lunedì 1 ottobre 2007

La rivolta dimenticata di Lhasa

1987-2007
Tibet, 20 anni dalla rivolta dei monaci
Il Velino del 1 ottobre del 2007
(Nella foto a destra le manifestazioni del 1 ottobre del 1987 in piazza a Lhasa).
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - La regione fu occupata dalla Cina nel lontano 7 ottobre del 1951. Il 1 ottobre 2007, invece, è caduto il 20mo anniversario della rivolta dei monaci tibetani. Rivolta repressa nel sangue da Pechino. Al grido indipendenza per il Tibet, una ventina di monaci buddisti, seguiti da migliaia di cittadini, sfilarono lunedì primo ottobre 1987 per le strade della capitale Lhasa, scontrandosi con la polizia. Il bilancio fu di 14 morti. I primissimi “disordini” erano iniziati il precedente 27 settembre ma le autorità cinesi non diedero peso a quelle avvisaglie. Il Dalai Lama, nel corso di una visita negli Stati Uniti nel settembre del 1987, aveva proposto la creazione di una zona smilitarizzata in Tibet, sollecitando l'apertura di una trattativa sullo status del paese. Immediata fu la replica del ministero degli Esteri cinese che definì la proposta del Dalai Lama alle autorità americane come un tentativo per dar vita a un Tibet indipendente. In quei giorni dell’ottobre del 1987, i pochi testimoni, per lo più turisti, che riuscirono ad assistere a quella manifestazione a Lhasa, la descrissero come una manifestazione improvvisa alla quale parteciparono migliaia di monaci buddisti. “L'atmosfera era arroventata” raccontò un turista australiano mentre vedeva la grande piazza di Lhasa riempirsi e la gente correre da tutte le parti gridando di volere la libertà e l’indipendenza per il Tibet. “Ci battiamo contro i cinesi”, proclamavano i dimostranti ai turisti stupiti per quella dimostrazione contro gli occupanti. Le manifestazioni proseguirono nei giorni successivi. A farne le spese fu anche una cittadina italiana, Paola Davico, studiosa della lingua cinese che fu immediatamente messa sotto controllo dalle autorità di Pechino e poi arrestata nel dicembre successivo con l’accusa di aver protetto un ricercato dalla polizia. Quei disordini misero in grave difficoltà il Partito comunista cinese che il 25 ottobre successivo avrebbe dovuto svolgere il suo congresso a Pechino. I disordini rafforzarono la posizione degli elementi conservatori contro gli innovatori guidati da Deng Xiaoping. Era stato proprio Deng a restituire al Tibet la libertà di culto che era stata violentemente repressa ai tempi della rivoluzione culturale di Mao. I mezzi di informazione cinesi diedero allora ampio spazio a quella rivolta. Molti rimasero stupiti per quell’atteggiamento di glasnost da parte delle autorità comuniste. Questo comportamento aveva una logica precisa. Il Daily people accusava direttamente il Dalai Lama di essere il principale responsabile del tentativo di rivolta “allo scopo di sabotare l'unificazione della madre patria....” . Ma alla fine arrivò il black out. Allora Internet non era per nulla diffuso e le autorità cinesi chiusero la regione e, in occasione dell’anniversario dell’occupazione, il 7 ottobre bloccarono ogni forma di comunicazione con l’esterno La regione era stata aperta al turismo appena nel 1985. Tutti i turisti stranieri furono invitati a lasciare la regione senza troppi complimenti. A poche ore dall’anniversario dell’occupazione cinese giunse anche il voto del Senato degli Stati Uniti che condannò quella repressione (98 voti favorevoli, nessuno contrario) invitando il presidente degli Usa, Ronald Reagan a incontrare i vertici cinesi. Per poche ore i rapporti tra gli Usa e la Cina tornarono tesi. Washington aveva riconosciuto nel 1978 l’occupazione cinese del Tibet e non voleva riaprire la questione con Pechino per quella piccola sommossa. La ragione che spingeva Reagan a mantenere quella politica di buone relazioni con Pechino era l’illusione che il governo cinese non avrebbe aiutato l’Iran nella guerra contro l’Iraq. Un calcolo del tutto sbagliato che rafforzò la politica cinese. Se ne sarebbero accorti tutti nella primavera del 1989 al momento della rivolta degli studenti di piazza Tien an men. (pal)