sabato 22 settembre 2007

Come il calcio italiano ha dimenticato Arpad Weisz

Un allenatore colpito dalle leggi razziali
IL VELINO CULTURA del 22 settembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Forse sono in pochi a sapere che le leggi razziali del fascismo hanno provocato una vittima illustre. Si tratta di Arpad Weisz, allenatore dell’Ambrosiana e poi del Bologna. Weisz portò al successo dello scudetto queste due squadre. Se lo facesse oggi, sarebbe considerato un genio insuperabile del calcio. Lo seppe fare tra gli anni ’20 e ’30, riuscendo in un impresa che solo in pochi hanno raggiunto. Il nome di questo allenatore ebreo di nazionalità ungherese è stato dimenticato da tutti. L’unica traccia visibile dell’insegnamento di Weisz è rimasto nella bravura di Fulvio Bernardini che riuscì a vincere lo scudetto con il Bologna negli anni ’60. Nel 1938 fu costretto a lasciare il nostro Paese per l’introduzione delle leggi contro i cittadini italiani e stranieri di religione ebraica. Fu un vero peccato per il calcio italiano. La sua cacciata dal mondo calcistico italiano fu passata sotto silenzio da tutti i mezzi di informazione e dimenticata dalla saggistica sul calcio. A ricordarne la figura ci ha pensato Matteo Marani, giornalista del Guerin Sportivo che ha pubblicato con Aliberti editore Dallo Scudetto ad Auschwitz - Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. Questo libro merita un plauso speciale perché Marani ha saputo dare una risposta esauriente a un interrogativo che si ponevano in molti senza trovare risposte. Enzo Biagi qualche anno fa si era chiesto: “Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chissà come è finito”. Come fosse finito Weisz non lo sa nemmeno Simon Kuper che pubblica nel 2003 con ISBN il volume Ajax, la squadra del ghetto. Weisz aveva allenato tra il 1939 e il 1941 una squadra olandese, il FC Dordrecht. Ma del suo nome non c’è traccia. Si parla una sola volta di Weisz in Calcio e fascismo (Mondadori) di Simon Martin. Il giornalista inglese ricorda che “gli ungheresi Ugo Meisl e Arpad Weisz avevano contribuito grandemente alla modernizzazione del calcio italiano. In effetti, con crudele disprezzo del suo contributo allo sviluppo del calcio italiano, Weisz, l’ebreo ungherese, fu costretto a rinunciare alla sua professione nel gennaio del 1939, in seguito all’introduzione delle leggi razziali. Venne in seguito deportato e morì in campo di concentramento” (pagina 85). La fine dell’esperienza dell’allenatore ungherese fu accompagnata dal silenzio dei mezzi di informazione sportiva. Ad emettere la sua condanna a morte ci pensò lo stesso Benito Mussolini che modificò il decreto sulla discriminazione degli ebrei che imponeva a quanti di loro fossero stranieri di lasciare l’Italia. La prima stesura aveva previsto l’espulsione per gli ebrei che risiedevano in Italia nel 1933. Ma il presidente del Consiglio pensò di anticipare la data dell’espulsione al 1919. Il Calcio illustrato aveva descritto Weisz così nel 1937: “Troverete rilievi originali e profondi, e nel complesso la prova di un’intelligenza purtroppo non comune nei nostri allenatori. Non per nulla questo ungherese ha vinto, sinora, tutti i campionati a girone unico lasciati liberi dalla Juventus”. Ma quando l’allenatore ungherese fu costretto a lasciare l’Italia, lo stesso Calcio illustrato liquidò quell’allenatore “intelligente” con due righe: “Quanto a Veisz (il nome autarchico stabilito dal fascismo, ndr) sembra che lascerà l’Italia a fine anno”. In Italia nessuno riuscì davvero a comprendere le ragioni che avevano spinto Weisz in Italia. L’allenatore cercò fortuna a Parigi dove trovò una città nella quale l’ideologia nazista aveva fatto strada prima della guerra. Tra il gennaio del 1938 e l’inizio della primavera di quell’anno Weisz cercò un ingaggio con una squadra francese e trovò solo l’ostilità di un ambiente calcistico prevenuto verso gli ebrei. Ne è un esempio Alexandrè Villaplane, capitano della nazionale francese ai mondiali di calcio del 1930, che divenne nel 1940 collaboratore della Gestapo e fu condannato a morte nel 1944 dopo la liberazione della Francia. Una possibilità di riscatto per Weisz arrivò da una squadra olandese di prima divisione, il FC Dordrecht. Weisz riuscì a guidare questa formazione per tre stagioni, collezionando una salvezza e due cinque posti da ricordare per la sconfitta inflitta per due volte al Feyenoord, una delle squadre più forti dell’epoca. L’invasione nazista del suo Paese avrebbe ucciso ogni speranza della famiglia dell’allenatore olandese che fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. Per Weisz il passaggio dal campionato italiano a quello olandese fu traumatico. L’allenatore pensava spesso all’Italia e a quel calcio che aveva abbandonato e avrebbe pagato la follia di una guerra inutile che avrebbe travolto tutto. Anche quel calcio che Weisz amava e che aveva contribuito ad innovare con la sua bravura. (pal)

