma Fascista, 15 gennaio 1942). Nell’ottobre del 2005, nel corso di un dibattito su “Intellettuali italiani tra fascismo e postfascismo”, Lizzani affermò che era ora di farla finita di utilizzare la parola “fascista” come sinonimo di assassino e criminale facendo notare come la dittatura non fu solo oppressione e reazione culturale. Usando il lemma “fascista” come insulto, disse nell’occasione il regista, si è finiti per sottovalutare la “geniale” capacità di Mussolini nell’incoraggiare sviluppo e modernità. Il dibattito venne seguito il 18 ottobre 2005 dalla Stampa con un articolo firmato da Mirella Serri la quale, curiosamente, non fece menzione del passato fascista del giovane Lizzani di cui lei stessa aveva fornito ampia testimoniananza nel suo libro.

(pal) 3 set 2007 13:27