mercoledì 3 ottobre 2007

Il "Mostro" del bicameralismo perfetto

Il Velino del 3 ottobre del 2007
La polemica sulla “Casta" / Come nacque l'armata dei "mille"
di Lanfranco Palazzolo

(A sinistra Francesco Saverio Nitti. Si schierò contro il bicameralismo perfetto).

Roma - In questi mesi di aspra discussione sul numero dei parlamentari abbiamo pensato di ricordare in quale clima è nato “l’esercito” dei mille parlamentari che i critici della politica cercano di mettere in discussione in ogni occasione e che oggi nessuno, almeno a parole, vuole difendere. A sessant'anni dai lavori dell’Assemblea costituente forse sarebbe il caso di ricostruire il clima in cui si è formata l’idea del cosiddetto bicameralismo perfetto, proprio nell’ottobre del 1947, quando i costituenti scrissero gli articoli che ne determinarono la nascita. Nei giorni scorsi, il giornalista e scrittore del Corriere della Sera Gian Antonio Stella è risalito al 1919 per trovare le contestazioni di Luigi Einaudi contro la cosiddetta “casta” dei “padreterni”. Sarebbe stato forse più semplice prendere come modello Francesco Saverio Nitti e il suo monito contro la decisione di far nascere un Parlamento con mille membri che Roma avrebbe faticato a tenere nei suoi uffici di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ma andiamo con ordine. Alla fine dell’estate del 1947, nel pieno dei lavori della Costituente, l’ipotesi di una seconda Camera che ripetesse lo schema del Senato del Regno non era gradita al Pci. La sinistra non ideologica era profondamente divisa, ma gli azionisti del Pd’A, in grande maggioranza, volevano un sistema unicamerale eletto a suffragio universale. Non molto diversa era la posizione dei socialisti. Si va da chi come Massimo Severo Giannini era favorevole a una sola Camera, a Ludovico D'Aragona che propugnava l’idea di un bicameralismo ineguale, dove la seconda Camera avrebbe avuto il compito di garantire una migliore formulazione delle leggi. Il costituzionalista Costantino Mortati, democristiano, ripropose la tesi dei cattolici sulla rappresentanza organica delle categorie professionali: un Senato nuovo di zecca per raccogliere tutte le forze vive e produttive della Nazione. Ma per il Pci quella idea è troppo simile alle tesi fasciste. Piero Aimo nel suo saggio (“Bicameralismo e regioni: La Camera delle autonomie. Nascita e tramonto di un'idea. La genesi del senato alla costituente”, edizioni di Comunità, 1977) descrisse bene la confusione e le alleanze di quei giorni. Se il socialdemocratico Lami Starnuti proponeva un ordine del giorno in cui esprimeva parere favorevole al sistema bicamerale a condizione che la seconda Camera non sia costituita in modo da alterare sostanzialmente la fisionomia politica del paese, qual è stata rispecchiata dalla composizione della prima Camera, ecco pronto un secondo documento presentato dai costituenti Aldo Bozzi, Luigi Einaudi, Costantino Mortati e Pietro Castiglia in cui si affermava l’idea che il Senato avrebbe avuto il compito di dare completezza di espressione a tutte le forze vive della società nazionale. Una formula vaga che insospettì le sinistre ma che, messa ai voti, prevalse abbastanza nettamente tra i dubbi del Pci e del Psi. Luigi Einaudi propose il nome di Camera dei senatori. Mentre il comunista Umberto Nobile la chiamò Camera degli Anziani. Se il Senato nascerà, fu la tesi del Democristiano Gaspare Ambrosini, occorre che nasca vitale, non collocato in una posizione d’inferiorità di fronte alla Camera, né costituito sulla base dello stesso sistema di questo. Ci sono personalità, sostenne infatti Ambrosini, “di altissima esperienza e valore, che per il loro temperamento o il loro ufficio non vogliono o non possono prendere parte alle competizioni elettorali: privare la seconda Camera dell’apporto di tali uomini non è opportuno. Perciò può ammettersi che il Capo dello Stato possa procedere, sia pure in maniera limitata, alla nomina di tali uomini, predeterminandosi magari le categorie dalle quali sarebbe consentito di presceglierli. Non si parla più di Camera delle regioni, né di forze vive o di rappresentanza d’interessi, ma solo di un gruppo di eminenti personalità che, di limatura in limatura, si ridurranno agli attuali Senatori a vita”. Lo scontro sul Senato si svolse confuso. Tra le idee di quelle settimane - tra il settembre e l’ottobre del 1947 - Meucci Ruini auspicò una superCamera, una specie di Consiglio superiore della Nazione. Un’Assemblea nazionale, chiarì Ruini, e cioè il Parlamento, “che funziona a Camere riunite per atti di singolare importanza, come l’elezione del Presidente della Repubblica, il voto di fiducia e sfiducia al Governo, la dichiarazione di mobilitazione generale e dell’entrata in guerra....”. Francesco Saverio Nitti (Unione democratica nazionale) non accettava l’arrivo di questo esercito di politici di professione: “Questa nuova Camera non deve esistere. Questa nuova Camera - esplode - non ha scopo di esistere, non deve esistere! Potete ben immaginare quale numero di uffici, quale folla di funzionari! E questa cosiddetta Assemblea nazionale, con la Camera e il Senato riuniti, sarebbe composta di circa mille persone. Nessun palazzo di Roma potrebbe contenere una così enorme accolta di legislatori in forma duplicata”. Ma ad un certo punto è la DC che spinse perché il Senato avesse poteri e prestigio identici a quelli della Camera dei deputati. Mentre le sinistre, comunisti in testa, volevano conferire al Senato solo poteri consultivi, con l’esclusione di alcuni compiti fondamentali come la concessione della fiducia al Governo, l’approvazione dei bilanci, l’amnistia. E quando passò l'Ordine del giorno di Giovanni Leone (Dc) sulla parità di attribuzione tra le due Assemblee i comunisti gridarono immediatamente allo scandalo. Sull'Unità viene pubblicato un duro articolo intitolato così: “Destre e democristiani estendono i poteri della seconda Camera”. Compromesso dopo compromesso, vengono alla luce i due fratelli siamesi: un Senato che si differenzia dalla Camera dei deputati quasi soltanto per il numero dei componenti, per l’inclusione dei senatori a vita, per l’età degli eligendi e, soprattutto, per un metodo elettorale che assomiglia molto al sistema uninominale. La nuova creatura scontentò tutti. Il giudizio di Emilio Lussu fu eloquente: “Abbiamo lavorato per mesi per produrre un mostro”. Se fosse sceso in piazza oggi con questa protesta, il Partito d’Azione avrebbe raccolto una marea di voti e sarebbe resuscitato. (pal)