Piccola storia dell'insulto parlamentare

Quando Montecitorio diventa un “ring”
IL VELINO CULTURA del 22 settembre del 2007
di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra Giancarlo Pajetta)

Roma - Qualche giorno fa, la Corte di cassazione si è pronunciata in merito a un ricorso presentato dal primo cittadino del Comune di Buccino (Ba) che era stato accusato da un consigliere comunale di clientelismo e di voto di scambio. Con la sentenza numero 34.849 della quinta sezione penale, il ricorso ad affermazioni volgari o insulti per stigmatizzare gli avversari è stato però giudicato non perseguibile, in quanto, questa la motivazione, “il linguaggio di molti politici di livello nazionale, ed in alcuni casi addirittura dei leaders, si è talmente involgarito ed è divenuto così aggressivo, che non deve meravigliare se poi rappresentanti politici locali imitino i propri capi”. Sarà, ma la motivazione convince fino a un certo punto. Soprattutto la dove si afferma che il linguaggio politico si è involgarito ed è divenuto così aggressivo “negli ultimi tempi”. la verità è che il linguaggio dei politici è sempre stato molto volgare, e molto spesso, e dai tempi dei tempi, Montecitorio è stato trasformato in un ring dove non sono certo state risparmiate parolacce e insulti feroci. Ai tempi della I legislatura (1948-1953) l’ex partigiana Gina Borellini si rivolse al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi apostrofandolo come un “assassino”. Per giustificarsi, la parlamentare del Pci spiegò poi che aveva rivolto al capo del Governo un’accusa di natura politica. Renzo Laconi, noto a Montecitorio come il sosia di Giulio Andreotti, prima di diventare capogruppo del Pci attaccò duramente Mario Scelba definendolo come “un criminale assassino, con le mani sporche si sangue” (1 dicembre 1949). Giancarlo Pajetta fu molto duro con il ministro del Commercio con l’Estero Ugo La Malfa definendolo come “un lustrascarpe di ogni ambasciatore americano” (30 aprile del 1952). Non è andata certo meglio a Giovanni Roberti (Msi) che porta a casa questo bel complimento dallo stesso Pajetta il 3 luglio del 1956: “Servo degli hitleriani!”. Randolfo Pacciardi nega di essere d’accordo con Giovanni Leone specificando che se lo fosse, lui ed altri sarebbero “Cornuti e razziati!” (19 luglio 1958). Il deputato missino Clemente Manco si ispira alle sacre scritture quando definisce Aldo Moro come “ipocrita, gesuita!” (5 agosto del 1960). A Manco si associa Domenico Leccisi che apostrofa lo statista che sarebbe stato assassinato dalle Br come un “fariseo!”. Mario Alicata (Pci) critica il parlamentare della Dc Renato Quintieri. Prima gli ricorda che gli fa “pietà” e poi lo definisce uno “stupido” (2 aprile del 1965). Alfredo Covelli accusa Ugo La Malfa di essere “un vile”, e il segretario del Pri gli risponde con fierezza: “Io la disprezzo!” (2 maggio del 1967). Intanto, l’immancabile Pajetta si tiene in allenamento e si rivolge ad Aldo Moro con “lei è un servo” (13 luglio del 1967). Il più grosso incassatore della storia parlamentare è senza dubbio Pannella che si è beccato gli sputi di Pajetta al grido di “mascalzone!” ai tempi del dibattito per l’autorizzazione all’arresto di Toni Negri nel 1983. Il leader radicale ha collezionato nella VII legislatura centinaia di “buffone” e “cialtrone”. Un eccellente allievo di Pajetta è stato Mario Pochetti, frusta del gruppo comunista alla Camera, che non ha mai sopportato Pannella interrompendolo in ogni occasione. Una volta lo provocò: “Da quando ha preso a nitrire, Pannella?”. Pannella gli rispose: “Da quanto ti sento ragliare per solidarietà di specie” (6 marzo 1986). La Cassazione è servita. (pal)