sabato 29 settembre 2007

Il Quirinale e la televisione

Quirinale e tv / Breve storia di un rapporto mai idilliaco
--IL VELINO CULTURA--
di Lanfranco Palazzolo - 29 settembre 2008


Roma - Farà ancora molto discutere l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla presenza dei politici in televisione e il loro ricorso alla “passerella” negli studi tv. Non è un attacco diretto al mezzo televisivo quello del capo dello Stato, ma al modo con il quale la politica trascura altre forme di rapporto diretto con i cittadini a scapito delle istituzioni. Del resto bisogna anche dire che il rapporto tra tv e Quirinale non è mai stato idilliaco. E che vi è stato un tempo in cui il Quirinale ha rappresentato l’ago della bilancia nella concorrenza tra trasmissioni televisive, riuscendo persino a battere il calcio. È accaduto con Francesco Cossiga ai tempi del suo settennato presidenziale. Nel giugno del 1991, all’indomani del referendum sulla preferenza unica, infatti, lo stesso Cossiga tenne un’intervista trasmessa lunedì 10 dalle tre reti Rai: venne vista da 9.902.000 telespettatori, superando di gran lunga l’ascolto della “soap” Beautiful (sette milioni), della partita Italia-Danimarca, trasmessa mercoledì 12 giugno del 1991 su Raidue e della sintesi Italia-Urss, trasmessa domenica 16 giugno su Raitre. Solo la partita Norvegia-Italia, trasmessa mercoledì 5 su Raidue superò, con 11.502.000 telespettatori, l’ascolto raggiunto da Cossiga. Oscar Luigi Scalfaro, invece, è passato alla storia come il primo presidente della Repubblica che ha pianto in diretta televisiva. È accaduto nel corso del messaggio di fine anno del 31 dicembre 1992. Qualche giorno dopo Scalfaro si giustificò per quella “debolezza”: “È vero, mi sono emozionato davanti alle telecamere. E sapete perché mi è successo? Perché da quando sono presidente ho assistito a grandi sofferenze, davanti a me, dal vivo, alla mia scrivania, e ho ricevuto innumerevoli lettere di persone delle fedi più diverse, colpite in egual misura dai patimenti più gravi e che mi dicono: presidente, lei deve aiutare l’Italia a rinascere”. La tendenza a mettere sotto accusa la televisione nasce con Carlo Azeglio Ciampi. Anche se a cominciare l’attacco alla televisione ci ha pensato sua moglie Franca affermando che la televisione “è deficiente” e invitando i giovani “a leggere” invece di stare sul piccolo schermo (premio Grinzane, 27 novembre 2001). Nonostante le critiche di Franca, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi telefona alla trasmissione Buona domenica per invitare Marco Pannella e il deputato della Margherita Roberto Giachetti a smettere di fare lo sciopero della fame per la mancata nomina di due giudici della Corte costituzionale. Nel corso della diretta del 21 aprile del 2002 su Canale 5 Ciampi annuncia quindi un suo messaggio alle Camere: “Alcuni giornali oggi hanno fatto riferimento all’ipotesi di un mio messaggio. È una possibilità, a me ben presente, nel caso di deprecabili, ulteriori ritardi”. Ma le critiche della signora Franca fanno breccia al Quirinale. Il 27 aprile del 2004 Carlo Azeglio lancia critiche alla tv dopo le polemiche sull’agghiacciante intervista realizzata da Paolo Bonolis con il serial killer Donato Bilancia durante la trasmissione Domenica In: “I cittadini chiedono sempre più informazione su modelli e comportamenti positivi, d’impegno sociale, nobiltà d’ animo, dedizione al prossimo, sentimenti”, avverte. E sono “stanchi” di negatività, ansia e preoccupazioni “diffuse in tutti gli spazi dell’informazione. Tutto deve essere raccontato senza censure o autocensure se non quelle poste da circostanze professionali e umane”. L’anno dopo Ciampi ribadisce le sue critiche a Cremona, attaccando frontalmente la tv “spazzatura”: “Non si può delegare agli altri la trasmissione di principi-guida validi per tutta l’esistenza. È bene che lo ricordino i padri di famiglia” (6 dicembre 2005). Giorgio Napolitano lascia intendere agli esordi del proprio mandato che la televisione non gode della sua stima anche perché ha il demerito di penalizzare altre forme di comunicazione e di spettacolo accusando i “pubblici poteri e anche televisione e radio di non aiutare il teatro”. Nel corso della cerimonia per la consegna di un premio teatrale, il capo dello Stato spiega ad alcuni artisti: “Il piccolo schermo ha accresciuto la popolarità di molti di voi, ma forse non ha contribuito come avrebbe potuto e potrebbe a diffondere nel grande pubblico l’amore per il teatro…”. Oggi è toccato alle istituzioni curarsi le ferite dai danni della televisione. (pal)